Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

  • Filastrocca per i miei figli (istanti rubati ad #aprile2018)

    On: 15 maggio 2018
    In: istanti rubati, la mia vita e io
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    aprile2018Siamo imprecisi e senza misura
    sempre pronti alla confusione
    non certo per mancanza di cura
    ma per eccesso di immaginazione.
    Abitiamo luoghi arredati a casaccio
    le gemme le stelle le impronte di gatto
    un glicine adesso vestito di viola
    le storie dei libri e quelle di scuola.

    Son fantasiosi i nomi che abbiamo
    ma solo a un esame superficiale
    chi ci conosce sa che non sono
    il nostro tratto più originale.

    A chi ci chiede Ti piace la scuola?
    è sempre sì la nostra risposta
    la scuola ci piace, niente da dire,
    ma abbiamo l’ardire di una proposta:
    (siamo sicuri che approvano in tanti)
    due giorni in classe e cinque nei campi.

    Leggiamo Tom Sawyer e Geronimo Estinto
    e le nuvole prima del temporale,
    la traiettoria nel cielo stinto
    del volo del falco con il cannocchiale.
    Leggiamo i solchi tracciati nel grano
    le impronte di volpi e cinghiali nel bosco
    le orme del T-Rex le riconosciamo
    ma stiamo alla larga perché è un tipo losco.

    Scriviamo poesie con poche parole
    tantissima terra che nutre le aiuole
    son povere spesso di acca e di accenti
    ma non lesiniamo innamoramenti.
    Se mancano i segni di interpunzione
    abbondano macchie di erba e lamponi
    ma non è certo una distrazione:
    mettiamo su carta le nostre stagioni.

    Siam visionari per costituzione
    andiamo per balzi, scarti e intuizione
    la nostra condotta non è molto austera
    ma tu non temere, lasciaci fare:
    noi siamo proprio come la primavera
    a volte pigri, ma pronti a sbocciare.

    aprile2018aprile2018
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  • Mi piace il pane morsicato (Istanti rubati a #gennaio2018)

    On: 19 febbraio 2018
    In: istanti rubati, quasi poesia
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    monferrato - gennaio 2018

    Alla bellezza annunciata di una cattedrale
    preferisco la dolcezza inattesa di una tovaglia e un paio di calzini stesi in un vicolo,
    il miracolo della simmetria di un aranceto,
    la grazia scomposta di un fico d’india sul ciglio della strada.

    Alla boutique con gli specchi ai muri
    preferisco l’osteria di chi fa scempio di vino e ballate,
    ai grandi corsi lucidati dal passaggio dei turisti scelgo la bettola dei rigattieri,
    gli scogli dove pescatori solitari misurano la profondità del lancio
    e la corrosività di un ricordo.

    Mi piace il pane morsicato,
    il grembiule della donna affacciata sul viale,
    la tazzina di caffè lasciata vuota sul tavolino.

    monferrato - gennaio 2018monferrato - gennaio 2018monferrato - gennaio 2018
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  • In viaggio bisogna scrivere poesie

    On: 18 dicembre 2017
    In: quasi poesia, viaggi
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    ericeIn viaggio bisogna scrivere poesie.

    Raccogli le parole in strada,
    dietro lo spigolo bianco di un tramonto,
    sulla linea retta che fa del mare una sfumatura più intensa del cielo.

    Setaccia le parole
    tra i grani di luce nel tuo cappello,
    dividile dall’imbroglio delle nostalgie.
    Desumile dalle traiettorie degli uccelli migratori
    che s’assiepano sui fili della luce
    – mentre anche tu vai via.

    Districale dai nodi delle desinenze di novembre
    dall’affanno della sua luce cruda,
    delle ombre che si porta al collo
    come grani di una litania.

    Scova le parole sotto la ruota
    delle tue scarpe
    e spingile a dire
    quello che non vorrebbero.

    Tutto quello che non vorrebbero.

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  • Ai miei figli

    On: 18 maggio 2017
    In: lettera, sproloqui
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    operaSe quello che vi lascio
    è una terra sfatta e sfranta da battaglie,
    come un letto che non si ricompone mai;
    se vi lascio una grandine di parole venute a scardinare
    il vento,
    a tarlare
    un silenzio che non ascolta più nessuno,
    venute a bestemmiare il fuoco
    e consacrare il fumo.

    Se quello che vi lascio è un diavolo
    che chiede soldi per costruire muri
    che baratta anime in cambio di confini,
    e chi dovrebbe fare ponti
    non conosce la misura,
    né l’equazione elementare:
    una vita vale una, senza sconti,
    ed è sempre da salvare.

    Se vi lascio voci e voci inascoltate
    voci sfiatate di cui è rimasta un’eco,
    voci mute, arse, frantumate,
    e i corpi gonfi che le hanno liberate
    affastellati come sabbia sul fondale.

    Se vi lascio mani perse nelle tasche
    di chi guarda e pensa Che ci posso fare,
    perdono, figli, per questo mondo
    -storto, zoppo, disassato-
    che non ho capito e
    che non so aggiustare.

    Ci ho provato con le storie della sera
    le parole rassicuranti e un po’ inesatte:
    il gigante cuore grande
    salva il regno e sempre in tempo,
    mentre l’empio, il ciarlatano, il traditore se la batte.

    Perdono, se potete,
    se ho trassato un po’
    se ho giurato che i lupi qui non possono arrivare.
    Era per cullarvi,
    era per farvi dormir bene,
    era per farvi innamorare.

    A mia discolpa posso dire
    che ho barato per amore solamente:
    che se non si stana un po’ di buono in mezzo al marcio,
    -da che mondo è mondo-
    non si aggiusta niente.

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  • (Senza titolo)

    On: 12 aprile 2017
    In: lettera, sproloqui
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    pioppetoAl fondo delle poesie si mette il luogo e la data di scrittura,
    hanno pur diritto ad una nascita
    – il giorno e il posto,
    per sapere se era inverno oppure primavera,
    o magari autunno, in qualche città del nord.

    Al principio delle poesie si mette il titolo,
    hanno pur diritto a un nome
    -un tratto più marcato,
    qualcosa che le annunci,
    qualcosa che serva per farle ricordare.

    Le mie poesie le scrivo
    con inchiostro di limone sopra i tronchi di betulla
    o sulle foglie chiare e tremule la sera
    -sono corde di chitarra per la brezza.

    Anonime e di incerti natali, hanno comunque un’anima
    un profumo, e un suono.

    (E che suono bello fa il vento, di poesie senza parole…)

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  • Bisognerebbe baciarsi dappertutto

    On: 17 maggio 2016
    In: la mia vita e io, sproloqui
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    bisognerebbe baciarso dappertuttoBisognerebbe baciarsi a Maelbeek,
    sbucati su dalla metropolitana,
    gli occhi stupiti di una Alice
    che invece di imbucarsi
    sale in superficie.

    Al Bataclan si dovrebbe andare di sabato sera
    con gli amici la birra le ragazze
    a sentire suonare, ad aver voglia di strapparsi la maglietta
    per l’assolo alla chitarra
    e stapparsi un’altra birra
    che domani è festa e non serve avere fretta.

    Bisognava camminare per le strade profumate di Damasco
    quando il cielo tutto intero stava su,
    in appoggio sulle cupole della Moschea di Solimano,
    tra i minareti dove cantano i Muezzin,
    dovevamo camminare mano nella mano.

    A Lesbos si dovrebbe portare i bambini a prendere il sole
    a comprare il gelato tra le strade chiare
    e affittare il gommone per fare un giro a mare,
    le braccia oltre il bordo ad assaggiare il sale.

    Dovremmo baciarci dappertutto: allo Zaventem
    con la valigia in mano,
    tra spezie e stoffe ad Aleppo dentro i suq,
    ballando il sirtaki a Idomeni
    come Zorba in equilibrio col ginocchio su.
    E sulla Rive Gauche, usciti da una quadro alla Doisneau,
    sotto la pioggia e senza ombrello a far gli scemi,
    urlando Rimaniamo ancora, restiamo ancora un po’.

    Dovremmo baciarci dappertutto
    perché il cuore ha un motivo solo per saltare in aria dilaniato
    e quel motivo
    è un bacio innamorato.
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  • Quello che non t’ho detto

    On: 25 febbraio 2016
    In: lettera, sproloqui
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    quello che non ti ho dettoQuello che non t’ho detto
    è un silenzio scalzo,
    una frase d’effetto.
    Le tue mani di radice
    hanno dato aria e rincalzo
    al verde della linfa:
    la terra -come l’amore-
    si innaffia
    e non si dice.

    Non t’ho detto ti giuro
    perché saranno i miei passi
    e non le parole
    a farti sicuro.
    Tu albume, io tuorlo
    quello che non t’ho detto
    si traduce dai sogni
    sull’orlo del giorno.

    Non ti ho mai detto
    che hai acceso di mattino
    l’estate
    sbaragliando certezze,
    buttate nel mazzo
    due a due
    e scompagnate.

    Non ti ho detto
    dello stupore azzurro
    per la sete dei pesci
    che trova ristoro
    tra le tue braccia.
    E dei tuoi figli,
    che hanno fatto intero
    quello che prima
    è stato soltanto
    una traccia.

    Non ti ho detto

    quello che sarebbe stata

    -senza te-
    la mia vita:
    un cielo col coperchio,
    un fuori gioco
    a fine partita,
    un punto a capo
    che non chiude il cerchio.
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  • Gli anni addosso

    On: 18 gennaio 2016
    In: sproloqui
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    gli anni addossoMi si scollano di dosso gli anni,
    vecchi francobolli attaccati a saliva.
    Mi cade sulle spalle l’anno che garrivo
    sulle spalle di mio padre, allegra e dritta,
    regina di portamento sulle strade sgarrupate di paese,
    tra la piazza e il cortile.

    Mi scivola sul petto il 1994,
    anno del primo amore incoronato, in un giugno di sabbia tiepida
    e sementi. E molle di ubriachezza e di qualche cosa che sembrava intero
    ascoltavo le canzoni di Battisti, ballavo le canzoni degli Smiths.
    Cantavo le canzoni alla chitarra senza accordi sulle dita, senza note
    allo spartito, muovevo dottor martens rossi a braccio,
    sul palchetto scheggiato e liso alle feste d’Unità.

    Dalle tempie rotola una carezza di madre,
    la raccolgo nell’incavo del collo e ci poggio la testa,
    in riposo. Dondolo piano, da un piede all’altro,
    cercando quella fermezza di granito,
    quel basalto di tenerezza quieta che non ho trovato dopo,
    dentro nessun abbraccio, dietro nessuna barricata.
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  • Incrocio

    On: 28 dicembre 2015
    In: lettera
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    preghiere tibetane (India)Ho scoperchiato mondi, per venirti a cercare.
    Ho disseminato profezie e incanti, ho distillato lacrime,
    pianificato incontri col Destino.
    Ho atteso notti sotto un glicine in fiamme,
    ho covato silenzi più di quanto un uomo possa fare senza scordare la parola,
    ho ingannato gli anni.

    (altro…)

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  • Notte e l’Oceano

    On: 10 dicembre 2015
    In: sproloqui
    Views: 1889
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    ondaIl vento si struscia sul mare: è un gatto nero, giallo di sguardo, contro la mano che gli allunga il cibo.
    Solo il vento sa fare il mestiere del vento alla sabbia: livella. Porta via tracce come non fossero state, cambia contorni al mondo.
    Il vento liscia l’evidenza e la trasforma, tratta le dune al modo della memoria con i ricordi.
    Il vento e il tempo stanno a libro paga dallo stesso padrone.

    L’onda ha il rantolio del tuono, la potenza della mano aperta a schiaffo.
    Batte lo scoglio come chi miete fa con il grano
    e ti sa spaventare:
    un crollo di pentole dentro la notte.
    Se t’avvicini lascia sulla bocca il sale,
    al modo dei pistacchi sgusciati tra i denti
    e dei baci ai primi appuntamenti.

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