Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

  • Ai miei figli, sul viaggio in Marocco (Istanti rubati a #marzo2019

    On: 2 Aprile 2019
    In: istanti rubati, lettera, Senza categoria
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    Grazie per la pazienza nelle ore trascorse in macchina durante gli spostamenti. Facendo giochi stupidi, chiacchierando o canticchiando, dormendo o guardando fuori dal finestrino. Grazie perché avete accettato quasi sempre di buon grado il momento dei compiti – anche se quella volta sulla strada per Mhamid avete cercato di regalare tutte le vostre biro ai bambini che ve le chiedevano (e lo so che siete generosi ma no, non era solo generosità, quella).
    Grazie per i capricci e i NO che mi hanno rassicurata sul fatto che non vi avessero sostituiti nel sonno, grazie perché in molte occasioni avete dimostrato di sapervela cavare anche da soli. Ma non in tutte le occasioni, cosicché io possa continuare a sentirmi utile.
    Grazie perché quando faceva freddo abbiamo dormito abbracciati, per le partite a briscola la sera, per le cose che ci fanno ridere, perché le cose viste coi vostri occhi non sono le stesse; un po’ come se la mancanza di pregiudizi e condizionamenti restituisse allo sguardo le giuste proporzioni.

    Grazie perché il vostro coraggio mi spaventa e mi inorgoglisce e la vostra paura mi commuove. Il giorno della tempesta di sabbia, ad esempio. Gli occhi non potevi tenerli aperti e c’era sabbia ovunque -un muro all’orizzonte, e tra i denti, e negli spazi tra le parole- e voi a correre e correre con il vento che vi tirava da tutte le parti; era uno spasso guardarvi, sul crinale preciso lì dove la cima si disfa e sfarina e voi in equilibrio e di corsa, spintonati da raffiche d’aria, in piedi a fatica, un attimo dopo carponi, ancora in piedi, felici.
    Tornate indietro lo abbiamo gridato solo quando eravate due macchie di colore grosse quanto un’unghia, ma la voce non arrivava a quella distanza e io ho pensato E adesso?, ecco adesso arriva la tempesta più forte mai vista, li lancia giù dalla duna, e arriva un dromedario, no un branco di dromedari, un tuareg, due tuareg, un esercito di predoni. Poi ci avete sentito, miracolosamente, o forse, più probabilmente, voltandovi e non vedendoci più avete avuto il buon cuore di tornate indietro, senza fretta, indugiando qui e là, fermandovi ogni tanto per sistemare i turbanti che avete imparato ad acconciarvi in testa come veri uomini del deserto. E io pensavo al vostro coraggio, con spavento e meraviglia, e con spavento e poco altro ho pensato al coraggio che dovrò metterci io, per guardarvi correre lontani, anche quando c’è vento forte, anche quando la sabbia leva visuale e fa stringere gli occhi.

    Grazie allora per la forza che mi costringerete ad avere, per mettermi qui, una mano a visiera sugli occhi, qui ferma e zitta a guardarvi cercare l’equilibrio, faticando, a tratti annaspando, spero ridendo, sfidando il vento.

    Diario sparso di viaggio

    2 marzo
    Diario di viaggioIn due giorni abbiamo macinato moltissimi chilometri e ci siamo persi, oh se ci siamo persi, perché la geolocalizzazione funziona poco e a singhiozzo. Però, ogni volta che non sapevamo da che parte girare si materializzava qualcuno a darci una mano. Con un sorriso e tempo da dedicare. E stasera siamo in un posto che commuove. Per trovarlo abbiamo dovuto attraversare un piccolo fiume lucente su un ponticello di legno e poi su per sentieri minuscoli dove di notte serve la torcia.
    La meraviglia di perdersi.

    4 marzo
    Mi succede, quando viaggio, di rendermi conto di non avere parole per dire. Non è bello, non rende nemmeno wonderful come continuo a ripetere ai nostri ospiti, nel mio inglese da mezzo dhiram. È altro. E nemmeno le foto rendono. Le foto appiattiscono, tradiscono, ingannano luce e profondità.
    Così non potrò dire cosa sia arrivare qui dopo chilometri di palme e terra rossa, qui all’avamposto del nulla, dove i bambini giocano nella sabbia e la strada di insabbia e finisce. C’era un cartello qui, con in giorni di viaggio a Timbuctu (52, mi pare). Lo hanno tolto ma lo posso immaginare. Non c’è solo quello che si vede né quello che si può raccontare. C’è quello che continuerà a vivere dietro gli occhi chiusi, alla maniera multiforme e mutevole delle dune del Sahara che si vedono in lontananza dalla nostra terrazza.

    5 marzo
    In auto (altri chilometri, molti), parlando dei miraggi nel deserto, di come succedono, di come ingannano.
    Mamma, e se la vita fosse un miraggio?
    Prima del tramonto siamo arrivati a Marzouga. Anche qui turbanti e strade polverose. Uomini con il turbante blu e altri con la giacca nera di pelle da motociclista e la faccia di chi ne ha viste, e quante. Asini che tirano carretti e fuoristrada. Terrazze affacciate su tramonti piatti come frittate e rossicci come tuorlo. Un vento caldo, caldo, che alza la sabbia e fa strizzare gli occhi e svolazzare i foulard e le gonne ampie delle donne.
    Non so se la vita sia un miraggio ma chi l’ha pensata ha una gran bella fantasia.

    7 marzo
    Da un po’ di tempo, quando viaggiamo, i bambini tengono un piccolo diario di bordo. Ieri stavano scrivendo a Merzouga, in un bar, in attesa di partire con i dromedari per il deserto. Nel frattempo si è alzata una tempesta di sabbia incredibile, roba da non poter camminare a occhi aperti. Guardavamo la strada, un po’ preoccupati, le palme piegarsi e l’orizzonte cancellato dalla polvere.
    Mamma, ho finito, mi ha detto Eliandro passandomi il quaderno. Ho letto. Ma qui hai scritto che la notte in deserto l’abbiamo già fatta. Eh, ha detto lui, è quello che faremo.
    Ma se per il troppo vento non possiamo partire? gli ho chiesto. Ha alzato le spalle. Al massimo tiro sopra una riga.
    C’è stato il trekking e la notte nel deserto con un cielo così stellato che nemmeno lo so ricordare e il falò e i tamburi fino a tardi. E io ho capito che se vuoi sperare in qualcosa sul serio devi crederci come fosse già successo. (Alla peggio, se proprio non funziona, ci tiri sopra una riga).

    8 marzo
    Ci siamo fermati a mangiare in un posto sperduto tra i monti. Per la prima volta da quando siamo qui veniva da piovere e tirava un vento freddo. Ci siamo seduti dentro e c’era odore di tajine e una musica bella e un cinguettio proveniente da due gabbie sopra un camino. I bambini hanno mostrato di apprezzare restando incantati a guardare (e poi cercando di scalare il camino).
    E niente, alla fine è stato come pranzare dentro una voliera.

    12 marzo
    “Se hai tutto sotto controllo significa che stai andando troppo piano”, c’era scritto su un muro di Ouarzazate.
    Ma il detto non si addice a questa terra, credo, né a questo viaggio. Qui si procede con lentezza, su strade accidentate e dalle indicazioni incerte, eppure nulla è sotto controllo. O meglio, tutto è sotto il controllo della sorte, degli incontri lasciati al caso, di volti sconosciuti che sbucano da un finestrino e ti guidano là dove cerchi di arrivare. O forse in un posto che non sapevi di dover raggiungere.
    Se, come credo, ogni viaggio insegna una maniera di andare questo mi ha insegnato a non aspettarmi nulla, ma a guardare le cose arrivare. Un campo da calcio ritagliato in una pietraia, un lago azzurro nella terra riarsa, un mulinello di sabbia, una piazza ariosa tra i vicoli bui di una medina. Tu vai, e vai, e a un certo punto -pum!- qualcosa che non ti aspetti.
    In ogni viaggio ci sono spazi vuoti, interstiziali, che la memoria levigherà per poter attribuire all’insieme dei giorni un significato compiuto. Qualche volta, alla sera, la stanchezza impedisce la serenità, fa una diga piccola di tristezza, un senso di vuoto che la lontananza dalle abitudini spalanca. Quella diga evapora al mattino e presto non sarà che un rivolo sottile, più somigliante alla nostalgia.
    Non so se ci siamo mossi alla giusta velocità, ma di certo quel che è passato al finestrino scorrerà ancora e e ancora, a lungo, nella memoria. Aliimenterà serate stanche di malinconia e, all’alba del giorno, si farà nuova voglia di andare. Di nuovo affidandoci all’istinto e al Santo Protettore dei Viaggiatori, che ha mezzi lenti ma occhi molto, molto più lungimiranti dei nostri.

    [Qui si gioca dicendo messiè]

    A Fez siamo rimasti tre giorni. Come punto di incontro con mia sorella e altri amici conosciuti durante il viaggio, abbiamo adottato un bar poco fuori da una delle 14 porte della Medina. Noi ci sedevamo ai tavoli fuori, mentre Eliandro e Lemuele, fin dalla prima visita al locale, si sono addentrati nei meandri sotterranei e hanno scovato un biliardo dove i ragazzi marocchini passavano le ore. Senza conoscere una parola di francese (nè di arabo) sono riusciti a convincere gli altri giocatori a farli partecipare, e il miracolo si ripeteva ogni volta che si andava in quel locale. (Sono anche riusciti a far precipitare nel buio la stanza, con una steccata decisa sul neon che sovrasta il tavolo da gioco, ma tant’è).
    Dopo il biliardo, si mettevano a giocare con i bambini del posto. Caman!, li sentivo urlare. Uno di questi bambini girava tra i tavoli chiedendo l’elemosina: toccava la spalla degli avventori, chiamava “Monsieur”. A un certo punto abbiamo notato che anche Eliandro e Lemuele si aggiravano nel dehors toccandosi la spalla, tra loro e poi quella del bambino, urlando a ogni tocco: Messiè!
    A che state giocando?, gli abbiamo chiesto.
    Loro ci hanno guardati come se spiegassero a due analfabeti funzionali: Stiamo giocando a Ce l’hai. Qui si gioca dicendo Messiè.

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  • Continuando ad andare (Istanti rubati a #marzo2019)

    On: 14 Marzo 2019
    In: istanti rubati, Senza categoria
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    trekking notturno

    Qualche sera fa ho partecipato a una camminata notturna, attraverso i boschi del Monferrato. L’aria era quasi tiepida e il cielo pieno di stelle, con una luna meno di metà, ma luminosa. Con un’amica parlavamo fitto, mentre la gente intorno a noi muoveva le torce sul sentiero e in tutte le direzioni. Parlavamo di persone che fanno parte della nostra vita, e di persone che ne hanno fatto parte, e dunque adesso ancora, ma in modo diverso. Mentre il sentiero si snodava tra gli alberi, salendo o scendendo, e si addentrava in radure e ampi prati e poi ancora dentro boschi ripidi, vedevo le torce muoversi sul terreno e accenderne piccole porzioni intermittenti intorno a noi. 
    E allora mi è sembrato chiaro che così succede con le persone che ci stanno intorno, con le persone che amiamo: muovendoci sulla stessa strada gli facciamo luce, e gli facciamo ombra. E lo stesso loro fanno con noi, in un percorso verso qualcosa che non conosciamo, intrecciando passi e traiettorie, ma, soprattutto, continuando ad andare.

    febbraio 2019
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  • Alla preghiera di chi ama servono poche parole (Istanti rubati a #novembre2018)

    On: 20 Dicembre 2018
    In: istanti rubati, lettera, quasi poesia
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    autunno

    Ogni giorno vieni qui,
    apparecchiamo la tavola insieme.
    Il piatto e il bicchiere vicino,
    a sinistra la forchetta, il coltello a destra,
    un sorso di vino
    e luce alla finestra.

    Alla preghiera di chi ama
    servono poche parole
    vale più il silenzio
    vale il gesto che protegge dal sole
    dalla trascuratezza
    e dal ripensamento.

    Che sia pulita la tovaglia
    che sia pieno il bicchiere
    che ti resti la voglia
    di versarmi da bere.

    In fondo ci vuol poco
    perché sia sostanzioso il pasto,
    smuovere la brace, alimentare il fuoco,
    cincischiare un po’ per gioco,
    e il tuo cuore
    quando è vasto.

    E se un giorno -per sfortuna o cedimento-
    il pane sarà bruciato
    e si sarà fatto aspro il vino
    non sarà un giorno sprecato
    non sarà mancato il nutrimento
    se mi sarai rimasto seduto
    vicino.

    pom granin, monferrato
    pom granin, monferrato
    pom granin, monferrato
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  • Per chi resta e per chi va via (Istanti rubati a #ottobre2018)

    On: 29 Novembre 2018
    In: istanti rubati, lettera
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      Come si sopravvive a certi dolori, mi ha chiesto poco tempo fa un’amica che aveva appena perso una persona cara.
    Ci ho pensato a lungo. A come ci si tolga le scarpe e si affondi fino alle ginocchia nel terreno sdrucciolo e ingannevole del dolore, nel pastrano della disperazione. Ho pensato a quello che ho fatto io. Ho rivisto la distesa sterminata del male tutta srotolata davanti ai miei occhi, tutta quella distanza che sapevo di dover coprire, a piedi e senza sconti. E per dove, mi chiedevo. Fino a dove.
    E dopo? e dopo?
    Sono state piccole le prime cose che ho visto in quella steppa arida persino di pianto – che benedizione il pianto, quando viene, che pioggia salvifica! Cose piccole, dicevo, che però hanno cominciato a darmi il senso delle distanze, le proporzioni del percorso.
    La prima è stata subito dopo la tua morte, mamma. Sembra impossibile. Camminavo per il corridoio dell’ospedale tastandomi le braccia e le gambe, sentendo che c’ero ancora: allora non sono morta, mi ripetevo, non sono morta. Incredula di esserci nonostante non ci fossi tu, incredula per esser sopravvissuta a te, e la parte razionale di me incredula per quel mio genuino stupore. È strano detto adesso. Eppure.

    La seconda cosa piccola ma dolce è stata la sera dopo il funerale. Nella tua cucina c’eravamo io papà mia sorella e le nostre cugine. Abbiamo ordinato la pizza. Incredibile pensare di ordinare la pizza e mangiarla insieme intorno al tavolo. Il solito tavolo, la luce della lampadina sopra le nostre teste, il gusto della pizza: tutto questo si era salvato. E qualcuno di noi ha detto qualcosa di buffo, una di quelle cose che farebbero piangere ma da un certo punto di vista fanno anche ridere -una risata liberatoria- e abbiamo riso. Abbiamo riso. E ci guardavamo intorno al tavolo mentre ridevamo, la pizza nei piatti e noi si rideva. Quello stare vicini, seduti vicini a un dolore così, eppure vicini tra noi. Non era un miracolo, quello?

    E poi la terza cosa, mesi dopo. Io papà e mia sorella alla manifestazione del 25 aprile a Torino. C’era musica, Bella Ciao, noi abbiamo camminato vicini, c’era un sole che cominciava a scaldare, bastava tenersi lontani dall’ombra, non serviva nemmeno la giacca e si stava bene, la pelle di nuovo scoperta dopo l’inverno e tutta quella gente che cantava che alla fine abbiamo cantato anche noi – pure così stonati, pure ancora così feriti e rattrappiti, i cuori una bomba a orologeria. Certo non era proprio festa ma di nuovo somigliava, non era proprio liberazione ma qualcosa di così vicino, anche per poco, così vicino.
    Ti guardi intorno e pensi c’è ancora strada da fare, ma laggiù, qualcosa. Laggiù c’è qualcosa. Perché la strada va fatta, se non oggi ti tocca domani, dopodomani, o tra un anno. Va fatta. Ma succede di incontrare segnali che dicono: guarda là. Guarda laggiù. E quello che puoi fare è aguzzare la vista e sapere che non è un miraggio.

    C’è stata un’altra cosa, subito dopo il funerale. Mentre gli amici mi si facevano intorno, qualcuno ha detto Ora comincia il conto alla rovescia. Cioè, è la mia voce che lo ha detto, ma io non lo stavo pensando, non ho nemmeno capito lì per lì cosa significasse. Ci ho pensato molto in questi ultimi tredici anni e penso di aver capito. Ho capito quello che vuol dire per me. Quello che credo ci sarà alla fine del conto alla rovescia. Ma questo vale per me: ognuno deve trovare la propria risposta.
    Sarà giusta o sbagliata? Poco importa se serve a fare un altro passo verso laggiù. Dove qualcosa si muove – dove qualcosa non solo resiste, ma anche consola, anche restituisce.
    Dove qualcosa darà un senso o un po’ di nuova leggerezza – e la forza per onorare la vita, ancora, ognuno per come può. Per chi resta e per chi va via.

    autunno

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  • Farei una collana delle tue prime volte (Istanti rubati a #settembre2018)

    On: 29 Ottobre 2018
    In: istanti rubati, la mia vita e io, lettera, quasi poesia
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    pom granin, monferratoFarei una collana delle tue prime volte.
    La prima volta che sei nato (potrebbero essercene tante)
    la prima volta che hai volato
    tra le mie braccia con le braccia larghe pensandoti un aliante.

    Quando hai detto la prima volta piumone
    lì per lì non sembrava importante
    è successo lo stesso con frutta pompelmo e stagione
    pareva poco, ma adesso
    vorrei risentirle tutte quante.

    C’è stato il primo giorno a scuola
    ti ho lasciato in classe con la schiena dritta e occhi larghi
    come un prato
    avrei avuto voglia di tornare indietro e stringerti
    e non farti uscire dal mio abbraccio per un tempo smisurato.

    C’è stata la prima volta
    che hai viaggiato, guardando la notte al finestrino:
    ombre si muovevano lontano,
    io forse ti tenevo la mano
    forse guardavo avanti, sentendoti vicino.

    La prima volta che sei salito a cavallo
    pure piccolo e maldestro sopra quella schiena enorme
    sembravi così fiero;
    ho capito dal modo in cui tuo padre ti guardava
    che quella è stata la prima volta
    che si è sentito intero.

    Farei una collana delle tue prime volte
    la terrei sempre al collo per non perderne nessuna
    so che sarebbe il solo gioiello
    capace davvero di portarmi fortuna.

    Tra le tue prime volte una è speciale
    – il giorno che hai visto il cielo.
    C’era inverno e pioggia
    fuori dall’ospedale,
    e un freddo severo:
    quella è stata la prima volta
    che dentro i tuoi occhi
    il cielo l’ho visto
    anche io per davvero.

    pom granin, monferratopom granin, monferrato

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  • Coperchi di luce (Istanti rubati ad #agosto2018)

    On: 24 Settembre 2018
    In: istanti rubati, la mia vita e io, quasi poesia
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    agosto in Trentino

    Ho capito che il più delle volte
    è il moto della gamba a governare il cuore.
    Andiamo dove la terra tiene,
    dove la pietra non frana,
    dove a piedi scalzi possiamo incontrare nell’acqua di torrente
    una limpida trafittura di vita.

    Ho capito che
    è l’adesso che non va tradito
    e adesso è il modo che abbiamo
    di saltar le buche
    travalicare fossi
    camminare cauti lungo rive sassose
    costeggiare spaventi o avventarci sopra
    come il gheppio sull’arvicola
    come il falco sulla lucertola.

    Ho imparato che sulla vetta
    delle montagne
    la notte arriva tardi
    e al crepuscolo è come stare
    dentro una pentola
    sotto un vasto coperchio di luce.

    Soprattutto ho imparato che se dopo aver sbagliato
    strada
    e speso a vuoto fatica sudore fiato
    non tenti nuovamente la cima,
    avrai sbagliato invano.

    (Foto in alto di Elio Orcelletto)

    agosto in Trentinoagosto in Trentino
    agosto in Trentino

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  • Acqua in cammino e roccia (Istanti rubati a #luglio2018)

    On: 9 Agosto 2018
    In: istanti rubati, la mia vita e io, quasi poesia
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    Vengo dalla montagna ma non è pietra il mio cuore.

    È piuttosto canto di torrente inquieto, tumultuoso quando le piogge lo gonfiano, torbido nelle limacciose pozze agitate d’ombre ma pronto a riprendere il viaggio verso balzi e crinali, verso una provvisoria quiete, dove impararare a far da specchio alla sera.

    Non è pietra ma greto malleabile o umido muschio, verde come le bottiglie bevute insieme dentro una pineta ordorosa, mentre luce piove e grandina dentro i bicchieri.

    Acqua in cammino e roccia che resiste al flusso, così è il mio cuore:

    tempo che scorre senza sapere dove,

    tempo che resta senza capire come.

    Estoul, Valle d'AostaEstoul, Valle d'AostaEstoul, Valle d'AostaEstoul, Valle d'AostaEstoul, Valle d'Aosta

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  • Vita da setacciare con le mani (Istanti rubati a #giugno2018)

    On: 16 Luglio 2018
    In: istanti rubati, la mia vita e io, lettera
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    monferrato, giugno 18Chissà cosa vi ricorderete di questi giorni verdi, di questo caldo che nemmeno vi dà noia, impegnati come siete a fare, a sfrucugliare la vita smuovendola con le mani – dentro la terra, dentro le nuvole – a cercare il segreto della formica, il nascondiglio del ragno, a distinguere il canto della civetta, indovinare il volo della rondine che ha fatto il nido sotto il portico.
    Chissà cosa resta delle rane cercate in una spanna d’acqua, stivali di gomma e mutande, di sangue dal naso e finestre tra i denti, e delle corse nei campi e tra l’erba alta, mentre il trattore mette in fila rotoballe, panettoni gialli al confine del mondo; della fantasia feconda da cui estraete, senza pensare, buffi animali acchiappacoriandoli, navi corsare all’arrembaggio, strambi proclami e teorie sull’amore.
    Chissà se ricorderete domani questa libertà, questa tintinnante moneta che non sapete di spendere a manciate, come stelle filanti a un carnevale. E se saprete capire la fortuna di poterne disporre, in questi tempi difficili e gretti, popolati d’ombre grottesche da cui cerco di non farvi assediare, ma che non voglio nascondervi: ve le racconto perché domani possiate guardarvene e riconoscere che un’alternativa al male c’è e va cercata sempre, con la stessa pertinacia con cui adesso scovate le lucertole tra le fessure dei muretti, con la spavalderia con cui salvate minilepri dagli agguati del cane.

    L’infanzia è un tempo che dura sempre e termina solo in apparenza: la misura esatta è l’infinito, come scrive Chandra Livia Candiani in uno dei suoi versi.
    E voi chissà cosa vi ricorderete di questi giorni chiari, delle mani di padre che vi sostengono, delle mani di madre che raccolgono briciole, semi di questo tempo. Potrete metterli in fila e seguirli per tornare, se vorrete, a questi giorni sbucciati di sole. Pieni di vita da setacciare come terra, con le mani.

    monferrato, giugno 18monferrato, giugno 18monferrato, giugno 18monferrato, giugno 18monferrato, giugno 18

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  • L’orto e la mia idea di famiglia (Istanti rubati a #maggio2018)

    On: 18 Giugno 2018
    In: istanti rubati, la mia vita e io
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    pom granin, moncestino (AL)
    I bambini quest’anno hanno chiesto loro di fare l’orto. Dietro casa abbiamo una striscia di terra, tra gli alberi da frutto e il noccioleto, dove un tardo pomeriggio siamo scesi insieme a Federico, armati di rastrelli e cipollotti. Abbiamo cominciato dai cipollotti.
    Federico mostrava il punto, Lemuele faceva il buco nel terreno, proprio lì, Eliandro spingeva giù i piantini. Nei giorni a seguire son passati lo zio, la nonna, il nonno; chi ha innaffiato, chi ha infilato paletti, chi ha seminato angurie, meloni, pomodori.
    Qualche giorno dopo ha grandinato; i bambini affacciati sotto il portico a guardare i chicchi bianchi battere sui tetti hanno detto Speriamo che non rovini l’orto. Speriamo.
    Certo, la pioggia di questa stagione balorda ha dato una mano – quelle nuvole ampie, scure, quei cieli bigi come certi d’autunno inoltrato. Però ci vuole anche sole perché i frutti maturino e siano saporiti e servono temperature costanti. Aspettiamo e vedremo, parlerà il raccolto.
    Mi piace che i bambini se ne prendano cura, certo al modo dei bambini, con interesse intermittente, subito appannato da un amico che viene per un giro in bici, da una battaglia a bombe d’acqua coi cugini, da qualche ora di gioco con il pony appena arrivato.
    Abbiamo avuto giorni intensi, incasinati, pieni, difficili, alcuni persino molto difficili – ognuno a suo modo. Una grana di lavoro, una brutta notizia, un cattivo voto a scuola, il nostro gatto Buio che sta male (e poi muore), un appuntamento mancato, l’attesa di una visita medica.
    Però mi piace pensare che la sera ci si può dare appuntamento nell’orto – non importa quanto sia stata dura la giornata se si possono infilare le mani nella terra, insieme, vedere cosa è venuto fuori. Nonostante la grandine, grazie alla pioggia che pure hai maledetto qualche ora prima, quando ti sei trovato senza ombrello sotto uno scroscio improvviso.
    Ecco, forse essere famiglia somiglia a questo impegnarsi a seminare qualcosa insieme e vedere come va, ogni sera -non importa quanto sia stata dura la giornata – vedere come va e sperare che vada bene. Annaffiare, strappare le erbacce, piantare paletti. E sperare che vada bene.
    Nonostante la grandine, grazie a certe piogge che subito ci sembrava una maledizione e invece guarda, lì, proprio lì: sta crescendo qualcosa di buono.

    pom granin, moncestino (AL)pom granin, moncestino (AL)pom granin, moncestino (AL)pom granin, moncestino (AL)

    Ciao, Buio del nostro cuore
    buio <3

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  • Filastrocca per i miei figli (istanti rubati ad #aprile2018)

    On: 15 Maggio 2018
    In: istanti rubati, la mia vita e io
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    aprile2018Siamo imprecisi e senza misura
    sempre pronti alla confusione
    non certo per mancanza di cura
    ma per eccesso di immaginazione.
    Abitiamo luoghi arredati a casaccio
    le gemme le stelle le impronte di gatto
    un glicine adesso vestito di viola
    le storie dei libri e quelle di scuola.

    Son fantasiosi i nomi che abbiamo
    ma solo a un esame superficiale
    chi ci conosce sa che non sono
    il nostro tratto più originale.

    A chi ci chiede Ti piace la scuola?
    è sempre sì la nostra risposta
    la scuola ci piace, niente da dire,
    ma abbiamo l’ardire di una proposta:
    (siamo sicuri che approvano in tanti)
    due giorni in classe e cinque nei campi.

    Leggiamo Tom Sawyer e Geronimo Estinto
    e le nuvole prima del temporale,
    la traiettoria nel cielo stinto
    del volo del falco con il cannocchiale.
    Leggiamo i solchi tracciati nel grano
    le impronte di volpi e cinghiali nel bosco
    le orme del T-Rex le riconosciamo
    ma stiamo alla larga perché è un tipo losco.

    Scriviamo poesie con poche parole
    tantissima terra che nutre le aiuole
    son povere spesso di acca e di accenti
    ma non lesiniamo innamoramenti.
    Se mancano i segni di interpunzione
    abbondano macchie di erba e lamponi
    ma non è certo una distrazione:
    mettiamo su carta le nostre stagioni.

    Siam visionari per costituzione
    andiamo per balzi, scarti e intuizione
    la nostra condotta non è molto austera
    ma tu non temere, lasciaci fare:
    noi siamo proprio come la primavera
    a volte pigri, ma pronti a sbocciare.

    aprile2018aprile2018

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