Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

  • Diario di montagna (Istanti rubati ad #agosto2020)

    On: 21 Settembre 2020
    In: istanti rubati, la mia vita e io
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    19 agosto
    Ti svelo un segreto, ho detto questa mattina a Eliandro. Abbiamo fatto una salita lunga e ripida, siamo arrivati a un bivacco che è una piccola casupola seminascosta nel bosco. Il proprietario la lascia lì aperta a tutti e attrezzata di tutto. Chi entra, lascia qualcosa: una firma sul quaderno, biscotti, una birra.Sulla porta c’è un cartello: speriamo nel meglio ma prepariamoci al peggio. Mi è sembrata una cosa utile a questi tempi fumosi, dove non vedi molto in là, neanche a forzare la vista.Dentro il baito c’è un fornelletto a gas e ci siamo fatti un caffè, dopo tutta la fatica. Non so quanti caffè ho bevuto così buoni.Allora, questo segreto, mamma? Quando la salita è ripida, gli ho detto, non cercare di vedere in cima. È fatica e basta. Guardati i piedi, il prossimo passo da fare. Stavamo già scendendo a quel punto. Ma mi è sembrata anche quella, a pensarci bene, una cosa adatta ai tempi e non solo alla salita in montagna.Guardiamoci i piedi, lo sforzo sembra più piccolo. Poi, magari, a un certo punto della salita, qualcuno ci ha preparato una moka e una piccola panca di legno all’ombra di un pino.

    28 agosto
    Da queste parti la salita alla Cima Posta è molto più di una gita in montagna. È una specie di rito iniziatico, connettivo, una tradizione, un modo per mettersi alla prova ogni anno, per dirsi Eccomi anche questa volta. Sono qui.Questa estate è stata la prima volta di Lemuele ed Eliandro. Sono arrivati al rifugio felici di avercela fatta e di aver trascorso qualche ora cercando di avvistare camosci, corvi, marmotte, un’aquila dalle ali enormi – oltre che sudando come fontane. Soprattutto felici di aver diviso l’esperienza con il loro amico del cuore. Perché insieme la fatica è metà e la gioia per la riuscita dell’impresa è moltiplicata: uno dei mille insegnamenti della montagna

    30 agosto
    Mi fa un po’ effetto essere qui, tra queste montagne, e pensare che tra meno di un mese uscirà “Quando la montagna era nostra”, che vive proprio su questi sentieri, tra la piccola chiesa e il vecchio bar, sotto questi alberi ancora verdi e frondosi.Così mi accade una cosa strana: che ai tantissimi ricordi che ritrovo qui, ora si aggiungano anche scene vissute solo nella mia immaginazione e riportate sulle pagine, in questa eterna e strabiliante commistione tra ciò che realmente accade e ciò che ne facciamo, tra la vita e il modo in cui la raccontiamo.Perché cosa si scrive e si legge a fare se non per percorrere strade che non sono la nostra, ma che un po’ ci somigliano?Se posso esprimere un desiderio, finché sono qui, sotto l’occhio vigile e benevolo dei miei monti: spero vi piacerà.Spero sarà un andare per boschi insieme – un perdersi e, forse, ritrovarsi, ma soprattutto un modo per fermarsi di tanto in tanto, in qualche radura, guardarsi intorno e dire Però, che bello, da qui, il panorama.

    1 settembre
    Il sole è ancora caldo, quando esce, ma la sera in cucina si comincia ad accendere la stufa.Il mattino esco presto per camminare e il sottobosco ha un odore nuovo e più intenso di terriccio umido, felci, funghi – pare farsi introverso e misterioso mentre le prime foglie, qua e là, arrossiscono. I bambini trovano mazzatamburo e qualche porcino e ridono del mio sguardo disattento, sempre altrove.Ho finito Kent Haruf e mi tiene compagnia Jesmyn Ward con La linea del sangue – vado avanti la sera fino a tardi, alla luce della lampada. Leggo poesie e gli intrichi del muschio sulle cortecce e l’acqua del torrente che si gonfia e schiamazza più forte dopo le piogge dei giorni scorsi. Oggi è il primo settembre, una data per me simbolica. Ci aspettano giorni di incognite, panorami solo indovinati tra rami frondosi e scenari ancora da attrezzare. Del resto così è vivere, sempre, ma chi ci pensa per la maggior parte del tempo…Ripenserò questi giorni, questa bolla di luce tremula che di continuo muta e ridefinisce i contorni. Questo senso di sicurezza e sospensione. So che mi farà bene.A tutti, un settembre lieve, e promettente, e persino felice.

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  • Montagna e il Re del Mondo (Istanti rubati a #luglio2020)

    On: 11 Agosto 2020
    In: istanti rubati, lettera
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    Una notte a più di 3000 metri dopo 1300 di salita. Lui che salendo, dopo molta fatica e qualche piccolo scoramento e con la meta già in vista mi dice “Mi sento il re del mondo”.Una notte in mezzo a marmotte e camosci, nel rumore di tuono che fanno le frane dai ghiacciai che ci sovrastano. Cercare la neve, camminarci scalzi. Al crepuscolo, leggere “La gabbianella e il gatto” sdraiati tra le rocce. Lasciarsi sorprendere da uno stambecco a pochi passi da noi, seguirlo su sentieri di pietra mentre la notte scende lentissima. Una partita a briscola dopo cena, ascoltare le avventure di alpinisti che sarebbero partiti nel cuore della notte per scalare Castore e Polluce. Immaginare come sarebbe, la faccia dei ghiacciai vista alla luce di una torcia, la paura che fa. Addormentarsi sotto coperte pesanti, abbracciati. Lemuele e io, la nostra prima vera avventura da soli. Immaginare le prossime, insieme, bellissime. Per sentirlo dire ancora “Mamma, mi sento il re del mondo”

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  • Siamo creature dei boschi (Istanti rubati a #giugno2020)

    On: 28 Luglio 2020
    In: istanti rubati, lettera, quasi poesia
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    Siamo creature dei boschi prestate alla civiltà.
    Abbiamo linfa nelle vene e occhi color corteccia o foglia.
    Di ramo in ramo saliamo sfidando la forza di gravità
    e scendiamo fino al suolo sempre controvoglia.

    Abbiamo il cuore tremante di certi cerbiatti,
    la vista al buio della civetta,
    ci dicono che siamo distratti
    o facili prede di abbagli: ci incantiamo sui dettagli
    che sfuggono a quelli che vanno di fretta.

    Non ci manca la curiosità scanzonata del gatto,
    il coraggio silenzioso del lupo,
    non ci manca l’intuito e la prontezza allo scatto,
    né l’audacia del balzo che sfida il dirupo.

    Siamo creature rupestri
    ma di tipo socievole,
    ogni tanto ci pigliano per extraterrestri
    per la nostra allergia alle regole.

    Seduti a un banco, dentro a un ufficio o in un supermercato
    sembriamo forse un po’ strani:
    ma non puoi certo giudicare un pesce
    dal modo in cui si muove tra i rami.

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  • Gelsi (Istanti rubati a #maggio2020)

    On: 25 Giugno 2020
    In: istanti rubati, lettera, quasi poesia
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    In un principio d’estate

    raccogliamo gelsi

    nel viale di casa

    dove abbaiano i cani.

    Mentre nascosti tra i rami

    ridiamo

    -le bocche i denti macchiati

    di viola-

    sentiamo come sarà dura

    domani

    essere ancora e in una volta sola

    così sporchi,

    e contenti

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  • Tempo di compleanno (Istanti rubati ad #aprile2020)

    On: 25 Giugno 2020
    In: istanti rubati, la mia vita e io
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    Il giorno del compleanno è uno di quelli in cui, vuoi o non vuoi, si tirano le somme. O almeno si è tentati di farlo. E in un periodo così, per cui è difficile pure trovare un aggettivo, sono i dubbi a pesare di più. Pesano le cose che non so, che non sono chiare. Le cose che ho scordato e quelle che non ho mai capito. Quelle che mi pareva di aver compreso, ma poi. Pesa il timore per questa nebbia che a tratti inghiotte, a tratti indietreggia, che copre la visuale o la appanna, come in una mattina sulle cime, che guardi intorno e non ci trovi quel che c’era il giorno prima. Pesa certe sere la paura che ti s’infila nel piatto e sotto il cuscino, che fa traboccare il bicchiere. Pesa la fragilità, che per quanto la sai, non la sai mai abbastanza.Ma pesa anche un’altra cosa, che dall’altra parte della bilancia porta il piatto almeno in pari, almeno.

    In questi giorni senz’aggettivo, pure da reclusa, con la voglia di abbracciare chi non posso, di organizzare un viaggio, di infilare i piedi in mare, ordinare un caffè al bancone di un bar, seduta sullo sgabello, tornare ai miei monti.

    Nonostante tutte queste cose, non c’è giorno che io non apra gli occhi pensando che questa vita è proprio quello che – potendo scegliere – sceglierei. E questa sì è una benedizione.

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  • Lettera ai miei figli sulla paura (Istanti rubati #marzo2020)

    On: 29 Aprile 2020
    In: istanti rubati, lettera
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    Vorrei per voi giorni senza ombre, strade senza crepe pronte ad accogliere i passi. Vorrei cibo genuino, aria pulita, ambienti incontaminati e la promessa di nessun male. Vorrei tenervi al riparo da tutto, ma non posso. Quello che posso fare, è provare a insegnarvi che la paura è paura in ogni parte del mondo, che ogni madre vorrebbe per i propri figli quello che io desidero per voi. Che è parte di ciò che ci rende uguali. E umani. E vulnerabili.

    Posso spiegarvi che il nemico non sono i cinesi untori o gli africani sui barconi. Che non è dall’altro che bisogna proteggersi, ma dal suo spavento, e dal nostro, quando prende il sopravvento. Non sono i muri e le barriere a salvarci, ma il rispetto. È la cura per il più debole, per il più esposto. Proteggendo gli altri, statene certi, ci prendiamo cura di noi stessi. E viceversa.

    Credete alla paura ma non cadete nella rete di chi la strumentalizza per manipolarvi. Ogni paura ha uguale dignità, ogni persona in pericolo ha diritto di essere soccorsa e accolta.
    È umano l’istinto alla sopravvivenza, senza quello ci saremmo estinti. Riconosciamone uno uguale in chi scappa dalle guerre, dalle bombe, dagli agguati, dalla fame, dalla solitudine. Prendiamoci la responsabilità delle nostre scelte e, vi prego, restiamo fuori dalla logica della caccia all’untore, di chi con ferocia punta il dito, dalla ricerca perpetua del capo espiatorio.

    Se ha un significato la paura, come il dolore, è insegnare riconoscimento e rispetto per la paura e il dolore degli altri. Altrimenti, ogni cosa è vana.Una società è un organismo che va protetto intero. Parte da un corpo, si allarga a famiglia, a comunità, a paese. Vi auguro di vedere lontano e sentire che ciò di cui siamo parte è infinitamente più grande di quello che vogliono farci credere.

    Non costruiamo piccoli privilegi sulla pelle di chi non ha diritti.
    Non rubiamo l’acqua che qualcuno beve per annaffiare il nostro giardino recintato di vanagloria.
    Non è garantita la vita, nessuna vita. E queste sono per una madre le parole più difficili da pronunciare. La sola cosa da fare è celebrare la fragilità, senza diventarne schiavi.

    In questi giorni non facili io spero che impareremo tutti qualcosa, per lasciarvi un domani almeno un po’ più solidale, almeno un po’ meno cannibale. Che la minaccia di una epidemia -che non riconosce confini tracciati sulle mappe e non presenta i documenti alle dogane e se la ride dei fili spianti- ci aiuti a tenere a mente l’imprevedibile volubilità delle fortune umane.

    Vi auguro la paura che serve e il coraggio che basta.

    Vi auguro la lucidità per riconoscere il pericolo e le mosse per contrastarlo. Vi auguro di avere sempre abbastanza voglia di vivere da non abituarvi, mai, all’angoscia vostra e a quella altrui.

    E l’equilibrio per restare in piedi, anche quando la terra oscilla, e la forza per allungare una mano a chi l’equilibrio lo ha perso – è il solo modo, credo, per sperare in una mano che prontamente si tenda verso di voi, se capiterà un inciampo.

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  • Viaggio in Georgia (Istanti rubati a #febbraio2020)

    On: 23 Marzo 2020
    In: istanti rubati, viaggi
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    22 febbraio
    Quando ho trovato un’offerta di volo per Tbilisi e ho deciso di approfittarne, senza quasi nemmeno saperla posizionare sulla carta geografica, mai avrei pensato di trovare tutta questa bellezza. È una città piena di mistero, angoli da scoprire, gente accogliente e buon cibo. Se vi capita, fateci un pensiero.

    23 febbraio
    Affittato un fuoristrada, cantato viaggiando, visitato un’antica città scavata nella roccia, attraversato paesi fantasma, perso la rotta e ritrovata, assaggiato dei dolci che sembrano candele ripiene di frutta, cercato di tenere a bada l’ansia nei posti rari in cui funziona il wifi, arrivati a un monastero (javi) all’incrocio di due fiumi a quell’ora del giorno che affetta il cuore a fettine sottili e che ti lascia lì a domandarti se faccia più male o più bene e mentre sei lì che ci pensi il momento è passato, ma tu lo sai che non è passato davvero – tu lo sai che in qualche modo, da qualche parte, rimane.

    24 febbraio
    Abbiamo attraversato distese di sabbia colorata, strade sterrate, panorami deserti a 360 gradi, un campo s-minato. Siamo arrivati al monastero di Lavria, grotte scavate nella pietra e qualche monaco immersi in un paesaggio lunare. Sul confine con l’Azerbaijan, apparentemente alla frontiera sul nulla, due militari ci hanno chiesto da dove veniamo e, sentita la risposta, ci hanno chiesto se davvero la situazione sia così complicata, in Italia. E chi lo sa, avrei voluto rispondere. E ho pensato ecco com’è, per una volta, non essere figli della zona sicura e protetta del mondo.

    27 febbraio
    Conta il viaggio, più che la destinazione.Ma soprattutto contano le persone con cui scegli di andare.(Grazie Georgia)

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  • Tenersi i figli addosso (Istanti rubati a #gennaio2020)

    On: 19 Febbraio 2020
    In: istanti rubati
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    La difficoltà di avere figli è che non hai più soltanto il tuo corpo di cui occuparti. Hai un’estensione di te in giro per il mondo, completamente fuori controllo. Come un vecchio re che si vede moltiplicate le terre da governare.
    Se hai due figli, ad esempio, il mal di pancia può succederti in tre pance diverse. Hai sei possibilità di inciampare e molte più di prendere un’influenza, per dire.

    Forse per questo una madre vorrebbe tenersi i propri figli addosso, perché avere un corpo sparpagliato in giro mette agitazione. Forse per questo l’esercizio più difficile è imparare a lasciarli andare.

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  • Questo vi auguro: di risvegliare il senso di appartenenza alle meraviglie del mondo (Istanti rubati a #dicembre2019)

    On: 16 Gennaio 2020
    In: istanti rubati, la mia vita e io
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    Natale 2019

    Perché ognuno di noi sappia sentire l’unicità di ciò che lo circonda.Non bastano occhi, orecchie, naso o dita.Bisogna allenare il senso di stuporeper l’irripetibile bellezza di ogni cosa animata e inanimata.Ci accorgeremo allora della legna ammucchiata con curasotto una tettoia,di una finestra incorniciata di luci, di un caprifoglio sul muro,di un uomo in cerca di un cenno per dar sollievo alla solitudine,e persino di un fiore dentro la terra dura,in attesa di nascere.Vedremo nel cuore di chi ci vuole bene.Ci accorgeremo dei nostri passi uniti ai passidi chi attraversa con noi lo stesso pezzetto di strada.Questo vi auguro: di risvegliare il sensodi appartenenza alle meraviglie del mondo. Buon Natale.Perché ognuno di noi sappia sentire l’unicità di ciò che lo circonda.Non bastano occhi, orecchie, naso o dita.Bisogna allenare il senso di stuporeper l’irripetibile bellezza di ogni cosa animata e inanimata. Ci accorgeremo allora della legna ammucchiata con curasotto una tettoia,di una finestra incorniciata di luci, di un caprifoglio sul muro, di un uomo in cerca di un cenno per dar sollievo alla solitudine, e persino di un fiore dentro la terra dura, in attesa di nascere.
    Vedremo nel cuore di chi ci vuole bene. Ci accorgeremo dei nostri passi uniti ai passi di chi attraversa con noi lo stesso pezzetto di strada.
    Questo vi auguro: di risvegliare il senso di appartenenza alle meraviglie del mondo.

    Capodanno 2019/2020

    Siamo fatti di storie. Storie che continuano e continuano, una dentro l’altra; questo 2019 era una? Erano 365? Una per ogni istante? Soltanto un pezzo senza principio né fine? La storia mia coincide a tratti con la tua, con quella di un uomo incontrato per caso in una città straniera, sulla riva di qualche fiume, in una radura ai piedi di una montagna. Forse mi ha fatto un cenno di saluto, quando ci siamo incrociati su una mulattiera stretta, sulla cengia erbosa che conduce in vetta. E in quel gesto ci sono tutte le cose che lui ha vissuto fino a quel momento, e le persone conosciute, perdute, amate, tenute, scordate. Nella mia storia, e nella tua, sono entrate anche loro.Siamo fatti della materia di cui sono fatte le nostre storie. Quelle di cui ci nutriamo: le ascoltiamo, le troviamo sulle pagine di un giornale, tra le parole dei libri, nei sogni la notte, al bar al mattino, mentre beviamo il caffè. Siamo ciò che di noi raccontiamo e anche la storia che vivendo intessiamo e che ci sopravviverà, che continuerà a camminare sulle gambe dei nostri figli, dei loro figli, di tutte le persone con cui abbiamo scambiato amore. Perché noi siamo storie e l’amore è il nostro propulsore più potente.

    Auguro a tutti un 2020 di snodi importanti e felici, di giorni diversi e lievi che ci ricordino d’esser vivi, di parole facili da pronunciare, eppure vere, di fortunate corrispondenze – che nei libri sono forzature, ma che nella vita fanno la vita. Abitiamo il mondo con felicità imprudente e coraggioso ottimismo e aggiungiamo qualche riga felice alle pagine altrui. Ce ne verrà del buono perché, in fondo, siamo tutti nella stessa storia.Buon anno!

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  • Germania-Olanda: diario di viaggio (Istanti rubati a #novembre2019)

    On: 4 Dicembre 2019
    In: istanti rubati, viaggi
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    2 novembre
    Quando si viaggia può capitare di dormire poco – appunto perché si viaggia, chilometri e chilometri di autostrade buie. Può capitare di svegliarsi stanchi e di trovare tempo brutto – pioggia battente, di quella che dopo un po’, a furia di camminarci sotto, ti senti dentro un uovo di ovatta umida. Può succedere che uno dei tuoi compagni di viaggio si svegli con la nausea, per esempio, e cominci a vomitare. Ecco, queste cose possono capitare a chi viaggia e a noi, in circa quarantotto ore, sono capitate tutte.
    Eppure. Alzo gli occhi al cielo – bigio, tutto nuvole mobili e dense come galeoni fantasma – e faccio: oh.
    Ed è un oh di soddisfazione e meraviglia. Perché un altro cielo a questo serve. A ricordare che non è difficile trovare nuovi occhi.
    (E avere meravigliosi amici che ti aprono la loro casa certamente aiuta)


    4 novembre
    Il mio primo approccio con l’Olanda: Haarlem.
    In un pomeriggio di luce straordinariamente autunnale, abbiamo parcheggiato, dopo vari tentativi, lungo un canale – un canale, una barca ormeggiata coperta di piante (una giungla! hanno urlato i bambini, o forse ero io). Poco convinti, abbiamo chiesto indicazioni a un passante. Sbagliato, ci ha detto.
    Il parcheggio che abbiano scelto non andava bene per i non residenti.
    Ma non si è limitato a questo. Quanto restate?, ci ha chiesto.
    E senza domandare nulla in cambio ci ha offerto tre ore di parcheggio, pagando con la sua app.
    Sono felice che vogliate visitare la mia città, ha spiegato vedendo la nostra faccia stupita.
    Ecco cosa ci vuole a rendere il mondo un posto migliore: gesti di gentilezza praticati a casaccio.

    5 novembre
    Assaggiare. Il primo kebab, nella Oude Zijde di Amsterdam. Un’arringa marinata nella piazza centrale di Haarlem. Un masala chai, ripensando alle strade terrose di Pushkar. Provare. Qualche parola in una lingua sconosciuta. Due minuti in una sauna. Un trenino da cui scorrono prati e pecore e prati.
    Vorrei vi rimanesse questa curiosità, questa disposizione a osservare, a comprendere. La voglia di rosicchiare il mondo a morsi piccoli. Sapendo la fortuna di poterlo fare.
    E così sentire come è piccola la porzione di universo che abitiamo. Minuscola e insignificante. E così preziosa.

    6 novembre
    Rischio di innamorarmi di questo cielo acciaio caduto nei canali, dell’autunno aggrappato ai rami biondi, del sole che solo ogni tanto s’affaccia, per dire: Ci sono.
    Rischio d’innamorarmi di questa città – un colpo di fulmine. Penso ci fossi venuta da ragazza; quanto tempo sarei stata a spiarla da una finestra – le strade d’acqua nella luce giallastra – l’avrei spiata muoversi piano e respirare, da dietro i vetri appannati, bevendo caffè bollente, ascoltando un Bolero. Forse, aspettando qualcuno.
    Sarà per l’acqua che viene e che va, ma mi sembra il posto adatto, questo, per aspettare qualcuno.

    7 novembre
    Voi
    che siete il mio guscio di tartaruga, che siete il ritorno dopo la fuga.
    Voi, il boccone di fiato dopo la corsa, voi il mattino, voi la vite che apre la morsa.
    Voi che siete il balcone su cui s’affaccia il mio cuore, pieno di piante e di uccelli, e tutto è al contempo silenzio e rumore,
    voi che, quando piove, siete gli ombrelli.
    A voi dedico il viaggio, ovunque io vada,
    perché senza voi
    non avrei scampo nè pace – perchè senza voi: nè scarpe
    nè strada.

    12 novembre
    Quasi tremila chilometri in auto, amici che ci hanno accolti con un abbraccio e aperto le case, un miscuglio di lingue, pioggia ma poca, Würstel e kartoffen, posti mai visti prima, tisane alla liquirizia, verbi da imparare camminando per le città, il grigio e il giallo, pane e salame e mele, il trenino per Amsterdam, un po’ di preistoria e il Neolitico, dank e dag, le playlist di Greta, i diari di viaggio la sera, waffle e cofee to go, le nuotate in piscina (e per fortuna non nei canali), la luce d’autunno, il mare del Nord, i miei avventurosi e meravigliosi compagni di viaggio.
    Ecco: grazie.


    Non ha un seme d’immaginazione
    chi s’annoia
    del mondo
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