Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

  • Istanti rubati a gennaio2017 (Prime volte e due metafore sulla vita, senza volere. E una Weiss)

    On: 9 febbraio 2017
    In: istanti rubati, la mia vita e io, lettera
    Views: 490
     1

    torgnon, valle d'aosta
    Forza è gennaio, si ricomincia.
    Perché gennaio, sotto certi profili, somiglia al mattino. Comincia timido, con quel guscio di notte che si porta appresso e poi lascia andare, un po’ per volta, e la luce s’allunga, si stira, anticipa appena ogni volta, senza farsi notare. Gennaio è così, un mese da stufa accesa e gatti accoccolati nelle scatole di cartone – o solo i miei gatti si accoccolano in tutte le scatole che trovano in giro? O solo a casa mia si trovano in giro scatole di cartone?

    Comunque, è venuta persino la neve. Una neve che si è ghiacciata presto e ha fatto chiudere le scuole, una tubatura rotta, una strada che su non si andava, o solo a fatica. E allora noi ci siamo rintanati in casa, vicino alla stufa e ai gatti e le loro scatole – tranne la volta che siamo andati a sciare.
    Anzi, che abbiamo portato i bambini a sciare. La prima volta. Siamo saliti con l’ovovia e gli abbiamo messo ai piedi gli sci piccoli appena affittati. (Ho scoperto che si suda di più a far sciare i bambini, che a sciare). Si sono arrabbiati un po’, non riuscivano a stare dritti, prima, poi non riuscivano ad andare dove volevano loro. Eppure è così, quello è il bello: in salita non si va, se non fai scaletta. Quello insegnano la montagna e la neve, ad andare piano. E per veloce che è la discesa, lenta è la salita. Decidi tu, se vale la pena.

    Poi è venuto il maestro e se li è portati via. Piano piano, aiutandoli con le sue bacchette, mettendogli sulle punte degli sci quell’aggeggio per non farli incrociare (Ai miei tempi non c’era, ho detto. E mi son sentita vecchia; non perché ai miei tempi non c’era, ma perché ho detto una frase da vecchi).

    Comunque noi li potevamo vedere, perché le piste stavano sotto. Così ci siamo messi, Federico e io, lì fermi in piedi, a guardare. Abbiamo preso una birra (volevo dell’acqua, ma in quella baita c’era la Weiss e non so resistere, alla Weiss) e siamo rimasti impalati, come al cinema, ma con più partecipazione. Eccoli, sono lì: tapis roulant, piccola discesa. Tapis roulant.
    Facevamo il tifo, sottovoce. Che non demordessero, quando perdevano l’equilibrio. Che le culate fossero oneste, che pigliarle tocca pigliarle per forza.
    Guardavamo, pensando che come metafora della vita (loro a fare e noi a incitare, in disparte) fosse anche troppo scontata, così ce la siamo tenuta ognuno per sé, bevendo Weiss e prendendo quel po’ di sole, in attesa che tornassero.

    Non era molto, ma a me che non cercavo altro che immagini da tenere negli occhi, forse bastava. (Italo Calvino)

    C’è stata un’altra prima volta.
    Lemuele è andato a scuola senza sapere scrivere una parola che fosse una, a eccezione di: Lemuele. Una sera di gennaio sono tornata a casa e mi ha mostrato una cosa –Chiudi gli occhi, mamma, poi apri!– sul quadernone: una storia scritta da solo. La storia parla dell’orso Odo e delle cose che gli piacciono (il miele, nuotare, la sua famiglia). È breve, scritta col pennarello, sgrammaticata a tratti. È bellissima.
    Mi hanno detto che si è seduto sul tappeto e ha fatto senza aiuti, emergendo ogni tanto per farsi ricordare la forma di certe lettere che non gli venivano in mente.

    È solo la storia scritta da un bambino, la prima di mille. E io sono solo una mamma che come tutte le mamme piglia una cosa minima fatta dal figlio -la prima parola, il primo passo, la prima discesa sugli sci- e se la punta al petto come medaglia al valore.
    Ho pensato a tutti i miei diari, le pagine arabescate di parole, i fogli pesanti di inchiostro, le storie, le rime, le lettere, i compiti, appunti, elenchi, liste di cose da fare, cose da ricordare, cose da dimenticare, liste della spesa, confessioni, racconti, bigliettini, ricordi.

    Ho pensato a tutte le pagine che i miei figli devono ancora riempire, e ho pensato tu guarda, un’altra metafora sulla vita, senza volere.
    Ho sentito un pizzico proprio qui, dove supperggiù dev’esserci il cuore.

    moncestino, piemonte
    moncestino, piemontemonferrato

    Share
    Read More
  • Istanti rubati a dicembre2016 (tornare a casa e trovare luci accese)

    On: 10 gennaio 2017
    In: istanti rubati, la mia vita e io
    Views: 481
     Like

    dicembre 2016Se dovessi riassumere dicembre in una frase: tornare a casa e trovare luci accese.
    Vederle di lontano, arrivando lungo il viale che certe sere è stata duro di ghiaccio, altre sere, pantano molle dopo la pioggia.
    Arrivarci dopo una giornata lunga, ma dire giornata non è giusto, perché a dicembre non sono tante le ore del giorno. Comunque, arrivarci certamente al buio, come al buio si è partiti, delle volte sotto un tetto di stelle – e che stelle! Bocconi bianchi come neve che aggiungono una dimensione al cielo.

    Sul viale che dicevamo, tirare giù il finestrino, far entrare aria fredda e metterci il naso dentro, in quel cielo multidimensionale e prepotentemente bello da far scordare la stanchezza. Rallentare fino a fermarsi e guardare casa da lì, da una distanza non piccola non grande: la distanza che ti fa mettere a fuoco le cose che hai nel cuore. O in un posto che ci somiglia.

    Un posto che somiglia al cuore è la casa, intesa come un luogo dove ti piace tornare.
    (Puoi averne cento, o una sola. Ma conta poco, perché quell’una può esser grande come una parola detta da qualcuno un mattino o combaciare con il mondo).
    Dicevamo, però, di certe luci da quel viale: basterebbe vedere accesa quella del bagno, o della cucina, che vuol dire Qualcuno che ti aspetta. O, alla peggio, che si aspetta che tu stia tornando. Non è uguale, ma non è poco.

    Ma adesso c’è anche la fila di lucine intermittenti lungo il portico, che se ti metti in una certa prospettiva fanno da corona al cielo e ci vedi dietro la collina scura, la stalla e il castello di Gabiano. (Come nelle fiabe, mi sembra: la stalla e il castello). E ci sono le mie preferite, le luci sull’albero in balcone. Luci semplici e tutte bianche che mi piacciono tanto perché le vedo dal letto, di notte, e tutta la stanza diventa speciale.

    Ripenso ad altre luci, altri Natali. L’altra casa che ho, che sono io bambina. Sono a casa e aspetto le luci di un’auto nel viale: mio padre, mia madre, mia sorella. Magari c’era la neve e la macchina andava avanti piano, accendendo i vetri del ghiaccio con i fanali, un momento.

    -Chi lo avrebbe detto che sarei cresciuta davvero.

    Invece sì, o non ci sarebbe questo dicembre, rallentare nel viale tornando da lavoro, salire in cucina e spegnere tutto per stare insieme a guardare: luci bianche che pulsano al buio come piccoli cuori accesi.

    dicembre 2016dicembre 2016dicembre 2016

    Share
    Read More
  • Eliandro, il compleanno, il pensiero magico e Gulo

    On: 27 dicembre 2016
    In: la mia vita e io, lettera
    Views: 233
     Like

    EliandroPer il suo compleanno, Eliandro non ha chiesto nulla. O, per dire meglio, ha chiesto mille regali, che equivale a non chiedere nulla. La verità è che a lui piacciono le sorprese e qualsiasi cosa -o quasi, ma è un quasi molto sottile- lo fa contento.
    Ha avuto una bicicletta. Naturalmente senza rotelle perché ci sa andare da un pezzo. Il segreto per imparare è uno: Bisogna provare tante volte, velo? E non bisogna aver paura di cadere perché se si cade si impara.

    È la sua filosofia di vita, già abbastanza rodata all’alba dei 5 anni.
    Lui è quello che si programma i sogni prima di dormire: Nel mio celvello ci sono tanti videi: quando mi addolmento scelgo quello che voglio vedere: questo no, questo no… questo! e così faccio il sogno che voglio.
    Io pagherei ogni notte il biglietto, per godermi lo spettacolo dell’intera compilation di videi nel celvello di mio figlio.

    Eliandro ha amici veri, quelli dell’asilo, e amici immaginari. Il più fidato è un drago volante che si chiama Gulo. Un giorno è venuto da me un po’ piccato e mi ha detto: Mamma, papà e Meme hanno riso perché dicono che Gulo sembra culo, ma io che colpa ne ho se si chiama così!

    Giusto. (Certo, ora che sta imparando a scrivere e vuole annotare il nome del drago sotto i disegni che fa all’asilo, qualcuno potrebbe fraintendere… Come quando siamo andati al cinema a vedere Eliot, che lui ha immediatamente ribattezzato, e nelle pause di silenzio sentivi urlare: Vai Gulo!)
    Gulo viene con noi dappertutto, soprattutto in piscina. Perché Eliandro aveva molta paura dell’acqua, al punto da non volersi mai lavare la testa. Ma quando gli ho proposto il corso di nuoto come suo fratello ci ha pensato su. Eravamo in macchina, è stato zitto un bel pezzo.
    A che stai pensando, gli ho chiesto a un certo punto.
    Lui, guardando fuori dal finestrino: Che ci voglio provare, mamma.

    Le prime volte non è stato facile comunque, ma poi ha avuto l’idea che ha cambiato le sorti del nostro corso di nuoto: Sai cosa faccio? In piscina mi porto Gulo e i suoi cuccioli, così loro mi tengono le mani e i piedi e non mi fanno affogare. Bè, difficile da credere, ma da allora non ha avuto più paura e andare in piscina è una festa.

    Lo guardo andare con la bici nuova, impantanarsi, perdere l’equilibrio e rialzarsi. Arriva a stento ai pedali, ha il naso rosso per il freddo, i guanti infangati a furia di cadute. Se la ride sotto il caschetto.
    Se potessi esprimere un desiderio per il suo compleanno, vorrei che restasse così: senza paura degli inciampi, capace di programmare i sogni, e mai, mai arreso. Perché per pedalare bene bisogna cadere tante volte, prima.
    Vorrei imparare da lui, dal suo pensiero magico.
    Soprattutto, vorrei che Gulo ci tenesse compagnia per tanto tempo ancora. E dopo averci aiutati a nuotare, potrebbe continuare a farci volare.

    Il jolly è: auguri, amore mio.

    in bici
    Share
    Read More
  • Istanti rubati a novembre2016 (solo per un eccesso di immaginazione)

    On: 14 dicembre 2016
    In: istanti rubati, la mia vita e io
    Views: 319
     1

     novembre

    Eravamo disordinate e campestri, ma non per spregio all’armonia, solo per un eccesso di immaginazione.
    (Simona Lo Iacono, Le streghe di Lenzavacche)

    Mi sembra che questa frase parli di noi.

    Siamo così campestri che abbiamo trovato la scusa di un compleanno per comprare due agnelli. Gli diamo il latte con grossi biberon e quando li facciamo uscire dalla stalla ci corrono dietro saltando sulle zampe davanti e alzando il sedere come se ballassero. Come nella sigla di Heidi, quando Peter se ne va ai monti con il gregge.

    Siamo disordinati e campestri e molto, molto silvestri. Per questo ce ne andiamo in giro per boschi quando c’è nebbia e tra gli alberi si possono immaginare fantasmi, distese bianche che custodiscono orme di creature lattescenti e sottane chiare stese tra i rami. Se sforzi la vista ci trovi di tutto, tra i rampicanti che fanno da liane e un tronco cavo per nascondersi dentro.

    Siamo certo disordinati e abituati a perdere tutto. I calzini, la calma, il berretto di lana. Ritroviamo ogni cosa quando smettiamo di cercare e facciamo un gioco insieme, la lotta sul letto, le capriole sul tappeto. Il calzino era sotto il divano, la calma stava pizzicata dentro un abbraccio. Di berretti ne abbiamo un bel po’, inutile accanirsi.

    Non ci manca l’immaginazione e da grandi vogliamo fare l’astronauta, il falconiere, studiare i dinosauri e costruire case per i bambini poveri. Ci dicono “Quando crescerete cambierete idea.” Invece il lavoro bisognerebbe davvero deciderlo da piccoli, quando scegli per quello che ami fare e non per quello che vuoi ottenere, in un compromesse sempre al ribasso.
    O se proprio scegli da adulto, prova almeno a ricordare che volevi andare sulla luna.

    Io a novembre ci ho pensato spesso, a quello che volevo fare e perché.
    Volevo raccontare storie. Per vivere tante vite, perché mi facevano paura le cose che finiscono. Se ne hai tante, pensavo, ci vuole un bel po’ prima che finiscano tutte. O, con un po’ di fortuna, potrebbe non succedere mai.
    È ancora così e allora ho raccontato tanto, scritto tanto. Spesso da un vagone sul treno, o al tavolo della cucina mentre la stufa brilla e fuori la notte s’allunga, si stira, galleggia.
    Ho capito (o forse solo ricordato) che, perché quello che racconto funzioni, devo mettere il dito dove fa male. Certe cicatrici bisogna toccarsele, ogni tanto, sentire che ci sono ancora.
    Come la voglia di andare sulla luna.

    Ho capito (o forse solo ricordato) che non so niente di me.
    Per scoprirlo, rileggo ciò che scrivo.

    Eccoci. Giocatori di nascondino nella foschia di novembre, accalappiatori di ombre nei boschi, collezionatori di calzini spaiati, allenatori di pecore ballerine, caparbi inventori di desideri nuovi.

    Casinisti, ondivaghi, visionari.
    Irrimediabilmente confusionari. Non per spregio all’armonia. Ma per eccesso di immaginazione.

    Share
    Read More
  • Istanti rubati a ottobre2016 (ma fedeli alla geografia dell’anima)

    On: 24 novembre 2016
    In: istanti rubati, la mia vita e io, lettera
    Views: 532
     Like

    ottobre 2016Ci sono posti, e giorni, che oggi sfavillano sotto un sole d’autunno misericordiosamente caldo, mentre noi li percorriamo tenendoci saldamente per mano, nella presunta normalità di un qualunque sabato mattina di ottobre.

    Sono questi stessi posti e giorni che domani, nella memoria, saranno strappo, vento, e incendio. Non più aderenti alla verità nuda del terreno e delle cose, ma fedeli alla geografia dell’anima.

    Ci terremo forse ancora la mano, guardando a quelle bolle di tempo fragili nel ricordo e scintillanti, ma senza più stringere la presa: sapremo allora, con l’evidenza dei fatti, che avevamo una vita intera per smettere di tenerci, e non l’abbiamo fatto.

    Avremo visto cambiare la luce alla finestra così tante volte da finire per credere di aver vissuto sempre.
    E forse. Forse.

    ottobre 2016ottobre 2016
    Share
    Read More
  • Lemuele, il compleanno e l’agnellino

    On: 16 novembre 2016
    In: la mia vita e io, lettera
    Views: 2216
     Like

    6 anniPer il suo compleanno Lemuele ha chiesto un agnellino.
    Per la verità, un agnellino e un fucile di plastica “anche se so che a te non piace, mamma.” Lo ha visto nella vetrina di una cartoleria, quel fucile, ci ha fatto fermare la macchina e siamo scesi a comprarlo. Lo abbiamo fatto impacchettare per aprirlo il giorno giusto. (“Quanto manca, mamma, al giorno giusto?”).

    L’agnellino invece lo abbiamo scelto da un pastore vicino a casa. L’agnellina, in realtà. Doveva essere piccola ma grande abbastanza per cavarsela lontana dalla mamma. Ne abbiamo prese due, una anche per Eliandro. Le hanno chiamate Montagna e Fiocco.
    Quelle non potevamo farle impacchettare e da qualche giorno stanno nella stalla. I bambini al mattino, prima della scuola, scendono con due grossi biberon e gli danno da mangiare. Lo stesso la sera, dopo cena, prima di andare a letto. Scendiamo tutti e quattro con il latte; loro belano quando ci sentono arrivare.

    Lemuele ha detto: “Mamma, sono pronto a tutto per difenderle”. Ha detto proprio così: sono pronto a tutto. Ha detto “Se viene per sbaglio un lupo lo predo a calci nel culo.” Ha fatto il gesto di tirare un calcio nel vuoto.
    Quello che mi fa impazzire dei bambini che crescono è vedergli sulla faccia espressioni nuove. Più complesse, articolate. Espressioni che li fanno somigliare agli adulti ma senza la loro sicumera. Una specie di imitazione perplessa, buffa; ma più autentica dell’originale.

    Lo guardo e penso che sono passati sei anni. Sei anni e una vita prima, passata a immaginare come sarebbe stato. Tutta una vita a indovinare quello che oggi ho davanti. Merita comprensione, molta comprensione, una madre che vede il proprio figlio crescere; questo non potevo saperlo, prima. È la più grande meraviglia che possa succederti, straziante come tutte le meraviglie.

    Lo guardo con quell’enorme biberon, sopra uno strato di paglia, nell’umido della stalla insieme a suo fratello. E spero che resti così, almeno un poco. Per quello che si può.
    Felice di una bestiola da imboccare, capace anche di scegliere un regalo che a mamma non piace. Pronto a difendere un agnello dal lupo.
    Anche questo non potevo sapere, prima di essere madre: ti viene paura dei lupi, se li immagini intorno al tuo gregge.
    Ma ti viene anche un coraggio. Un coraggio che forse ce la fai persino a metterti lì a guardarlo diventar grande.

    Il jolly è: auguri, amore mio.

    6 anni
    Share
    Read More
  • Istanti rubati a #settembre2016 (Ma poi, se tutto torna sempre: non dovremmo tornare anche noi?)

    On: 19 ottobre 2016
    In: foto, istanti rubati, la mia vita e io
    Views: 691
     Like

    tramonto nel bosco - monferratoLo sanno tutti: albe e tramonti sono porte, passaggi che conducono ad altri luoghi. (O forse lo sanno soltanto i bambini).
    Anche settembre è una porta. Resta socchiusa per un po’, sbirci attraverso i gialli e i rossi d’autunno, poi una folata di vento la spalanca e ci sei dentro.
    I tramonti di settembre, e poi di ottobre, sono cerniere. Il buio arriva veloce, ha meno premure delle notti d’estate; il buio sale dalla terra, e la luce sta tutta compressa nel coperchio di latte che fa da cappello al mondo.

    Qualche settimana fa abbiamo riempito un vecchio cestino da pik nik -uno di quelli che in certi film stanno sopra le tovaglie a quadri rossi stese sul prato- e siamo partiti.
    C’è questa radura nel bosco che è un’atra porta. Sopra è appeso un cielo a cupola, lontano stanno i paesi, avvinghiati ai fianchi flosci della collina, intorno pareti di foglie e intrecci di rami. I bambini parlano agli spiriti del bosco. Senza accorgercene lo facciamo anche noi; la differenza è che loro stanno poi ad ascoltare le risposte.

    Federico ha insegnato a Eliandro e Lemuele a cercare la legna e accendere il fuoco, abbiamo abbrustolito pannocchie che nessuno ha mangiato. Poldo scodinzolava fissando i panini, ho fatto qualche foto, abbiamo bevuto una birra; il calore del fuoco faceva somigliare l’aria intorno a un fiume che sale. Cose normali così.
    Intanto, intorno, succedeva che: l’estate scivolava in una versione di sé meno semplice e più raffinata. La sera si scioglieva, colava giù come una lingua molle, come tanti veli di tulle. Dopo, la notte s’è fatta notte per davvero, e il fuoco da trasparente è diventato rosso.

    Succede ogni volta così. Ogni giorno fa un passetto avanti, verso la prossima stagione, e la luce s’affievolisce e si inabissa. Per un po’. Mentre consumiamo i nostri piccoli riti quotidiani tutto si trasforma. E lo sappiamo.

    Ma non guardiamo (quasi) mai.

    (Ma poi, se tutto torna sempre: non dovremmo tornare anche noi?)

    tramonto nel bosco - monferratotramonto nel bosco - monferratotramonto nel bosco - monferratotramonto nel bosco - monferratotramonto nel bosco - monferratotramonto nel bosco - monferratotramonto nel bosco - monferratotramonto nel bosco - monferrato
    Share
    Read More
  • Uccelli visti dagli occhi di un bambino visto dagli occhi di un padre

    On: 28 settembre 2016
    In: la mia vita e io
    Views: 731
     Like

    uccelliPomeriggio di settembre in collina, sole tiepido, trattore che sale e scende per ordinare le file del fieno, per pettinare un pezzetto di campagna. Cielo lucido, orizzonte nitido di fine estate.
    Un puntino arancione corre intorno col cane, cerca animaletti da stanare, piccoli pezzi di legno per fare barchette o pistole. Si siede sotto un albero, spia un ragno vicino e là in fondo i movimenti del trattore, conta qualcosa su un tronco – chi lo sa cosa.
    Poi riprende a correre, saltella intorno alle rotoballe, gioca ancora col cane.

    D’improvviso -ma proprio d’improvviso- si ferma e alza gli occhi: un ventaglio di uccelli si apre nel cielo. Resta immobile per qualche istante, le braccia un po’ larghe sui fianchi, la fronte che segue la traiettoria del volo. Immobile.
    Poi le rondini spariscono oltre l’orizzonte nitido, lui si scuote e riprende il gioco.

    (Eliandro visto con gli occhi di Federico. Io ascolto il racconto e li vedo entrambi: il padre sul trattore che ferma il lavoro per osservare la scena, il figlio con la maglietta arancione e i pantaloncini corti, naso puntato al cielo. E mi sciolgo di tenerezza).

    Il jolly è: fermati un momento a guardare. Un ventaglio d’uccelli in cielo negli occhi di tuo figlio.

    monferrato
    Share
    Read More
  • Istanti rubati ad #agosto2016

    On: 20 settembre 2016
    In: istanti rubati, la mia vita e io, viaggi
    Views: 666
     Like

    Piccole DolomitiFine agosto, tempo di preparativi per una migrazione. Sono stata alcuni giorni a occhi in su, nel prato sul fianco della casa a Obra, mentre nuvole di rondini popolavano il cielo, animavano gli alberi frondosi ai margini della valle.

    Se ne stavano vicine sui fili della luce, una fila che pareva arrivare ai monti, pizzicate lì come le mollette sui fili per stendere. Era tutto un frinire per aria, una frullio d’ali, un lungo saluto prima di andare.

    “Dove vanno, mamma?”
    “Vanno al caldo, a vedere il deserto, il mare. Vanno a vedere il mondo.”

    Agosto è finito così, ma è cominciato maluccio. In mezzo ci sono stati giorni in salita, di quelli con il respiro corto di quando fai le scale dopo una malattia. Dopo, meglio. Il mio paese tra le montagne, con la mia famiglia e i miei bambini (il solo genere di cose a cui l’aggettivo possessivo si sposi benissimo). Il posto migliore in cui leccarsi le ferite, in cui riprendersi i tempi e gli spazi; il sapore della polenta e gnocchi di malga, l’odore di felci e foglie pestate, la fatica appagante di arrivare in fondo alla salita, di uscire dal bosco quando vien giorno, di ritrovare il passo e il fiato lasciati qui a ogni stagione, su questi sentieri stretti, tra questi sassi bianchi.

    Le fiabe la sera lette sui libri, la colazione al mattino in balcone, il caffè, i biscotti pucciati nel primo sole.
    E alla fine questo saluto dal cielo, questa tempesta di piume, questa baruffa in aria.

    “Mamma, ma tornano?”
    “Non lo so, se tornano. Ma se partono, da qualche parte arrivano.”
    Io ci credo, che non ci sia partenza senza approdo.
    Anche se non sappiamo dove, anche se non vediamo dove.

    E poi andremo via come fanno gli uccelli che dove vanno nessuno lo sa.
    (…) L’estate è finita l’inverno è alle porte, la morte e la vita rimangono uguali.

    Obra di VallarsaObra di VallarsaCampogrosso (Vicenza)Obra di VallarsaObra di Vallarsaago9ago10ago11Muse, TrentoObra di Vallarsa
    Share
    Read More
  • La scuola che insegna gli abbracci

    On: 14 settembre 2016
    In: la mia vita e io, lettera
    Views: 1398
     Like

    primo giorno di scuolaProvo a ricordare il mio primo giorno di scuola. Avevo un grembiulino nero con il colletto bianco e i capelli lisci fino alle spalle tenuti indietro con le forcine. Credo fosse quella mattina che ho fatto delle foto in cortile, una sulle scale con Chicca, il cocker, una con la tartaruga Camomilla.
    Sorridevo accucciata, un sorriso un po’ tirato, senza denti, una mano sulla schiena dura del carapace. Se avessi potuto, l’avrei portata con me.

    Quello stesso sorriso un po’ incerto, pericolosamente in bilico tra entusiasmo e timore lo aveva Lemuele l’altra mattina. Lo aveva nella foto in pigiama fatta nello stesso posto del primo giorno di asilo, sul mobile della cucina con dietro le piastrelle gialle, nella foto in cortile, insieme al cane, insieme a suo fratello che si mangia una mela e che sta per ricominciare l’asilo. Che lo bacia, quando si salutano, perché lo sanno entrambi che per la prima volta vanno nello stesso posto, e che un po’ si mancheranno.

    Della mia aula ricordo il banco in formica verdina con le gambe di ferro nero, la maestra davanti alla cattedra, la mamma che mi accompagna alla sedia. Non saprei dire, esattamente, le emozioni. Di sicuro il disagio di un ambiente nuovo con regole imprevedibili, la sensazione, solo intuita, di un percorso lungo e già tracciato come binari. L’orgoglio di essere finalmente grande, la paura di essere già grande, la confusa e fastidiosa percezione dell’irreversibilità del tempo – la ritrovo in Lemuele ed Eliandro che la sera, quando sono stanchi, mi si accoccolano addosso e mi dicono Voglio fare una magia e restare sempre piccolo, e tu sempre giovane.

    Quando mi ha abbracciata per saluto, mia madre, non ha pianto, non davanti a me almeno. So di aver desiderato intensamente che tornasse presto a prendermi. Ho pensato che fosse solo mia, tutta quella eccitazione, mia madre poteva stringermi forte e poi uscire tranquilla nel mondo che conosceva bene, in attesa di tornare ad aspettarmi lì fuori; era solo mia quella specie di elettricità che mi faceva credere di avere un frullatore al posto del cuore.

    All’ingresso della scuola di Lemuele ho risentito quell’odore, quello lì che ha solo il primo giorno di scuola. Chissà cos’è: libri nuovi, la plastica delle copertine, il tremolio che fanno tanti cuori insieme, pure quello deve avere un suo odore.

    L’ho visto entrare in classe trascinando lo zaino con le rotelle, guardarsi intorno, scegliere un posto, forzare un sorriso dentro un’altra fotografia – ormai rassegnato a convivere con la mania di sua madre di trattenere, nel solo modo che sa.
    L’ho visto cercare suo padre con lo sguardo, cercarmi la mano prima che andassimo via. L’ho visto fare gli occhi grandi, gli occhi suoi già grandi e adesso enormi, per ingoiarsi le lacrime, per non farle straripare.
    È riuscito, e sono riuscita io.
    L’ho abbracciato e gli ho mostrato di essere tranquilla, pronta a uscire in un mondo che conosco bene, e poi a tornare lì, a ripescarlo in quel mare di pesciolini con gli zaini grandi e gli occhi enormi, un mare di pesciolini con il mare che gli brilla tra le ciglia.

    Tra qualche anno saprà che mi sarei voluta aggrappare a quel banco e non andare via, perché il mondo che conosco meglio è quello che mi ha insegnato lui.
    Io ho saputo in quella stretta che a volte deve passare tanto, tanto tempo per capire un abbraccio, e lo capisci solo dentro un altro abbraccio.

    Un giorno lui saprà che l’altra mattina, tra quei banchi odorosi di prime volte, avevamo i cuori stretti dentro lo stesso frullatore.

    -Buona avventura, Occhi Grandi!

    Share
    Read More
UA-31736997-1