Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

  • Uccelli visti dagli occhi di un bambino visto dagli occhi di un padre

    On: 28 settembre 2016
    In: la mia vita e io
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    uccelliPomeriggio di settembre in collina, sole tiepido, trattore che sale e scende per ordinare le file del fieno, per pettinare un pezzetto di campagna. Cielo lucido, orizzonte nitido di fine estate.
    Un puntino arancione corre intorno col cane, cerca animaletti da stanare, piccoli pezzi di legno per fare barchette o pistole. Si siede sotto un albero, spia un ragno vicino e là in fondo i movimenti del trattore, conta qualcosa su un tronco – chi lo sa cosa.
    Poi riprende a correre, saltella intorno alle rotoballe, gioca ancora col cane.

    D’improvviso -ma proprio d’improvviso- si ferma e alza gli occhi: un ventaglio di uccelli si apre nel cielo. Resta immobile per qualche istante, le braccia un po’ larghe sui fianchi, la fronte che segue la traiettoria del volo. Immobile.
    Poi le rondini spariscono oltre l’orizzonte nitido, lui si scuote e riprende il gioco.

    (Eliandro visto con gli occhi di Federico. Io ascolto il racconto e li vedo entrambi: il padre sul trattore che ferma il lavoro per osservare la scena, il figlio con la maglietta arancione e i pantaloncini corti, naso puntato al cielo. E mi sciolgo di tenerezza).

    Il jolly è: fermati un momento a guardare. Un ventaglio d’uccelli in cielo negli occhi di tuo figlio.

    monferrato
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  • Istanti rubati ad #agosto2016

    On: 20 settembre 2016
    In: istanti rubati, la mia vita e io, viaggi
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    Piccole DolomitiFine agosto, tempo di preparativi per una migrazione. Sono stata alcuni giorni a occhi in su, nel prato sul fianco della casa a Obra, mentre nuvole di rondini popolavano il cielo, animavano gli alberi frondosi ai margini della valle.

    Se ne stavano vicine sui fili della luce, una fila che pareva arrivare ai monti, pizzicate lì come le mollette sui fili per stendere. Era tutto un frinire per aria, una frullio d’ali, un lungo saluto prima di andare.

    “Dove vanno, mamma?”
    “Vanno al caldo, a vedere il deserto, il mare. Vanno a vedere il mondo.”

    Agosto è finito così, ma è cominciato maluccio. In mezzo ci sono stati giorni in salita, di quelli con il respiro corto di quando fai le scale dopo una malattia. Dopo, meglio. Il mio paese tra le montagne, con la mia famiglia e i miei bambini (il solo genere di cose a cui l’aggettivo possessivo si sposi benissimo). Il posto migliore in cui leccarsi le ferite, in cui riprendersi i tempi e gli spazi; il sapore della polenta e gnocchi di malga, l’odore di felci e foglie pestate, la fatica appagante di arrivare in fondo alla salita, di uscire dal bosco quando vien giorno, di ritrovare il passo e il fiato lasciati qui a ogni stagione, su questi sentieri stretti, tra questi sassi bianchi.

    Le fiabe la sera lette sui libri, la colazione al mattino in balcone, il caffè, i biscotti pucciati nel primo sole.
    E alla fine questo saluto dal cielo, questa tempesta di piume, questa baruffa in aria.

    “Mamma, ma tornano?”
    “Non lo so, se tornano. Ma se partono, da qualche parte arrivano.”
    Io ci credo, che non ci sia partenza senza approdo.
    Anche se non sappiamo dove, anche se non vediamo dove.

    E poi andremo via come fanno gli uccelli che dove vanno nessuno lo sa.
    (…) L’estate è finita l’inverno è alle porte, la morte e la vita rimangono uguali.

    Obra di VallarsaObra di VallarsaCampogrosso (Vicenza)Obra di VallarsaObra di Vallarsaago9ago10ago11Muse, TrentoObra di Vallarsa
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  • La scuola che insegna gli abbracci

    On: 14 settembre 2016
    In: la mia vita e io, lettera
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    primo giorno di scuolaProvo a ricordare il mio primo giorno di scuola. Avevo un grembiulino nero con il colletto bianco e i capelli lisci fino alle spalle tenuti indietro con le forcine. Credo fosse quella mattina che ho fatto delle foto in cortile, una sulle scale con Chicca, il cocker, una con la tartaruga Camomilla.
    Sorridevo accucciata, un sorriso un po’ tirato, senza denti, una mano sulla schiena dura del carapace. Se avessi potuto, l’avrei portata con me.

    Quello stesso sorriso un po’ incerto, pericolosamente in bilico tra entusiasmo e timore lo aveva Lemuele l’altra mattina. Lo aveva nella foto in pigiama fatta nello stesso posto del primo giorno di asilo, sul mobile della cucina con dietro le piastrelle gialle, nella foto in cortile, insieme al cane, insieme a suo fratello che si mangia una mela e che sta per ricominciare l’asilo. Che lo bacia, quando si salutano, perché lo sanno entrambi che per la prima volta vanno nello stesso posto, e che un po’ si mancheranno.

    Della mia aula ricordo il banco in formica verdina con le gambe di ferro nero, la maestra davanti alla cattedra, la mamma che mi accompagna alla sedia. Non saprei dire, esattamente, le emozioni. Di sicuro il disagio di un ambiente nuovo con regole imprevedibili, la sensazione, solo intuita, di un percorso lungo e già tracciato come binari. L’orgoglio di essere finalmente grande, la paura di essere già grande, la confusa e fastidiosa percezione dell’irreversibilità del tempo – la ritrovo in Lemuele ed Eliandro che la sera, quando sono stanchi, mi si accoccolano addosso e mi dicono Voglio fare una magia e restare sempre piccolo, e tu sempre giovane.

    Quando mi ha abbracciata per saluto, mia madre, non ha pianto, non davanti a me almeno. So di aver desiderato intensamente che tornasse presto a prendermi. Ho pensato che fosse solo mia, tutta quella eccitazione, mia madre poteva stringermi forte e poi uscire tranquilla nel mondo che conosceva bene, in attesa di tornare ad aspettarmi lì fuori; era solo mia quella specie di elettricità che mi faceva credere di avere un frullatore al posto del cuore.

    All’ingresso della scuola di Lemuele ho risentito quell’odore, quello lì che ha solo il primo giorno di scuola. Chissà cos’è: libri nuovi, la plastica delle copertine, il tremolio che fanno tanti cuori insieme, pure quello deve avere un suo odore.

    L’ho visto entrare in classe trascinando lo zaino con le rotelle, guardarsi intorno, scegliere un posto, forzare un sorriso dentro un’altra fotografia – ormai rassegnato a convivere con la mania di sua madre di trattenere, nel solo modo che sa.
    L’ho visto cercare suo padre con lo sguardo, cercarmi la mano prima che andassimo via. L’ho visto fare gli occhi grandi, gli occhi suoi già grandi e adesso enormi, per ingoiarsi le lacrime, per non farle straripare.
    È riuscito, e sono riuscita io.
    L’ho abbracciato e gli ho mostrato di essere tranquilla, pronta a uscire in un mondo che conosco bene, e poi a tornare lì, a ripescarlo in quel mare di pesciolini con gli zaini grandi e gli occhi enormi, un mare di pesciolini con il mare che gli brilla tra le ciglia.

    Tra qualche anno saprà che mi sarei voluta aggrappare a quel banco e non andare via, perché il mondo che conosco meglio è quello che mi ha insegnato lui.
    Io ho saputo in quella stretta che a volte deve passare tanto, tanto tempo per capire un abbraccio, e lo capisci solo dentro un altro abbraccio.

    Un giorno lui saprà che l’altra mattina, tra quei banchi odorosi di prime volte, avevamo i cuori stretti dentro lo stesso frullatore.

    -Buona avventura, Occhi Grandi!

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  • Tra vino e caffé, l’autunno che vorrei

    On: 8 settembre 2016
    In: la mia vita e io
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    caffèSettembre è Capodanno morale, è il mese dei ripensamenti, è la fatica scalza di chi raccoglie l’uva, accatasta cassette, si macchia le dita in attesa del vino -l’estasi con cui Dio consola gli uomini di buona volontà (semicit.).
    Prometto schiena curva tra i filari, ma che alzando gli occhi possa dissetarmi guardando il mare, svegliarmi il viso nei ruscelli freddi, trovare fiato carezzando con lo sguardo la schiena dritta delle montagne azzurre.
    Prometto sforzo e domando luce, che cada a grandine tra le foglie fitte e diventi zucchero, chiedo la tenacia dell’edera che scala senza fretta le pareti, e amici.
    Amici che alla fine della stagione dividano il vino, che vengano a grappoli con il pane da tagliare in tavola, con bocche da macchiare di viola, la voglia di cantare un po’, di stringersi intorno alle brocche sulla tovaglia a quadri e a una chitarra, la voglia di stare vicini, i bambini che corrono intorno, rincorrono un gatto, pedalano in giro.
    Mentre il portico oscilla di tende bianche alla brezza d’autunno sarebbe bello ridere insieme della levataccia di domani, essere felici del nostro riflesso sul vetro, per vederci insieme, e vivi. E le bocche macchiate di viola.

    Il mio anno nuovo comincia così: un caffè nero, un bel libro, le poesie di Baudelaire, il giornale che si acquista il mattino che comincia un viaggio.

    Il jolly è: Di vino, di poesia o di virtù: come vi pare. Ma ubriacatevi. Charles Baudelaire

     

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  • Istanti rubati a #luglio2016 (tra cavalli imbizzarriti e plancton)

    On: 9 agosto 2016
    In: istanti rubati, la mia vita e io
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    cavalliAvete presente un cavallo che corre dentro un recinto senza una meta precisa? Scalcia, scalpita, scarta, cambia direzione in aria. Nitrisce, va verso destra, poi ci ripensa, prima di arrivare in fondo, frena bruscamente e vira a sinistra. Rischia di rompersi, di scivolare.

    S’affanna, si stanca, butta fuori aria dalle froge, si spazientisce. Soprattutto si sfianca. Ho voglia di correre, di sudare sui fianchi tesi e lucidati per lo sforzo. Ha energia da spendere ma non sa da che parte andare. Si sente in gabbia. Non sa se saltare la staccionata e affrontare la prateria, o aspettare che qualcuno gli indichi la strada. Si sfianca.

    Ecco, a luglio sono stata quel cavallo. Confusa, impacciata, sconclusionata.
    Ora forse, un po’ alla volta, si delineano prospettive, scie luminose come la fosforescenza marina dei plancton, di notte intorno alla barca. La chiamano bioluminescenza: serve per confondere i predatori o come segnale di corteggiamento.
    Che sia per salvare la pelle, o per amore, tocca trovare una luce e seguire la scia.
    Tremula e ancora timida, mi pare di vedere la mia.

    Nel frattempo rallento la corsa e conto i giorni che mancano a staccare la spina, diminuire il passo, sganciarmi dal chiodo del giorno e dell’ora.
    Sedermi e guardare la prossima scia.
    Intanto, buona estate a chi passa di qua, un’estate capace di convertire energia in luce: un’estate bioluminescente!

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  • Migranti

    On: 20 luglio 2016
    In: lettera, sproloqui
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    opera di danila d'acciSe guardi da lontano vedi: una massa di persone.
    Può fare paura, una massa di persone. Tutte le braccia insieme diventano tentacoli.
    Vedi un muro fatto di schiene ed è un muro più impenetrabile di un presentimento balordo. Più respingente di un sospetto.
    Vedi una selva di gambe e in una selva ci si perde, in una selva si perdono le tracce dei passi – ti smarrisci in un intrico di gambe, in una semina di ossa.
    Tanti capelli sono groppo di liane, viluppo di alghe nel torbido del fondale.

    Ma se poi t’avvicini, se affini lo sguardo, la prospettiva si capovolge.
    Se tra tante mani ne puoi districare un paio, se punti lo sguardo sulle clavicole sporgenti, sul capo chinato. Se sai scorgere il neo sotto il mento, la cicatrice che racconta una storia –ed è una storia di perdizione dentro un’altra selva– se lo puoi fare, la paura sbiadisce.
    China il capo anche lei, indietreggia e ti lascia guardare.

    E allora –solo allora- in centro al mostro da milioni di teste incroci uno sguardo.
    Uno sguardo annacquato di donna.
    Uno sguardo affannato di uomo.
    Uno sguardo argilloso di vecchio.
    Uno sguardo d’edera e agrifoglio di bambino.
    E allora –solo allora- vedi lo sguardo della moglie, del fratello, del padre. Di tuo figlio.

    Solo allora –quando la paura ti lascia guardare- dimentichi il mostro da milioni di teste.
    E ti riconosci.

    (I bellissimi ritratti sono dell’artista Danila D’Acci – www.dispariepari.it)

    opera di danila d'acci
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  • Istanti rubati a #giugno2016 (l’emotività vien col caldo)

    On: 14 luglio 2016
    In: istanti rubati, la mia vita e io
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    monferrato“Papà, se trovo la mia bacchetta magica, quella che mi avevano regalato, sai cosa faccio? Faccio una magia, così io e mio fratello continuiamo a essere piccoli e ad andare all’asilo. E faccio diventare piccola anche la mamma, perché a lei piace. Così viene all’asilo insieme a noi.”

    Invece a giugno l’asilo è finito, alla recita ho pianto perché è l’ultimo anno di asilo di Lemuele (cioè, questa è la scusa, perché ho pianto ogni anno con motivazioni altrettanto fragili: primo anno di asilo del primo figlio, primo anno di asilo del secondo, e così via). E avrei voluto quella bacchetta magica, un peccato davvero che l’abbia persa, perché un abracadabra per cancellare l’effetto panda insieme alle tracce di mascara avrebbe avuto la sua utilità.

    A giugno c’è stato anche un battesimo, io ero madrina, e ho pianto un po’ per la commozione e un po’ per l’incredulità nel rendermi conto che per una volta eravamo vestiti tutti e quattro di bianco e blu, come se per una volta, da vera fashion blogger, avessi sapientemente organizzato i nostri outfit per l’occasione anziché affidarli clamorosamente al caso.

    A giugno sono stata in Grecia. Ne ho parlato e bisognerebbe farlo ancora, per dare un poco di voce a chi nemmeno sa più d’averla. A chi si domandasse se qualche lacrima l’ho versata anche lì, chevelodicoaffare.

    Ci sono state anche altre cose, per cui non ho esibito la mia emotività da dolce Remi in andropausa precoce. Ad esempio un fine settimana al mare, il rito con falò nella notte di San Giovanni, molte serate sotto il portico, la stanchezza del primo caldo, un’amaca in guardino, cose belle e cose così, e altre cose, di cui, mi sa, riparleremo.

    Tutto si riassume in una serie di scatti in altalena, al crepuscolo, davanti a un campo giallo di grano.
    Su e giù, giù e su, a istanti alterni.
    Su e giù, mentre il grano ondeggia.
    Non è stato male. (Avercela, però, quella bacchetta. Due giorni all’asilo, quasi quasi.)
    altalenaaltalenaaltalenaaltalenaaltalenaaltalenamonferrato

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  • Non voglio etichette davanti al nome

    On: 5 luglio 2016
    In: la mia vita e io, sproloqui
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    non voglio etichetteConosco gente tutta rannicchiata nel titolo che precede il nome, o nell’etichetta appiccicata a inchiostro sulla carta d’identità accanto alla dicitura professione. Gente che si stringe dentro una scatola e da lì pontifica o si difende; gente che di quel nome fa uno scranno per mettersi bene dritto e guardare gli altri da sopra in giù.

    Ci sono uomini che si sentono incapaci di pretendere il proprio posto nel mondo perché non credono spetti a un domestico di avere spazio suo, che non sia ritaglio dello sgabuzzino del padrone, o a un operaio di dire il suo pensiero. Ci sono politici e uomini d’affari che si tengono cucito addosso il ruolo insieme alla cravatta, si fanno strangolare piuttosto che allentare il nodo, come stare in un paio di scarpe troppo strette, purché chi ti guarda ti trovi elegante.

    Ci sono malattie della pelle che non permettono di esporsi al sole. Ci sono malattie dell’anima che non permettono di uscire dal vestito che ci siamo appiccicati addosso. Che sarà pure un bel vestito, buono di tessuto e rifiniture. Ma se non puoi cambiarlo né mostrarti nudo non è un abito, ma l’armatura di quando si va in guerra.

    Ci sono titoli che ci precedono solo per togliere ossigeno e scambiamo quella gabbia per un’identità che non racconta nemmeno la metà di quello che siamo. Per esclusione ci fanno combaciare con un ruolo, ci rendono parte di un gruppo, ci regalano la sicurezza fasulla di corrispondere a qualcosa.

    Ci sono persone che chiedono che un titolo le specifichi e le definisca. Le comprenda e le presenti.
    Io no. Mi piace il mio nome senza nulla che lo annunci.
    E i soli titoli che amo sono quelli che anticipano una storia.

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  • Viaggio nella Grecia dei migranti: qualcosa di quello che mi sono portata a casa

    On: 27 giugno 2016
    In: la mia vita e io
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    viaggio in GreciaIl volo di rientro mette la parola fine al fondo della missione. Ammesso che possa davvero finire un viaggio come questo, così breve ma pieno di cose, così veloce e surreale che alla fine ti domandi se sia accaduto davvero.

    Eravamo in venti a partire da Bologna, su un volo che fino all’ultimo ha rischiato di essere soppresso a causa dello sciopero. Siamo atterrati a Salonicco e con quattro auto ci siamo spostati sul confine tra Grecia e Macedonia, per consegnare quei 1200 chili di aiuti nei campi di rifugiati che si sono costituiti dopo lo sgombero di Idomeni.
    Non farò un’analisi socio-politica, non mi sento in grado; troppo confusa la situazione, troppo pochi i dati di cui ho visibilità, troppo parziale la mia comprensione di questo fenomeno di proporzioni mondiali che avvelena il nostro tempo.
    Proverò a dire quello che ho sentito, unica materia su cui mi sento preparata, almeno un po’. Cominciando dal rientro; perché, come mi avevano saggiamente preannunciato, è la parte più difficile.

    Io sono tornata con la paura che dopo un’esperienza come questa si gratti via un po’ del significato delle cose che vivi; se non sai gestire bene i sentimenti, c’è il rischio di levare lì dove dovresti aggiungere. Rischi di non rientrare con la consapevolezza della fortuna che ti è toccata come diritto di nascita, ma con la sensazione nauseante che se quella fortuna non è nemmeno in parte divisibile, allora non vale. Purtroppo, non vale.

    Ero pronta agli occhi grandi dei bambini, persino alle loro mani tese. Non avevo pensato alla loro pelle, troppo tracciata dai segni, alle movenze troppo simili a quelle dei miei figli. Dopo succede che non puoi scegliere di liberarti da quella sovrapposizione – di quei bambini e quelli tuoi, che t’aspettano a casa- che ti resta addosso e intorno come una mosca sui datteri.
    E non ti basta saperli oltre mare, al sicuro, non ti basta sapere di poterli nutrire, vestire, viziare, se lo stesso non puoi fare con questi. Che hanno le stesse movenze, gli stessi occhi liquidi, lo stesso modo di prenderti per mano e la pelle più segnata da storie che non vorresti sapere.

    Questi bambini, se gli dai un foglio e una penna, disegnano case. Case vere con tetti e finestre e muri. Di campeggio non ne possono più.

    Non ero pronta alla rassegnazione degli uomini, immobili nei rari stracci d’ombra sotto un sole che avvizzisce i pensieri, a volte quasi indifferenti alla nostra presenza, a volte pronti a scattare in piedi e mettersi in fila per la questua. Perché ci sono uomini a cui, in sostentamento alla famiglia, resta come unico gesto concesso di allungare la mano.
    Da una parte noi, t-shirt uguali, scatoloni pieni. Dall’altra loro, stancamente dritti, vestiti come capita, le mani vuote.
    Le donne che ho visto erano quasi tutte gentili, hanno tentato sorrisi, hanno mostrato pudore. Il coraggio e l’impudenza di chiedere gli veniva da un bambino in braccio o tenuto per mano.

    A bilanciare il senso di disturbo delle reti intorno agli accampamenti e delle tende in strada, c’è stato un accampamento di diversa natura: uomini e donne da ogni parte del mondo che intorno a un tavolone in alluminio si alternano ininterrottamente per preparare i pasti da consegnare ai rifugiati. Abbiamo passato lì molte ore, a scaricare casse di pomodori, cartoni di datteri, camion caricati a frutta. Lo abbiamo fatto con una catena di braccia, con la consapevolezza benedetta di essere parte di qualcosa di buono.

    C’era gente con voglia di ridere e di ballare e una confusione di lingue e una bella musica allegra, e litri di acqua da bere per sopportare il cado, e un pomodoro che scappa dalle mani e rotola via, e qualcuno che ti mette un cappello in testa per resistere al sole, e 24 datteri a sacchetto. Per pranzo, gazpacho o couscous per tutti gli aiuti. Al termine di un compito, un applauso di tutti e per tutti.

    Lì stanno giovani e anziani a dormire in una tenda, passando le giornate a confezionare cibo e distribuirlo. Ognuno a suo modo, ognuno per quello che può: tre giorni, due settimane, sei mesi.
    A qualcuno abbiamo chiesto Quanto rimani? Ha detto Non vado più via. Un’altra ha detto Domani parto, ma torno. E lo ha detto voltandosi in fretta, che non si vedesse il pianto.

    E lì ho pensato che il mondo forse non l’ha perso il diritto a salvarsi; c’è molto bene che non fa notizia, non fa il botto, non fa rumore che non sia una canzone di ska cubano o Manu Chao, sotto il ritmo scandito delle cassette svuotate e riempite.

    In pochi giorni questo è stato l’antidoto all’orrore, a un’Europa, e forse a un mondo, senza risposte; è stato il contrappeso che salva dallo schianto della bilancia.

    Ho visto che aiutare alle volte è un dolore grande, un dolore che ha gli occhi di tutte le persone che non puoi salvare. Delle volte invece somiglia in tutto e per tutto a una festa senza pari, per cui l’invito non serve.

    E giorni così, con questi ingredienti mescolati che ti schiantano la testa e lo stomaco di emozioni, diventano una giostra da cui, tenuto conto di tutto, non hai più voglia di scendere.

    (Grazie a Time4Life per avermi permesso di fare questo e grazie soprattutto al gruppo di 20 pazzi partiti con me da Bologna; per pochissimo tempo siamo stati qualcosa che somiglia a una famiglia.
    Grazie a mia sorella che anche questa volta si è fidata ed è ha diviso con me questa avventura. Grazie ai bambini per i fiori, i disegni, i sorrisi).

    casa
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  • Istanti rubati a #maggio2016 (di fusa e luce nuova)

    On: 7 giugno 2016
    In: istanti rubati, la mia vita e io
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    camino, piemonteAlle volte sopperisco al bisogno di viaggiare osservando la luce che trasforma i luoghi che mi sono familiari.
    A maggio è capitato spesso. Non c’è stato nemmeno un giringiro, ma  il tempo è cambiato così frequentemente che è stato come andare a spasso attraverso le stagioni.

    Non  che sia sempre un vantaggio. Ma tocca vedere il lato buono di tutte le cose, se ci si vuole svegliare il mattino alle sei senza sentire il desiderio di smaterializzare l’orrendo trillante ordigno contro il muro.
    Per esempio: trovare in casa tracce di topi (bella la campagna, eh) mi ha aiutata a convincere Federico a tenere un gatto. Così è arrivata Draghessa, che noi nomi normali non ner vogliamo, ed è la prima volta che ho un gatto mio. Che poi è una gatta di tre colori e spiccato spirito di adattamento, visto che nell’arco di poche ore ha fatto amicizia con il cane e i bambini, che se la portano a spasso sulla spalla come fosse un papppagallo.
    E io che non ho mai avuto un gatto mio, provo la bellezza di scrivere con un felino sopra le ginocchia. Due frasi e una carezza. Un punto a capo e un po’ di ron-ron.
    Abbiamo avuto un altro amico con l’ala ferita, un corvo. Ma è volato via in fretta.
    gattinacorvomoncestino (AL), piemonte
    Maggio è stato così. Frammentario. Un giro al Salone del Libro, qualche giro col libro, una giornata di festa con la banda -come mi piace la banda- qualche gita in campagna, un paio di sogni significativi, come sempre libri a profusione (Non scrivere di me di Livia Manera Sambuy, Ghiaccio-Nove di Kurt Vonnegut, Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, Maschere per un massacro di Paolo Rumiz, Big Magic di Elizabeth Gilbert, Io prima di te di Jojo Moyes, Maria di Isili di Cristian Mannu).
    Sapete cos’è un sogno? Non è una chimera generata dal nostro desiderio, ma un’altra via attraverso cui assorbiamo la sostanza del mondo e accediamo alla stessa verità che svelano le brume, celando il visibile e rivelando l’invisibile. (Muriel Barbery)
    Maggio è stato un saltinbanco che colleziona nuvole e poi le scompiglia con un mazzo di raggi di sole.
    Non sempre è un vantaggio. Ma mi piace pensare che la pioggia sia venuta per rinverdire i prati e profumare le rose.
    E non è stato male vederla attraverso la finestra, la gatta sulle ginocchia, qualche frase e un po’ di fusa.
    camino, piemontecamino, piemontecamino, piemonte
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