Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

  • Ciao Albero (istanti rubati a #ottobre2025)

    On: 10 Febbraio 2026
    In: istanti rubati
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    23 ottobre 2025

    Quando vado a camminare e passo sotto un albero mi avvicino ai rami bassi fino a farmi carezzare la fronte e i capelli.
    Ciao Albero, dico.
    Ora che è autunno, poi, socchiudo gli occhi e lascio che i colori facciano ribollire la mia immaginazione di tinte fluide, brumose.
    Sul sentiero dietro casa, quando vado a correre, i rami bassi mi aspettano e si allungano e mi toccano un braccio, una spalla, mi bussano al cuore.
    Guardaci, intonano.
    Le foglie vermiglio e gialline si scuotono tutte per farsi notare.
    C’è una bacca rossissima che pende giusto alla mia altezza è ogni volta mi schiocca un bacio al centro della testa.
    Chiunque si senta solo dovrebbe fare un giro nel bosco – la penso così.
    E dico alle foglie Peccato, peccato che presto cadrete. Loro non smettono di agitarsi con grazia e brillare e mi strizzano l’occhio: ma come, non vedi? Liberiamo spazio alla luce.
    (E io penso che dove c’è un albero lì è il campo base per ogni spedizione alla ricerca di me).
    30 ottobre 2025
    Quando una settimana fa abbiamo deciso di accendere la caldaia, ci siamo accorti che non funzionava. Un mattino la temperatura è scesa sotto zero – al risveglio, le auto in cortile erano bianche.
    Unica fonte di riscaldamento, il camino in cucina. Ed è lì che ho trascorso le mie ore casalinghe. A lavorare, a leggere (Strout, Capra), a meditare, a scrivere, a fare uncinetto, a guardare la tv. Sempre a un passo dal calore delle fiamme.
    Questo mi ha reso più esperta nel non lasciar spegnere il fuoco e ad accenderlo (dà un certo potere, accendere fuochi).
    Quando posso, esco in balcone o scendo a camminare. Lascio che il tepore del sole e quello dei colori d’autunno mi sazino fino a farmi sentire impavida e resistente alle intemperie. Il gatto Messner mi segue fedele tra i paddock e foglie ci nevicano intorno come in un cartone animato giapponese.
    La notte, nei sogni, sono spesso in partenza. Ferma nella notte aspetto pullman che sono isole luminose nel buio, come fantascientifiche astronavi. Chiedo a chatgpt di interpretare: sono sulla soglia di una trasformazione, dice.
    Dice che c’è una città misteriosa in cui una versione da me ha già apparecchiato la tavola; ha acceso una candela nella stanza giusta e sta ballando una musica lenta.
    Ieri hanno aggiustato la caldaia. Finalmente. Tornare a casa da una pratica di yoga e trovare tepore rende la sera più soffice.
    Me lo appunto un’altra volta, qui: ringrazia ogni volta che il tuo mondo è morbido, che puoi accendere un fuoco con i tuoi gesti, che qualcuno ti aspetta in una stanza scaldata a dovere.
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  • Arieggiare il cuore tra sale marino e via degli dei (istanti rubati a #settembre2025)

    On: 9 Febbraio 2026
    In: istanti rubati
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    6 settembre 2025
    A settembre, per arieggiare il cuore si fa così:
    -a gambe incrociate e occhi chiusi, abbassa il volume del mondo
    -srotola i pensieri al sole come lenzuola stese sui balconi – senza paura lascia che si sciupino, scoloriscano, cambino forma: li riconosci adesso? Senti come profumano di nuovo?
    -quando la luna è alta sulla tua testa scendi in strada (parco viale pietraia prato bosco) e raccogli legni da bruciare: uno per l’invidia, uno per la furia, uno per la paura, uno per la gelosia… senza fretta, attendi la scintilla e goditi lo spettacolo. Fino alle braci. Fino alla polvere.
    -al termine di ogni pasto, raccogli briciole di nostalgia, scazzi e malumori e scuoti con vigore la tovaglia in cortile, che le bècchino via gli uccelli
    -accomodati sulla spiaggia e usa il mare come idropulitrice – riempi, svuota, riempi, svuota: il tuo cuore non è mai stato così brillante.
    7 settembre 2025

    Ogni mattina, quando esco a camminare, il giorno se la prende un po’ più comoda. Cede qualche minuto al buio, prima di darsi da fare ad animare il mondo con la sua musica di risacca, auto e motorini sull’Aurelia, passaggi di netturbini, strilli di gabbiani e macchinette del caffè.
    Il mare, sulla linea blu dell’orizzonte, sputa fuori il sole un boccone per volta.
    C’è del bello nell’odore di focaccia che esce dalle panetterie, nella sosta al bar del budello, tra i giornali freschi di stampa, gli avventori che chiedono il solito e il ragazzo riccio che sistema distrattamente i tavoli.
    Bevo il mio macchiato, penso a stasera: eclissi di luna (questa luna: un uccello di cotone in un campo azzurro). Una luna – dicono – che chiede spazio, chiede di riconoscere le ombre, di sottrarre e liberare.
    Anche i miei tarocchi lo suggeriscono: trasformazione.
    Settembre solletica il mio istinto al progetto, al piano, al cambiamento. Ma oggi ignoro l’invito; mi ripeto: let it go.
    È giorno fatto, i sandali pestano il porfido, sulla lingua ho il gusto del primo caffè della giornata, la vita intorno poco alla volta si intesse.
    Tutto il resto: let it go.
    11 settembre 2025

    La focaccia a pranzo, le camminate all’alba, gli aperitivi in ciabatte, i caffè in balcone, i giri in canoa, la pesca di granchi, le gite al fiume e quelle sul lungomare, le chiacchiere e le urla, i piedi scalzi, lo yogurt da passeggio, i selfie in ascensore, i braccio di ferro tra mamme e figli per conquistare libertà, la stanchezza buona della sera, le briciole ai passeri, i salti nelle onde.
    L’amicizia di sempre, che ogni anno cresce un po’, insieme a noi.
    Grazie mare!
    23 settembre 2025
    Settembre è una porta, di qua l’estate, di là l’autunno, si direbbe. Ma non è così semplice. Settembre è una porta che dà su mondi che ancora non sappiamo nominare.
    Porta al miracolo della terra che come utero si inspessisce, che come bocca si apre, si protende al dubbio, alla fede, alla pioggia, alla mano del contadino. Porta al miracolo delle ragnatele – mandala nella bruma del mattino e a quello del cielo notturno che si fa più largo, vicino: una bacinella di stelle, un catino.
    Settembre è trasloco dell’anima, ospite atteso al tavolo della cucina; è il bordone di cornamusa su cui la vita improvvisa.

    VIA DEGLI DEI
    27 settembre 2025

    Ancora notte a Bologna, caffè nel primo bar che tira su le serrande, odore di pane appena sfornato sotto i portici, i mille scalini di San Luca e poi la nebbia sui colli, il bosco che apre e chiude strade, camminare sulla riva del Reno, la pioggia che alza gli odori di mentuccia e erbe selvatiche, mettere e togliere la mantella, la frutta secca e i biscotti al cioccolato, chilometri di chiacchiere, chilometri di fatica e silenzi, perfetta accoglienza in un B&b dentro un orto botanico, il secondo caffè della giornata e levare gli scarponi – il sollievo è una cosa piccola.
    Pensare a quando l’umanità era nomade, prima di essere schiava di poltrone, televisioni e confini.
    Mi mancava, tornare viandante.
    28 settembre 2025
    Monte Adone comincia all’alba con campi dissodati di terra grassa e voli di corvi, poi sale insieme al sole tra i sentieri larghi poco più del mio bacino, dove rami e foglie sono tende su finestre immaginarie e al mattino si fa vetta e croce, quando altri viandanti si affacciano al dirupo, quando scriviamo il nostro passaggio sul quaderno custodito nella cassetta di latta, un saluto, un grazie, un sono-stato-qui (e Gaza libera).
    Dopo, la discesa è poca pioggia e gambe che vanno da sole e tornare al paesaggio urbano, un bar di paese con Vita da Strega in TV e i post-it lasciati dai viandanti e un occhio ai giornali, una preghiera per Flottilla, e sulla strada ancora parole, parole, parole su vita morte parto meteo cazzate fatte e da fare e figli stagioni ricette, e controlla il segno – bianco e rosso di là, e: cosa dicevo? e perdere il filo e trovarne un altro e trovarne altri tre e perderli ancora perché un Cammino -ho capito- è prima di tutto perdere il filo e inventar nuove trame.

    “La via nasce sotto i piedi di chi cammina.” (detto giapponese)

    Le cose che un Cammino insegna (lungo o breve, non importa):
    -non serve controllare compulsivamente il meteo: se piove ti bagni, se esce il sole ti asciughi
    -per poca roba che ti porti, è sempre molta: più sai fidarti di te e più levi peso dalle spalle
    -capisci perché hai fatto un Cammino dopo che sei tornata – a volte al rientro, per la gioia di varcare la porta e trovare ristoro; a volte deve passare una notte, a volte un mese, a volte di più
    -torni con la consapevolezza che camminare è l’unica cosa che hai davvero fatto: nessun multitasking, nessuna distrazione, solo tu e la strada (questa purezza ti mancherà)
    -il miglior rilascio di endorfine è quello per una fatica superata e un traguardo raggiunto
    -lo sforzo dell’andare, in parte nell’incertezza, cambia la tua postura e il modo di occupare spazio nel mondo: il torace si espande, il respiro si fa più profondo, senti radici che ti tengono salda e vedi più lontano
    -se hai bisogno di caffeina, meglio scegliere il primo bar disponibile (per il secondo potrebbero volerci ore di strada)
    -il corpo non ha bisogno di tutto quello che la mente pretende: camminare rivela la differenza tra essenziale e superfluo
    -senti che non sei soltanto chi cammina: sei anche il sentiero, la polvere, l’aria che attraversi…
    -la stanchezza fa fare pensieri assurdi e visionari (e se stessi camminando dentro il sogno di qualcuno e lo portassi avanti con i miei passi? E la senti, la voce del muschio? E il sole che nascendo riempie il cielo del suo inspiro di luce, lo senti?)
    -i confini sono la più stupida invenzione umana – la terra non ne sa nulla e non ne vuole sapere.
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  • Agosto in montagna sono mani aperte a coppa sotto il cuore (istanti rubati ad #agosto2025)

    On: 9 Febbraio 2026
    In: istanti rubati
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    1 agosto 25

    Gli aperitivi che amo di più sono quelli sulle scale di una piazzetta con vista tramonto, la pietra scaldata dal sole del giorno, meglio se appena scesa da cavallo o da una moto. Non servono abiti da cocktail o trucco o acconciature, anche perché una messa in piega non sopravviverebbe al casco. Serve semmai una discreta resistenza alle zanzare e un’attitudine a lasciar dondolare lo sguardo sulle schiene morbide dei colli, spolpate dal sole che s’intana.
    Non ci sono dj set ma il canto morbido degli uccelli (si muovono a stormi, laggiù sul fiume) il rombo stanco dei motorini di passaggio e qualche cane che abbaia, di tanto in tanto.
    Giorni di luglio che svaporano piano nella sera, un bicchiere di vino e Autan, le nostre parole che scivolano sulla pietra tiepida – sgomberare la mente come monete in uno svuotatasche: quanto vale questo pensiero?
    Quanti centesimi per questa fantasia?
    Piccole pietre preziose nella collana dei ricordi.
    9 agosto 2025
    Sulla fronte, all’attaccatura del cuoio capelluto, Eliandro ha capelli fini come quelli dei bambini piccoli. Poco prima del tramonto si è addormentato sulla panca davanti al rifugio con la testa sulle mie gambe. Glieli carezzo con tocco lieve, per non svegliarlo. Intorno, pochissima gente, questa sera saremo gli unici ospiti a dormire qui.
    A parte loro, silenzio. Le pecore che prima coprivano il prato ora sono tornate all’ovile insieme agli asini e ai cani.
    Mi godo questo tempo lento, dopo un giorno di passi sui sentieri.
    Qualcuno ha spazzato via ogni straccio bianco dal cielo, il telefono non prende, le preghiere tibetane galleggiano sfilacciate contro l’azzurro, insieme alle mie.
    Le lentiggini sul viso di Eliandro sono costellazioni accese, tra poco finisce il sole, comincia la luna che questa notte è quasi piena, la luna bianca dello storione – il pesce che cammina i fiumi controcorrente.
    13 agosto 2025

    Ultimo giorno di lavoro prima delle ferie.
    Davanti al pc, finestra aperta sulle montagne. Oggi le guardo, domani ci cammino.
    Faccio sogni che al mattino sono nitidi, ancora interi. In uno dei più intensi mi preparo a un tuffo. Un tuffo altissimo da una barca che è montagna, aeroplano.
    Non so se trovo il coraggio. So che laggiù, dove c’è mare -o cielo capovolto- qualcuno mi aspetta. Mi chiedo quanto durerà la discesa, cosa penserò e se il cuore può fermarsi per lo spavento. Non so se trovo il coraggio. Ma il mio nome è in elenco, il tuffo è previsto.
    Cammino presto al mattino sulla strada verso il bosco, leggo Marion Fayolle, un saggio sullo yoga sciamanico, Natalie Goldberg e Chandra Livia Candiani (ancora).
    Accendo incensi nella stanza che ho adibito a studio e tengo in sottofondo musica gentile. Di là arriva rumore di piatti e stoviglie, di sedie spostate, finestre aperte, passi sulle scale. Di tanto in tanto qualcuno si affaccia:
    -ti porto un caffè?
    -mamma, noi andiamo a funghi
    -ti serve qualcosa in negozio?
    Dopo lavoro, camminate o chiacchiere, un bicchiere di vino. Le sere in cortile.
    Agosto in montagna sono mani aperte a coppa sotto il cuore: sono qui, ti tengo.
    Un tempo leggero che fa scendere a fondo, a occhi chiusi e braccia aperte, con fiducia, dentro quello che c’è.
    È cielo capovolto.
    È una storia letta la sera, una storia che senza trucchetti o colpi di scena racconta chi sei.
    18 agosto 2025

    Un piccolo lusso: camminare per mezza giornata da sola, tra boschi e prati, incontrare tre camosci -sei occhi curiosi- sentire il fischio alto di un rapace all’avvio del giorno.
    Sentire il brusio dei miei pensieri più rumorosi che sono barattoli dietro l’auto degli sposi: tagliare i fili, uno per uno, lasciarli andare. Tornare all’eco dei miei passi, alla musica zitta del bosco.
    Chiedere il permesso di passare, di stare:
    _signor Camoscio, signor Larice, posso?
    _Formica, Sasso, Muschio, Torrente, Biscia, Lombrico: per me c’è posto?
    Il piccolo lusso continua: tornata alla civiltà, caffè, torta di mele, un po’ di parole su pagina bianca, qualche pagina di un libro nuovo.
    Ecco quel che dovevo reimparare:
    -lo Spirito del Bosco mi rischiara la mente e mi insuffla pensieri mistici e selvatici (che poi, non è la stessa cosa?)
    -la torta di mele è più buona con lo zucchero a velo
    -i sentieri tra i monti sono la mia medicina.
    28 agosto 2025

    È stata già nel cuore dell’autunno, la mia ultima camminata verso Cima Posta.
    Siamo partiti che non era alba e che la nebbia saliva da basso, si faceva vapore intorno alle gambe e ci teneva lo sguardo dentro un buio bianco, fumoso.
    Ho sentito le piccole frane dei camosci sulle sassaie e me li sono trovati di fronte, il muso un poco reclinato, un’espressione di domanda: Qual buon vento, passante?
    Non mi sarei stupita, in quello spessore di nuvola, di vedere i faggi stiracchiarsi e allungarsi e usare i rami come braccia per sollevare le radici, come una dama solleva il vestito, e aggirarsi così, tra le pietre e il sottobosco, prima di tornare a fingersi dormienti.
    In vetta, poi, era di nuovo estate, un cielo terso e pietre bianche, i tavoli in legno del rifugio, l’odore di polenta. Il fischio delle marmotte e il volo sbilenco dei merli e un silenzio d’osso, selvatico, un sentore di muschio e premonizioni gentili.
    E la fatica, come sempre, a sbrogliare pensieri oziosi e districare nostalgie.
    Ho camminato avanti nell’autunno che viene, e indietro, indietro, a chissà che stagione che ancora mi chiama, ancora ha da dire, e con una mano tra le scapole mi sospinge paziente: continua, sali. Vai a vedere com’è, essere corvo o calabrone – vieni a vedere come si vive, all’insaputa di sé.
    31 agosto 2025

    Guardo su, quell’ultimo abete sulla cima prima del vuoto. Vedrà di sotto, lui? Avrà occhi, naso, orecchie? Vedrà che alto e basso è la stessa cosa, come farebbe l’uomo se fosse divino?
    Si torna a casa e resterà il mio bosco pieno di selvatici senza che io ci cammini dentro. Torneranno le volpi e i cervi sotto il balcone e i rami del ciliegio ondeggeranno nel vento d’autunno e al circolo del paese cadranno sui tavoli le carte della briscola, qualche bestemmia e i bicchieri di vino. Le donne racconteranno di matrimoni e persone lontane, si chiederanno se domani piove o non piove, gli uomini imprecheranno su un asso giocato per sbaglio, su un jolly sprecato.
    Quel solo abete veglierà da lontano la mia casa gialla, la mia casa con gli scuri chiusi e i balconi deserti e io la saprò da lontano, e la penserò piena delle cose che ci lascio a ogni ritorno e la saprò vegliata dall’occhio spalancato del Pasubio e dalle ali aguzze delle Piccole Dolomiti e la sentirò sussurrare, quando siamo lontane, una lunga litania di giorni passati e da venire, e io sempre, sempre, calcherò i suoi pavimenti scoloriti e le scale di legno, il rimbombo dei passi come antiche preghiere, sempre mi sdraierò a pancia all’aria sul prato vicino e salirò sul mio albero e mi affaccerò alle finestre, io e i miei santi protettori -Melo, Panca, Fontana- pensando all’abete solo, là in alto, e pensando:
    eccomi, ci sono, sono qui – dove altro potrei andare?
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  • Nel cuore dell’estate mi siedo e ascolto (istanti rubati a #luglio2025)

    On: 9 Febbraio 2026
    In: istanti rubati
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    3 luglio 2025
    Ciao Ermerita. Grazie per aver fatto da nonna un po’ anche a me.
    Grazie per tutto ciò che hai insegnato a Federico e aver contribuito a farlo diventare la persona che è.
    Non dimentico il calore con cui mi hai accolta nella tua famiglia e lo sguardo amorevole che riservavi ai miei figli e tutti i tuoi nipoti.
    Saremo in tanti ad avere una stanza del cuore riservata a te. E ogni volta che sentiremo nostalgia, infileremo le mani nelle tasche per ritrovarci i bombi e i pocket coffee di cui ci riempivi le mani ogni volta che venivamo a trovarti.
    Sentiremo sempre quel sapore dolce, ripensandoti.

    22 luglio 2025

    Sono notti che dormo male. Le zanzare che riescono a superare la barriera delle zanzariere mi fischiano intorno alle orecchie e prima dell’alba organizzano agguati. Faccio molti sogni e li ricordo poco e a spezzoni. Leggo troppi libri in contemporanea e prendo treni semideserti, comunque in ritardo, con un microclima glaciale determinato dall’uso insensato dell’aria condizionata.
    In questi giorni è tutta una corsa, un sali-scendi dai giorni, un accendi-spegni del computer, uno zigzagare tra impegni e promesse.
    Poi, sparsi a casaccio, momenti di vuoto. Dove si sente un rimbombo, un risucchio maggiore. Dove la Vita ci chiama attraverso un imbuto e fa sconquasso e paura.
    E mi copro le orecchie, alle volte. Non voglio sentire. Poi mi siedo a gambe incrociate, sul pavimento della stanza, e provo a restare.
    Respiro. Di vuoto in vuoto provo a cedere le abitudini, il bozzolo che mi contiene. Lasciare la forma e trovarne una nuova, più scomoda al principio, inusuale. Più mia.
    Nel cuore dell’estate mi siedo e ascolto. Tra le infinite corse di andata e ritorno c’è un posto oltre i binari, acquattato come un animale selvatico nel fitto del sottobosco. Mi aspetta ogni volta che trovo il coraggio di camminare fin là.
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  • Giugno è una lucciola sul palmo della mia mano (istanti rubati a #giugno2025)

    On: 1 Luglio 2025
    In: istanti rubati, la mia vita e io
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    Sono i giorni più lunghi dell’anno.
    Dormo senza tende e la luce dell’alba è una mano gentile che picchia sul vetro.
    Sei sveglia?
    La sera quasi sempre scendo all’imbrunire. Dopo un giorno pieno di gente e di parole, intorno a casa torna la quiete. I cavalli muovono lenti la coda, il cielo butta l’ultima luce fino ai miei piedi, come fa una sposa col velo davanti all’altare. Gli insetti estivi riempiono l’aria e ci sono nuovi uccelli che muovono i rami.
    Giugno è una lucciola sul palmo della mia mano.
    Il rumore del mondo, intanto, si è fatto frastuono. Un rumore di fondo continuo, assordante.
    La mente ci protegge. Sappiamo che è vero, che il male accade. Ma lo sappiamo davvero? C’è un campo dell’immaginazione dove non possiamo arrivare. O almeno, dove io non so arrivare. Esiste un confine all’orrore sul quale mi fermo. Vedo fin laggiù, sì, ma sfocato. Sta succedendo, lo so. Ma anche, allo stesso tempo, non sta succedendo davvero.
    Su quel confine mi siedo. Ascolto il respiro che s’accorcia e lo stomaco che si stringe. Poi mi distrae una mosca, un soffio di vento. Qualcuno mi chiama. Una foglia mi cade vicino. Torno alla vita, nella mia parte sicura del mondo.
    Ci sono cose piccole che possiamo fare, anche senza il coraggio -benedetto- di chi parte in soccorso. Donazioni, per chi può. Preghiere, per chi crede. (Ma anche per chi non crede: ogni forma di energia buona è preziosa). Possiamo parlarne, restare informati. Cambia poco, dicono, perché sapere non aggiusta le cose. Eppure, pensiamoci: se uccidessero le persone che amiamo, vorremmo che il mondo ignorasse il sopruso?
    C’è una altra cosa, a mio avviso: benedire quello che abbiamo. Ogni piccola cosa, nel momento in cui è. Niente ci è dovuto. Se abbiamo la fortuna di poterci fermare su quel confine, diciamo grazie. Preghiamo per chi è oltre la linea di demarcazione.
    Onoriamo la Vita che c’è.
    Il fuori e il dentro si intrecciano, diventano uno di quei sogni lunghi che si fanno in queste notti brevi e accaldate – manca poco e l’alba bussa, un tocco sul vetro. Mi senti?
    Giugno è una lucciola sul palmo della mia mano, la guardo brillare ancora un momento.
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  • Senza spazio non cresce nulla (istanti rubati a #maggio2025)

    On: 1 Luglio 2025
    In: istanti rubati, la mia vita e io
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    Maggio: la semina delle zucchine, i primi giri in moto la sera, oppure a cavallo, riprendere in mano vernici e pennelli per rinfrescare i muri di casa. Tinte: bianco, salmone, petrolio. Poi si vedrà.
    Quello che faccio: spostare oggetti da una parte all’altra.
    Quello che dovrei fare: dare via, buttare, fare spazio.
    Senza spazio le nuove piante non mettono radici.
    Senza spazio non cresce nulla. Non le zucchine, non l’ispirazione, non l’agognata immobilità della mente.
    Ci provo: preparo scatoloni che poi non riempio. Questo è un ricordo, questo può servire ancora. Questo lo butto domani.
    Intanto arrivano spaventi che poi, per fortuna, passano.
    Arrivano piccole delusioni, tristezze che al mattino evaporano.
    Metto quelle dentro le scatole, mi dico, le mando al macero. Lì forse c’è qualcuno che saprà cosa farne. Forse si possono riciclare in sentimenti più docili – spleen, saudade, nostalgia di luoghi mai visti. (Hai presente quando ti viene in mente la tua infanzia, la tua giovinezza, e sono una stanza, un bosco, un cammino?)
    Preparo i pennelli, davanti a un muro da riempire di colore la mente di sperde.
    Seminare, tinteggiare, yoga: le mie piccole cure, in queste settimane.
    Maggio è agli sgoccioli, tra le mille cose che non so fare, una la so fare bene, la so fare restando presente del tutto, sentendomi viva dall’alluce alla cima del cranio: ringraziare, ogni giorno, ogni ora, per quello che c’è.
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  • nemmeno da vecchi si sa cosa faremo da grandi (istanti rubati a #marzo2025)

    On: 30 Giugno 2025
    In: istanti rubati, la mia vita e io
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    19 marzo

    Qualche notte fa ho sognato di ballare sulle punte.
    Ero stupita di riuscire ancora, dopo tutti questi anni. Ero stupita anche di non sentire il dolore delle prime volte che le indossavo, le dita scorticate sotto il cotone e il raso rosa.
    Quante vite sono passate da allora?
    Chissà se ho mai voluto fare davvero la ballerina: non lo ricordo più. Forse sapevo di non averne le capacità. Abbastanza snodata, quello sì, un buon equilibrio, ma nessun senso del ritmo. Una scarsa memoria per i movimenti del corpo.
    Se è stato un desiderio che per un po’ mi ha attraversato la mente, calcare i palcoscenici in tutù, deve essere durato poco, svaporato in fretta e dimenticato del tutto quando, alla soglia dei vent’anni, faccende più urgenti e interessanti mi hanno distolta dal balletto.
    Forse, sul bordo dei cinquanta, posso dire di non aver mai avuto un sogno che mi abbia tenuto sveglia a lungo. Fiamme passeggere, sempre. Alcune senz’altro persistenti, ma mai totalizzanti.
    Come canta Lucio Corsi: nemmeno da vecchi si sa cosa faremo da grandi.
    Ho speso -e spendo- i miei fuochi in relazioni e amori. Quelli sì, inossidabili.
    Ma non ho mai saputo cosa avrei dovuto essere o diventare. Non ho mai trovato un’etichetta che mi contenesse tutta, che dicesse chi sono.
    Mi è ricapitato sotto gli occhi, lo splendido discorso agli studenti di Kurt Vonnegut, che a un certo punto dice: “Non sentitevi in colpa se non sapete cosa volete fare della vostra vita. Le persone più interessanti che conosco non sapevano cosa fare della loro vita. E alcuni dei più interessanti quarantenni che oggi io conosco non lo sanno ancora adesso”.
    Bè, ho pensato, io che i quarantenni li ho superati di una decade, devo essere proprio una persona interessantissima.
    (Ogni regola ha la sua eccezione e confesso: ho sempre voluto fare la rock star. Nulla è impossibile, dicono. Ma ora come ora, ecco, la vedo un po’ in salita)
    27 marzo

    Ci sono giorni così, mezzi inverno e mezzi primavera.
    La pioggia, caduta a torrenti, ha formato delle pozze tra la ghiaia in cortile. Poi il maltempo si fiacca, le nuvole si fanno sottili e distanti, s’affaccia il sole e la luce s’amplifica riverberando negli specchi d’acqua e fa chiudere gli occhi.
    C’è un inverno, là fuori, che non passa. Un inverno immobile che pare aver rovesciato il ciclo delle stagioni con un colpo di stato. Si infila nei miei giorni attraverso le notizie sui giornali, nel malcontento palpabile che si solidifica intorno – si infila nelle notti che si fanno agitate, senza motivo apparente. Si infila nell’impotenza snervata con cui si fa il callo all’altrui malasorte.
    Si fatica, certi giorni, a guardare le pozze e aspettare di vederci riflessa la luce. Ci vuole grande immaginazione, una discreta dose di egoismo e la capacità di amare senza riserve ogni minuscola cosa lucente. La capacità di tener viva, nel cuore di ogni inverno, almeno un seme di rivoluzionaria, indomita primavera.
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  • Fai orto della tua attenzione (istanti rubati a #febbraio2025)

    On: 30 Giugno 2025
    In: istanti rubati, la mia vita e io
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    13 febbraio
    “Scrivere è così” disse: “null’altro che rovinare le cose toccandole.”

    Lo dice il protagonista del libro che sto leggendo (Illuminazione di Sarah Perry).
    Quanto è vero, per me. Alle volte sembra tutto perfetto, prima di passare nell’imbuto del linguaggio. Questa Luna di Neve, ad esempio. Non è più bello immaginarla, che raccontarla?
    Questa luna pallida che culla germogli di cose solo imbastite, inventate, non nate.
    Che dice il freddo di una terra ancora dura ma già pronta a essere attraversata dalla vita nuova.
    Quanto sono meglio i ricordi, prima del tritacarne delle parole. Quel pomeriggio a Venezia, la luce di fuliggine tra le lingue mobili della laguna.
    Perché insistere, allora. Perché ostinarsi, imputarsi, un mulo che non sente ragioni e procede a testa bassa, nella ridda di segni contrari.
    Chissà. Forse smetterò di farlo quando troverò risposta. Forse allora lascerò le cose intatte, pulite, al sicuro dal mio bisogno di capirle. Lascerò la neve immacolata, salva dall’offesa delle mie impronte.
    E scoprirò che esistono altri modi di abitarmi, modi che le parole non mi aiutano a capire.
    19 febbraio

    A volte la vita ti scartavetra un po’.
    Sarà per mandar via la ruggine da certi pensieri rimasti là, dimenticati, troppo in fondo, sepolti da strati e strati di pensieri più innocui.
    A volte bisogna fare un respiro che scende fin dentro la pancia per restare ancorato qui, per non girare la testa e continuare a guardare quello che brucia.
    La tentazione: accendere la TV,  rincoglionirsi di inutili chiacchiere, scrollare il telefonino – imbottirsi per bene di nulla.
    Ma la vita, o chi per lei, ti richiama all’ordine. Con un pizzico, se ci stai attento, una cosa piccola. Una foto che non sapevi più di avere, una frase casuale al mattino in stazione – una ragazzina bionda, occhi bassi dietro gli occhiali, mani nelle tasche dei jeans bucherellati che dice alle amiche: hanno portato mamma in ospedale.
    La vita, o chi per lei, è così che fa.
    Ti dice Ehi, è qui che devi guardare. Penserai mica che il tuo cuore sia una vecchia motoretta da dimenticare in garage dietro agli scatoloni di roba che non serve più…
    Portatelo in giro, il cuore, fagli sentire le buche e la salsedine in riva al mare e mandalo fuori giri, quando vale la pena. Ma non lasciarlo languire e coprirsi di polvere e riempirsi di umido e frasi fatte e sentimenti spuntati.
    Portatelo a spasso per il mondo, che veda pure lui quello che c’è in giro. Pazienza se ogni tanto fa un po’ male. Pazienza se ogni tanto lo devi scartavetrare un po’.
    30 febbraio

    Fai orto della tua attenzione,
    ristoro dell’ombra.
    Irriga di luce gli interstizi del cuore,
    (ogni crepa un sentiero)
    e lascia sempre aperta e areata bene
    dentro te
    la stanza degli assenti.
    28 febbraio

    Venti anni che non sei qui, mamma.
    Ho sempre avuto diffidenza verso i numeri, e loro verso di me. Ma questo 20 davvero non vuol dire niente. O forse intende cose diverse da quelle che suggerisce.
    Ad esempio: due volte niente.
    Vent’anni andati così, lo spazio di una porta che sbatte, di uno sternuto.
    Ma anche: il tempo interminabile di due vite tutte intere. Forse di più.
    Oppure, il due sta per le due te che da quel giorno frequento, la te andata via e la te che è rimasta con me.
    La cosa più probabile, però, è che il due siamo noi due e zero è il grado di separazione. Tutto il resto -i giorni, le ore, i drammi, le notti, il dolore e la felicità- sono solo quisquilie, inutile rumore di fondo.
    Quindi: eccoci, ma’. Siamo qui.
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  • E se fossero senzienti, le nubi? (istanti rubati a #gennaio2025)

    On: 3 Febbraio 2025
    In: istanti rubati
    Views: 751
     1

    1 gennaio
    La fiducia nel futuro è una cosa facile, in un mattino di neve e sole in montagna.
    L’augurio vero, è che si conservi sempre.
    Felice 2025, che sia gentile!

    3 gennaio
    Ho meditato a occhi aperti, ieri mattina, negli attimi in cui nasce il giorno.
    Ho guardato il cielo farsi e disfarsi di nuvole.
    Le cime dei monti arrossarsi, coprirsi, scoprirsi, imbiondire, coprirsi ancora, venarsi d’azzurro.
    E se fossero senzienti, le nubi?
    Mi è venuta, da chissàdove, questa domanda.
    E se fossero i pensieri degli uomini, o gli sms degli angeli, se fossero il modo in cui le montagne si parlano?
    Se fossero i sogni che facciamo la notte, o le poesie degli alberi?
    La mia valle è bianca oggi, oltre i vetri della cucina.
    I prati sono coperti di neve, marchiata dalle nostre impronte, troneggiano cataste di legna davanti ai muri delle case. Le nostre voci -tutte, tutte le nostre voci- si rincorrono e si fanno eco, e dicono e raccontano tutte le cose che già sappiamo ma che non sappiamo ricordare.
    Si fa strada dentro il freddo qualche cenno di stagione nuova: nel ghiaccio che si scioglie alla fontana, in qualche minuto più di luce, al pomeriggio.
    Ma io voglio restare ancora qui, nel centro esatto dell’inverno.
    Dove brucia il fuoco della mia stufa e le nuvole mi parlano e nel ghiaccio si conservano, uno a uno, gli atomi dei giorni.

    4 gennaio
    In quale misura mi mancasse Venezia l’ho realizzato non appena ci ho rimesso piede, dopo un bel po’ di anni che non mi capitava. Non credo ci sia al mondo città migliore in cui perdersi e ritrovarsi a ogni angolo, a ogni calle, a ogni campo, canale o strettoia.
    E questa volta l’ho amata ancora di più, se possibile, grazie ai preziosi suggerimenti di Erika che mi ha suggerito quartieri che non avevo mai visitato, angoli silenziosi dove la calca non arriva.
    Anche dormire al Lido è stata un’ottima scelta, a venti minuti di traghetto da piazza San Marco.
    E il giro in traghetto all’alba e al tramonto, con la luce rossa che riverbera sulla laguna, è stato un modo sorprendente e magico per cominciare il nuovo anno.

    16 gennaio
    Ieri, quando sono uscita per portare i ragazzi a scuola, la temperatura era a meno otto e c’era la notte, ma poi la notte si è fatta da parte e a quel punto il mondo se ne stava accucciato per bene sotto una lastra bianca, tutto nascosto dal gelo.
    Ho guardato il cielo -è uno spettacolo senza eguali, il cielo mattutino di gennaio- e insieme alla luna poco meno che piena, c’era appesa in alto una mongolfiera. Si vedeva in controluce la sfiammata vibrante che la fa volare – il suo cuore pulsante.
    Pensavamo che il cuore fosse appannaggio dei viventi?
    Mi sono chiesta chi fosse, a ridosso dell’alba, in un gelido mattino d’inverno, a solcare i cieli rosazzurri sopra le colline, a gareggiare con la luna per attirare gli sguardi dei corvi e delle poiane.
    Anche gli occhi dei pochi passanti erano intenti lassù: dove va, da dove viene? Forse come me immaginavano giri del mondo, resoconti di altri tempi, cartoline dalla Cappadocia – montagne bianche e aguzze e paesaggi surreali.
    Ci ho pensato anche dopo, insieme al primo caffè del giorno.
    Bè, niente di speciale, in fondo: solo una mongolfiera.
    Ma sono le piccole storie di ordinaria magia, a tenere insieme il mondo.

    22 gennaio
    Mi piace leggere gli sconosciuti come fossero libri.
    Trovare le loro storie in un gesto, in un modo di muovere la mano. In un cappello, un lavoro, un orlo scucito dei pantaloni.
    Mi piace sbirciare il titolo del libro che leggono e indovinare chi glielo abbia regalato – un amico un amante un figlio un rivale un amore lontano nel tempo.
    Trovargli un passato e un futuro, persino, che giocare al narratore onnisciente è un vizio che ti prende la mano.
    Mi piace imbastire altre storie, vivere vite non mie, vere e inventate. Mi incrimineranno per furto di identità, contaminazione o per eccesso di immaginazione – ma è il modo migliore per viaggiare da fermi, per essere e non essere, per uscire da me e ritrovarmi al bisogno.

    29 gennaio
    Gennaio è ai titoli di coda.
    Intorno a casa si sprofonda nel fango perché le temperature si sono alzate di colpo. Altro che giorni della merla. La neve di stagione me la prendo in queste pagine, nel libro di Stefansson. Quella neve che pulisce il mondo e lo lustra, come la mollica con la migliore argenteria.
    Quando esco presto al mattino, ancora imbevuta di sogni, lascio che i confini dei miei pensieri si sciolgano nella nebbia. A sera, asciugo la stanchezza al fuoco del camino.
    In mezzo lavoro, cammino, medito, leggo, cerco mediazioni alle richieste dei miei figli, parlo con le amiche, scrivo, scrivo.
    Il ragazzo e il postino affrontano le loro silenziose battaglie nella tormenta, con il conforto di una guida enigmatica e misteriosa. Forse più d’una. Recapitano messaggi da un capo all’altro del cammino. Ogni volta che possono bevono caffè. Così lontano, tutto questo?
    Nemmeno un po’. Questo intreccio di mondi.
    Quanti mondi. Quello che ci scricchiola sotto le scarpe, quello delle storie che incrociamo e quello delle storie che inventiamo, e anche quell’altro, quello a cui crediamo solo ogni tanto – più nella tormenta che altrove.
    E alla fine, uno più uno più uno più uno dà come risultato sempre Uno: ma è uno tendente a infinito. È Uno fatto di strati che si distinguono meglio al buio. O nella neve fitta che fonde insieme terra e cielo.
    ***
    “Bjarni: I morti non salgono sulle montagne, e non l’hanno mai fatto,
    Hjalti: Ne ho sentite, di cose, nel corso del tempo, e conosco persone che ne hanno viste e vissute. E tutte quelle storie, non c’è da credere a quanto raccontano?
    Bjarni: Le storie non sono la realtà.
    Hjalti: Be’, e allora che diavolo sarebbero?
    Bjarni: Non lo so”.

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  • nel cuore dell’inverno c’è un fuoco (istanti rubati a #dicembre2024)

    On: 3 Febbraio 2025
    In: istanti rubati
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    1 dicembre
    Dicembre comincia così.
    Sveglia presto, galaverna, terra dura come asfalto, cavalli, galline, lavori nella stalla, Eliandro che mi offre i suoi guanti perché ho scordato i miei, una luce rosa e diffusa, lo sbuffo bianco delle bestie, il loro fiato caldo.
    Un inizio niente male, a parte le mani ghiacce.
    E dopo tutto questo, che buono il caffè e che dolce lo yoga…

    4 dicembre
    Dicembre porta, al mattino, i vetri della macchina ghiacciati. Quando la sera mi scordo di infilarla sotto al portico, devo liberarli con una paletta in plastica da cucina che tengo apposta nel vano della portiera.
    Le dita mi si fanno di vetro e bruciano, e l’aria che entra nel naso frizza nelle narici e ogni volta sono certa di sentire odore di neve.
    Sicuro, qualcosa è in cammino.
    Ho letto che i cani percepiscono il tempo in modo diverso da noi perché il loro senso guida è l’olfatto e sentono l’odore di cose e persone a lungo, dopo che se ne sono andate. In qualche modo, quindi, persone e cose continuano a esserci anche quando non ci sono più.
    Io credo che siamo anche noi come loro. Che abbiamo un senso che ancora non ha nome che ci fa stare con quello che non si vede più, o non si vede ancora: con la neve che da qualche parte, con il mattino di aprile che verrà, con chi era qui ed è andato via.

    11 dicembre
    C’è una luce nel cuore del buio,
    nel cuore dell’inverno c’è un fuoco.
    Mi sono svegliata stanotte con questa frase in mente. O una cosa del genere, perché i sogni venuti dopo l’hanno reimpastata un po’. E dopo c’era New York in un albergo pieno di stanze e dentro un parcheggio alberato e io dicevo Vedi, che pace, New York, è così facile questa città, non è mica Shanghai.
    Mi sono alzata con il buio abbarbicato ai vetri e ho ripensato quella frase sputando dentifricio nel lavandino. Il mattino è cominciato dopo, ero in treno, è cominciato di piatto e arancione sui tetti delle case.
    Per caso ho alzato gli occhi dal libro e l’ho visto.
    Mentre poi cammino per una Torino lenta e con gli occhi acquosi, non ancora presa dalla frenesia prefestiva, ripenso all’oasi di quiete nel cuore di New York e penso a quanto spesso mi porto a zonzo brandelli di sogno, a tenermi compagnia sulle strade del giorno.

    20 dicembre
    Se ci fosse un premio per il miglior girovagare, lo prenderemmo noi.
    Chi lo ha detto che serve sempre una meta, un obiettivo, una destinazione? Quella è per i videogiochi e per i navigatori satellitari.
    Il più delle volte basta e avanza una direzione.

    27 dicembre
    A te che da 13 anni mi insegni il coraggio, il piacere dell’avventura e la caparbietà.
    Auguri, perché duri in te la tenacia e quello sguardo che rende il mondo un posto più luminoso e giusto.
    Auguri, mio Cuore grande!

    31 dicembre
    I giorni non lo sanno, che significato avranno. Loro si susseguono senza intenzioni nè presentimenti. Che siano il primo o l’ultimo dell’anno: loro vanno.
    Le ultime settimane sono state di quelle che devi comprimere e schiacciare per farci stare dentro tutto.
    Giorni pieni di impegni e liste infinite di cose da fare.
    Così, quando penso a qualcosa che vorrei adesso, mi viene in mente un tempo vuoto, un’estesa prateria dove cavalli pascolano beati senza altro dovere che non sia muovere la coda.
    Però poi penso che i miei giorni sono stati così intensi (anche) perché tante sono state le persone a cui pensare, con cui festeggiare, le amiche da incontrare, gli amici con cui brindare. E allora, sai cosa?, va bene così.
    Non c’è davvero niente che sia linfa come le relazioni sane e amorevoli. Non c’è nulla che nutra di più, che riempia, sazi, rimpinzi.
    Sono le relazioni il manubrio che aiuta e a volte salva l’equilibrio sul filo sospeso che è la Vita.
    Auguri perché nel cuore ci sia lo spazio per accogliere e perché i giorni abbiano il significato profondo dei legami che sapremo stringere e coltivare.
    Felice anno nuovo a tutti!

     

     

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