Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

  • Migranti

    On: 20 luglio 2016
    In: lettera, sproloqui
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    opera di danila d'acciSe guardi da lontano vedi: una massa di persone.
    Può fare paura, una massa di persone. Tutte le braccia insieme diventano tentacoli.
    Vedi un muro fatto di schiene ed è un muro più impenetrabile di un presentimento balordo. Più respingente di un sospetto.
    Vedi una selva di gambe e in una selva ci si perde, in una selva si perdono le tracce dei passi – ti smarrisci in un intrico di gambe, in una semina di ossa.
    Tanti capelli sono groppo di liane, viluppo di alghe nel torbido del fondale.

    Ma se poi t’avvicini, se affini lo sguardo, la prospettiva si capovolge.
    Se tra tante mani ne puoi districare un paio, se punti lo sguardo sulle clavicole sporgenti, sul capo chinato. Se sai scorgere il neo sotto il mento, la cicatrice che racconta una storia –ed è una storia di perdizione dentro un’altra selva– se lo puoi fare, la paura sbiadisce.
    China il capo anche lei, indietreggia e ti lascia guardare.

    E allora –solo allora- in centro al mostro da milioni di teste incroci uno sguardo.
    Uno sguardo annacquato di donna.
    Uno sguardo affannato di uomo.
    Uno sguardo argilloso di vecchio.
    Uno sguardo d’edera e agrifoglio di bambino.
    E allora –solo allora- vedi lo sguardo della moglie, del fratello, del padre. Di tuo figlio.

    Solo allora –quando la paura ti lascia guardare- dimentichi il mostro da milioni di teste.
    E ti riconosci.

    (I bellissimi ritratti sono dell’artista Danila D’Acci – www.dispariepari.it)

    opera di danila d'acci
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  • Istanti rubati a #giugno2016 (l’emotività vien col caldo)

    On: 14 luglio 2016
    In: istanti rubati, la mia vita e io
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    monferrato“Papà, se trovo la mia bacchetta magica, quella che mi avevano regalato, sai cosa faccio? Faccio una magia, così io e mio fratello continuiamo a essere piccoli e ad andare all’asilo. E faccio diventare piccola anche la mamma, perché a lei piace. Così viene all’asilo insieme a noi.”

    Invece a giugno l’asilo è finito, alla recita ho pianto perché è l’ultimo anno di asilo di Lemuele (cioè, questa è la scusa, perché ho pianto ogni anno con motivazioni altrettanto fragili: primo anno di asilo del primo figlio, primo anno di asilo del secondo, e così via). E avrei voluto quella bacchetta magica, un peccato davvero che l’abbia persa, perché un abracadabra per cancellare l’effetto panda insieme alle tracce di mascara avrebbe avuto la sua utilità.

    A giugno c’è stato anche un battesimo, io ero madrina, e ho pianto un po’ per la commozione e un po’ per l’incredulità nel rendermi conto che per una volta eravamo vestiti tutti e quattro di bianco e blu, come se per una volta, da vera fashion blogger, avessi sapientemente organizzato i nostri outfit per l’occasione anziché affidarli clamorosamente al caso.

    A giugno sono stata in Grecia. Ne ho parlato e bisognerebbe farlo ancora, per dare un poco di voce a chi nemmeno sa più d’averla. A chi si domandasse se qualche lacrima l’ho versata anche lì, chevelodicoaffare.

    Ci sono state anche altre cose, per cui non ho esibito la mia emotività da dolce Remi in andropausa precoce. Ad esempio un fine settimana al mare, il rito con falò nella notte di San Giovanni, molte serate sotto il portico, la stanchezza del primo caldo, un’amaca in guardino, cose belle e cose così, e altre cose, di cui, mi sa, riparleremo.

    Tutto si riassume in una serie di scatti in altalena, al crepuscolo, davanti a un campo giallo di grano.
    Su e giù, giù e su, a istanti alterni.
    Su e giù, mentre il grano ondeggia.
    Non è stato male. (Avercela, però, quella bacchetta. Due giorni all’asilo, quasi quasi.)
    altalenaaltalenaaltalenaaltalenaaltalenaaltalenamonferrato

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  • Non voglio etichette davanti al nome

    On: 5 luglio 2016
    In: la mia vita e io, sproloqui
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    non voglio etichetteConosco gente tutta rannicchiata nel titolo che precede il nome, o nell’etichetta appiccicata a inchiostro sulla carta d’identità accanto alla dicitura professione. Gente che si stringe dentro una scatola e da lì pontifica o si difende; gente che di quel nome fa uno scranno per mettersi bene dritto e guardare gli altri da sopra in giù.

    Ci sono uomini che si sentono incapaci di pretendere il proprio posto nel mondo perché non credono spetti a un domestico di avere spazio suo, che non sia ritaglio dello sgabuzzino del padrone, o a un operaio di dire il suo pensiero. Ci sono politici e uomini d’affari che si tengono cucito addosso il ruolo insieme alla cravatta, si fanno strangolare piuttosto che allentare il nodo, come stare in un paio di scarpe troppo strette, purché chi ti guarda ti trovi elegante.

    Ci sono malattie della pelle che non permettono di esporsi al sole. Ci sono malattie dell’anima che non permettono di uscire dal vestito che ci siamo appiccicati addosso. Che sarà pure un bel vestito, buono di tessuto e rifiniture. Ma se non puoi cambiarlo né mostrarti nudo non è un abito, ma l’armatura di quando si va in guerra.

    Ci sono titoli che ci precedono solo per togliere ossigeno e scambiamo quella gabbia per un’identità che non racconta nemmeno la metà di quello che siamo. Per esclusione ci fanno combaciare con un ruolo, ci rendono parte di un gruppo, ci regalano la sicurezza fasulla di corrispondere a qualcosa.

    Ci sono persone che chiedono che un titolo le specifichi e le definisca. Le comprenda e le presenti.
    Io no. Mi piace il mio nome senza nulla che lo annunci.
    E i soli titoli che amo sono quelli che anticipano una storia.

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  • Viaggio nella Grecia dei migranti: qualcosa di quello che mi sono portata a casa

    On: 27 giugno 2016
    In: la mia vita e io
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    viaggio in GreciaIl volo di rientro mette la parola fine al fondo della missione. Ammesso che possa davvero finire un viaggio come questo, così breve ma pieno di cose, così veloce e surreale che alla fine ti domandi se sia accaduto davvero.

    Eravamo in venti a partire da Bologna, su un volo che fino all’ultimo ha rischiato di essere soppresso a causa dello sciopero. Siamo atterrati a Salonicco e con quattro auto ci siamo spostati sul confine tra Grecia e Macedonia, per consegnare quei 1200 chili di aiuti nei campi di rifugiati che si sono costituiti dopo lo sgombero di Idomeni.
    Non farò un’analisi socio-politica, non mi sento in grado; troppo confusa la situazione, troppo pochi i dati di cui ho visibilità, troppo parziale la mia comprensione di questo fenomeno di proporzioni mondiali che avvelena il nostro tempo.
    Proverò a dire quello che ho sentito, unica materia su cui mi sento preparata, almeno un po’. Cominciando dal rientro; perché, come mi avevano saggiamente preannunciato, è la parte più difficile.

    Io sono tornata con la paura che dopo un’esperienza come questa si gratti via un po’ del significato delle cose che vivi; se non sai gestire bene i sentimenti, c’è il rischio di levare lì dove dovresti aggiungere. Rischi di non rientrare con la consapevolezza della fortuna che ti è toccata come diritto di nascita, ma con la sensazione nauseante che se quella fortuna non è nemmeno in parte divisibile, allora non vale. Purtroppo, non vale.

    Ero pronta agli occhi grandi dei bambini, persino alle loro mani tese. Non avevo pensato alla loro pelle, troppo tracciata dai segni, alle movenze troppo simili a quelle dei miei figli. Dopo succede che non puoi scegliere di liberarti da quella sovrapposizione – di quei bambini e quelli tuoi, che t’aspettano a casa- che ti resta addosso e intorno come una mosca sui datteri.
    E non ti basta saperli oltre mare, al sicuro, non ti basta sapere di poterli nutrire, vestire, viziare, se lo stesso non puoi fare con questi. Che hanno le stesse movenze, gli stessi occhi liquidi, lo stesso modo di prenderti per mano e la pelle più segnata da storie che non vorresti sapere.

    Questi bambini, se gli dai un foglio e una penna, disegnano case. Case vere con tetti e finestre e muri. Di campeggio non ne possono più.

    Non ero pronta alla rassegnazione degli uomini, immobili nei rari stracci d’ombra sotto un sole che avvizzisce i pensieri, a volte quasi indifferenti alla nostra presenza, a volte pronti a scattare in piedi e mettersi in fila per la questua. Perché ci sono uomini a cui, in sostentamento alla famiglia, resta come unico gesto concesso di allungare la mano.
    Da una parte noi, t-shirt uguali, scatoloni pieni. Dall’altra loro, stancamente dritti, vestiti come capita, le mani vuote.
    Le donne che ho visto erano quasi tutte gentili, hanno tentato sorrisi, hanno mostrato pudore. Il coraggio e l’impudenza di chiedere gli veniva da un bambino in braccio o tenuto per mano.

    A bilanciare il senso di disturbo delle reti intorno agli accampamenti e delle tende in strada, c’è stato un accampamento di diversa natura: uomini e donne da ogni parte del mondo che intorno a un tavolone in alluminio si alternano ininterrottamente per preparare i pasti da consegnare ai rifugiati. Abbiamo passato lì molte ore, a scaricare casse di pomodori, cartoni di datteri, camion caricati a frutta. Lo abbiamo fatto con una catena di braccia, con la consapevolezza benedetta di essere parte di qualcosa di buono.

    C’era gente con voglia di ridere e di ballare e una confusione di lingue e una bella musica allegra, e litri di acqua da bere per sopportare il cado, e un pomodoro che scappa dalle mani e rotola via, e qualcuno che ti mette un cappello in testa per resistere al sole, e 24 datteri a sacchetto. Per pranzo, gazpacho o couscous per tutti gli aiuti. Al termine di un compito, un applauso di tutti e per tutti.

    Lì stanno giovani e anziani a dormire in una tenda, passando le giornate a confezionare cibo e distribuirlo. Ognuno a suo modo, ognuno per quello che può: tre giorni, due settimane, sei mesi.
    A qualcuno abbiamo chiesto Quanto rimani? Ha detto Non vado più via. Un’altra ha detto Domani parto, ma torno. E lo ha detto voltandosi in fretta, che non si vedesse il pianto.

    E lì ho pensato che il mondo forse non l’ha perso il diritto a salvarsi; c’è molto bene che non fa notizia, non fa il botto, non fa rumore che non sia una canzone di ska cubano o Manu Chao, sotto il ritmo scandito delle cassette svuotate e riempite.

    In pochi giorni questo è stato l’antidoto all’orrore, a un’Europa, e forse a un mondo, senza risposte; è stato il contrappeso che salva dallo schianto della bilancia.

    Ho visto che aiutare alle volte è un dolore grande, un dolore che ha gli occhi di tutte le persone che non puoi salvare. Delle volte invece somiglia in tutto e per tutto a una festa senza pari, per cui l’invito non serve.

    E giorni così, con questi ingredienti mescolati che ti schiantano la testa e lo stomaco di emozioni, diventano una giostra da cui, tenuto conto di tutto, non hai più voglia di scendere.

    (Grazie a Time4Life per avermi permesso di fare questo e grazie soprattutto al gruppo di 20 pazzi partiti con me da Bologna; per pochissimo tempo siamo stati qualcosa che somiglia a una famiglia.
    Grazie a mia sorella che anche questa volta si è fidata ed è ha diviso con me questa avventura. Grazie ai bambini per i fiori, i disegni, i sorrisi).

    casa
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  • Istanti rubati a #maggio2016 (di fusa e luce nuova)

    On: 7 giugno 2016
    In: istanti rubati, la mia vita e io
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    camino, piemonteAlle volte sopperisco al bisogno di viaggiare osservando la luce che trasforma i luoghi che mi sono familiari.
    A maggio è capitato spesso. Non c’è stato nemmeno un giringiro, ma  il tempo è cambiato così frequentemente che è stato come andare a spasso attraverso le stagioni.

    Non  che sia sempre un vantaggio. Ma tocca vedere il lato buono di tutte le cose, se ci si vuole svegliare il mattino alle sei senza sentire il desiderio di smaterializzare l’orrendo trillante ordigno contro il muro.
    Per esempio: trovare in casa tracce di topi (bella la campagna, eh) mi ha aiutata a convincere Federico a tenere un gatto. Così è arrivata Draghessa, che noi nomi normali non ner vogliamo, ed è la prima volta che ho un gatto mio. Che poi è una gatta di tre colori e spiccato spirito di adattamento, visto che nell’arco di poche ore ha fatto amicizia con il cane e i bambini, che se la portano a spasso sulla spalla come fosse un papppagallo.
    E io che non ho mai avuto un gatto mio, provo la bellezza di scrivere con un felino sopra le ginocchia. Due frasi e una carezza. Un punto a capo e un po’ di ron-ron.
    Abbiamo avuto un altro amico con l’ala ferita, un corvo. Ma è volato via in fretta.
    gattinacorvomoncestino (AL), piemonte
    Maggio è stato così. Frammentario. Un giro al Salone del Libro, qualche giro col libro, una giornata di festa con la banda -come mi piace la banda- qualche gita in campagna, un paio di sogni significativi, come sempre libri a profusione (Non scrivere di me di Livia Manera Sambuy, Ghiaccio-Nove di Kurt Vonnegut, Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, Maschere per un massacro di Paolo Rumiz, Big Magic di Elizabeth Gilbert, Io prima di te di Jojo Moyes, Maria di Isili di Cristian Mannu).
    Sapete cos’è un sogno? Non è una chimera generata dal nostro desiderio, ma un’altra via attraverso cui assorbiamo la sostanza del mondo e accediamo alla stessa verità che svelano le brume, celando il visibile e rivelando l’invisibile. (Muriel Barbery)
    Maggio è stato un saltinbanco che colleziona nuvole e poi le scompiglia con un mazzo di raggi di sole.
    Non sempre è un vantaggio. Ma mi piace pensare che la pioggia sia venuta per rinverdire i prati e profumare le rose.
    E non è stato male vederla attraverso la finestra, la gatta sulle ginocchia, qualche frase e un po’ di fusa.
    camino, piemontecamino, piemontecamino, piemonte
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  • Lo zen e l’arte della conquista dell’equlibrio

    On: 31 maggio 2016
    In: la mia vita e io, scienza&fantascienza
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    in biciFino a qualche giorno fa, Lemuele non aveva ancora imparato ad andare in bici senza rotelle. A dire il vero era parecchio che non ci provava, quando la scorsa settimana è arrivato un amichetto con la sua bicicletta. Guarda!, gli ha urlato pedalando forte.
    Sono capace anche io, ha risposto lui di rimando, mentre correva a recuperare il bolide a due ruote dove lo aveva abbandonato mesi prima. I nonni, presenti alla scena, si sono coperti gli occhi, prevedendo le urla dopo la caduta. Ma lo hanno lasciato fare.

    Per fortuna lo hanno lasciato fare, perché senza pensarci  Lemuele è saltato in sella alla biciclettina senza rotelle e ha pedalato via, deciso, in un momento stava in fondo al viale. Trionfante. E nemmeno troppo stupito dalla riuscita dell’impresa.
    Perché i bambini sotto sotto lo sanno, che quando è il momento l’equilibrio lo trovi. Quando sei sicuro di te e pronto a rischiare, la delicata magia si compie: basta non pensare alla paura di cadere.

    Bastava alzare un pedale e darsi lo slancio, mi ha detto.
    Basta lo slancio dopo essersi allenati e i nonni che fanno il tifo in disparte e ti lasciano fare.
    Poi arriva la magia. E se non è volo, gli somiglia.

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  • Come comincia una mamma

    On: 25 maggio 2016
    In: la mia vita e io, lettera, scienza&fantascienza
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    come comincia una mammaUna mamma comincia quando si immagina mamma. Dal primo pensiero che le si incastra tra gli altri. Sembra innocuo, ma spesso è un ragno che tesse e tesse e, prima di capire, sei mani e piedi appesa a quel desiderio. Ci sono donne, come me, che sono state colonizzate dall’idea di un figlio molto prima che questo fosse biologicamente possibile. Sono stata una bambina che si immaginava madre, che cosa strana, a dirlo adesso. Facevo delle cose fantasticando che le avrei insegnate ai miei figli. Per esempio, l’arte felina dell’arrampicata libera sui ciliegi dietro casa. O la bellezza di imparare le lettere e metterle insieme per vedere nascere una storia.

    Una mamma è abitata dall’idea di un figlio, molto prima che dal figlio. Ed è l’idea di un modo di stare nel mondo.
    Dopo, viene la pancia. Ce la portiamo in giro con la mente scorticata dai dubbi e con il passo che incespica per la consapevolezza dell’uomo che ci portiamo addosso, un uomo tutto intero dentro il corpo minuscolo di bambino. E quel peso, ancora piccolo, sposta da solo l’asse del bene e del male, l’inclinazione del piano delle possibilità.
    Essere madre è portare il peso più grande del mondo sentendone tutta l’inebriate, spossante lievità.

    Madre contiene il significato sanscrito misurare: nell’etimologia del nome è iscritta la sua sorte di segnare la distanza che metta la vita tra il cuore suo e quello del figlio, che al principio di tutto hanno pulsato in sincrono, lo stesso fiore di atrii e ventricoli, la stessa rosa gonfia sangue che mette un bocciolo.

    La maternità è un viaggio, e mai come in questo, non conta l’arrivo, ma il modo di andare. Che sarà comunque un andare allacciati, annodati, invischiati fino al dna, affini per eredità genetica, vicini quasi a combaciare, pure quando sembrerà di stare distanti.

    Madre contiene nel nome la pluralità, per questo dire madre è dire il contrario di uno. Una donna che diventa mamma perde la possibilità di pensarsi al singolare, ma guadagna il privilegio controverso e inarrivabile di non essere più sola.

    Una mamma comincia in un pensiero e non finisce: continuerà nel pensiero di un figlio.

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  • Bisognerebbe baciarsi dappertutto

    On: 17 maggio 2016
    In: la mia vita e io, sproloqui
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    bisognerebbe baciarso dappertuttoBisognerebbe baciarsi a Maelbeek,
    sbucati su dalla metropolitana,
    gli occhi stupiti di una Alice
    che invece di imbucarsi
    sale in superficie.

    Al Bataclan si dovrebbe andare di sabato sera
    con gli amici la birra le ragazze
    a sentire suonare, ad aver voglia di strapparsi la maglietta
    per l’assolo alla chitarra
    e stapparsi un’altra birra
    che domani è festa e non serve avere fretta.

    Bisognava camminare per le strade profumate di Damasco
    quando il cielo tutto intero stava su,
    in appoggio sulle cupole della Moschea di Solimano,
    tra i minareti dove cantano i Muezzin,
    dovevamo camminare mano nella mano.

    A Lesbos si dovrebbe portare i bambini a prendere il sole
    a comprare il gelato tra le strade chiare
    e affittare il gommone per fare un giro a mare,
    le braccia oltre il bordo ad assaggiare il sale.

    Dovremmo baciarci dappertutto: allo Zaventem
    con la valigia in mano,
    tra spezie e stoffe ad Aleppo dentro i suq,
    ballando il sirtaki a Idomeni
    come Zorba in equilibrio col ginocchio su.
    E sulla Rive Gauche, usciti da una quadro alla Doisneau,
    sotto la pioggia e senza ombrello a far gli scemi,
    urlando Rimaniamo ancora, restiamo ancora un po’.

    Dovremmo baciarci dappertutto
    perché il cuore ha un motivo solo per saltare in aria dilaniato
    e quel motivo
    è un bacio innamorato.
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  • Istanti rubati ad #aprile2016 (emozionarsi)

    On: 10 maggio 2016
    In: foto, il progetto, istanti rubati, l'emozione in ogni passo
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    aprile2016Ho letto da qualche parte: non è vero che non ci sono più le stagioni, ci sono tutte, gettate alla rinfusa nel mese di aprile. Stiamo diventando tutti un po’ più meteopatici, ho pensato. Capita così quando non sai che aspettarti.
    Siamo usciti alle volte con i pantaloncini corti e alle volte con gli stivaletti di gomma. È uscito anche il secondo romanzo che ho scritto, ed è un’altra ottima ragione per non sapere cosa aspettarsi. Per adesso quello che è successo mi piace: alle presentazioni ho brindato con gli amici a prosecco e assaggiato fantastiche torte alla nocciola, ho risposto alle mail di sconosciuti che mi scrivono cose sul libro che sono carezze. Il libro si intitola “L’emozione in ogni passo” e fin qui me ne ha date di belle.

    aprile2016aprile2016aprile2016l'emozione in ogni passoÈ successo anche di meglio perché sono diventata di nuovo zia e i neonati mi commuovono, mi smuovono il cuore come un pizzico sulla mozzarella. Figurarsi i neonati nipoti. Li guardi ed è chiaro che vengono da un altro mondo, glielo scorgi negli sguardi che vanno dietro a qualche intuizione impossibile.
    Lo trovo, quel mondo, nelle parole dei miei figli, che delle volte la sera mi dicono cose che spalancano l’invisibile:
    “Mamma, io ti volevo bene già quando ero nella tua pancia. Io mi ricordo quando tu eri nella pancia della nonna”.
    E: “Ma se quando eravamo angeli in cielo non sceglievamo te come mamma, adesso eri triste?”

    In mezzo al sereno sono venuti cieli torbidi da cui difendere gli occhi, da cui mettere al riparo i ricordi. Perché ci sono tempeste d’aria che scoperchiano case e paesi. Figurarsi se non sanno scoperchiare i ricordi. E allora tocca rinsaldare gli argini, rinforzare i margini: mettere distanza o accettare che s’assottigli.

    Tra tante persone belle, qualcuna che ti domandi che cosa sia venuta ad insegnarti, a parte il desiderio di svegliarti cintura nera di karate. Tra tante parole belle, qualcuna che stona, rende anacolutico il pensiero, o peggio, lo affloscia.

    E poi, cose buone: bei libri letti (Equazione di in amore, L’arca, Il resto è ossigeno, Dieci prugne ai fascisti, Non scrivere di me); sassi gettati nel fiume e cavalcare nel prato; un fine settimana con un’amica e i suoi bambini; una gita noi quattro allo zoo (che poi è un parco biologico).

    Si potrebbe andare tutti quanti allo zoo comunale a per vedere come stanno le bestie feroci e gridare Aiuti aiuto è scappato il leone, e vedere di nascosto l’effetto che fa.

    Ogni tanto lo faccio, di guardare le cose accadermi e restare a guardare: di nascosto l’effetto che fa.

    (Nella foto della presentazione a Moncestino, con la giornalista Chiara Cane)

    zoom cumiana
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  • Una volta non dicevo Ti amo

    On: 2 maggio 2016
    In: lettera
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    una volta non dicevo Ti amo

    Una volta non dicevo Ti amo.
    Lo tenevo stretto addosso, in una morsa di labbra, un tabù di pudore e ritrosia. Di orgoglio inesatto. Adesso lo regalo a bracciate, lo dico mentre ti allacci le scarpe, mentre guardo fuori dal finestrino di un treno.

    Ti chiamo indietro quando esci di casa, come per ricordarti di comperare il pane,
    te lo mando dietro sulle scale, un cane che segue l’osso, mentre le scendi a precipizio.
    Lo dico mentre dormi e non senti, retaggio del tempo prima, di quando lo pensavo soltanto o lo tenevo tra i denti, un fischio di uccello insabbiato in gola.

    Lo dico con la facilità dei bambini che restituiscono alle parole il peso esatto, senza eccedere e senza lesinare. Loro conoscono i volumi delle emozioni e si destreggiano per il mondo con un vocabolario essenziale.

    Dico ti amo perché mentre lo dico diventa una cosa viva che mi cammina accanto. Perché dirlo mi fa sentire libera.

    Dico ti amo perché delle cose che so è la più somigliante alla verità.
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