Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

  • Istanti rubati a ottobre2016 (ma fedeli alla geografia dell’anima)

    On: 24 novembre 2016
    In: istanti rubati, la mia vita e io, lettera
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    ottobre 2016Ci sono posti, e giorni, che oggi sfavillano sotto un sole d’autunno misericordiosamente caldo, mentre noi li percorriamo tenendoci saldamente per mano, nella presunta normalità di un qualunque sabato mattina di ottobre.

    Sono questi stessi posti e giorni che domani, nella memoria, saranno strappo, vento, e incendio. Non più aderenti alla verità nuda del terreno e delle cose, ma fedeli alla geografia dell’anima.

    Ci terremo forse ancora la mano, guardando a quelle bolle di tempo fragili nel ricordo e scintillanti, ma senza più stringere la presa: sapremo allora, con l’evidenza dei fatti, che avevamo una vita intera per smettere di tenerci, e non l’abbiamo fatto.

    Avremo visto cambiare la luce alla finestra così tante volte da finire per credere di aver vissuto sempre.
    E forse. Forse.

    ottobre 2016ottobre 2016
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  • Lemuele, il compleanno e l’agnellino

    On: 16 novembre 2016
    In: la mia vita e io, lettera
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    6 anniPer il suo compleanno Lemuele ha chiesto un agnellino.
    Per la verità, un agnellino e un fucile di plastica “anche se so che a te non piace, mamma.” Lo ha visto nella vetrina di una cartoleria, quel fucile, ci ha fatto fermare la macchina e siamo scesi a comprarlo. Lo abbiamo fatto impacchettare per aprirlo il giorno giusto. (“Quanto manca, mamma, al giorno giusto?”).

    L’agnellino invece lo abbiamo scelto da un pastore vicino a casa. L’agnellina, in realtà. Doveva essere piccola ma grande abbastanza per cavarsela lontana dalla mamma. Ne abbiamo prese due, una anche per Eliandro. Le hanno chiamate Montagna e Fiocco.
    Quelle non potevamo farle impacchettare e da qualche giorno stanno nella stalla. I bambini al mattino, prima della scuola, scendono con due grossi biberon e gli danno da mangiare. Lo stesso la sera, dopo cena, prima di andare a letto. Scendiamo tutti e quattro con il latte; loro belano quando ci sentono arrivare.

    Lemuele ha detto: “Mamma, sono pronto a tutto per difenderle”. Ha detto proprio così: sono pronto a tutto. Ha detto “Se viene per sbaglio un lupo lo predo a calci nel culo.” Ha fatto il gesto di tirare un calcio nel vuoto.
    Quello che mi fa impazzire dei bambini che crescono è vedergli sulla faccia espressioni nuove. Più complesse, articolate. Espressioni che li fanno somigliare agli adulti ma senza la loro sicumera. Una specie di imitazione perplessa, buffa; ma più autentica dell’originale.

    Lo guardo e penso che sono passati sei anni. Sei anni e una vita prima, passata a immaginare come sarebbe stato. Tutta una vita a indovinare quello che oggi ho davanti. Merita comprensione, molta comprensione, una madre che vede il proprio figlio crescere; questo non potevo saperlo, prima. È la più grande meraviglia che possa succederti, straziante come tutte le meraviglie.

    Lo guardo con quell’enorme biberon, sopra uno strato di paglia, nell’umido della stalla insieme a suo fratello. E spero che resti così, almeno un poco. Per quello che si può.
    Felice di una bestiola da imboccare, capace anche di scegliere un regalo che a mamma non piace. Pronto a difendere un agnello dal lupo.
    Anche questo non potevo sapere, prima di essere madre: ti viene paura dei lupi, se li immagini intorno al tuo gregge.
    Ma ti viene anche un coraggio. Un coraggio che forse ce la fai persino a metterti lì a guardarlo diventar grande.

    Il jolly è: auguri, amore mio.

    6 anni
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  • Istanti rubati a #settembre2016 (Ma poi, se tutto torna sempre: non dovremmo tornare anche noi?)

    On: 19 ottobre 2016
    In: foto, istanti rubati, la mia vita e io
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    tramonto nel bosco - monferratoLo sanno tutti: albe e tramonti sono porte, passaggi che conducono ad altri luoghi. (O forse lo sanno soltanto i bambini).
    Anche settembre è una porta. Resta socchiusa per un po’, sbirci attraverso i gialli e i rossi d’autunno, poi una folata di vento la spalanca e ci sei dentro.
    I tramonti di settembre, e poi di ottobre, sono cerniere. Il buio arriva veloce, ha meno premure delle notti d’estate; il buio sale dalla terra, e la luce sta tutta compressa nel coperchio di latte che fa da cappello al mondo.

    Qualche settimana fa abbiamo riempito un vecchio cestino da pik nik -uno di quelli che in certi film stanno sopra le tovaglie a quadri rossi stese sul prato- e siamo partiti.
    C’è questa radura nel bosco che è un’atra porta. Sopra è appeso un cielo a cupola, lontano stanno i paesi, avvinghiati ai fianchi flosci della collina, intorno pareti di foglie e intrecci di rami. I bambini parlano agli spiriti del bosco. Senza accorgercene lo facciamo anche noi; la differenza è che loro stanno poi ad ascoltare le risposte.

    Federico ha insegnato a Eliandro e Lemuele a cercare la legna e accendere il fuoco, abbiamo abbrustolito pannocchie che nessuno ha mangiato. Poldo scodinzolava fissando i panini, ho fatto qualche foto, abbiamo bevuto una birra; il calore del fuoco faceva somigliare l’aria intorno a un fiume che sale. Cose normali così.
    Intanto, intorno, succedeva che: l’estate scivolava in una versione di sé meno semplice e più raffinata. La sera si scioglieva, colava giù come una lingua molle, come tanti veli di tulle. Dopo, la notte s’è fatta notte per davvero, e il fuoco da trasparente è diventato rosso.

    Succede ogni volta così. Ogni giorno fa un passetto avanti, verso la prossima stagione, e la luce s’affievolisce e si inabissa. Per un po’. Mentre consumiamo i nostri piccoli riti quotidiani tutto si trasforma. E lo sappiamo.

    Ma non guardiamo (quasi) mai.

    (Ma poi, se tutto torna sempre: non dovremmo tornare anche noi?)

    tramonto nel bosco - monferratotramonto nel bosco - monferratotramonto nel bosco - monferratotramonto nel bosco - monferratotramonto nel bosco - monferratotramonto nel bosco - monferratotramonto nel bosco - monferratotramonto nel bosco - monferrato
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  • Uccelli visti dagli occhi di un bambino visto dagli occhi di un padre

    On: 28 settembre 2016
    In: la mia vita e io
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    uccelliPomeriggio di settembre in collina, sole tiepido, trattore che sale e scende per ordinare le file del fieno, per pettinare un pezzetto di campagna. Cielo lucido, orizzonte nitido di fine estate.
    Un puntino arancione corre intorno col cane, cerca animaletti da stanare, piccoli pezzi di legno per fare barchette o pistole. Si siede sotto un albero, spia un ragno vicino e là in fondo i movimenti del trattore, conta qualcosa su un tronco – chi lo sa cosa.
    Poi riprende a correre, saltella intorno alle rotoballe, gioca ancora col cane.

    D’improvviso -ma proprio d’improvviso- si ferma e alza gli occhi: un ventaglio di uccelli si apre nel cielo. Resta immobile per qualche istante, le braccia un po’ larghe sui fianchi, la fronte che segue la traiettoria del volo. Immobile.
    Poi le rondini spariscono oltre l’orizzonte nitido, lui si scuote e riprende il gioco.

    (Eliandro visto con gli occhi di Federico. Io ascolto il racconto e li vedo entrambi: il padre sul trattore che ferma il lavoro per osservare la scena, il figlio con la maglietta arancione e i pantaloncini corti, naso puntato al cielo. E mi sciolgo di tenerezza).

    Il jolly è: fermati un momento a guardare. Un ventaglio d’uccelli in cielo negli occhi di tuo figlio.

    monferrato
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  • Istanti rubati ad #agosto2016

    On: 20 settembre 2016
    In: istanti rubati, la mia vita e io, viaggi
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    Piccole DolomitiFine agosto, tempo di preparativi per una migrazione. Sono stata alcuni giorni a occhi in su, nel prato sul fianco della casa a Obra, mentre nuvole di rondini popolavano il cielo, animavano gli alberi frondosi ai margini della valle.

    Se ne stavano vicine sui fili della luce, una fila che pareva arrivare ai monti, pizzicate lì come le mollette sui fili per stendere. Era tutto un frinire per aria, una frullio d’ali, un lungo saluto prima di andare.

    “Dove vanno, mamma?”
    “Vanno al caldo, a vedere il deserto, il mare. Vanno a vedere il mondo.”

    Agosto è finito così, ma è cominciato maluccio. In mezzo ci sono stati giorni in salita, di quelli con il respiro corto di quando fai le scale dopo una malattia. Dopo, meglio. Il mio paese tra le montagne, con la mia famiglia e i miei bambini (il solo genere di cose a cui l’aggettivo possessivo si sposi benissimo). Il posto migliore in cui leccarsi le ferite, in cui riprendersi i tempi e gli spazi; il sapore della polenta e gnocchi di malga, l’odore di felci e foglie pestate, la fatica appagante di arrivare in fondo alla salita, di uscire dal bosco quando vien giorno, di ritrovare il passo e il fiato lasciati qui a ogni stagione, su questi sentieri stretti, tra questi sassi bianchi.

    Le fiabe la sera lette sui libri, la colazione al mattino in balcone, il caffè, i biscotti pucciati nel primo sole.
    E alla fine questo saluto dal cielo, questa tempesta di piume, questa baruffa in aria.

    “Mamma, ma tornano?”
    “Non lo so, se tornano. Ma se partono, da qualche parte arrivano.”
    Io ci credo, che non ci sia partenza senza approdo.
    Anche se non sappiamo dove, anche se non vediamo dove.

    E poi andremo via come fanno gli uccelli che dove vanno nessuno lo sa.
    (…) L’estate è finita l’inverno è alle porte, la morte e la vita rimangono uguali.

    Obra di VallarsaObra di VallarsaCampogrosso (Vicenza)Obra di VallarsaObra di Vallarsaago9ago10ago11Muse, TrentoObra di Vallarsa
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  • La scuola che insegna gli abbracci

    On: 14 settembre 2016
    In: la mia vita e io, lettera
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    primo giorno di scuolaProvo a ricordare il mio primo giorno di scuola. Avevo un grembiulino nero con il colletto bianco e i capelli lisci fino alle spalle tenuti indietro con le forcine. Credo fosse quella mattina che ho fatto delle foto in cortile, una sulle scale con Chicca, il cocker, una con la tartaruga Camomilla.
    Sorridevo accucciata, un sorriso un po’ tirato, senza denti, una mano sulla schiena dura del carapace. Se avessi potuto, l’avrei portata con me.

    Quello stesso sorriso un po’ incerto, pericolosamente in bilico tra entusiasmo e timore lo aveva Lemuele l’altra mattina. Lo aveva nella foto in pigiama fatta nello stesso posto del primo giorno di asilo, sul mobile della cucina con dietro le piastrelle gialle, nella foto in cortile, insieme al cane, insieme a suo fratello che si mangia una mela e che sta per ricominciare l’asilo. Che lo bacia, quando si salutano, perché lo sanno entrambi che per la prima volta vanno nello stesso posto, e che un po’ si mancheranno.

    Della mia aula ricordo il banco in formica verdina con le gambe di ferro nero, la maestra davanti alla cattedra, la mamma che mi accompagna alla sedia. Non saprei dire, esattamente, le emozioni. Di sicuro il disagio di un ambiente nuovo con regole imprevedibili, la sensazione, solo intuita, di un percorso lungo e già tracciato come binari. L’orgoglio di essere finalmente grande, la paura di essere già grande, la confusa e fastidiosa percezione dell’irreversibilità del tempo – la ritrovo in Lemuele ed Eliandro che la sera, quando sono stanchi, mi si accoccolano addosso e mi dicono Voglio fare una magia e restare sempre piccolo, e tu sempre giovane.

    Quando mi ha abbracciata per saluto, mia madre, non ha pianto, non davanti a me almeno. So di aver desiderato intensamente che tornasse presto a prendermi. Ho pensato che fosse solo mia, tutta quella eccitazione, mia madre poteva stringermi forte e poi uscire tranquilla nel mondo che conosceva bene, in attesa di tornare ad aspettarmi lì fuori; era solo mia quella specie di elettricità che mi faceva credere di avere un frullatore al posto del cuore.

    All’ingresso della scuola di Lemuele ho risentito quell’odore, quello lì che ha solo il primo giorno di scuola. Chissà cos’è: libri nuovi, la plastica delle copertine, il tremolio che fanno tanti cuori insieme, pure quello deve avere un suo odore.

    L’ho visto entrare in classe trascinando lo zaino con le rotelle, guardarsi intorno, scegliere un posto, forzare un sorriso dentro un’altra fotografia – ormai rassegnato a convivere con la mania di sua madre di trattenere, nel solo modo che sa.
    L’ho visto cercare suo padre con lo sguardo, cercarmi la mano prima che andassimo via. L’ho visto fare gli occhi grandi, gli occhi suoi già grandi e adesso enormi, per ingoiarsi le lacrime, per non farle straripare.
    È riuscito, e sono riuscita io.
    L’ho abbracciato e gli ho mostrato di essere tranquilla, pronta a uscire in un mondo che conosco bene, e poi a tornare lì, a ripescarlo in quel mare di pesciolini con gli zaini grandi e gli occhi enormi, un mare di pesciolini con il mare che gli brilla tra le ciglia.

    Tra qualche anno saprà che mi sarei voluta aggrappare a quel banco e non andare via, perché il mondo che conosco meglio è quello che mi ha insegnato lui.
    Io ho saputo in quella stretta che a volte deve passare tanto, tanto tempo per capire un abbraccio, e lo capisci solo dentro un altro abbraccio.

    Un giorno lui saprà che l’altra mattina, tra quei banchi odorosi di prime volte, avevamo i cuori stretti dentro lo stesso frullatore.

    -Buona avventura, Occhi Grandi!

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  • Tra vino e caffé, l’autunno che vorrei

    On: 8 settembre 2016
    In: la mia vita e io
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    caffèSettembre è Capodanno morale, è il mese dei ripensamenti, è la fatica scalza di chi raccoglie l’uva, accatasta cassette, si macchia le dita in attesa del vino -l’estasi con cui Dio consola gli uomini di buona volontà (semicit.).
    Prometto schiena curva tra i filari, ma che alzando gli occhi possa dissetarmi guardando il mare, svegliarmi il viso nei ruscelli freddi, trovare fiato carezzando con lo sguardo la schiena dritta delle montagne azzurre.
    Prometto sforzo e domando luce, che cada a grandine tra le foglie fitte e diventi zucchero, chiedo la tenacia dell’edera che scala senza fretta le pareti, e amici.
    Amici che alla fine della stagione dividano il vino, che vengano a grappoli con il pane da tagliare in tavola, con bocche da macchiare di viola, la voglia di cantare un po’, di stringersi intorno alle brocche sulla tovaglia a quadri e a una chitarra, la voglia di stare vicini, i bambini che corrono intorno, rincorrono un gatto, pedalano in giro.
    Mentre il portico oscilla di tende bianche alla brezza d’autunno sarebbe bello ridere insieme della levataccia di domani, essere felici del nostro riflesso sul vetro, per vederci insieme, e vivi. E le bocche macchiate di viola.

    Il mio anno nuovo comincia così: un caffè nero, un bel libro, le poesie di Baudelaire, il giornale che si acquista il mattino che comincia un viaggio.

    Il jolly è: Di vino, di poesia o di virtù: come vi pare. Ma ubriacatevi. Charles Baudelaire

     

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  • Istanti rubati a #luglio2016 (tra cavalli imbizzarriti e plancton)

    On: 9 agosto 2016
    In: istanti rubati, la mia vita e io
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    cavalliAvete presente un cavallo che corre dentro un recinto senza una meta precisa? Scalcia, scalpita, scarta, cambia direzione in aria. Nitrisce, va verso destra, poi ci ripensa, prima di arrivare in fondo, frena bruscamente e vira a sinistra. Rischia di rompersi, di scivolare.

    S’affanna, si stanca, butta fuori aria dalle froge, si spazientisce. Soprattutto si sfianca. Ho voglia di correre, di sudare sui fianchi tesi e lucidati per lo sforzo. Ha energia da spendere ma non sa da che parte andare. Si sente in gabbia. Non sa se saltare la staccionata e affrontare la prateria, o aspettare che qualcuno gli indichi la strada. Si sfianca.

    Ecco, a luglio sono stata quel cavallo. Confusa, impacciata, sconclusionata.
    Ora forse, un po’ alla volta, si delineano prospettive, scie luminose come la fosforescenza marina dei plancton, di notte intorno alla barca. La chiamano bioluminescenza: serve per confondere i predatori o come segnale di corteggiamento.
    Che sia per salvare la pelle, o per amore, tocca trovare una luce e seguire la scia.
    Tremula e ancora timida, mi pare di vedere la mia.

    Nel frattempo rallento la corsa e conto i giorni che mancano a staccare la spina, diminuire il passo, sganciarmi dal chiodo del giorno e dell’ora.
    Sedermi e guardare la prossima scia.
    Intanto, buona estate a chi passa di qua, un’estate capace di convertire energia in luce: un’estate bioluminescente!

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  • Migranti

    On: 20 luglio 2016
    In: lettera, sproloqui
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    opera di danila d'acciSe guardi da lontano vedi: una massa di persone.
    Può fare paura, una massa di persone. Tutte le braccia insieme diventano tentacoli.
    Vedi un muro fatto di schiene ed è un muro più impenetrabile di un presentimento balordo. Più respingente di un sospetto.
    Vedi una selva di gambe e in una selva ci si perde, in una selva si perdono le tracce dei passi – ti smarrisci in un intrico di gambe, in una semina di ossa.
    Tanti capelli sono groppo di liane, viluppo di alghe nel torbido del fondale.

    Ma se poi t’avvicini, se affini lo sguardo, la prospettiva si capovolge.
    Se tra tante mani ne puoi districare un paio, se punti lo sguardo sulle clavicole sporgenti, sul capo chinato. Se sai scorgere il neo sotto il mento, la cicatrice che racconta una storia –ed è una storia di perdizione dentro un’altra selva– se lo puoi fare, la paura sbiadisce.
    China il capo anche lei, indietreggia e ti lascia guardare.

    E allora –solo allora- in centro al mostro da milioni di teste incroci uno sguardo.
    Uno sguardo annacquato di donna.
    Uno sguardo affannato di uomo.
    Uno sguardo argilloso di vecchio.
    Uno sguardo d’edera e agrifoglio di bambino.
    E allora –solo allora- vedi lo sguardo della moglie, del fratello, del padre. Di tuo figlio.

    Solo allora –quando la paura ti lascia guardare- dimentichi il mostro da milioni di teste.
    E ti riconosci.

    (I bellissimi ritratti sono dell’artista Danila D’Acci – www.dispariepari.it)

    opera di danila d'acci
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  • Istanti rubati a #giugno2016 (l’emotività vien col caldo)

    On: 14 luglio 2016
    In: istanti rubati, la mia vita e io
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    monferrato“Papà, se trovo la mia bacchetta magica, quella che mi avevano regalato, sai cosa faccio? Faccio una magia, così io e mio fratello continuiamo a essere piccoli e ad andare all’asilo. E faccio diventare piccola anche la mamma, perché a lei piace. Così viene all’asilo insieme a noi.”

    Invece a giugno l’asilo è finito, alla recita ho pianto perché è l’ultimo anno di asilo di Lemuele (cioè, questa è la scusa, perché ho pianto ogni anno con motivazioni altrettanto fragili: primo anno di asilo del primo figlio, primo anno di asilo del secondo, e così via). E avrei voluto quella bacchetta magica, un peccato davvero che l’abbia persa, perché un abracadabra per cancellare l’effetto panda insieme alle tracce di mascara avrebbe avuto la sua utilità.

    A giugno c’è stato anche un battesimo, io ero madrina, e ho pianto un po’ per la commozione e un po’ per l’incredulità nel rendermi conto che per una volta eravamo vestiti tutti e quattro di bianco e blu, come se per una volta, da vera fashion blogger, avessi sapientemente organizzato i nostri outfit per l’occasione anziché affidarli clamorosamente al caso.

    A giugno sono stata in Grecia. Ne ho parlato e bisognerebbe farlo ancora, per dare un poco di voce a chi nemmeno sa più d’averla. A chi si domandasse se qualche lacrima l’ho versata anche lì, chevelodicoaffare.

    Ci sono state anche altre cose, per cui non ho esibito la mia emotività da dolce Remi in andropausa precoce. Ad esempio un fine settimana al mare, il rito con falò nella notte di San Giovanni, molte serate sotto il portico, la stanchezza del primo caldo, un’amaca in guardino, cose belle e cose così, e altre cose, di cui, mi sa, riparleremo.

    Tutto si riassume in una serie di scatti in altalena, al crepuscolo, davanti a un campo giallo di grano.
    Su e giù, giù e su, a istanti alterni.
    Su e giù, mentre il grano ondeggia.
    Non è stato male. (Avercela, però, quella bacchetta. Due giorni all’asilo, quasi quasi.)
    altalenaaltalenaaltalenaaltalenaaltalenaaltalenamonferrato

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