Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

  • Istanti rubati a #novembre2017 (viaggio in Sicilia in pillole)

    On: 11 dicembre 2017
    In: istanti rubati, viaggi
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    Sicilia 2017Viaggio in Sicilia in pillole – una al giorno

    Giorno 1
    Palermo – Cefalù

    Arrivare a Cefalù dopo un viaggio rocambolesco il giusto, arrivarci mentre il giorno conicincia a virare verso sera, con le onde che sbuffano e s’arricciano sulla sabbia chiara.
    Parcheggiare la macchina distante dall’appartamento e carichi, molto carichi, camminare a fatica riflettendo sul fatto che si cerca di viaggiare leggeri, e invece. E invece.
    Fare l’abitudine in poco tempo a una luce nuova, che c’è solo qui, mi ha detto un’amica. E a quella brezza tiepida che solletica e scompiglia, quella brezza che sempre, mi sembra, è presagio di innamoramento.
    Se c’è una lezione di viaggio, oggi, è: viaggia leggero. Punta all’essenziale.

    Giorno 2
    Castelbuono – Petralia Soprana – Cefalù

    I pensieri di oggi sono solo per te.
    “Di certo c’è un posto dove la legna non si finisce e il fuoco non si spegne”

    Giorno 3
    Pollina – Zafferana Etnea

    “Dev’esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto dove non soffriremo
    e tutto sarà giusto”
    Siamo partiti dal mare e siamo arrivati alle pendici dell’Etna, attraversando paesaggi nella nebbia, partendo dall’estate e lambendo l’inverno con i suoi strascichi brulli e tornando all’autunno infiammato di giallo.
    Labile come le stagioni sento in questi giorni la vita e sempre sempre sempre l’antidoto mi sembra uno, banale eppure senza alternative: stringersi alle persone che amiamo.
    Strada dopo strada, stagione dopo stagione. Anche quando folate fredde mescolano nuvoloni in alto, anche quando il vento confonde gli occhi di sabbia cinerina: sii lava capace di regalare lapilli di luce nella notte.
    Onora la vita, la lezione di oggi.

    Giorno 4
    Etna – Aci Trezza

    Oggi abbiamo camminato dentro una nuvola su un cratere dell’Etna, c’era una pioggia sottile come un diffuso aerosol. Alla distanza di dieci passi le persone non erano persone ma sagome appena più scure della nebbia.
    Ho mangiato biscotti duri che quasi mi hanno rotto un dente, prima di arrivare a questo posto senza tempo che è Aci Trezza – tutto il suo tempo sta dentro le pagine di un libro.
    I bambini si sono travestiti da fantasma e scheletro e sono entrati in tutti i locali del paese -tutti!- racimolando un bottino niente male. Mi sembra che la morale somigli a questo: strappare un sorriso con quello che fa paura, riempire di caramelle le tasche di un fantasma.
    E dentro la nebbia, allungare la mano e trovare chi vuoi tu. A dieci passi da te: la persona che vuoi tu.

    Giorno 5
    Aci Trezza – Siracusa

    Ad Aci Trezza ci siamo fermati sul molo vicino a un pescatore, mentre nuvole scure inghiottivano tutto e raggi di sole le bucavano come fili a piombo, facendo brillare scampoli di mare.
    Stava per andar via, quel pescatore – la moglie lo aveva avvertito che sarebbe venuto a piovere e ormai la previsioni non sbagliano. Invece si è fermato per far vedere ai bambini come si pastura e come si tiene la canna. Perché, per quanto ho visto, in Sicilia i bambini sono il futuro di tutti, e non una grana di chi li ha fatti.
    Mi è venuto in mente quel detto – Se vuoi salvare un uomo non regalargli un pesce, ma insegnagli a pescare – mentre grosse gocce hanno cominciato a cadere e ci siamo salutati come vecchi amici, noi e il pescatore, prima di correre al riparo.

    Giorno 6
    Siracusa

    Non c’è trucco non c’è inganno.
    A Siracusa vicino al Duomo oggi c’era un prestigiatore. Le sue mosse abili hanno incantato i bambini (come poco dopo un topo natante in mezzo ai pesci).
    Se credete nella magia, la magia vi trova sempre, ha detto il mago.
    Ecco dove oggi ho trovato la mia: negli angoli di pietre crude e imbiondite dal sole, vestite di rampicanti e piante grasse. Nel profumo di pasta alla norma annaffiata di bianco della casa. Nelle scommesse di fronte a un gatto che fa l’agguato al piccione (il gatto ha perso). Negli strappi di cielo tra i vicoli asfittici, finalmente azzurro dopo le piogge dei giorni scorsi.
    E nella telefonata di una persona gentile che mi ha detto, con altre parole:
    storie.
    Le storie sono la magia.

    Giorno 7
    Siracusa – Noto – Marzamemi

    Il trucco più inviolabile è quello che indovini e non vedi
    Noto è una granita al gelso all’ombra di una piazzetta, è la tenerezza spigolosa delle pietre gialle contro il blu del soffitto.
    Noto è un incontro -dopo anni- con un’amica. Nel tempo di mezzo, abbiamo fatto bambini e momentaneamente sospeso le gite senza altri passi a cui badare, senza mani piccole da tenere tra le mani. Ma restano i viaggi di allora, affidati alla geografia contraffatta e inalterabile della memoria.
    Dopo, un cielo improbabile su una distesa di ulivi e agrumeti, e ancora il mare. Il mare al tramonto, il più struggente dei mari su tutte le mappe.
    E lo spazio e il tempo non sono altro che un trucco -il più abusato e impenetrabile- da prestigiatore.

    Giorno 8
    Marzamemi – Modica

    Lasciati andare.
    Abbiamo lasciato Marzamemi che è il verso di una poesia che ho dimenticato, abbiamo attraversato una campagna di muretti bassi, fenicotteri, piante grasse e blu dove arrivano gli occhi.
    Ci ha accolti Modica con la fatica delle sue salite e gli scorci che tra due muri svelano universi di pietra.
    A metà di questo viaggio, ho trovato il mio mantra: Niente è perfetto e nulla è insuperabile.
    Lasciati andare!

    Giorno 9
    Modica – Ragusa – Realmonte

    Dalla Modica di Quasimodo all’Agrigentino di Pirandello, sostando tra le strade bianche di Ragusa, ascoltando Nirvana e Cure e leggendo -sui sedili dietro- Geronimo “Estinto”, sempre accompagnati da stormi multiformi di uccelli migratori.
    Ed è subito sera
    (Ma domani è un altro giorno)

    Giorno 10
    Realmonte – Scala dei Turchi e Valle dei Templi

    La piazza sul mare
    La Scala dei Turchi e la Valle dei Templi, prima col sole e poi con la pioggia – che palle la pioggia, correre e ripararsi sotto un ulivo, abbarbicati al tronco – ma dopo!
    La luce nuda spalancata di fronte.
    E tornare in un paese apparentemente anonimo ma poi dalla piazza centrale c’è una vista, una vista che ti ricorda qualcosa che hai perso.
    Qualcosa che avevi e che hai perso.
    E chiedi ai passanti -che non passano in verità ma se ne stanno assiepati a parlare- gli chiedi Per favore, una panetteria. E loro non ti dicono dov’è, si incamminano insieme a te.
    Non ho fretta, ti dicono. (Ecco cos’era che avevi e che hai perso).

    Giorno 11
    Realmonte – Marzara – Marsala
    Oggi non mi servono altre parole che queste. Parole che, come dice un’amica, hanno il potere di straziare il cuore.

    Una notte di giugno caddi come una lucciola sotto un gran pino solitario in una campagna d’olivi saraceni affacciata agli orli d’un altipiano di argille azzurre sul mare africano.
    Luigi Pirandello

    Giorno 12
    Marsala – Saline di Trapani – Castellamare – Scopello Visicari

    (Poi siamo arrivati in un posto incredibile…) Velocità di crociera su una strada non proprio scorrevole, la campagna che si srotola intorno coi suoi gialli, le viti e i pennacchi, nuvole bianche e panciute come dirigibili erranti.
    I bambini sui sedili dietro chiacchierano senza litigare, il sole batte sul mio finestrino e mi scalda mezza faccia. Stormi di uccelli si aprono a ventaglio laggiù. Tu guidi, io scrivo, l’autoradio manda una musica bella.
    Andiamo. Senza sapere precisamente dove.
    La semplicità del bene.

    Giorno 13
    Scopello Visicari- Riserva dello Zingaro – Erice

    Questa mattina era estate.
    Un’estate regalata in un giorno di novembre in cui era prevista pioggia.
    Abbiamo fatto una decina di chilometri tra rocce e mare, tenendoci per mano di fronte ai dirupi, dove la staccionata non c’era.
    Oggi pomeriggio al castello di Erice era autunno inoltrato. Con il vento che alza mulinelli di foglie nella luce interrotta dalla sera. Un vento che ulula, lucida gli occhi e che quasi spaventa. Pure me, che il vento lo amo moltissimo.
    Così ci siamo stretti un po’, per non volare via.
    È sempre un tenersi vicini, quindi.
    Stagione dopo stagione.

    Giorno 14
    Scopello Visicari – San Vito Lo Capo

    Incontri.
    Questa mattina ho fatto una passeggiata solitaria e mi ha accompagnata un cane randagio. Bianco con le macchie marroni e gli occhi un po’ tristi. (Ma forse tutti i cani hanno gli occhi un po’ tristi).
    È venuto a prendermi davanti alla porta di casa e mi ci ha riaccompgnata. Preciso come un fidanzato ai primi appuntamenti. Mi camminava davanti, faceva finta di disinteressarsi a me annusando in giro, e intanto mi aspettava. Come un innamorato troppo timido per dichiararsi.
    A un certo punto i cani erano due e mi hanno scortata girandomi intorno e frugando l’odore dei miei passi.
    Avevo letto cose di spiriti guida, di animali che sanno qualcosa di noi. Ricordo poco.
    Non importa. Quello che importa è che da questo viaggio mi riporto a casa il ricordo anche di lui.
    Del mio amico cane.

    Giorno 15
    Scopello Visicari – Palermo

    Bello partire per ritornare.
    Bello tornare, ma ripartirei.
    Un pezzo di Sicilia che ci terremo nel cuore -insieme a molto, molto altro- è  l’ultima casa che abbiamo abitato prima di tornare. Sospesa tra rocce e mare, circondata da pini, olivi, fichi di india e animali gentili. Una baita di montagna dove arriva l’odore di salmastro e un sentore di vento africano.
    Il penultimo regalo di Sicilia.
    L’ultimo regalo è stato, come al ritorno da ogni viaggio che si rispetti, la dolcezza un po’ malinconica e struggente di tornare a casa. Alla stufa accesa nella nebbia di novembre, vicino a cui sedersi e pensare: è stato bello.
    Altrochè, se è stato bello.

    In numeri

    4 viaggiatori, 1850 chilometri percorsi, 14 giorni di viaggio, 4 pieni dell’auto, 9 diverse sistemazioni notturne, 1 cambio dell’ora, svariatissimi colpi di tosse, molti incontri, un discreto mal di schiena, 3 libri e una guida, 6 bagagli, 1 crema viso e 1 ciabatta perse.

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  • Istanti rubati a #ottobre2017 (strategie d’equilibrio)

    On: 27 novembre 2017
    In: istanti rubati, la mia vita e io
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    Perdere un po’ l’equilibrio, o, diciamo così, la giusta prospettiva. Succede, no?
    Succede e nemmeno è sempre un male. Serve a reinventarsi, a rimettere a fuoco i contorni, ridefinire le traiettorie.
    È un processo, sbilanciarsi e ritrovare una misura nuova, sempre precaria, sempre perfettibile. Ognuno, per farlo, ha le proprie strategie.

    Le mie: leggere.
    Leggere mi permette di prendermi per mano e portarmi in giro. Dentro e fuori me stessa, ma dentro e fuori miracolosamente combaciano. Leggere è evasione ma anche riapprodo a quello che siamo, riconquista, scavo. Scavo che, quando va bene, ci porta in una parte di noi che non sapevamo esistesse – eppure era lì. Silenziosa.

    Poi: scrivere.
    Pescare in fondo, grattare con l’unghia. Fino a creparla, smangiarsela, fino a che la patina di indifferenza cede e lascia vedere: come il ghiaccio che ad alta quota scopra un lago di montagna. Tu hai solo l’unghia e il ghiaccio è spesso. Ma gratti. E gratti. E poi chissà, forse arrivi all’acqua, se il punto è quello buono e la forza che ci metti è quella giusta.
    (Ottobre è stato il momento di mettere lo smalto, che mi sembra dia brio ai pensieri, e limare le unghie, che si rinforzino un po’.)

    Quindi: organizzare un viaggio.
    Va bene una gita, un giro, un’uscita. Da fare domani, tra un anno o dieci.
    Basta una mappa per sapere come perdersi e un po’ di immaginazione per sapere dove cercare.

    L’altro modo di ri-bilanciarmi è: prendere i miei figli per mano – uno da una parte e uno dall’altra – e andare nel bosco. Sui sentieri ritorti tappezzati di rampicanti o sui solchi profondi che gli attrezzi agricoli lasciano a bordo campo.

    Uno per mano, e riecco il mio centro.
    Ci voleva tanto?

    Urliamo -vieni qui, è pericoloso, guarda là! è stato lui!-  a tratti cantiamo, litighiamo, ci pestiamo senza volerlo i piedi, spaventiamo i cavalli quando a sera torniamo a casa, un po’ stanchi, un po’ sudati. Li spaventiamo sbucando all’improvviso mentre quelli – i cavalli- se ne stavano placidi a pascolare nei paddock e sentendoci arrivare corrono via sgroppando e alzando terra con gli zoccoli, come se da qualche parte ci fosse stato uno sparo.

    Insomma, in questo ottobre, in questo autunno, ho fatto le cose che faccio, in un modo o nell’altro, da sempre.  Leggo, scrivo, mi ormeggio alle mani delle persone che amo.
    Mentre pestiamo tappeti croccanti di foglie secche penso che la vita è un elenco disordinato di azioni che ci tengono in piedi, mentre formiamo una catena di mani per stare in equilibrio.

    ottobre 2017
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  • Ai tuoi sette

    On: 16 novembre 2017
    In: la mia vita e io, lettera
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    io e teAi tuoi sette anni, amore bello.
    Alla tua dolcezza, ai guizzi d’ingegno, alla svagatezza, alle fossette sulle guance, alle finestre tra i denti. Ai tracciati segreti della tua fantasia, alle risate che a volte irrompono tra le lacrime, alle mosse buffe, alle tue gambe veloci. Alle tue lettere sghembe e alle letture della sera.
    Al tuo essere qui essendo altrove, ogni tanto, in cui mi riconosco, al coraggio che ci metti, alle paure che fanno crescere e desiderare di non crescere, ai supereroi, al fiato nella corsa e all’energia nei salti, al nostro bisogno di abbracci.
    Alla tua struggente tenerezza.
    A te, che un pomeriggio estenuante di sette anni fa, mi hai fatta nascere mamma.

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  • Istanti rubati a #settembre2017 (la solitudine del corvo)

    On: 10 ottobre 2017
    In: istanti rubati, la mia vita e io
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    liguria 2017Quando qualcosa non mi va -mi rende triste, mi mette ansia, mi destabilizza o tutte queste cose insieme- adotto una tattica: mi rimpicciolisco. Mi vedo dall’alto, e da dopo.
    Per vedermi dall’alto uso quella tecnica cinematografica che sposta la telecamera dal particolare all’universale: ci sei tu che riempi l’inquadratura, poi la tua famiglia, il paese, la nazione, mondo, universo. Siamo minuscoli e brulicanti e così imperfetti. Questo mi rasserena? A volte.
    Poi, mi vedo da dopo. Ammesso che campi altri 50 anni (bè, essere ottimisti non conta nulla) e ammesso che mi sia conservata la memoria (anche molto ottimisti, perché no): che importanza avrà quello che mi è successo oggi? Che impatto avrà avuto su quello che è venuto dopo? Di solito la risposta varia da poco, molto poco a nessuna.

    In questo mese di settembre mi sono impratichita parecchio in questo esercizio. L’inizio dell’autunno è venuto in salita, di quelle salite di cui non vedi esattamente la fine o dove ti portino, ma senti che hai un po’ il fiato corto e la gola riarsa.
    Passo a passo, mi sono detta.
    Passo a passo, continuo a dire.

    Ci sono state anche cose belle. Il mare della Liguria a fine stagione, l’inizio della scuola, incontri interessanti e un po’ di solitudine. Da un po’ non la frequentavo. La solitudine intendo. Stare una giornata quasi intera senza nessuno intorno.
    Lavorare affacciata alla finestra, anzi due, spiare le abitudini di un corvo che passeggia sulle tegole del tetto di fronte. Sembrava impegnato a immaginare la rotta, mentre si guardava intorno col becco in aria, zampettando avanti e indietro. Ogni tanto mi sembra che ci facciamo compagnia.
    Mi sono detta: fai come lui. Ricalibra. Non è che non si possa cambiare strada mai. Me lo dico abbracciandomi un po’, come se fossi una bambina che si è persa nel bosco. Me lo dico piano: fai come il corvo, ricalibra.
    Lo sto ancora facendo, impegnata a capire le coordinate.

    _Signor corvo, te che vedi da là?
    Non mi risponde quasi mai.

    Nel frattempo, mi prendo l’ultimo sole e do il benvenuto alla nebbia del mattino, mi guardo intono cercando di tenere l’equilibrio (Ho detto equilibrio?).

    E ogni tanto torno alla mia tattica: respiro a fondo, mi faccio piccola. A volte funziona. Non sempre, certo, ma si può provare. L’importante è non farsi fregare: il punto non è tenere a mente che siamo insignificanti, proprio no. Il punto è tenere a mente che il significato è altrove.

    liguria 2017liguria 2017Il punto non è tenere a mente che siamo insignificanti, proprio no. Il punto è tenere a mente che il significato è altrove.liguria 2017liguria 2017
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  • Istanti rubati ad #agosto2017 (Salire)

    On: 14 settembre 2017
    In: istanti rubati, la mia vita e io, quasi poesia
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    obra di vallarsaL’erba sono i miei capelli, i nodi negli arbusti bassi e delle radici sono le nocche delle mie dita. E i polsi. La mia saliva nasce dalle tue fonti segrete e scivola sulla tua schiena piena di gobbe e di cicatrici.

    Sono i miei denti i tuoi sassi levigati e mentre incespico tra i sentieri bianchi, rotolano pietre insieme alle intenzioni e a quello che solo ieri sera sembrava importante.

    Mi si tappano le orecchie e il respiro tuona dentro la gola come l’eco che da valle alla cima ripete tutti i miei nomi. Nelle tue gole oscure il sangue si rinvigorisce e mi aggrappo alle tue vene di roccia come al collo di una madre.

    Poi mi stendo e il cielo si prende i miei occhi e -uno a uno- i battiti del cuore.

    cima postaobra di vallarsatrentinocima postaponte tibetanoobra di vallarsaobra di vallarsa
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  • E tutto quell’azzurro

    On: 23 agosto 2017
    In: lettera
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    montagneNei giorni che ho trascorso in Trentino, nel paese di mia madre, è successa la stessa cosa di ogni anno: almeno una persona ogni sette che incontro mi dice Come somigli alla tua mamma.
    Hanno ragione. Lo vedo nelle foto che mi fanno, in certe espressioni, in un certo modo di corrucciare le sopracciglia, o di guardare altrove. Mi fa un po’ effetto questa cosa, come se il tempo, a ogni suo giro di vite, allo stesso modo ci allontanasse e ci avvicinasse un po’.

    Poi, spesso, ci mettiamo a parlare di lei. Le persone che la conoscevano mi ricordano aneddoti, momenti che hanno fermato nella memoria. La scorsa settimana una sua cugina, Alda, mi ha raccontato dell’ultima volta che si sono viste.
    Era fine estate, hanno fatto una lunga passeggiata, prima nel bosco fitto e poi hanno attraversato i prati e si sono sedute sopra un’altura, un declivio ai piedi delle Piccole Dolomiti che ti stanno in piedi di fronte, così vicine che per vedere la cima devi piegare il collo, e difendere gli occhi dal sole. C’è tutto quel verde, e poi tutto quell’azzurro. Me le vedo, a parlare come due amiche da una vita che si vedono meno di quanto vorrebbero – vivono in città lontane. Vengono fuori quelle chiacchiere che hanno dentro un po’ tutto. I ricordi d’infanzia, la cronaca degli ultimi mesi, i progetti.

    Pensa che bello sarebbe fare qui una beauty farm, ha detto Alda a mia mamma, quell’ultima estate. Sai, uno di quei centri benessere, uno di quei posti dove vai per rimetterti in sesto.
    Non so perché si ricordasse proprio quel momento di tredici anni fa, mese più mese meno. Ma so che mentre me lo raccontava piangeva. Forse per quello che poi non è stato. Non si è fatto nessun centro benessere lì -e questo secondo me è anche un bene- ma anche fosse stato, mamma non lo avrebbe visto. Forse Alda pensava a questo. O forse pensava a come lei ha sorriso, a quell’idea. Perché certamente mia madre deve aver sorriso. Magari ha detto Sarebbe bello. Magari ha cominciato a immaginare come sarebbe stato.

    Così come adesso io penso a come sarebbe stato se ora fosse qui per compiere gli anni. Qui per prenotare un week end in un centro benessere o per starsene seduta su quel prato, la testa piegata di lato e la mano sugli occhi a guardare all’insù. Tutto quell’azzurro.
    Qui per vedere come le somiglio. Quando guardo altrove, pensando a qualche cosa che potrebbe essere.

    Auguri, ma’.

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  • Istanti rubati a #luglio2017 (Di cosa abbiamo bisogno)

    On: 2 agosto 2017
    In: istanti rubati, la mia vita e io, lettera, viaggi
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    Estoul, Il richiamo della forestaAbbiamo bisogno di selvatico, della strada sterrata che si inerpica fino alla radura, dove non arriva l’asfalto con la sua simmetria di strisce bianche; delle tracce lasciate di notte da una volpe che si è avvicinata al paese; del grido fischiante di un nibbio o di quello notturno della civetta. Abbiamo bisogno del telefono che non prende, dell’auto che fino a là non arriva, dell’odore di resina che sporca i vestiti dei bambini mentre s’arrampicano sugli alberi.

    Le ho sempre sapute queste cose e le ho ripensate sulle strade sopra Estoul, mentre con mia sorella e i bambini si andava al Festival della Montagna, una bellissima festa tra i boschi, dove il dress code prevedeva piedi scalzi o scarpe da trekking e k-way per la pioggia.

    Abbiamo bisogno di parole, quelle dentro e quelle fuori dai libri. Ma devono essere parole piene, concrete. Come spiega Paolo Cognetti, devono essere i nomi delle piante che crescono ad alta quota, i verbi esatti per raccontare un’arrampicata, i luoghi geografici che descrivono un cammino. Devono fare un suono preciso, avere un peso specifico.
    Un mondo giusto è fabbricato con parole esatte.

    Abbiamo bisogno di incontri. Non quelli distratti alla fermata dell’autobus, quelli fatti di fretta alla cassa del supermercato – tutto bene da voi, sentito oggi che caldo, che tempo, e ieri quella grandinata.
    No, incontri: nuovi o vecchi, questo non importa, importa che ci sia la voglia di dividere qualcosa, oltre alle frasi sul clima inclemente, su chi scende o non scende alla prossima fermata. Può essere passarsi una borraccia o consigli di lettura, ballare in un prato mentre un gruppo fa le prove del suono per il concerto della sera, immaginare un progetto nuovo, ambizioso e visionario, prestare le bolle di sapone a un bambino.
    Alzare la faccia insieme per sentire le prime gocce di pioggia in fronte.

    Abbiamo bisogno di passi. Non dall’ascensore alla porta dell’ufficio, o dalla camera al bagno. Bisogna pestare erba, farsi strada tra i rovi e le spighe, sentire sassi sotto le scarpe, arrivare in cima alla salita, il cuore in gola, i muscoli molli. Sentire la potenza di questo corpo che scordiamo d’avere, sentire piena la forza e l’immensa grazia d’avere gambe affidabili.
    Gambe e cuore che ci portino: cos’altro conta?

    Abbiamo bisogno di semplicità. Roba facile come pane con dentro qualcosa che dia gusto, come acqua di fonte o magari un buon vino. Cose così.
    Sentire la mano dei miei figli dentro la mia, una per parte, mentre andiamo.

    Che altro serve. Tempo. Solo questo: tempo senza appuntamenti se non con se stessi, con la voglia di sedersi in un prato, appoggiare la schiena ad un albero. E stare.

    Come scrive Thoreu abbiamo bisogno di inesplorato. Vorremmo arrivare ovunque, vedere tutto, oltrepassare ogni barriera o confine. Scavare nei recessi terrori del sottobosco per scoprire una colonia di formiche, giungere a nuoto all’ultima isola, arrivare alla vetta un gradino sotto il cielo. Vorremmo arrivare ovunque ma ci serve sapere che resta qualcosa di inarrivabile. Ne abbiamo bisogno.
    Qualcosa da pensare soltanto, con il cuore che ci brucia in petto durante la salita o che se ne sta quieto in fondo agli occhi mentre con la schiena appoggiata al tronco guardiamo laggiù.

    Dai boschi di Estoul mi sono innamorata, una volta ancora, dell’inesplorato – che resiste.

    “Sono penetrato in quei prati la mattina di molti primi giorni di primavera, saltando da una duna all’altra, da una radice di salice all’altra, quando i selvaggi fiumi della valle e i boschi erano bagnati da una luce così chiara e luminosa da svegliare i morti, se si fossero assopiti nella tomba come alcuni immaginano. Non serve prova maggiore dell’esistenza dell’immortalità.” Henry Davide Thoreau, Walden

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  • Istanti rubati a #giugno2017 (Stropicciata è la realtà)

    monferratoC’è una cosa che mi piace moltissimo fare con i miei figli, quando cominciano le vacanze: la colazione in balcone. Ci sediamo ai tavolini fuori come fosse una terrazza al mare, anche se il nostro mare non è blu, ma verde, e se al posto dei pesci ci sono i cavalli – che voi direte son pesci grossini, ma vabbè, se per questo pensate alle balene. Preparo il mio caffè con i biscotti, il loro latte con panini di nutella e cereali.
    Ci sediamo sorbendo l’odore del fieno, chiacchierando del più e del meno, di quel sogno venuto di notte – un elefante a caccia di ladri che firma con la propria iniziale le mutande dei malfattori.
    Questo nella mia fantasia (l’unica cosa vera è il sogno di Lemuele). Nella realtà, prima che io possa sedermi, Eliandro e Lemuele hanno litigato perché uno dei due ha meno latte dell’altro, perché la tazza di uno è troppo calda e l’altra troppo fredda. Uno si è certamente inciampato versando metà del contenuto tra la cucina e il balcone.

    -È colpa sua.

    -È stato il gatto.

    C’è afa e l’odore è anche quello di letame che viene dalla scuderia. Poi le mosche – queste mosche che fanno dimagrire gli equini e mettono a dura prova la pazienza degli uomini.
    E ci sono le camminate in giugno per le strade di campagna, gialle che sembra di camminare sul sole e noi tre giovani esploratori (giovani facendo una media delle rispettive età) con gli zainetti sulle spalle e i pantaloncini corti. Saltelliamo allegramente.
    Nella realtà, saltelliamo sì, ma allegramente più o meno: saltelliamo perché le zanzare ci stanno sbranando e non basta essere pucciati nell’Autan come le Macine del Mulino Bianco nel cappuccino, soprattutto se per la scanzonata passeggiata hai scelto un’ora serale o crepuscolare, climaticamente compatibile con la vita insomma.

    Nelle immagini è tutto perfetto, come nei ricordi. Sarà bello ripensare, ad esempio, l’ultimo giorno di asilo di Eliandro. Sarà dolce. Anche se in quel momento la malinconia ti artiglia il cuore.
    Nei ricordi ci sono le belle serate sotto il portico a parlare di libri e viaggi e grandi imprese – non c’è la mosca che ti tormenta, il retropensiero delle cose che devi fare prima di sera, della sveglia all’alba di domani, o quella fastidiosa puntura d’insetto che non la smette di fare prurito.
    Dalle fotografie puoi togliere gli aloni, correggere i colori, il contrasto, stemperare le ombre. Ma a ben pensarci è quella roba lì che rende vero il momento – la lamentela di un figlio, il prurito in quel punto, la macchia, l’odore di merda dalla stalla. È l’imperfezione, la stortura che fa vivo e reale quello che c’è.
    Quello che ricordi e foto restituiscono lindo è stato vero, puzzolente, confuso, stropicciato, ingarbugliato e deforme.
    È stato vivo.

    (Tra le cose che sono diventate vere, il 21 è uscito in libreria “Un luogo a cui tornare”: lo avete incrociato, per caso?)

    monferratocavalli, pom graninun luogo a cui tornare
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  • Istanti rubati a #maggio2017 (Non sono i sogni che fai, ma come li fai)

    On: 5 luglio 2017
    In: istanti rubati, lettera, viaggi
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    Howth, IrlandaCamminare insieme a qualcuno parlando dei propri progetti mi sembra un bel modo di rinvigorire i sogni. Una specie di cura ricostituente per le proprie ambizioni.
    Non so se vi sia capitato. Essere in un bel posto, possibilmente tranquillo, ancora meglio se mai esplorato prima. Avere scarpe comode e una buona compagnia, una bottiglietta d’acqua e qualche ora a disposizione.
    L’ultima volta mi è successo a fine maggio, quando con Federico ci siamo regalati qualche giorno a Dublino. Durante quel viaggio, abbiamo dedicato una mezza giornata a Howth -una gita nella gita- un silente borgo di pescatori a ridosso delle scogliere.

    Dopo un pranzo a base di Guinness e fish and chips abbiamo preso a camminare in salita, senza meta, verso il punto più alto di quella collina, sotto il sole caldo del primo pomeriggio. Sbirciavo dentro i cortili delle case e ogni tanto mi voltavo indietro a cercare con gli occhi il mare. Ci siamo trovati in una strada in mezzo alla campagna, profumata e scoscesa.
    Parlavamo del più e del meno, di quello che avremmo voluto vedere a Dublino, del posto dove cenare, e cosa faranno i bambini, adesso, chissà se sentono la nostra mancanza. Al prossimo pub, ci fermiamo per una birra.

    Cosa vorresti, adesso, per la tua vita? Ho chiesto a Federico, come faccio spesso.
    Lui ha sospirato, abituato alle mie stramberie e a queste domande. E ha preso a dire. Camminavamo tra l’erba, a quel punto, c’era un odore buono di abeti e fieno, e, mi sembra, un coro di uccelli. Sotto di noi si apriva la tavola del mare e la distesa spianata dei desideri sbrilluccicava d’azzurro. Li avevamo davanti, giusto a un passo, ma raggiungerli non era così importante, in quel momento.
    Almeno non era importante come quello che c’era: un posto nuovo da attraversare vicini, quel buon odore nell’aria, i bambini a casa al sicuro e tutta quella strada.

    Tutta quella strada prima di arrivare al mare, così bello. Così bello visto da lì.

    Howth, IrlandaHowth, IrlandaHowth, IrlandaHowth, IrlandaHowth, IrlandaHowth, IrlandaHowth, IrlandaHowth, IrlandaHowth, Irlanda
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  • Quarta tappa: l’arrivo (La storia di una storia. In quattro tappe)

    On: 20 giugno 2017
    In: il progetto, un luogo a cui tornare
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    paesaggio

    «Perché una casa è anche e soprattutto questo: un luogo che resiste, ovunque tu vada, qualunque cosa tu faccia o diventi. Puoi averne cento, o una sola. Ma conta poco, perché quell’unica può combaciare col mondo.»

    Ecco, dicevamo, tutto ha avuto inizio così: tre personaggi con caratteristiche via via sempre più definite e un’immagine precisa letteralmente esplosa nella mia testa una sera di pioggia. Le tre insistenti voci e il loro incontro mi hanno fatto capire quale terreno volevo esplorare con “Un luogo a cui tonare”: dovevo frugare tra gli interrogativi che vi dicevo.
    Dovevo scavare nel senso dell’identità di ognuno, nel tentativo di mettere a fuoco ciò che ci distingue dal resto. Provarci, almeno.
    E da lì, vi ho raccontato la strada venuta dopo: la fatica, la luce intermittente della torcia, il terreno a volte friabile e melmoso, le sorprese lungo il cammino. E, insieme, la bellezza di qualcosa che stava nascendo sotto i miei occhi. Non gratis, no. A costo di molto tempo ed energia. Di fatica, pazienza e dedizione. Anche di un certo spirito di avventura e amore per il rischio.
    Se non parti mettendo in conto l’eventualità non arrivare da nessuna parte, è meglio lasciare stare, io credo. Ma se pensi che sia un viaggio che può insegnarti qualcosa, ha sempre senso fare il primo passo. Meglio che stare alla finestra a domandarsi cosa sarebbe stato.

    E alla fine? Dove si arriva? A una risposta? No, purtroppo e per fortuna. Forse ad altre domande, forse a scoprire e raccontare delle parti di sé, un pezzo della propria visione del mondo che potrebbe somigliare alla visione del mondo di molte altre persone. Persone che cercano, come te, e annaspano nel tentativo di ricomporre qualcosa di cui abbiamo prepotentemente bisogno: un frammento di noi stessi nel vasto mondo.

    Ho capito -a forza di affastellare segni sulla mia mappa- che volevo indagare su ciò che resta di questo viaggio che facciamo, nudi e scalzi, attraverso la vita. (Me lo domando insistentemente, per la verità, in molti modi diversi). E non so la risposta precisa, definitiva, ma so che è moltissimo, quello che resta, comunque sia stata la traversata. Potrei giurarci.

    Scrive Izet Saraijlic: L’ avvenire aveva mille nomi e solo l’ultimo era solitudine.

    Finita la strada -questo pezzo di strada- ho riguardato tutto da là e ho pensato che, comunque andrà da adesso in poi, per quel che mi riguarda ne è valsa la pena. Forse non sono proprio andata da qualche parte, forse sono tornata in un luogo che mi apparteneva. Il mio Luogo a cui tornare.
    Se sarà lo stesso per qualcuno che vorrà seguirmi -se questa storia saprà condurre qualcuno in un posto in cui è piacevole stare, anche per poco- ne sarà valsa la pena due volte.

    Qui la partenza, il percorso, le motivazioni.
    Io adesso vi aspetto qui: www.facebook.com/unluogoacuitornare/.
    Siate i benvenuti: tornateci ogni volta che vi va. Sarebbe bellissimo se vi sentiste a casa.

    Un luogo a cui tornare” vi aspetta da domani -mercoledì 21 giugno- in libreria. Lo festeggiamo insieme alla Libreria Paravia, a Torino (piazza Arbarello 6)

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