Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

  • Sei bella e incinta

    On: 22 marzo 2017
    In: la mia vita e io, lettera
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    portone“Mamma, sei bella e sei anche incinta.”
    “Amore grazie ma no, non sono incinta.”
    “Ah. E cosa vuol dire incinta?”
    “Vuol dire aspettare un bambino.”
    “Allora tu sei, incinta!”
    “…”
    “Perché tu aspetti me. Mi aspetti sempre.”

    Ho sorriso, gli ho dato un buffetto. Ho finito di struccarmi il viso con il latte detergente. Ho pensato che ha molta fantasia ed è generoso – dirmi che son bella mentre mi tolgo il trucco alla fine di un giorno di lavoro.
    Poi ho pensato che ha ragione lui: quello che fa di una donna una madre è l’attesa. Una madre aspetta che la pancia fiorisca, che il frutto si completi e staccandosi dall’albero cada nel mondo. Aspetta il primo strillo, il primo dente, la prima parola.
    Aspetta alzata di notte le luci di un’auto nel viale.

    Adesso l’attesa più bella è la sera, aspettare con loro, nel letto, il sonno che viene. Si legge un libro, prima, ci si mette al sicuro: finché i lupi stanno dentro le storie non vengono qui. Poi ci sono i pensieri sparsi, quelli che di poco precedono i sogni, che vengono a galla un momento mentre ci si inabissa in un mondo che la volontà non governa.

    Oggi a scuola ho imparato a scrivere gli – Domani mi fai vedere – Facciamo che tu sei la mamma orsa e noi gli orsacchiotti e andiamo in letargo – No, io voglio essere una piccola volpe – Sì, adesso chiudiamo gli occhi – Ma domani si va all’asilo? – Sshhhh… dormiamo, adesso. Dormiamo.

    Jonathan Safran Foer scrive che non si è mai abbastanza attenti alle ultime volte dei figli. Si aspetta la prossima cosa che impareranno a fare – il giorno che leggeranno quel libro da soli e si addormenteranno senza il mio corpo vicino, con le gambe non più rannicchiate contro le mie, ma lunghe fino alla fine del materasso.
    Così io aspetto stasera perché so che stasera sarà ancora così: la storia del Riccio che cerca una tana, la luce da spegnere e due corpi piccoli vicini – e mille pupazzi, forse un gatto.
    Ci saranno altre cose da aspettare, domani e nei giorni a venire. Adesso mi sta bene questa, non ho nessuna fretta.

    Avete ragione voi, bambini, io sono qui, incinta perché sempre in attesa. Del rumore che faranno le vostre voci, dei piedi che arriveranno al fondo del letto. Di sapere se il Riccio trova o non trova una tana.
    Ogni madre lo fa, anche se sembra stia facendo tutt’altro: anche quando davanti allo specchio la sera, dopo il lavoro, si leva il trucco dagli occhi.
    Senza fretta.

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  • Una volta non dicevo Ti amo

    On: 2 maggio 2016
    In: lettera
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    una volta non dicevo Ti amo

    Una volta non dicevo Ti amo.
    Lo tenevo stretto addosso, in una morsa di labbra, un tabù di pudore e ritrosia. Di orgoglio inesatto. Adesso lo regalo a bracciate, lo dico mentre ti allacci le scarpe, mentre guardo fuori dal finestrino di un treno.

    Ti chiamo indietro quando esci di casa, come per ricordarti di comperare il pane,
    te lo mando dietro sulle scale, un cane che segue l’osso, mentre le scendi a precipizio.
    Lo dico mentre dormi e non senti, retaggio del tempo prima, di quando lo pensavo soltanto o lo tenevo tra i denti, un fischio di uccello insabbiato in gola.

    Lo dico con la facilità dei bambini che restituiscono alle parole il peso esatto, senza eccedere e senza lesinare. Loro conoscono i volumi delle emozioni e si destreggiano per il mondo con un vocabolario essenziale.

    Dico ti amo perché mentre lo dico diventa una cosa viva che mi cammina accanto. Perché dirlo mi fa sentire libera.

    Dico ti amo perché delle cose che so è la più somigliante alla verità.
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  • Quello che non t’ho detto

    On: 25 febbraio 2016
    In: lettera, sproloqui
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    quello che non ti ho dettoQuello che non t’ho detto
    è un silenzio scalzo,
    una frase d’effetto.
    Le tue mani di radice
    hanno dato aria e rincalzo
    al verde della linfa:
    la terra -come l’amore-
    si innaffia
    e non si dice.

    Non t’ho detto ti giuro
    perché saranno i miei passi
    e non le parole
    a farti sicuro.
    Tu albume, io tuorlo
    quello che non t’ho detto
    si traduce dai sogni
    sull’orlo del giorno.

    Non ti ho mai detto
    che hai acceso di mattino
    l’estate
    sbaragliando certezze,
    buttate nel mazzo
    due a due
    e scompagnate.

    Non ti ho detto
    dello stupore azzurro
    per la sete dei pesci
    che trova ristoro
    tra le tue braccia.
    E dei tuoi figli,
    che hanno fatto intero
    quello che prima
    è stato soltanto
    una traccia.

    Non ti ho detto

    quello che sarebbe stata

    -senza te-
    la mia vita:
    un cielo col coperchio,
    un fuori gioco
    a fine partita,
    un punto a capo
    che non chiude il cerchio.
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  • E se non capitasse mai che tu mi chiami amore

    On: 15 luglio 2015
    In: lettera, sproloqui
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     1
    in spiaggiaE se non capitasse mai che tu mi chiami amore
    mi accontenterò di immaginare la tua bocca che lo fa:
    la a larga della virata di un Airone sul lago,
    la emme morbida di una Maglia di lana
    in inverno,
    della Mano che mi dorme sulla pancia, distratta,
    la o profonda di un’Ora con le tue gambe
    che mi stringono i fianchi
    -che sia fuga o che sia resa-,
    la erre arrotata del Raso di pelle abbronzata
    sotto il tuo sguardo nascosto.

    La e, che sia sempre e solo
    E così sia.

    Ma se sentirò la tua bocca
    dirmi amore
    scorderò vocali e consonanti
    e conserverò
    il bisbiglio tra le dita,
    il soffio sulle ciglia,
    il brivido alla base del collo.

    E la e di E così sia.

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  • Nascita

    On: 27 dicembre 2014
    In: lettera
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    nascita

     

    Così eccoti. Quando ti ho visto ho sciolto tutti i dubbi, ho rallentato il battito del cuore, ho sparso sospiri come granelli di luce nel buio.
    Così eccoti, finita la battaglia abbiamo spiegato insieme le vele alla vita. Stanchi, malconci, sanguinanti, ma non vinti.

     

    Così eccomi. Sono la voce che senti dall’inizio di tutto, sono stata il ritmo del tuo respiro, il tessuto della tua carne, il calore del tuo sangue. Sono stata il terreno della tua semina, lo spazio del tuo cosmo. Sono stata la tua navicella tra intuizione e vita.
    Ho custodito il segreto del tuo venire.
    Sono sbagliata, sghemba, impreparata. Ma mai arresa. E innamorata, sempre.

     

    Così eccoci. Prima uno, ora due. Lividi e urlanti come due lupi sfuggiti alla gabbia. E sfiniti, contro la luna. Affamati, impaurirti e liberi.
    Così eccoci. Esausti, abbracciati e sospesi. Dentro il mondo, ma lontani da tutto.
    Minuscoli, spaventati. Invincibili.

     

    Il jolly è: auguri Eliandro, amore mio: 3 anni insieme. E molto di più.

     

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  • Lettera ai miei figli su un viaggio in Marocco

    On: 9 dicembre 2014
    In: lettera, viaggi
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    essaouira

     

    Succedono viaggi in cui capitano molte cose. Che ti rubino il telefono, di stare una settimana (beatamente) off line, di prendere tre multe.
    Che ti accompagnino a fare una ricarica come se ti fossi persa nel bosco, che ti offrano ospitalità.
    Succede di vedere una luce bambina (l’infanzia della luce) dalla terrazza in cui fai colazione. Capita di trovare un caldo secco e ventoso in una città enigmatica di mezza montagna, e sull’Oceano un tempo di sole e piogge, veloce come fosse Copenaghen.
    Di fare un pezzo di viaggio insieme a tua sorella, che era un bel po’ che non si calcava insieme lo stesso pezzetto di mondo, ed è bello.

     

    E di spiare vicoli e stupirti di come certi angoli di mondo siano esattamente, come te li aspettavi. Uomini a dorso d’asino impigliati in qualche ragnatela che intesse il tempo per fregare il calendario e la sua presuntuosa progressione numerica. Donne avvolte in veli che sputano fuori a malapena gli occhi, ma occhi che lasciano una scia di colla quando si muovono.
    E bambini così spettinati e belli che ti viene voglia di passargli le dita tra i capelli, per una carezza piccola. Poi li senti ridere – è una cascata di vetri rotti- e capisci che così sono belli: stupiti. E spettinati.

     

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  • Se mi scrivesse mia madre

    On: 24 agosto 2014
    In: lettera
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    spiaggia corralejo

     

    Se mi scrivesse mia madre comincerebbe come sempre: Bambina mia.

     

    Se mi scrivesse mia madre
    sarebbe lei più giovane di me,
    nell’età incerta che non ha più bisogno
    di calendari.

     

    Mi direbbe che ho fatto cose buone,
    che anche gli errori lo sono,
    perché segnano la strada
    marcando lo strapiombo.
    Mi direbbe di non temere
    le lacrime
    che sciacquano il sale
    dalle ferite.

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  • Ultimo giorno del primo anno

    On: 3 luglio 2014
    In: lettera
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    disegni

     

    “Mamma, guarda cosa ho pottato dall’asilo”.
    Eliandro mi indica una grossa borsa di carta, su cui campeggia un suo bel primo piano sorridente.
    Dentro: disegni, lavoretti. Il frutto di questo primo anno di scuola. Prima della materna che verrà a settembre, prima di tutto il percorso che sta per cominciare.

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  • Se mi scrivessi una lettera

    On: 3 giugno 2014
    In: sproloqui
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    semiscrivessiSe mi scrivessi una lettera comincerebbe così: è da tanto che non ci sentiamo.
    Se mi scrivessi una lettera vorrei sapere come sto, esattamente. Dietro i giorni a correre dietro ad appuntamenti, a riempire le strade di passi, a depennare voci da elenchi di cose da fare. 

    Mi chiederei cosa sogno la notte, quali colori ritrovo al mattino quando spalanco la porta di casa, quale viaggio sto tratteggiando sulla mappa segreta che tengo nella tasca del giaccone.

    Mi chiederei quale canzone mi saltella in testa mentre sovrappensiero salgo sul treno in stazione, quale paio di scarpe vorrei comprare per andare a prendere a calci un cattivo pensiero che la notte mi viene a svegliare.
    Mi chiederei come mi pettinerò per andare a ballare sulla vita, una sera di queste che non ho nulla da fare.

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  • Lasciamoci ispirare #6 – Orme

    On: 7 novembre 2013
    In: lettera, ospiti
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    orme

    Tu sei altrove.
    nell’intensità distratta d’un abbaglio,
    nella luce molle della sera.
    Sei nel sapore acidulo e denso
    d’un frutto passato di stagione,
    nel camminare d’un figlio.

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