Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

  • Qualche giorno in Norvegia (Istanti rubati a #maggio2019)

    On: 3 Giugno 2019
    In: istanti rubati, viaggi
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    Bergen, day 1
    Siamo arrivati in Norvegia il giorno della festa per l’Indipendenza. Fiumi di gente in costume e a Bergen fiumi di giovani stipati su barche ormeggiate al molo, la musica alta e balli, e birra. Mi hanno ricordato certe feste del Redentore a Venezia dei miei vent’anni, o giù di lì, pure con meno yatch e più sarde in saore. La stessa energia incontenibile, la stessa furia, come se un motore interno non ci permettesse la quiete ma avesse bisogno di bruciare, di mandar giù mondo a sorsi e bocconi.
    Intanto il sole tramontava sul mare, ma lento, lentissimo, non aveva nessuna voglia di lasciar fare al buio. 
    Qui la notte, in questa stagione, dura un pizzico.

    Bergen, day2
    Abbiamo preso un treno, un bus, una nave, due treni. Abbiamo attraversato foreste, mangiato mele e baguette, fotografato cascate ruggenti e troll, bevuto il caffè più caro della (mia) storia, ascoltato il suono di altre parlate, navigato fiordi.
    Davanti a me sul bus un tipo con la testa rasata e ovale come un pallone da rugby ha filmato ogni angolo di strada, come facesse un reportage. Ho pensato chissà, magari deve mostrarlo a qualcuno che ha lasciato a casa. Noi un video per i bambini lo abbiamo fatto sulla nave ed è venuto uno schifo, lo abbiamo rifatto due volte, alla fine ci veniva da ridere e basta. Avremmo dovuto fotografare un ragazzetto sul trattore accanto al papà e mandargli la foto con scritto Come voi, ma era lontano e non siamo stati veloci abbastanza.
    Restano fotogrammi nella memoria. In uno c’è un uomo davanti a una fattoria di legno rosso in mezzo a un prato enorme, in mezzo a niente, solo sulla soglia, il cielo bigio. Fuma e si guarda intorno come ci si guarda intorno alla stazione mentre si aspetta il treno.
    Lontano da qui i bambini stanno facendo il pieno di cartoni e cose buone dalla nonna, mentre fuori piove, e da un’altra parte ancora una delle mie amiche più care si sposa. Mi ha mandato foto commoventi e le ho guardate mentre la barca filava sopra l’acqua nerissima e pensavo alla bellezza inconsuete delle cose che mi sfilavano intorno, e ad altre lontane, e pensavo ai tanti modi in cui ci teniamo vicine le persone che amiamo.

    Bergen, day3
    La sera, verso le dieci o anche le undici, abbiamo passeggiato sulle rive boscose affacciate sul mare del nord, lungo l’insenatura da cui navi salpavano – una enorme, la scritta Lofoten a poppa, gente sul ponte a sbracciarsi dentro giacche pesanti – e la luce era qualcosa di vivo sul confine tra acqua e cielo. Aveva una forza ancestrale quel crepuscolo diffuso, un notte in cui il giorno vibra e resiste, una cosa che palpita, come il fuoco in Midsummer Eve Bonfire di Alesud, appeso al muro del Kode.
    Ho immaginato quando da metà giugno l’oscurità comincerà a crescere, notti fioche e brevi pomeriggi ingombri di nubi, ho immaginato come sarebbe allora prendere quella nave e andare a Nord, verso le Lofoten e oltre, rive brillanti di ghiaccio e neve oltre l’acqua antracite e oleosa.
    Camminare verso un niente pieno di mistero, e denso, dove la bussola straluna e impazzisce, dove la natura vince il braccio di ferro con l’uomo.
    Immaginare tutto questo da qui, dentro una sera che pare mattino e che – vorrei saperlo dire con parole più chiare – ha le sembianze della speranza.

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  • Ai miei figli, sul viaggio in Marocco (Istanti rubati a #marzo2019

    On: 2 Aprile 2019
    In: istanti rubati, lettera, Senza categoria
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    Grazie per la pazienza nelle ore trascorse in macchina durante gli spostamenti. Facendo giochi stupidi, chiacchierando o canticchiando, dormendo o guardando fuori dal finestrino. Grazie perché avete accettato quasi sempre di buon grado il momento dei compiti – anche se quella volta sulla strada per Mhamid avete cercato di regalare tutte le vostre biro ai bambini che ve le chiedevano (e lo so che siete generosi ma no, non era solo generosità, quella).
    Grazie per i capricci e i NO che mi hanno rassicurata sul fatto che non vi avessero sostituiti nel sonno, grazie perché in molte occasioni avete dimostrato di sapervela cavare anche da soli. Ma non in tutte le occasioni, cosicché io possa continuare a sentirmi utile.
    Grazie perché quando faceva freddo abbiamo dormito abbracciati, per le partite a briscola la sera, per le cose che ci fanno ridere, perché le cose viste coi vostri occhi non sono le stesse; un po’ come se la mancanza di pregiudizi e condizionamenti restituisse allo sguardo le giuste proporzioni.

    Grazie perché il vostro coraggio mi spaventa e mi inorgoglisce e la vostra paura mi commuove. Il giorno della tempesta di sabbia, ad esempio. Gli occhi non potevi tenerli aperti e c’era sabbia ovunque -un muro all’orizzonte, e tra i denti, e negli spazi tra le parole- e voi a correre e correre con il vento che vi tirava da tutte le parti; era uno spasso guardarvi, sul crinale preciso lì dove la cima si disfa e sfarina e voi in equilibrio e di corsa, spintonati da raffiche d’aria, in piedi a fatica, un attimo dopo carponi, ancora in piedi, felici.
    Tornate indietro lo abbiamo gridato solo quando eravate due macchie di colore grosse quanto un’unghia, ma la voce non arrivava a quella distanza e io ho pensato E adesso?, ecco adesso arriva la tempesta più forte mai vista, li lancia giù dalla duna, e arriva un dromedario, no un branco di dromedari, un tuareg, due tuareg, un esercito di predoni. Poi ci avete sentito, miracolosamente, o forse, più probabilmente, voltandovi e non vedendoci più avete avuto il buon cuore di tornate indietro, senza fretta, indugiando qui e là, fermandovi ogni tanto per sistemare i turbanti che avete imparato ad acconciarvi in testa come veri uomini del deserto. E io pensavo al vostro coraggio, con spavento e meraviglia, e con spavento e poco altro ho pensato al coraggio che dovrò metterci io, per guardarvi correre lontani, anche quando c’è vento forte, anche quando la sabbia leva visuale e fa stringere gli occhi.

    Grazie allora per la forza che mi costringerete ad avere, per mettermi qui, una mano a visiera sugli occhi, qui ferma e zitta a guardarvi cercare l’equilibrio, faticando, a tratti annaspando, spero ridendo, sfidando il vento.

    Diario sparso di viaggio

    2 marzo
    Diario di viaggioIn due giorni abbiamo macinato moltissimi chilometri e ci siamo persi, oh se ci siamo persi, perché la geolocalizzazione funziona poco e a singhiozzo. Però, ogni volta che non sapevamo da che parte girare si materializzava qualcuno a darci una mano. Con un sorriso e tempo da dedicare. E stasera siamo in un posto che commuove. Per trovarlo abbiamo dovuto attraversare un piccolo fiume lucente su un ponticello di legno e poi su per sentieri minuscoli dove di notte serve la torcia.
    La meraviglia di perdersi.

    4 marzo
    Mi succede, quando viaggio, di rendermi conto di non avere parole per dire. Non è bello, non rende nemmeno wonderful come continuo a ripetere ai nostri ospiti, nel mio inglese da mezzo dhiram. È altro. E nemmeno le foto rendono. Le foto appiattiscono, tradiscono, ingannano luce e profondità.
    Così non potrò dire cosa sia arrivare qui dopo chilometri di palme e terra rossa, qui all’avamposto del nulla, dove i bambini giocano nella sabbia e la strada di insabbia e finisce. C’era un cartello qui, con in giorni di viaggio a Timbuctu (52, mi pare). Lo hanno tolto ma lo posso immaginare. Non c’è solo quello che si vede né quello che si può raccontare. C’è quello che continuerà a vivere dietro gli occhi chiusi, alla maniera multiforme e mutevole delle dune del Sahara che si vedono in lontananza dalla nostra terrazza.

    5 marzo
    In auto (altri chilometri, molti), parlando dei miraggi nel deserto, di come succedono, di come ingannano.
    Mamma, e se la vita fosse un miraggio?
    Prima del tramonto siamo arrivati a Marzouga. Anche qui turbanti e strade polverose. Uomini con il turbante blu e altri con la giacca nera di pelle da motociclista e la faccia di chi ne ha viste, e quante. Asini che tirano carretti e fuoristrada. Terrazze affacciate su tramonti piatti come frittate e rossicci come tuorlo. Un vento caldo, caldo, che alza la sabbia e fa strizzare gli occhi e svolazzare i foulard e le gonne ampie delle donne.
    Non so se la vita sia un miraggio ma chi l’ha pensata ha una gran bella fantasia.

    7 marzo
    Da un po’ di tempo, quando viaggiamo, i bambini tengono un piccolo diario di bordo. Ieri stavano scrivendo a Merzouga, in un bar, in attesa di partire con i dromedari per il deserto. Nel frattempo si è alzata una tempesta di sabbia incredibile, roba da non poter camminare a occhi aperti. Guardavamo la strada, un po’ preoccupati, le palme piegarsi e l’orizzonte cancellato dalla polvere.
    Mamma, ho finito, mi ha detto Eliandro passandomi il quaderno. Ho letto. Ma qui hai scritto che la notte in deserto l’abbiamo già fatta. Eh, ha detto lui, è quello che faremo.
    Ma se per il troppo vento non possiamo partire? gli ho chiesto. Ha alzato le spalle. Al massimo tiro sopra una riga.
    C’è stato il trekking e la notte nel deserto con un cielo così stellato che nemmeno lo so ricordare e il falò e i tamburi fino a tardi. E io ho capito che se vuoi sperare in qualcosa sul serio devi crederci come fosse già successo. (Alla peggio, se proprio non funziona, ci tiri sopra una riga).

    8 marzo
    Ci siamo fermati a mangiare in un posto sperduto tra i monti. Per la prima volta da quando siamo qui veniva da piovere e tirava un vento freddo. Ci siamo seduti dentro e c’era odore di tajine e una musica bella e un cinguettio proveniente da due gabbie sopra un camino. I bambini hanno mostrato di apprezzare restando incantati a guardare (e poi cercando di scalare il camino).
    E niente, alla fine è stato come pranzare dentro una voliera.

    12 marzo
    “Se hai tutto sotto controllo significa che stai andando troppo piano”, c’era scritto su un muro di Ouarzazate.
    Ma il detto non si addice a questa terra, credo, né a questo viaggio. Qui si procede con lentezza, su strade accidentate e dalle indicazioni incerte, eppure nulla è sotto controllo. O meglio, tutto è sotto il controllo della sorte, degli incontri lasciati al caso, di volti sconosciuti che sbucano da un finestrino e ti guidano là dove cerchi di arrivare. O forse in un posto che non sapevi di dover raggiungere.
    Se, come credo, ogni viaggio insegna una maniera di andare questo mi ha insegnato a non aspettarmi nulla, ma a guardare le cose arrivare. Un campo da calcio ritagliato in una pietraia, un lago azzurro nella terra riarsa, un mulinello di sabbia, una piazza ariosa tra i vicoli bui di una medina. Tu vai, e vai, e a un certo punto -pum!- qualcosa che non ti aspetti.
    In ogni viaggio ci sono spazi vuoti, interstiziali, che la memoria levigherà per poter attribuire all’insieme dei giorni un significato compiuto. Qualche volta, alla sera, la stanchezza impedisce la serenità, fa una diga piccola di tristezza, un senso di vuoto che la lontananza dalle abitudini spalanca. Quella diga evapora al mattino e presto non sarà che un rivolo sottile, più somigliante alla nostalgia.
    Non so se ci siamo mossi alla giusta velocità, ma di certo quel che è passato al finestrino scorrerà ancora e e ancora, a lungo, nella memoria. Aliimenterà serate stanche di malinconia e, all’alba del giorno, si farà nuova voglia di andare. Di nuovo affidandoci all’istinto e al Santo Protettore dei Viaggiatori, che ha mezzi lenti ma occhi molto, molto più lungimiranti dei nostri.

    [Qui si gioca dicendo messiè]

    A Fez siamo rimasti tre giorni. Come punto di incontro con mia sorella e altri amici conosciuti durante il viaggio, abbiamo adottato un bar poco fuori da una delle 14 porte della Medina. Noi ci sedevamo ai tavoli fuori, mentre Eliandro e Lemuele, fin dalla prima visita al locale, si sono addentrati nei meandri sotterranei e hanno scovato un biliardo dove i ragazzi marocchini passavano le ore. Senza conoscere una parola di francese (nè di arabo) sono riusciti a convincere gli altri giocatori a farli partecipare, e il miracolo si ripeteva ogni volta che si andava in quel locale. (Sono anche riusciti a far precipitare nel buio la stanza, con una steccata decisa sul neon che sovrasta il tavolo da gioco, ma tant’è).
    Dopo il biliardo, si mettevano a giocare con i bambini del posto. Caman!, li sentivo urlare. Uno di questi bambini girava tra i tavoli chiedendo l’elemosina: toccava la spalla degli avventori, chiamava “Monsieur”. A un certo punto abbiamo notato che anche Eliandro e Lemuele si aggiravano nel dehors toccandosi la spalla, tra loro e poi quella del bambino, urlando a ogni tocco: Messiè!
    A che state giocando?, gli abbiamo chiesto.
    Loro ci hanno guardati come se spiegassero a due analfabeti funzionali: Stiamo giocando a Ce l’hai. Qui si gioca dicendo Messiè.

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  • Istanti rubati a #novembre2017 (viaggio in Sicilia in pillole)

    On: 11 Dicembre 2017
    In: istanti rubati, viaggi
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    Sicilia 2017Viaggio in Sicilia in pillole – una al giorno

    Giorno 1
    Palermo – Cefalù

    Arrivare a Cefalù dopo un viaggio rocambolesco il giusto, arrivarci mentre il giorno conicincia a virare verso sera, con le onde che sbuffano e s’arricciano sulla sabbia chiara.
    Parcheggiare la macchina distante dall’appartamento e carichi, molto carichi, camminare a fatica riflettendo sul fatto che si cerca di viaggiare leggeri, e invece. E invece.
    Fare l’abitudine in poco tempo a una luce nuova, che c’è solo qui, mi ha detto un’amica. E a quella brezza tiepida che solletica e scompiglia, quella brezza che sempre, mi sembra, è presagio di innamoramento.
    Se c’è una lezione di viaggio, oggi, è: viaggia leggero. Punta all’essenziale.

    Giorno 2
    Castelbuono – Petralia Soprana – Cefalù

    I pensieri di oggi sono solo per te.
    “Di certo c’è un posto dove la legna non si finisce e il fuoco non si spegne”

    Giorno 3
    Pollina – Zafferana Etnea

    “Dev’esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto dove non soffriremo
    e tutto sarà giusto”
    Siamo partiti dal mare e siamo arrivati alle pendici dell’Etna, attraversando paesaggi nella nebbia, partendo dall’estate e lambendo l’inverno con i suoi strascichi brulli e tornando all’autunno infiammato di giallo.
    Labile come le stagioni sento in questi giorni la vita e sempre sempre sempre l’antidoto mi sembra uno, banale eppure senza alternative: stringersi alle persone che amiamo.
    Strada dopo strada, stagione dopo stagione. Anche quando folate fredde mescolano nuvoloni in alto, anche quando il vento confonde gli occhi di sabbia cinerina: sii lava capace di regalare lapilli di luce nella notte.
    Onora la vita, la lezione di oggi.

    Giorno 4
    Etna – Aci Trezza

    Oggi abbiamo camminato dentro una nuvola su un cratere dell’Etna, c’era una pioggia sottile come un diffuso aerosol. Alla distanza di dieci passi le persone non erano persone ma sagome appena più scure della nebbia.
    Ho mangiato biscotti duri che quasi mi hanno rotto un dente, prima di arrivare a questo posto senza tempo che è Aci Trezza – tutto il suo tempo sta dentro le pagine di un libro.
    I bambini si sono travestiti da fantasma e scheletro e sono entrati in tutti i locali del paese -tutti!- racimolando un bottino niente male. Mi sembra che la morale somigli a questo: strappare un sorriso con quello che fa paura, riempire di caramelle le tasche di un fantasma.
    E dentro la nebbia, allungare la mano e trovare chi vuoi tu. A dieci passi da te: la persona che vuoi tu.

    Giorno 5
    Aci Trezza – Siracusa

    Ad Aci Trezza ci siamo fermati sul molo vicino a un pescatore, mentre nuvole scure inghiottivano tutto e raggi di sole le bucavano come fili a piombo, facendo brillare scampoli di mare.
    Stava per andar via, quel pescatore – la moglie lo aveva avvertito che sarebbe venuto a piovere e ormai la previsioni non sbagliano. Invece si è fermato per far vedere ai bambini come si pastura e come si tiene la canna. Perché, per quanto ho visto, in Sicilia i bambini sono il futuro di tutti, e non una grana di chi li ha fatti.
    Mi è venuto in mente quel detto – Se vuoi salvare un uomo non regalargli un pesce, ma insegnagli a pescare – mentre grosse gocce hanno cominciato a cadere e ci siamo salutati come vecchi amici, noi e il pescatore, prima di correre al riparo.

    Giorno 6
    Siracusa

    Non c’è trucco non c’è inganno.
    A Siracusa vicino al Duomo oggi c’era un prestigiatore. Le sue mosse abili hanno incantato i bambini (come poco dopo un topo natante in mezzo ai pesci).
    Se credete nella magia, la magia vi trova sempre, ha detto il mago.
    Ecco dove oggi ho trovato la mia: negli angoli di pietre crude e imbiondite dal sole, vestite di rampicanti e piante grasse. Nel profumo di pasta alla norma annaffiata di bianco della casa. Nelle scommesse di fronte a un gatto che fa l’agguato al piccione (il gatto ha perso). Negli strappi di cielo tra i vicoli asfittici, finalmente azzurro dopo le piogge dei giorni scorsi.
    E nella telefonata di una persona gentile che mi ha detto, con altre parole:
    storie.
    Le storie sono la magia.

    Giorno 7
    Siracusa – Noto – Marzamemi

    Il trucco più inviolabile è quello che indovini e non vedi
    Noto è una granita al gelso all’ombra di una piazzetta, è la tenerezza spigolosa delle pietre gialle contro il blu del soffitto.
    Noto è un incontro -dopo anni- con un’amica. Nel tempo di mezzo, abbiamo fatto bambini e momentaneamente sospeso le gite senza altri passi a cui badare, senza mani piccole da tenere tra le mani. Ma restano i viaggi di allora, affidati alla geografia contraffatta e inalterabile della memoria.
    Dopo, un cielo improbabile su una distesa di ulivi e agrumeti, e ancora il mare. Il mare al tramonto, il più struggente dei mari su tutte le mappe.
    E lo spazio e il tempo non sono altro che un trucco -il più abusato e impenetrabile- da prestigiatore.

    Giorno 8
    Marzamemi – Modica

    Lasciati andare.
    Abbiamo lasciato Marzamemi che è il verso di una poesia che ho dimenticato, abbiamo attraversato una campagna di muretti bassi, fenicotteri, piante grasse e blu dove arrivano gli occhi.
    Ci ha accolti Modica con la fatica delle sue salite e gli scorci che tra due muri svelano universi di pietra.
    A metà di questo viaggio, ho trovato il mio mantra: Niente è perfetto e nulla è insuperabile.
    Lasciati andare!

    Giorno 9
    Modica – Ragusa – Realmonte

    Dalla Modica di Quasimodo all’Agrigentino di Pirandello, sostando tra le strade bianche di Ragusa, ascoltando Nirvana e Cure e leggendo -sui sedili dietro- Geronimo “Estinto”, sempre accompagnati da stormi multiformi di uccelli migratori.
    Ed è subito sera
    (Ma domani è un altro giorno)

    Giorno 10
    Realmonte – Scala dei Turchi e Valle dei Templi

    La piazza sul mare
    La Scala dei Turchi e la Valle dei Templi, prima col sole e poi con la pioggia – che palle la pioggia, correre e ripararsi sotto un ulivo, abbarbicati al tronco – ma dopo!
    La luce nuda spalancata di fronte.
    E tornare in un paese apparentemente anonimo ma poi dalla piazza centrale c’è una vista, una vista che ti ricorda qualcosa che hai perso.
    Qualcosa che avevi e che hai perso.
    E chiedi ai passanti -che non passano in verità ma se ne stanno assiepati a parlare- gli chiedi Per favore, una panetteria. E loro non ti dicono dov’è, si incamminano insieme a te.
    Non ho fretta, ti dicono. (Ecco cos’era che avevi e che hai perso).

    Giorno 11
    Realmonte – Marzara – Marsala
    Oggi non mi servono altre parole che queste. Parole che, come dice un’amica, hanno il potere di straziare il cuore.

    Una notte di giugno caddi come una lucciola sotto un gran pino solitario in una campagna d’olivi saraceni affacciata agli orli d’un altipiano di argille azzurre sul mare africano.
    Luigi Pirandello

    Giorno 12
    Marsala – Saline di Trapani – Castellamare – Scopello Visicari

    (Poi siamo arrivati in un posto incredibile…) Velocità di crociera su una strada non proprio scorrevole, la campagna che si srotola intorno coi suoi gialli, le viti e i pennacchi, nuvole bianche e panciute come dirigibili erranti.
    I bambini sui sedili dietro chiacchierano senza litigare, il sole batte sul mio finestrino e mi scalda mezza faccia. Stormi di uccelli si aprono a ventaglio laggiù. Tu guidi, io scrivo, l’autoradio manda una musica bella.
    Andiamo. Senza sapere precisamente dove.
    La semplicità del bene.

    Giorno 13
    Scopello Visicari- Riserva dello Zingaro – Erice

    Questa mattina era estate.
    Un’estate regalata in un giorno di novembre in cui era prevista pioggia.
    Abbiamo fatto una decina di chilometri tra rocce e mare, tenendoci per mano di fronte ai dirupi, dove la staccionata non c’era.
    Oggi pomeriggio al castello di Erice era autunno inoltrato. Con il vento che alza mulinelli di foglie nella luce interrotta dalla sera. Un vento che ulula, lucida gli occhi e che quasi spaventa. Pure me, che il vento lo amo moltissimo.
    Così ci siamo stretti un po’, per non volare via.
    È sempre un tenersi vicini, quindi.
    Stagione dopo stagione.

    Giorno 14
    Scopello Visicari – San Vito Lo Capo

    Incontri.
    Questa mattina ho fatto una passeggiata solitaria e mi ha accompagnata un cane randagio. Bianco con le macchie marroni e gli occhi un po’ tristi. (Ma forse tutti i cani hanno gli occhi un po’ tristi).
    È venuto a prendermi davanti alla porta di casa e mi ci ha riaccompgnata. Preciso come un fidanzato ai primi appuntamenti. Mi camminava davanti, faceva finta di disinteressarsi a me annusando in giro, e intanto mi aspettava. Come un innamorato troppo timido per dichiararsi.
    A un certo punto i cani erano due e mi hanno scortata girandomi intorno e frugando l’odore dei miei passi.
    Avevo letto cose di spiriti guida, di animali che sanno qualcosa di noi. Ricordo poco.
    Non importa. Quello che importa è che da questo viaggio mi riporto a casa il ricordo anche di lui.
    Del mio amico cane.

    Giorno 15
    Scopello Visicari – Palermo

    Bello partire per ritornare.
    Bello tornare, ma ripartirei.
    Un pezzo di Sicilia che ci terremo nel cuore -insieme a molto, molto altro- è  l’ultima casa che abbiamo abitato prima di tornare. Sospesa tra rocce e mare, circondata da pini, olivi, fichi di india e animali gentili. Una baita di montagna dove arriva l’odore di salmastro e un sentore di vento africano.
    Il penultimo regalo di Sicilia.
    L’ultimo regalo è stato, come al ritorno da ogni viaggio che si rispetti, la dolcezza un po’ malinconica e struggente di tornare a casa. Alla stufa accesa nella nebbia di novembre, vicino a cui sedersi e pensare: è stato bello.
    Altrochè, se è stato bello.

    In numeri

    4 viaggiatori, 1850 chilometri percorsi, 14 giorni di viaggio, 4 pieni dell’auto, 9 diverse sistemazioni notturne, 1 cambio dell’ora, svariatissimi colpi di tosse, molti incontri, un discreto mal di schiena, 3 libri e una guida, 6 bagagli, 1 crema viso e 1 ciabatta perse.

    Sicilia 2017Sicilia 2017Sicilia 2017Sicilia 2017Sicilia 2017Sicilia 2017Sicilia 2017Sicilia 2017Sicilia 2017

     

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  • Istanti rubati a #maggio2017 (Non sono i sogni che fai, ma come li fai)

    On: 5 Luglio 2017
    In: istanti rubati, lettera, viaggi
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    Howth, IrlandaCamminare insieme a qualcuno parlando dei propri progetti mi sembra un bel modo di rinvigorire i sogni. Una specie di cura ricostituente per le proprie ambizioni.
    Non so se vi sia capitato. Essere in un bel posto, possibilmente tranquillo, ancora meglio se mai esplorato prima. Avere scarpe comode e una buona compagnia, una bottiglietta d’acqua e qualche ora a disposizione.
    L’ultima volta mi è successo a fine maggio, quando con Federico ci siamo regalati qualche giorno a Dublino. Durante quel viaggio, abbiamo dedicato una mezza giornata a Howth -una gita nella gita- un silente borgo di pescatori a ridosso delle scogliere.

    Dopo un pranzo a base di Guinness e fish and chips abbiamo preso a camminare in salita, senza meta, verso il punto più alto di quella collina, sotto il sole caldo del primo pomeriggio. Sbirciavo dentro i cortili delle case e ogni tanto mi voltavo indietro a cercare con gli occhi il mare. Ci siamo trovati in una strada in mezzo alla campagna, profumata e scoscesa.
    Parlavamo del più e del meno, di quello che avremmo voluto vedere a Dublino, del posto dove cenare, e cosa faranno i bambini, adesso, chissà se sentono la nostra mancanza. Al prossimo pub, ci fermiamo per una birra.

    Cosa vorresti, adesso, per la tua vita? Ho chiesto a Federico, come faccio spesso.
    Lui ha sospirato, abituato alle mie stramberie e a queste domande. E ha preso a dire. Camminavamo tra l’erba, a quel punto, c’era un odore buono di abeti e fieno, e, mi sembra, un coro di uccelli. Sotto di noi si apriva la tavola del mare e la distesa spianata dei desideri sbrilluccicava d’azzurro. Li avevamo davanti, giusto a un passo, ma raggiungerli non era così importante, in quel momento.
    Almeno non era importante come quello che c’era: un posto nuovo da attraversare vicini, quel buon odore nell’aria, i bambini a casa al sicuro e tutta quella strada.

    Tutta quella strada prima di arrivare al mare, così bello. Così bello visto da lì.

    Howth, IrlandaHowth, IrlandaHowth, IrlandaHowth, IrlandaHowth, IrlandaHowth, IrlandaHowth, IrlandaHowth, IrlandaHowth, Irlanda

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  • Istanti rubati a marzo2017 (Impronte sulla neve e le distanze dell’amore)

    On: 6 Aprile 2017
    In: istanti rubati, la mia vita e io, viaggi
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    millegrobbe, trentino

    A marzo siamo stati in Trentino. Eravamo in una baita in mezzo alla neve e c’è stato sole, e nuvole solo ogni tanto. Tanto sole da accendere distese bianche intorno, come un mare di minuscoli specchi riflettenti.
    Abbiamo sciato, e un pomeriggio abbiamo deciso di fare una camminata con le racchette. Lì intorno ci sono pinete bellissime, e poi quella luce. Una passeggiata nel bosco era quel che ci voleva. Peccato che le racchette per i bambini al noleggio non ci fossero – forse non esistono, non so.
    Pazienza, abbiamo detto, ci si va tutti senza. Siamo partiti e proprio di fianco alla baita c’è una scuola per guidare le slitte coi cani. C’erano degli husky bellissimi, ci siamo fermati a guardali, a interrogare i padroni. E poi ci siamo avventurati. Prima la strada era piuttosto battuta e la neve soda, poi via via più soffice e si sprofondava sempre più facilmente.
    Ma c’era quel gran sole, l’ho detto, quella luce che s’infilava dappertutto – sotto la giacca, tra i rami bassi dei pini, nei pensieri. Siamo andanti avanti.

    Mi è tornato alla mente una foto che abbiamo fatto Federico e io qualche anno fa. L’abbiamo fatta col telefonino, una notte di febbraio che sulle nostre colline scendeva una neve leggera, inattesa. Avevamo deciso di uscire, lui e io. La foto è in bianco e nero, come i ricordi di quella notte: bianco della neve, nero del cielo. Abbiamo cenato in un ristorante dalle nostre parti, abbiamo bevuto vino. E poi siamo usciti a camminare perché ci sono poche cose che amo come la neve che cade di notte, come l’idea del mondo che si ferma mentre dormo (e vorrei stare sveglia) e che il mattino dopo è un’altra cosa. Non proprio: la stessa cosa, ma diversa.
    Non ricordo cosa ci siamo detti, ma ricordo le impronte che lasciavamo indietro. Se riguardassi il percorso vedrei orme vicine -quando ci siamo tenuti per mano- e segni di impronte più distanti, ma parallele – devo essermi fermata con gli occhi chiusi a sentire i fiocchi sciogliersi sulla faccia, o lui si è allontanato a frugare il buio, ad accendersi una sigaretta.
    Ho pensato che così è l’amore: camminare tenendosi a portata di braccio. Lasciare orme appaiate.

    Camminando coi bambini, quel pomeriggio di marzo, non siamo arrivati al bosco. Eravamo tutti e quattro esausti un bel pezzo prima, così siamo tornati indietro. Per fare l’ultimo tratto ci siamo divisi: i bambini hanno fatto la strada più breve e noi quella dove la neve era più compatta, per evitare di sprofondare fino all’inguine, spezzando a maleparole l’incanto di quel silenzio.
    Hanno fatto tutto il tratto tenendosi per mano, mentre noi li tenevamo d’occhio.

    Ho corretto la mia idea di amore, perlomeno quello di madre e padre: guardarli camminare a distanza, tenendosi a portata di sguardo.
    Senza lasciare impronte evidenti.

    neve in Monferrato

    In una notte di neve, noi due a lasciare impronte. Il caldo le saccheggerà alla terra, ma non potrà con la memoria.

    millegrobbe, trentino
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  • Istanti rubati ad #agosto2016

    On: 20 Settembre 2016
    In: istanti rubati, la mia vita e io, viaggi
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    Piccole DolomitiFine agosto, tempo di preparativi per una migrazione. Sono stata alcuni giorni a occhi in su, nel prato sul fianco della casa a Obra, mentre nuvole di rondini popolavano il cielo, animavano gli alberi frondosi ai margini della valle.

    Se ne stavano vicine sui fili della luce, una fila che pareva arrivare ai monti, pizzicate lì come le mollette sui fili per stendere. Era tutto un frinire per aria, una frullio d’ali, un lungo saluto prima di andare.

    “Dove vanno, mamma?”
    “Vanno al caldo, a vedere il deserto, il mare. Vanno a vedere il mondo.”

    Agosto è finito così, ma è cominciato maluccio. In mezzo ci sono stati giorni in salita, di quelli con il respiro corto di quando fai le scale dopo una malattia. Dopo, meglio. Il mio paese tra le montagne, con la mia famiglia e i miei bambini (il solo genere di cose a cui l’aggettivo possessivo si sposi benissimo). Il posto migliore in cui leccarsi le ferite, in cui riprendersi i tempi e gli spazi; il sapore della polenta e gnocchi di malga, l’odore di felci e foglie pestate, la fatica appagante di arrivare in fondo alla salita, di uscire dal bosco quando vien giorno, di ritrovare il passo e il fiato lasciati qui a ogni stagione, su questi sentieri stretti, tra questi sassi bianchi.

    Le fiabe la sera lette sui libri, la colazione al mattino in balcone, il caffè, i biscotti pucciati nel primo sole.
    E alla fine questo saluto dal cielo, questa tempesta di piume, questa baruffa in aria.

    “Mamma, ma tornano?”
    “Non lo so, se tornano. Ma se partono, da qualche parte arrivano.”
    Io ci credo, che non ci sia partenza senza approdo.
    Anche se non sappiamo dove, anche se non vediamo dove.

    E poi andremo via come fanno gli uccelli che dove vanno nessuno lo sa.
    (…) L’estate è finita l’inverno è alle porte, la morte e la vita rimangono uguali.

    Obra di VallarsaObra di VallarsaCampogrosso (Vicenza)Obra di VallarsaObra di Vallarsaago9ago10ago11Muse, TrentoObra di Vallarsa

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  • Il Portogallo attraverso gli occhi dei miei figli – Fotoracconto

    On: 14 Dicembre 2015
    In: foto, la mia vita e io, viaggi
    Views: 1852
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    sagres, portogalloQuando si viaggia con i bambini, niente è come sembra.
    Niente è come sembra nemmeno quando si è a casa, a dire il vero, ma in viaggio si nota di più. Forse perché gli occhi loro, spalancati e spropositati come quelli dei Tarsius di notte, colgono dettagli che tu nemmeno al microscopio. E non è tanto quello che notano, ma il modo in cui lo decifrano, con un candore ineffabile e con una lucidità spietata. Vengono fuori sentenze surreali, dialoghi da sbacalire Ionesco, mezze magie che spalancano universi come scatolette di tonno Riomare.

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  • Istanti rubati a #novembre2015 (speciale Portogallo)

    On: 1 Dicembre 2015
    In: foto, istanti rubati, la mia vita e io, viaggi
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    portogallo 20154 viaggiatori (22 anni l’età media), 1 volo e circa 2300 chilometri percorsi in auto, 8 diversi alloggi, 1 compleanno festeggiato durante, 3 libri appresso*: alcuni numeri del nostro giro in Portogallo di novembre.
    Giorni on the road graziati del clima, alla scoperta di un Paese che va viaggiato a passi brevi. Perché la sua bellezza è negli incavi di pietra dietro un cortile, nelle pareti di azulejos, nei filari autunnali che accendono i fianchi molli delle colline.

    portogallo 2015lisbonaportogallo 2015portogallo 2015portogallo 2015Gli ho voluto bene per le carezze sulla testa che i miei figli hanno preso a valanghe, da perfetti sconosciuti; per il proflo risoluto dei litorali inginocchiati contro la rabbia dell’Oceano che gli urla addosso.
    Per il castello che una custode ha aperto solamente per noi, per far salire i bambini sulla torre di vedetta a vedere la luce aranciata che s’appoggia ai muri di Trancoso. Per l’odore di baccalà e caffè, per la saudade che ti invita a ballare un fado e ti fa volteggiare in un tempo sospeso, in un tempo di nessuno, sul palco legnoso della tua solitudine.
    Per l’incontro con la mia cuginetta e il suo fidanzato, che non vedevo da anni 4, e che ci ha raggiunti al Miradouro de Santa Luzia, a suo agio perfetto nella nuova vita lisbonese. Per le cose riviste a distanza di anni, frammenti da ripescare uno a uno sul fondale melmoso della memoria. (altro…)

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  • Istanti rubati a #settembre2015 (speciale mare)

    On: 5 Ottobre 2015
    In: foto, istanti rubati, la mia vita e io
    Views: 1859
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    liguria a settembreIl mare di settembre. Cosa non è. La luce quando lo accende e lontano in fondo non distingui la cerniera che lo divide dal cielo.
    Il mare sul principio dell’autunno ha quel blu che lo tiene legato all’estate ma sai che manca poco perché ruzzoli verso la sfumatura, perché perda il lucore piatto e acquisti profondità.

    È facile innamorarsi di spiagge dove puoi stenderti e star largo sotto un sole tenero, un sole tiepido che invita. Ascoltare l’andata e ritorno dell’onda al mattino, quando sul lungomare con le scarpe da ginnastica riempi i pensieri di iodio e poi ti fermi al caffè per un tu per tu col mare. Tu parli e parli, lui ascolta e non interrompe.
    liguria a settembreliguria a settembreliguria a settembreI bambini ti sembrano anche più belli, più abbronzati e lisci, con quei capelli fini impastati di salsedine e quasi biondi, i piedi pieni di sabbia, e le notti insieme, in un letto che a forza di sabbia è spiaggia anche quello.

     

    Il mare a settembre è stato balsamo e ossigeno, la felicità del giornale letto al mattino in balcone, la focaccia per pranzo e vino bianco la sera, sotto un pino marittimo, stanchezze che evaporano nell’aria secca che anima panni stesi ai balconi.
    Sono stati pomeriggi al computer mentre i figli dormono e appunti portati in giro in una tasca del borsone, tra gli asciugamani e i solari. Tra Tabucchi e Pessoa.

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  • Ci sei dentro

    On: 27 Agosto 2015
    In: la mia vita e io, sproloqui, viaggi
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    piccole dolomitiHo visto i muscoli della montagna. Sono striature scure dove crescono alberi che ad alta quota diventano cespugli bassi, erbe e muschi.
    Ho scalato il fianco duro e verticale, oltre i suoi duemiladuecentocinquanta metri di protensione al cielo. Le ho sentito il battito del cuore, uno solo lento e lungo come il rintocco di una campana, lontana, di notte.
    Ho appoggiato l’orecchio sulla sua schiena, ad auscultarne le intenzioni, mentre cercavo l’appoggio al piede e l’appiglio alla mano.

    C’era un silenzio rotto dagli strappi amplificati dall’eco di qualche pietra che rotola per una camoscio in fuga, del sibilo della marmotta e del suono del corvo. Di scarponi che battono la terra e spostano ghiaia spessa.
    La montagna l’ho pagata, per il suo tenermi addosso, in moneta di fatica e fiato che si fa breve, come la pausa dopo il punto che non va a capo.
    Mi ha pagata lei con un senso di cuore che s’allarga e sterno che si apre, quando, alla fine di certe salite, si stendono orizzonti in dissolvenza, dopo lo strapiombo.

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