Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

  • Come comincia una mamma

    On: 25 maggio 2016
    In: la mia vita e io, lettera, scienza&fantascienza
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    come comincia una mammaUna mamma comincia quando si immagina mamma. Dal primo pensiero che le si incastra tra gli altri. Sembra innocuo, ma spesso è un ragno che tesse e tesse e, prima di capire, sei mani e piedi appesa a quel desiderio. Ci sono donne, come me, che sono state colonizzate dall’idea di un figlio molto prima che questo fosse biologicamente possibile. Sono stata una bambina che si immaginava madre, che cosa strana, a dirlo adesso. Facevo delle cose fantasticando che le avrei insegnate ai miei figli. Per esempio, l’arte felina dell’arrampicata libera sui ciliegi dietro casa. O la bellezza di imparare le lettere e metterle insieme per vedere nascere una storia.

    Una mamma è abitata dall’idea di un figlio, molto prima che dal figlio. Ed è l’idea di un modo di stare nel mondo.
    Dopo, viene la pancia. Ce la portiamo in giro con la mente scorticata dai dubbi e con il passo che incespica per la consapevolezza dell’uomo che ci portiamo addosso, un uomo tutto intero dentro il corpo minuscolo di bambino. E quel peso, ancora piccolo, sposta da solo l’asse del bene e del male, l’inclinazione del piano delle possibilità.
    Essere madre è portare il peso più grande del mondo sentendone tutta l’inebriate, spossante lievità.

    Madre contiene il significato sanscrito misurare: nell’etimologia del nome è iscritta la sua sorte di segnare la distanza che metta la vita tra il cuore suo e quello del figlio, che al principio di tutto hanno pulsato in sincrono, lo stesso fiore di atrii e ventricoli, la stessa rosa gonfia sangue che mette un bocciolo.

    La maternità è un viaggio, e mai come in questo, non conta l’arrivo, ma il modo di andare. Che sarà comunque un andare allacciati, annodati, invischiati fino al dna, affini per eredità genetica, vicini quasi a combaciare, pure quando sembrerà di stare distanti.

    Madre contiene nel nome la pluralità, per questo dire madre è dire il contrario di uno. Una donna che diventa mamma perde la possibilità di pensarsi al singolare, ma guadagna il privilegio controverso e inarrivabile di non essere più sola.

    Una mamma comincia in un pensiero e non finisce: continuerà nel pensiero di un figlio.

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  • Bisognerebbe baciarsi dappertutto

    On: 17 maggio 2016
    In: la mia vita e io, sproloqui
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    bisognerebbe baciarso dappertuttoBisognerebbe baciarsi a Maelbeek,
    sbucati su dalla metropolitana,
    gli occhi stupiti di una Alice
    che invece di imbucarsi
    sale in superficie.

    Al Bataclan si dovrebbe andare di sabato sera
    con gli amici la birra le ragazze
    a sentire suonare, ad aver voglia di strapparsi la maglietta
    per l’assolo alla chitarra
    e stapparsi un’altra birra
    che domani è festa e non serve avere fretta.

    Bisognava camminare per le strade profumate di Damasco
    quando il cielo tutto intero stava su,
    in appoggio sulle cupole della Moschea di Solimano,
    tra i minareti dove cantano i Muezzin,
    dovevamo camminare mano nella mano.

    A Lesbos si dovrebbe portare i bambini a prendere il sole
    a comprare il gelato tra le strade chiare
    e affittare il gommone per fare un giro a mare,
    le braccia oltre il bordo ad assaggiare il sale.

    Dovremmo baciarci dappertutto: allo Zaventem
    con la valigia in mano,
    tra spezie e stoffe ad Aleppo dentro i suq,
    ballando il sirtaki a Idomeni
    come Zorba in equilibrio col ginocchio su.
    E sulla Rive Gauche, usciti da una quadro alla Doisneau,
    sotto la pioggia e senza ombrello a far gli scemi,
    urlando Rimaniamo ancora, restiamo ancora un po’.

    Dovremmo baciarci dappertutto
    perché il cuore ha un motivo solo per saltare in aria dilaniato
    e quel motivo
    è un bacio innamorato.
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  • Istanti rubati ad #aprile2016 (emozionarsi)

    On: 10 maggio 2016
    In: foto, il progetto, istanti rubati, l'emozione in ogni passo
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    aprile2016Ho letto da qualche parte: non è vero che non ci sono più le stagioni, ci sono tutte, gettate alla rinfusa nel mese di aprile. Stiamo diventando tutti un po’ più meteopatici, ho pensato. Capita così quando non sai che aspettarti.
    Siamo usciti alle volte con i pantaloncini corti e alle volte con gli stivaletti di gomma. È uscito anche il secondo romanzo che ho scritto, ed è un’altra ottima ragione per non sapere cosa aspettarsi. Per adesso quello che è successo mi piace: alle presentazioni ho brindato con gli amici a prosecco e assaggiato fantastiche torte alla nocciola, ho risposto alle mail di sconosciuti che mi scrivono cose sul libro che sono carezze. Il libro si intitola “L’emozione in ogni passo” e fin qui me ne ha date di belle.

    aprile2016aprile2016aprile2016l'emozione in ogni passoÈ successo anche di meglio perché sono diventata di nuovo zia e i neonati mi commuovono, mi smuovono il cuore come un pizzico sulla mozzarella. Figurarsi i neonati nipoti. Li guardi ed è chiaro che vengono da un altro mondo, glielo scorgi negli sguardi che vanno dietro a qualche intuizione impossibile.
    Lo trovo, quel mondo, nelle parole dei miei figli, che delle volte la sera mi dicono cose che spalancano l’invisibile:
    “Mamma, io ti volevo bene già quando ero nella tua pancia. Io mi ricordo quando tu eri nella pancia della nonna”.
    E: “Ma se quando eravamo angeli in cielo non sceglievamo te come mamma, adesso eri triste?”

    In mezzo al sereno sono venuti cieli torbidi da cui difendere gli occhi, da cui mettere al riparo i ricordi. Perché ci sono tempeste d’aria che scoperchiano case e paesi. Figurarsi se non sanno scoperchiare i ricordi. E allora tocca rinsaldare gli argini, rinforzare i margini: mettere distanza o accettare che s’assottigli.

    Tra tante persone belle, qualcuna che ti domandi che cosa sia venuta ad insegnarti, a parte il desiderio di svegliarti cintura nera di karate. Tra tante parole belle, qualcuna che stona, rende anacolutico il pensiero, o peggio, lo affloscia.

    E poi, cose buone: bei libri letti (Equazione di in amore, L’arca, Il resto è ossigeno, Dieci prugne ai fascisti, Non scrivere di me); sassi gettati nel fiume e cavalcare nel prato; un fine settimana con un’amica e i suoi bambini; una gita noi quattro allo zoo (che poi è un parco biologico).

    Si potrebbe andare tutti quanti allo zoo comunale a per vedere come stanno le bestie feroci e gridare Aiuti aiuto è scappato il leone, e vedere di nascosto l’effetto che fa.

    Ogni tanto lo faccio, di guardare le cose accadermi e restare a guardare: di nascosto l’effetto che fa.

    (Nella foto della presentazione a Moncestino, con la giornalista Chiara Cane)

    zoom cumiana
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  • Una volta non dicevo Ti amo

    On: 2 maggio 2016
    In: lettera
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    una volta non dicevo Ti amo

    Una volta non dicevo Ti amo.
    Lo tenevo stretto addosso, in una morsa di labbra, un tabù di pudore e ritrosia. Di orgoglio inesatto. Adesso lo regalo a bracciate, lo dico mentre ti allacci le scarpe, mentre guardo fuori dal finestrino di un treno.

    Ti chiamo indietro quando esci di casa, come per ricordarti di comperare il pane,
    te lo mando dietro sulle scale, un cane che segue l’osso, mentre le scendi a precipizio.
    Lo dico mentre dormi e non senti, retaggio del tempo prima, di quando lo pensavo soltanto o lo tenevo tra i denti, un fischio di uccello insabbiato in gola.

    Lo dico con la facilità dei bambini che restituiscono alle parole il peso esatto, senza eccedere e senza lesinare. Loro conoscono i volumi delle emozioni e si destreggiano per il mondo con un vocabolario essenziale.

    Dico ti amo perché mentre lo dico diventa una cosa viva che mi cammina accanto. Perché dirlo mi fa sentire libera.

    Dico ti amo perché delle cose che so è la più somigliante alla verità.
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  • Facciamo una misura?

    On: 20 aprile 2016
    In: lettera, sproloqui
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    misureMamma, facciamo una misura?
    Ogni tanto mi chiedono così, i miei figli, e si mettono in piedi impettiti contro lo stipite della portafinestra, col mento alto e i muscoli tesi per risultare cresciuti. Tiro fuori il pennarello e fissa un’altra tacca sulla nostra parete che farebbe invidia a un graffitaro, tra segni in sequenza e una colata di cera di quella volta che Federico ha buttato gambe all’aria il porta candele.
    Ognuno di quei segni piccoli e dritti porta segnata accanto una data, e quando mi sdraio sul divano per guardare la TV ce li ho davanti tutti in fila, quei segni, una collezione del tempo, una pianta d’edera che s’aggrappa alla luce in alto.

    Penso alle estati andate, gambe più corte, mosse più impacciate. E penso a quelle che verranno, quando a ogni giro di calendario perderò un po’ della tenerezza di un paio di braccine aggrappate al collo e conosceró qualcosa in più dell’uomo di domani. Perché ogni persona, io credo, contiene insieme ciò che è stato e quello che diventerà.

    I miei figli misurano l’amore in numeri, spesso inventati: Mamma, ti voglio bene milianta.
    Spiegano il gradimento in distanze:
    _Hai dormito bene amore?
    _Sì, ho dormito un chilometro.

    Le età dei bambini si misurano in traguardi: contare fino a cinque e dopo fino a dieci, le capriole sul letto prima con, e dopo senza mani, la bicicletta senza rotelle, parole imparate, in piscina staccarsi dal bordo per un istante piccolo, poi due, nuotare coi braccioli. Mamma guarda che tuffo! Mamma guarda! Mamma!
    E io che a volte parlo con altri e telefono e sto leggendo o scrivo e mi stanco di guardare, mi stanco di rispondere dopo una giornata di caldo e afa, dopo una settimana di lavoro, io che dico Aspetta, smettila, guardo dopo, e faccio un gesto con le mani come a dire Dammi tregua e sbuffo, e mi capisco perché so quanto i figli ti risucchiano, mi comprendo e non mi condanno, ma in quello sbuffo sta già un pezzo di rimpianto. Per domani, quando dopo molti giri di calendario finiranno quasi i Mamma guarda e sarò io a sbirciare, di sottecchi, un errore o un tuffo venuto bene.

    Le età dei bambini sono tutte in quelle tacche scarabocchiate sul muro, le mie sono sul muro della casa in montagna, le segnava il nonno a ogni vacanza d’agosto.
    E ogni tanto penso, stravaccata sul divano davanti alla TV, che finché i segni s’aggiungono ai segni il mio cuore è al sicuro.

    Il jolly è: trovare che non esiste misura all’amore
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  • “L’emozione in ogni passo”: ingredienti fondamentali

    On: 5 aprile 2016
    In: il progetto, l'emozione in ogni passo
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    L'emozione in ogni passoOgni libro ha molti ingredienti, dosati con cura. Quelli che danno il sapore, quelli utili a legare, quelli che servono alla lievitazione.
    Ve ne racconto alcuni di “L’emozione in ogni passo”, in libreria da domani, mercoledì 6 aprile. Lo farò senza troppa serietà, giocandoci un po’, per non correre il rischio di prendersi sul serio. Nulla più che una carrellata di spunti, giusto un assaggio.

    Pervasive come l’albume nelle meringhe ci sono due voci femminili. Alma è una giovane donna alle prese con: il sogno di avere un libreria tutta sua, un quaderno dalla copertina azzurra su cui tiene traccia delle proprie intuizioni, un uomo che somiglia alle cose che dice (e che, in confidenza, somiglia pure in tutto e per tutto al mio fidanzato).
    Frida è una psichiatra che ha abbandonato la professione dopo un fatto che l’ha costretta a mettere in discussione i propri strumenti di analisi e il mondo per come lo conosceva fino a quel momento.

    Nonostante non si tratti di un thriller, ci sono due tipi di inseguimento. Da una parte Alma ripercorre le tappe di un viaggio fatto anni prima dalla persona che ama, o che crede di amare, in un rito catartico e contrario di allontanamento, nello sforzo di dare un senso o un taglio -in ogni caso di trovare una misura- al sentimento che la lega a lui.
    Frida invece, rabdomante nella memoria altrui, segue le tracce del marito perduto, nello strenuo tentativo di ricostruire l’esistenza dell’uomo attraverso i ricordi di chi lo ha conosciuto, e allo stesso tempo di restituire un senso alla propria.

    Ci sono alcuni luoghi che mi hanno segnata. I paesaggi del Monferrato che abito, macchiati di vigne e querceti, modellati appena dal lavoro dei contadini. Sono terre vagamente selvatiche, dove è bello trovare campi e boschi incolti, angoli silenziosi e disabitati.
    E c’è un po’ di Portogallo, la saudade dell’Alfama lisbonese, la forza evocativa dei menhir di Evora, la magia dei vicoli di Porto, intenti a scendere a rotta di collo e in ordine sparso fin giù a bagnarsi nel Douro.

    C’è un personaggio liberamente ispirato a Carlo Urbani, eroe contemporaneo, primo medico ad aver riconosciuto la Sars. Ho provato a immaginare come si faccia a mettere insieme un impegno in Medici Senza Frontiere con una moglie, una famiglia. Ho provato a indovinare cosa provi un uomo con una missione troppo grande per una vita sola.

    Come già in “Ovunque tu sarai” c’è ampio spazio per le coincidenze, uvetta passa per il panettone. Ma più ancora, questa volta, per le coincidenze mancate. Quelle che vedi dal fondo, dalla fine, quando una traccia si palesa e trovi il filo conduttore, che riconosci sorridendo, e che conferma soltanto che ciò che serviva era crederci forte, più forte.
    Scrive Erri De Luca: «Destino, secondo definizione, è un percorso
    prescritto. Per la lingua spagnola è più semplicemente
    arrivo».

    Ci sono i libri, in questo libro, parole scappate a certe pagine per popolarne altre. Per diventare fiato e toni di un’altra voce. Perché questo sanno fare bene i libri: essere i trampolini per altre storie.

    Infine, ma soprattutto dal principio, c’è il pandispagna che regge il resto, sotto la panna e gli strati di crema: il Cammino di Santiago. Quella strada che esce dalla mappa su cui è traccia per diventare fatica, incontri, scoperta, dialogo con se stessi.
    Ho fatto un pezzo del Cammino la scorsa estate e ho provato a raccontare come a un certo punto smetta di essere luogo fisico per diventare “altro”: una distorta dimensione spazio- temporale governata dalla sincronicità, dalla ricerca intima, dalla pienezza di sé.
    Si smette di marciare soltanto e si comincia sentire, semplicemente.

    Il Cammino è un virus: ci ha contagiati tutti. Ci ha coperti di
    segni invisibili, un vaiolo dell’anima che è anche un principio
    di guarigione. Arrivi qui e ti immagini capace di attraversare
    il mare, finalmente vedi che il suo mestiere non è dividere, ma
    cucire insieme terre distanti; carezzi le tue piccole cicatrici
    e riesci a sentire il principio, dentro la fine. Nella pelle che
    s’accartoccia intorno a un taglio c’è una prova di resilienza e
    ogni segno nuovo sul corpo ha una ragione precisa d’essere,
    come gli anelli che nel tronco segnano l’età di un platano.

    Ecco, questo è il momento in cui mi preparo a sbriciare le facce pronte ai primi assaggi, con un misto di emozione e curiosità.
    Ho raccontato un tratto della mia strada sperando che vi nasca il desiderio di fare un pezzo di cammino insieme. Vi aspetto seduta accanto a certe tavole di pietra all’aperto, all’ombra di una radura con le gambe penzoloni in una pozza d’acqua fresca, a risposare il cuore.

    Il jolly: buon viaggio a “L’emozione in ogni passo”, buon viaggio a noi.
    Altri ingredienti qui.
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  • Istanti rubati a #marzo2016 (Tutto è già qui)

    On: 31 marzo 2016
    In: istanti rubati, la mia vita e io
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    pasqua 2016Marzo 2016 ha avuto dentro la Pasqua e la Pasqua ha le uova e le uova hanno dentro sorprese delle volte belle, delle volte deludenti. Fa parte del gioco.
    Ne abbiamo avute e regalate e il bello è in questo dare-avere di carte colorate che frusciano per casa e danno colore.

    Qualcuna ce la siamo dipinta perché è bello bollirle nel vino e riempire la casa di odori. Come quando bambina, in montagna, coloravo gusci a forza di violaciocche scippate ai prati, un bottino portato via nelle tasche dei giacconi ancora pesanti, mentre mamma rideva a vedermi con le mani sporche d’erba e le unghie di terra. Questo un po’ lo ricordo e un po’ lo indovino, come forse domani faranno i miei figli, a pensarmi di ritorno dalla bottega, un pacco di uova da sei spiaccicato in terra scendendo dall’auto. Loro due che ridono cauti, un po’ increduli di non avere nessun colpa.

    neve in monferratoneve in monferratoneve in monferratonel bosconel bosconel boscomarzo 2016, cavalloTra le sorprese di marzo, una bella nevicata, qualche giro a cavallo, passeggiate nei boschi e i pruni fioriti in cortile, che son sempre quelli ma ogni anno la primavera sembra una cosa nuova. Forse per quello si chiama così: prima, vera. Come se ogni volta fosse quella buona dopo millenni di prove.
    E abbiamo avuto un orto appena cominciato a patate e cipolle dopo la fresatura, la terra pronta dopo il gelo; è facile capire la terra che invita il seme, dopo tutta una stagione di solitudine.
    Forse ci vuole insegnare che ogni cosa viene a suo tempo, come ogni uovo si schiude quando la vita è pronta.

     

    Tutto è già qui
    nell’ombra delle cose
    l’amore che verrà
    le partenze e poi le attese
    tutto è già qui
    anche se non si vede

    tutto è già qui e non si lascia dire

    Ci sono state sorprese meno belle. L’ultima è stata bruttina proprio, quando sul giornale c’era l’addio a GianMaria Testa. Partito presto, troppo presto. Adesso che servivano più di sempre le sue parole che vengono su da basso, rigogliose e fertili per quelle radici fonde. E oneste. Un’anima bella venuta dalla terra di mio padre, andato via con il male di mia madre.
    Restano le sue canzoni, il dolce del cioccolato che rimane in bocca a coprire l’amaro.

     

    Ma se tutto è già qui, anche quando non si vede, mi viene da pensare che:
    tutto è ancora qui, anche quando non lo vediamo più.
    Ed è un pensiero somigliante al dolce che manda via l’amaro.

    <“>
     pasqua 2016
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  • Delitto sulla scena

    On: 30 marzo 2016
    In: sproloqui, t'immagini
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    corvoGiorno di prove generali per la Medea di Euripide, palco tirato a lucido nel teatro di provincia, tutti pronti alla performance, tutti pronti a fare come se. Il regista, nel buio della platea, si sbraccia con impeto nuovo. Dietro le quinte, segni di scongiura. Gli Argonauti si mangiano le unghie, Giasone saltella da un piede all’altro.

    La tragedia procede, quasi senza intoppi, verso la scena conclusiva. Finalmente Medea, la prima attrice, entra in scena dritta come un fuso e con passo impetuoso si dirige verso Creonte per rigirargli il pugnale nel costato, come recita il copione. Tutti si rilassano: la coppia di interpreti è collaudata, sia sulla scena, sia nella vita.
    Ogni cosa succede come deve, il gemito della vittima più credibile di sempre, il suo sprofondare contro il fondale è cosi realistico da togliere il fiato.
    E il fiato finisce nella gola di ognuno, quando tra le assi scheggiate del pavimento frusto scorre un rivolo di sangue. Vivo. Non previsto da nessuna scrittura, non autorizzato da nessuna regia.

    Medea indietreggia, la lama scintillante d vermiglio nel pugno, lo sguardo assente di una statua greca. Non vede nessuno, fino a quando incontra il volto atterrito della costumista, accorsa al crocchio di schiene chine sopra il re caduto.
    Ci mette niente a capire, la donna con gli spilli appuntati al colletto, che avevano un prezzo le sue notti clandestine nei camerini decrepiti di un teatro umido di periferia. Mentre Creonte tossisce via l’ultimo sorso di vita, lei cade in ginocchio e s’accartoccia come una cimice finita per sbaglio sulla lampada accesa.

    Non sulla scena: fuori dall’occhio di bue. Dove la vita e la morte conservano lo stesso nome ma un peso diverso. Dove certi atti succedono un volta soltanto e non concedono repliche.

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  • Come nasce una storia. Di pesci, oceani e del nuovo romanzo

    On: 21 marzo 2016
    In: il progetto, l'emozione in ogni passo, la mia vita e io
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    barcaScrivere è stare su una barca sospesa su niente. Tu butti le reti, e non vedi, e ai primi pesci gli levi l’amo col dubbio di fargli male, di rovinarli quando li metti nel secchio, di non saperli cucinare con il fuoco giusto. Come il Vecchio nella sua lotta forsennata al mare, quel mare nemico e alleato, che si struscia contro la chiglia con la sua indifferenza di mollusco, che restituisce sassi e resti di guerre spuntate lontano.
    Tu stai sulla barca e remi in una qualche direzione, non è chiara sempre, un po’ t’aiuta il vento e un po’ ti risospinge, ogni frase un senso che aggiunge, scandaglia, definisce. Confonde.
    Te ne vai navigando a vista.

    A furia di gettare le reti si impiglia qualcosa che ti pare grosso, che tira e scalcia e fa resistenza. Quando allenti la presa delle volte ti segue, accompagna il flusso, ti ripaga della fatica e del sudore con un guizzo fuor d’acqua: uno solo e dura un momento, ma gli vedi le squame di quel riflesso perfetto, sotto i raggi del sole, e riconosci in quel salto una smania che ti corrisponde, che ti esplode in gola per la bellezza d’averlo visto, per il desiderio di fermarlo.

    Delle volte vedi un movimento a fior d’acqua, solo una scia che si accenna, vene viola su mani anziane, e ci butti le reti, le braccia, i pensieri, in un corpo a corpo che sfinisce e rinvigorisce a un tempo. Se riesci a trattenere lo slancio e la forma, se quello che ti trovi sotto gli occhi ha un senso, forse è una storia. Una storia che racconta di quella tua sortita per mare, della casualità dell’incontro con una creatura marina, del vento di quel giorno, e della luce che piove sulla barca. Ma racconta pure di come hai imparato a pescare, di tutte le volte che hai rappezzato le reti, di un vecchio che un giorno ti ha prestato la sua canna e i suoi calli, e delle mappe che il sale, ogni volta, disegna sulla tua pelle quando s’asciuga. Mappe di luoghi che forse, un giorno, incontrerai.

    Ecco, se qualcuno mi chiedesse come nasce la storia da raccontare in un libro direi questo: nasce dopo molta paziente attesa, dopo un incontro fortuito con un’impressione, dopo la lotta con una creatura che ti sfugge e ti appartiene. Ma nasce anche prima, molto prima: insieme all’albero che ha dato il legno per costruire la barca con cui vai per mare.
    Ecco quel poco che ho capito. Perché così succede, ed è facile e miracoloso come veder nascere una pianta da un seme.

    Così è nata la storia di “L’emozione in ogni passo“. Mi è venuta nella testa a sorsi brevi e pezzi che hanno combaciato in fretta, in uno sforzo di assemblare scorci che non volevo perdere, significati che mi serviva chiarire a me stessa, parole che mi sarebbe piaciuto ascoltare.
    Non c’entra nulla con pesci e reti ma ha a che fare con un cammino. Un cammino reale e metaforico che è stato mio, ma che può diventare di tutti.
    Se vi va, gettate l’amo: dal 13 aprile abbocca in tutte le librerie.

    Il jolly è: “L’emozione in ogni passo”, Giunti editore. Se volete, curiosate qui.

    L’arte di scriver storie sta nel saper tirar fuori da quel nulla che si è capito della vita tutto il resto; ma finita la pagina si riprende la vita e ci s’accorge che quel che si sapeva è proprio un nulla. Italo Calvino
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  • Quello che non faccio

    On: 15 marzo 2016
    In: sproloqui
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    quello che non faccioAbbiamo già detto tutto e fatto niente.
    Restiamo a vedere immagini di corpi gonfi risputati dal mare o sanguinanti lungo qualche confine domandandoci se sia giusto o no pubblicarle, quelle immagini, facendo analisi di sofismi, ripercorrendo il passato, sbattendoci in faccia l’un l’altro dati, date, eventi, nomi, leggi.
    Ci parliamo addosso, disquisiamo, ci rimproveriamo, puntiamo il dito, puntiamo il dito, puntiamo il dito. Bastasse puntarlo un triliardo di volte perché si staccasse, avremmo tutti la mano monca.
    Così siamo. Capaci di guardare gente che muore a due centimetri di mare sul mappamondo e parlare. Giudicare. Avranno diritto di scappare? Soffrivano abbastanza? Scappano proprio da una guerra o solo da qualche scaramuccia? Mica hanno fame: c’hanno il telefonino. Macché persecuzione, quello hai visto che faccia tranquilla, ci prende per il culo tutti, in salute com’è. Ci rubano il pane, il salame, le case.

    Sindachiamo. Schediamo. Sproloquiamo. Con il culo al caldo e la tv accesa. Come fossimo dei dell’Olimpo a guardare da basso ci arroghiamo il diritto di spiegare quale sofferenza sia più giustificata di un’altra. Quale il dolore sopportabile, quale la morte cercata.

    Invece che vedere i nostri figli in quei figli, le nostre madri in quelle donne senza voce. Invece che sentire i colpi dei manganelli sulle nostre teste. (altro…)

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