Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

  • Come comincia una mamma

    On: 25 maggio 2016
    In: la mia vita e io, lettera, scienza&fantascienza
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    come comincia una mammaUna mamma comincia quando si immagina mamma. Dal primo pensiero che le si incastra tra gli altri. Sembra innocuo, ma spesso è un ragno che tesse e tesse e, prima di capire, sei mani e piedi appesa a quel desiderio. Ci sono donne, come me, che sono state colonizzate dall’idea di un figlio molto prima che questo fosse biologicamente possibile. Sono stata una bambina che si immaginava madre, che cosa strana, a dirlo adesso. Facevo delle cose fantasticando che le avrei insegnate ai miei figli. Per esempio, l’arte felina dell’arrampicata libera sui ciliegi dietro casa. O la bellezza di imparare le lettere e metterle insieme per vedere nascere una storia.

    Una mamma è abitata dall’idea di un figlio, molto prima che dal figlio. Ed è l’idea di un modo di stare nel mondo.
    Dopo, viene la pancia. Ce la portiamo in giro con la mente scorticata dai dubbi e con il passo che incespica per la consapevolezza dell’uomo che ci portiamo addosso, un uomo tutto intero dentro il corpo minuscolo di bambino. E quel peso, ancora piccolo, sposta da solo l’asse del bene e del male, l’inclinazione del piano delle possibilità.
    Essere madre è portare il peso più grande del mondo sentendone tutta l’inebriate, spossante lievità.

    Madre contiene il significato sanscrito misurare: nell’etimologia del nome è iscritta la sua sorte di segnare la distanza che metta la vita tra il cuore suo e quello del figlio, che al principio di tutto hanno pulsato in sincrono, lo stesso fiore di atrii e ventricoli, la stessa rosa gonfia sangue che mette un bocciolo.

    La maternità è un viaggio, e mai come in questo, non conta l’arrivo, ma il modo di andare. Che sarà comunque un andare allacciati, annodati, invischiati fino al dna, affini per eredità genetica, vicini quasi a combaciare, pure quando sembrerà di stare distanti.

    Madre contiene nel nome la pluralità, per questo dire madre è dire il contrario di uno. Una donna che diventa mamma perde la possibilità di pensarsi al singolare, ma guadagna il privilegio controverso e inarrivabile di non essere più sola.

    Una mamma comincia in un pensiero e non finisce: continuerà nel pensiero di un figlio.

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  • Una volta non dicevo Ti amo

    On: 2 maggio 2016
    In: lettera
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    una volta non dicevo Ti amo

    Una volta non dicevo Ti amo.
    Lo tenevo stretto addosso, in una morsa di labbra, un tabù di pudore e ritrosia. Di orgoglio inesatto. Adesso lo regalo a bracciate, lo dico mentre ti allacci le scarpe, mentre guardo fuori dal finestrino di un treno.

    Ti chiamo indietro quando esci di casa, come per ricordarti di comperare il pane,
    te lo mando dietro sulle scale, un cane che segue l’osso, mentre le scendi a precipizio.
    Lo dico mentre dormi e non senti, retaggio del tempo prima, di quando lo pensavo soltanto o lo tenevo tra i denti, un fischio di uccello insabbiato in gola.

    Lo dico con la facilità dei bambini che restituiscono alle parole il peso esatto, senza eccedere e senza lesinare. Loro conoscono i volumi delle emozioni e si destreggiano per il mondo con un vocabolario essenziale.

    Dico ti amo perché mentre lo dico diventa una cosa viva che mi cammina accanto. Perché dirlo mi fa sentire libera.

    Dico ti amo perché delle cose che so è la più somigliante alla verità.
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  • Facciamo una misura?

    On: 20 aprile 2016
    In: lettera, sproloqui
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    misureMamma, facciamo una misura?
    Ogni tanto mi chiedono così, i miei figli, e si mettono in piedi impettiti contro lo stipite della portafinestra, col mento alto e i muscoli tesi per risultare cresciuti. Tiro fuori il pennarello e fissa un’altra tacca sulla nostra parete che farebbe invidia a un graffitaro, tra segni in sequenza e una colata di cera di quella volta che Federico ha buttato gambe all’aria il porta candele.
    Ognuno di quei segni piccoli e dritti porta segnata accanto una data, e quando mi sdraio sul divano per guardare la TV ce li ho davanti tutti in fila, quei segni, una collezione del tempo, una pianta d’edera che s’aggrappa alla luce in alto.

    Penso alle estati andate, gambe più corte, mosse più impacciate. E penso a quelle che verranno, quando a ogni giro di calendario perderò un po’ della tenerezza di un paio di braccine aggrappate al collo e conosceró qualcosa in più dell’uomo di domani. Perché ogni persona, io credo, contiene insieme ciò che è stato e quello che diventerà.

    I miei figli misurano l’amore in numeri, spesso inventati: Mamma, ti voglio bene milianta.
    Spiegano il gradimento in distanze:
    _Hai dormito bene amore?
    _Sì, ho dormito un chilometro.

    Le età dei bambini si misurano in traguardi: contare fino a cinque e dopo fino a dieci, le capriole sul letto prima con, e dopo senza mani, la bicicletta senza rotelle, parole imparate, in piscina staccarsi dal bordo per un istante piccolo, poi due, nuotare coi braccioli. Mamma guarda che tuffo! Mamma guarda! Mamma!
    E io che a volte parlo con altri e telefono e sto leggendo o scrivo e mi stanco di guardare, mi stanco di rispondere dopo una giornata di caldo e afa, dopo una settimana di lavoro, io che dico Aspetta, smettila, guardo dopo, e faccio un gesto con le mani come a dire Dammi tregua e sbuffo, e mi capisco perché so quanto i figli ti risucchiano, mi comprendo e non mi condanno, ma in quello sbuffo sta già un pezzo di rimpianto. Per domani, quando dopo molti giri di calendario finiranno quasi i Mamma guarda e sarò io a sbirciare, di sottecchi, un errore o un tuffo venuto bene.

    Le età dei bambini sono tutte in quelle tacche scarabocchiate sul muro, le mie sono sul muro della casa in montagna, le segnava il nonno a ogni vacanza d’agosto.
    E ogni tanto penso, stravaccata sul divano davanti alla TV, che finché i segni s’aggiungono ai segni il mio cuore è al sicuro.

    Il jolly è: trovare che non esiste misura all’amore
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  • Quello che non t’ho detto

    On: 25 febbraio 2016
    In: lettera, sproloqui
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    quello che non ti ho dettoQuello che non t’ho detto
    è un silenzio scalzo,
    una frase d’effetto.
    Le tue mani di radice
    hanno dato aria e rincalzo
    al verde della linfa:
    la terra -come l’amore-
    si innaffia
    e non si dice.

    Non t’ho detto ti giuro
    perché saranno i miei passi
    e non le parole
    a farti sicuro.
    Tu albume, io tuorlo
    quello che non t’ho detto
    si traduce dai sogni
    sull’orlo del giorno.

    Non ti ho mai detto
    che hai acceso di mattino
    l’estate
    sbaragliando certezze,
    buttate nel mazzo
    due a due
    e scompagnate.

    Non ti ho detto
    dello stupore azzurro
    per la sete dei pesci
    che trova ristoro
    tra le tue braccia.
    E dei tuoi figli,
    che hanno fatto intero
    quello che prima
    è stato soltanto
    una traccia.

    Non ti ho detto

    quello che sarebbe stata

    -senza te-
    la mia vita:
    un cielo col coperchio,
    un fuori gioco
    a fine partita,
    un punto a capo
    che non chiude il cerchio.
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  • Incrocio

    On: 28 dicembre 2015
    In: lettera
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    preghiere tibetane (India)Ho scoperchiato mondi, per venirti a cercare.
    Ho disseminato profezie e incanti, ho distillato lacrime,
    pianificato incontri col Destino.
    Ho atteso notti sotto un glicine in fiamme,
    ho covato silenzi più di quanto un uomo possa fare senza scordare la parola,
    ho ingannato gli anni.

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  • Genesi di un amore

    On: 28 ottobre 2015
    In: lettera
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    genesi di un amore
    C’è stato un momento che mi sono fatta protezione perché eri bambino.

    Con le parole che adesso sono dei tuoi figli, con i loro stessi stupori e l’aggrapparsi alla vita come fosse una cosa facile, liana da un ramo, una cosa che ti trovi impacchettata sotto l’albero a Natale.
    Semplice. Come semplice è adesso averne scordato il sapore.

     

    C’è stato un momento che mi sono fatta tenerezza perché eri un ragazzo.
    Giovane come l’erba nuova di marzo, con la forza di un tronco appena screziato dalle tempeste irruenti delle estati in piena.
    Giovane come me e le mie mani di calendula e neve, i sogni di rivoluzione che intrecciati tra i capelli erano promesse di cambiamento urlate ai venti.

     

    C’è stato un momento che mi sono fatta donna, perché sei diventato uomo.
    Con scarpe robuste e passi che tentennano poco, solo per l’ombra di un pudore.
    Con i dubbi che scavano crepe tra le promesse cieche e le certezze sceme di prima.
    Con vita più vissuta che raccontata tra le mani e il cuore: adesso sai che non serve gridare per fare rumore.

     

    C’è stato un momento che mi sono fatta grande perché sei diventato padre.
    Padre dei figli generati da un innesto delle nostre carni. Tu giardiniere capace di germinare piante, questa volta hai generato vita.
    Tu, con me, abbiamo dato un futuro al mondo: il solo possibile, per noi.

     

    Ci sarà un momento che mi farò balsamo perché sarai vecchio.
    Per il dolore inevitabile del non saper fermare le lancette. Nemmeno per poco, per restare allacciati ancora, come quando ragazzi ci siamo immaginati in una bolla di sapone che non scoppia, che solamente naviga dove vogliono i venti.
    Era facile, allora, non credere alla luce occidua della sera.

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  • Quando apri le ali e poi voli

    On: 10 agosto 2015
    In: lettera
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    aliSe ti scrivessi oggi per domani ti direi che non ti serviranno le foto che scatto. Tutte le foto che ti scatto sono solo un tentativo di rintracciare il tuo volto bambino, quando domani sarai grande e i lineamenti piccoli e morbidi si saranno distesi e fermati negli spigoli del tuo volto di uomo.

     

    Ti direi che mi strizzi il cuore con quelle dita minuscole, quando mi vieni vicino e mi prendi la faccia tra le mani e sussurri Ti dico un segleto. Ti arrampichi fino al mio orecchio e ci sbricioli dentro qualcosa, parole allo zucchero che a volte finiscono con Ti voglio bene, mammina.
    E quando al telefono, come se fossi grande, mi chiedi E tu, come ttai?

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  • Istanti rubati a #luglio2015

    On: 6 agosto 2015
    In: la mia vita e io, ovunque tu sarai
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    giostreAvete presente la giostra dei bambini, quando si gira, si gira, tutti tesi per afferrare il codino appeso, e quello fa uno scatto e sguscia verso l’alto, e poi ancora uno, e tu hai i muscoli piccoli doloranti e un mal di mare da fare concorrenza a Cristoforo Colombo il giorno che ha scoperto l’America?
    Ecco, il mio luglio è stato una cosa così: una guerra tra i devo e i vorrei.

    giostregiostregiostregiostreNei devo ci metto la solita sveglia alle sei e le ore in ufficio. Nei vorrei, quelle passate sotto casa a gustare anche il caldo perché l’estate –e so che sto per dire una cosa fortemente impopolare- mi piace se sa far sudare. (altro…)

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  • Se fossi uomo, mi innamorerei di una donna così

    On: 6 luglio 2015
    In: sproloqui
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    donna coi capelli lunghi

     

    Se fossi un uomo, mi innamorerei di una donna che legge.
    Una donna che se ne va sempre con un libro -o due, o tre- sotto il braccio o nella borsa. Pesante non per i rossetti e gli ombretti, ma per i trucchi dell’anima.

     

    Se fossi un uomo, mi innamorerei di una donna che viaggia.
    Che non mi chiede a Natale un vestito, un bracciale o un paio di scarpe, ma un biglietto con destinazione a sorpresa.
    Il mio regalo per lei sarebbe lo scenario dei suoi prossimi sogni.

     

    Se fossi un uomo, mi innamorerei di una donna che dubita.
    Non mi stancherebbe di troppe certezze impagliate: imparerei a vedere la stessa cosa con i suoi mille occhi affamati.

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  • Ci sono giorni e canzoni che pungono

    On: 30 aprile 2015
    In: sproloqui
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    mare

     

    Ci sono giorni e canzoni che pungono.

    Ci sono canzoni che dentro certe ore graffiano.
    Sono musiche che riportano indietro. Quando non eri donna ma zampettavi dietro la vita come un cane dietro il padrone. Aspettando bocconi. Certa che quelli migliori fossero ancora là in alto, in cima sulla credenza. Che adesso -gambe corte- non ci arrivi.

    Ma dopo. Dopo: vedrete!

     

    Indietro. Quando volevi entrare nelle tasche di tuo padre per non restare indietro.
    Negli occhi di tua madre, per non restare sola.

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