Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

intanto che i miei alberi guida tengono accesa la luce per me (istanti rubati a #dicembre2025)

On: 10 Febbraio 2026
In: istanti rubati
Views: 69
 Like
1 dicembre 2025
Così ri ecccoci: Avvento.
Comincia con un’aria di pioggia oltre i vetri e una luce biancastra, un pianoforte che suona, un caffè, una pagina nuova di calendario e un esercito di post-it sulla scrivania che detta istruzioni.
Comincia con l’albero già bello vestito di rosso -Non è troppo presto? mi hanno chiesto i miei figli quando qualche giorno fa lo abbiamo tirato fuori dallo scatolone.
Questo Avvento lo comincio così: senza aspettative. Cioè, ci provo.
Non è esattamente la mia specialità.
Mi affido a cose minuscole, da taschino: accorgermi quando stringo la mandibola e scioglierla un po’. Lasciare che lo sguardo si perda tra il fuoco nel camino e quel crepuscolo lungo e blu che dicembre si porta addosso come uno scialle.
Lo comincio con due libri sopra gli altri sul comodino, a farmi da bussola: l’amato Stefansson -almeno lì trovo la neve, se qua tarda a venire- e Il Tao della fisica, che di continuo mi ricorda che tutto vibra, che la materia non è monolite ma schiuma che ribolle, distesa di nuvole gonfie sotto l’oblò di un aereo.
Guardo Messner il Gatto, mio Maestro di Non Aspettative. Mi sbircia di sottecchi: è così facile, dice. Proprio non capisco come fai a non riuscire.
Mi accoccolo mentre lui si accoccola, provo a imitarlo.
Mi sembra di vedere che questo è Avvento: stare fermi abbastanza, morbidi abbastanza, distratti al punto giusto perché qualcosa di dolce e inatteso possa raggiungerci.
L’albero luccica con le sue lucine: e no, non è troppo presto.
Non è mai troppo presto per qualcosa che brilla.
13 dicembre 2025

Ho letto, da qualche parte, che a dicembre il cuore si trasforma in lanterna.
Non è sempre facile, fare del proprio cuore lanterna; ci vuole stoppino abbastanza, cera abbastanza, riparo dal vento. Non è come accendere un led o una torcia. Devi marciare piano, passi attenti, che la fiamma resista.
Dicembre è un gatto acciambellato vicino al camino, una notizia felice che va celebrata. È qualcosa di buono che assaggi insieme a tuo padre, di ritorno da una visita medica, la dolcezza e il sollievo, il desiderio che quel Grazie lasci una scia.
Perché, mi sembra di vedere, Paura e Gratitudine sono bestie selvatiche costrette a convivere nella tana più antica del cuore. Quando Paura si fa grossa e mostra gli artigli e i denti, e stira la schiena, Gratitudine si rattrappisce tutta, si accovaccia in un angolo, sguardo al muro.
Ma è paziente, Gratitudine. Basta che possa riportare lo sguardo alla luce per prendere forza, prendere spazio, ritrovare voce. Si allunga, si scalda si fa coraggio, e allora Paura rimpicciolisce, magari sbruffa o guaisce, ma si rimette buona al suo posto, svanisce quel tanto che basta.
Dove voglio arrivare non so.
Forse tornare a quella lanterna, a quella luce che va giù, giù, nell’antro preistorico dentro di noi.
Forse alla miglior versione di dicembre: una fiammella in cammino, passi appaiati sulla neve – non si risolve il buio nel mondo, certo, ma si rischiara un passo – il tuo e quello di chi ti cammina vicino.
(Felice Santa Lucia!)✨️
18 dicembre 2025

Piove. Eppure il mio albero fuori se la gode, sotto l’acqua che cade: un abete enorme, impettito, con le lucine di Natale che bucano il buio. La sera, dalla camera da letto, lo vedo lì che tiene la notte in ordine. Mi immagino le gazze che gli girano intorno, diffidenti: che frutti sono questi, che luccicano?
Sono frutti strani, sì. Fanno da ninna nanna e da sentinella. Dicono: ehi, voi, di qua si passa solo con gentilezza e buonumore. Via i sorrisi di latta, via le grinfie pronte a prendere, via le smorfie piene di biasimo.
Entrino senza esitare gli animali selvatici, quelli che rendono la notte più vera; entrino gli uccelli che vogliono riposare le ali e le minilepri in cerca di tana; entrino pure la volpe e il tasso, se promettono di lasciare in pace le galline.
E questo albero chiama altri alberi a raccolta. Il primo della fila è quello della casa dei nonni in montagna. Un abete che il nonno tagliava nella sua valle di abeti — proprio dove, un paio d’estati fa, i miei bambini hanno costruito una casa sull’albero — e che poi portava a casa caricandoselo sulla schiena.
Ricordo le candeline di cera rossa sui rami, la fiammella accesa la notte di Natale, dopo le scorribande in slitta con la mamma, sotto un cielo così pieno di stelle che ancora oggi mi chiedo come facesse a tenersi su.
È uno dei regali più belli che ho: il ricordo di quelle notti, sapere che non sono passate invano. Che non sono passate per niente. Mi hanno insegnato, tra le altre piccole cose (tipo l’Avventura e l’Amore), che posso dormire sonni tranquilli, intanto che i miei alberi guida tengono accesa la luce per me.

21 dicembre 2025
“È in quel momento [quando lo sguardo non può più seguire i singoli fili] che sento di poter scorgere ciò che si trova oltre e toccare la verità”
I fili come simbolo delle intricate relazioni umane.
Gli oggetti domestici come segno di esistenza, anche nell’assenza.
Il mondo invisibile più importante della realtà che possiamo esperire attraverso la vista e gli altri sensi.
Chiharu Shiota (nella sua esposizione al Mao) ti offre un filo da afferrare. E tu non puoi fare a meno di seguirlo, infilandoti sempre più a fondo nel suo prolifico immaginario.
21 dicembre 2025

[Adolescenza dissacrante e rigore scientifico]
-Ragazzi, accendiamo una candela per celebrare il Solstizio?
(Sguardi di biasimo) – Mamma, il Solstizio è semplicemente il momento in cui il Sole raggiunge la sua minima altezza sull’orizzonte a causa dell’inclinazione dell’asse terrestre.
24 dicembre 2025

Di recente ho letto una bella parola che non conoscevo: congioire.
Si usa così poco! Forse perché è un gesto in disuso, come infilare i gettoni in un telefono pubblico, spedire una cartolina da un bar sulla spiaggia o apparecchiare la tavola per chi non c’è.
Arrivo a questa Vigilia con il cuore che è pane appena impastato: un po’ in subbuglio, infarinato, in speranzosa attesa del caldo e di lievitare.
Congioire mi sembra una pratica utile e far lievitare il cuore. Perché la ricetta riesca perfetta si fa così: si mettono da parte le nostre disavventure (se abbiamo la fortuna di poterlo fare), si prende una felicità di qualcuno che ci sta vicino (o anche lontano: il pensiero è un ponte), se ne assaggia un pezzetto, senza ingordigia, e le briciole si tengono in tasca.
Nei giorni di neve e gran freddo si distribuiscono con slancio e qualche passo di danza agli uccellini che vengono a beccare.
Ecco, questo Natale così: che il cuore sappia far spazio, tra i trambusti e le quotidiane peripezie, alle altrui contentezze, e che dall’innesto nasca più pura e autentica Felicità.
Buona Vigilia!
31 dicembre 2025

Sono mattine di sole, dopo una settimana abbondante di pioggia. Ma prima che il sole sorga davvero e nel tardo pomeriggio, quando la striscia sopra l’orizzonte si fa rosa e poi viola, dalla terra sale una foschia densa, come di latte.
Ogni tanto, in questo periodo, è così che mi sento. Dentro una nebbia gentile, che un po’ traveste e un po’ mostra. Dentro, lo so, c’è un’infinità di cose. Cose che vorrei fare, esplorare, tentare, approfondire, evitare, raggiungere. Dovrei metterle a fuoco, mi dico. Fai chiarezza, ripetono influencer e guru e motivatori in questa fine d’anno.
Eppure il mattino mi piace attraversare i campi duri di terra ghiaccia avvolta in questo velo, mi piace dare un volto alle ombre di cui vedo solo i contorni e mi chiedo: Chi lo ha detto che si deve essere sempre centrati, focalizzati, con tutti i sensi accesi e puntati alla meta? Io dico che si può ondeggiare qui e là, lasciarsi portare un po’ dal vento, un po’ dalle maree, sentire l’influsso della luna o qualche richiamo antico a cui non sappiamo dare un nome. Io dico che non deve essere tutto sezionato, impacchettato, calendarizzato.
Amo le sfocature, le mosse sbagliate, i piani imperfetti, le deviazioni. Io dico che saremmo nati treni, se dovessimo seguire un binario solo.
Invece possiamo socchiudere gli occhi per vedere se dietro le palpebre si disegnano sogni e stagioni. Io dico che si può stare ogni tanto in quella nebbia bassa di montagna, quando stai dentro una nuvola e poi sali, sali e non sai bene, alle volte, che sentiero (che pensiero) hai preso, ma continui ad andare ed ecco che a un certo punto la nuvola finisce e vedi tutto – tutto chiaro – fino là, in fondo, dove non avresti creduto.
Io dico che non si deve avere fretta, ma fede. Che non si deve perdere la capacità di perdersi, di attardarsi un po’, quando un dettaglio chiama.
Ci auguro un anno nuovo di mappe sfumate -non quelle di google maps ma le vecchie mappe del tesoro: là c’è un monte, qui un lago, da questa parte devi attraversare il bosco. Quello che troveremo all’arrivo, lo avremo costruito passo a passo. E i tratti migliori saranno quelli in cui avremo perso il sentiero: sarà lì, che avremo lasciato impronte.
Auguri!
Share
Tags: , ,

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Share
UA-31736997-1