Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

  • Istanti rubati ad #agosto2017 (Salire)

    On: 14 settembre 2017
    In: istanti rubati, la mia vita e io, quasi poesia
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    obra di vallarsaL’erba sono i miei capelli, i nodi negli arbusti bassi e delle radici sono le nocche delle mie dita. E i polsi. La mia saliva nasce dalle tue fonti segrete e scivola sulla tua schiena piena di gobbe e di cicatrici.

    Sono i miei denti i tuoi sassi levigati e mentre incespico tra i sentieri bianchi, rotolano pietre insieme alle intenzioni e a quello che solo ieri sera sembrava importante.

    Mi si tappano le orecchie e il respiro tuona dentro la gola come l’eco che da valle alla cima ripete tutti i miei nomi. Nelle tue gole oscure il sangue si rinvigorisce e mi aggrappo alle tue vene di roccia come al collo di una madre.

    Poi mi stendo e il cielo si prende i miei occhi e -uno a uno- i battiti del cuore.

    cima postaobra di vallarsatrentinocima postaponte tibetanoobra di vallarsaobra di vallarsa
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  • E tutto quell’azzurro

    On: 23 agosto 2017
    In: lettera
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    montagneNei giorni che ho trascorso in Trentino, nel paese di mia madre, è successa la stessa cosa di ogni anno: almeno una persona ogni sette che incontro mi dice Come somigli alla tua mamma.
    Hanno ragione. Lo vedo nelle foto che mi fanno, in certe espressioni, in un certo modo di corrucciare le sopracciglia, o di guardare altrove. Mi fa un po’ effetto questa cosa, come se il tempo, a ogni suo giro di vite, allo stesso modo ci allontanasse e ci avvicinasse un po’.

    Poi, spesso, ci mettiamo a parlare di lei. Le persone che la conoscevano mi ricordano aneddoti, momenti che hanno fermato nella memoria. La scorsa settimana una sua cugina, Alda, mi ha raccontato dell’ultima volta che si sono viste.
    Era fine estate, hanno fatto una lunga passeggiata, prima nel bosco fitto e poi hanno attraversato i prati e si sono sedute sopra un’altura, un declivio ai piedi delle Piccole Dolomiti che ti stanno in piedi di fronte, così vicine che per vedere la cima devi piegare il collo, e difendere gli occhi dal sole. C’è tutto quel verde, e poi tutto quell’azzurro. Me le vedo, a parlare come due amiche da una vita che si vedono meno di quanto vorrebbero – vivono in città lontane. Vengono fuori quelle chiacchiere che hanno dentro un po’ tutto. I ricordi d’infanzia, la cronaca degli ultimi mesi, i progetti.

    Pensa che bello sarebbe fare qui una beauty farm, ha detto Alda a mia mamma, quell’ultima estate. Sai, uno di quei centri benessere, uno di quei posti dove vai per rimetterti in sesto.
    Non so perché si ricordasse proprio quel momento di tredici anni fa, mese più mese meno. Ma so che mentre me lo raccontava piangeva. Forse per quello che poi non è stato. Non si è fatto nessun centro benessere lì -e questo secondo me è anche un bene- ma anche fosse stato, mamma non lo avrebbe visto. Forse Alda pensava a questo. O forse pensava a come lei ha sorriso, a quell’idea. Perché certamente mia madre deve aver sorriso. Magari ha detto Sarebbe bello. Magari ha cominciato a immaginare come sarebbe stato.

    Così come adesso io penso a come sarebbe stato se ora fosse qui per compiere gli anni. Qui per prenotare un week end in un centro benessere o per starsene seduta su quel prato, la testa piegata di lato e la mano sugli occhi a guardare all’insù. Tutto quell’azzurro.
    Qui per vedere come le somiglio. Quando guardo altrove, pensando a qualche cosa che potrebbe essere.

    Auguri, ma’.

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  • Istanti rubati a #luglio2017 (Di cosa abbiamo bisogno)

    On: 2 agosto 2017
    In: istanti rubati, la mia vita e io, lettera, viaggi
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    Estoul, Il richiamo della forestaAbbiamo bisogno di selvatico, della strada sterrata che si inerpica fino alla radura, dove non arriva l’asfalto con la sua simmetria di strisce bianche; delle tracce lasciate di notte da una volpe che si è avvicinata al paese; del grido fischiante di un nibbio o di quello notturno della civetta. Abbiamo bisogno del telefono che non prende, dell’auto che fino a là non arriva, dell’odore di resina che sporca i vestiti dei bambini mentre s’arrampicano sugli alberi.

    Le ho sempre sapute queste cose e le ho ripensate sulle strade sopra Estoul, mentre con mia sorella e i bambini si andava al Festival della Montagna, una bellissima festa tra i boschi, dove il dress code prevedeva piedi scalzi o scarpe da trekking e k-way per la pioggia.

    Abbiamo bisogno di parole, quelle dentro e quelle fuori dai libri. Ma devono essere parole piene, concrete. Come spiega Paolo Cognetti, devono essere i nomi delle piante che crescono ad alta quota, i verbi esatti per raccontare un’arrampicata, i luoghi geografici che descrivono un cammino. Devono fare un suono preciso, avere un peso specifico.
    Un mondo giusto è fabbricato con parole esatte.

    Abbiamo bisogno di incontri. Non quelli distratti alla fermata dell’autobus, quelli fatti di fretta alla cassa del supermercato – tutto bene da voi, sentito oggi che caldo, che tempo, e ieri quella grandinata.
    No, incontri: nuovi o vecchi, questo non importa, importa che ci sia la voglia di dividere qualcosa, oltre alle frasi sul clima inclemente, su chi scende o non scende alla prossima fermata. Può essere passarsi una borraccia o consigli di lettura, ballare in un prato mentre un gruppo fa le prove del suono per il concerto della sera, immaginare un progetto nuovo, ambizioso e visionario, prestare le bolle di sapone a un bambino.
    Alzare la faccia insieme per sentire le prime gocce di pioggia in fronte.

    Abbiamo bisogno di passi. Non dall’ascensore alla porta dell’ufficio, o dalla camera al bagno. Bisogna pestare erba, farsi strada tra i rovi e le spighe, sentire sassi sotto le scarpe, arrivare in cima alla salita, il cuore in gola, i muscoli molli. Sentire la potenza di questo corpo che scordiamo d’avere, sentire piena la forza e l’immensa grazia d’avere gambe affidabili.
    Gambe e cuore che ci portino: cos’altro conta?

    Abbiamo bisogno di semplicità. Roba facile come pane con dentro qualcosa che dia gusto, come acqua di fonte o magari un buon vino. Cose così.
    Sentire la mano dei miei figli dentro la mia, una per parte, mentre andiamo.

    Che altro serve. Tempo. Solo questo: tempo senza appuntamenti se non con se stessi, con la voglia di sedersi in un prato, appoggiare la schiena ad un albero. E stare.

    Come scrive Thoreu abbiamo bisogno di inesplorato. Vorremmo arrivare ovunque, vedere tutto, oltrepassare ogni barriera o confine. Scavare nei recessi terrori del sottobosco per scoprire una colonia di formiche, giungere a nuoto all’ultima isola, arrivare alla vetta un gradino sotto il cielo. Vorremmo arrivare ovunque ma ci serve sapere che resta qualcosa di inarrivabile. Ne abbiamo bisogno.
    Qualcosa da pensare soltanto, con il cuore che ci brucia in petto durante la salita o che se ne sta quieto in fondo agli occhi mentre con la schiena appoggiata al tronco guardiamo laggiù.

    Dai boschi di Estoul mi sono innamorata, una volta ancora, dell’inesplorato – che resiste.

    “Sono penetrato in quei prati la mattina di molti primi giorni di primavera, saltando da una duna all’altra, da una radice di salice all’altra, quando i selvaggi fiumi della valle e i boschi erano bagnati da una luce così chiara e luminosa da svegliare i morti, se si fossero assopiti nella tomba come alcuni immaginano. Non serve prova maggiore dell’esistenza dell’immortalità.” Henry Davide Thoreau, Walden

     Estoul, Il richiamo della forestaEstoul, Il richiamo della forestaEstoul, Il richiamo della forestaEstoul, Il richiamo della forestaEstoul, Il richiamo della foresta

     

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  • Istanti rubati a #giugno2017 (Stropicciata è la realtà)

    monferratoC’è una cosa che mi piace moltissimo fare con i miei figli, quando cominciano le vacanze: la colazione in balcone. Ci sediamo ai tavolini fuori come fosse una terrazza al mare, anche se il nostro mare non è blu, ma verde, e se al posto dei pesci ci sono i cavalli – che voi direte son pesci grossini, ma vabbè, se per questo pensate alle balene. Preparo il mio caffè con i biscotti, il loro latte con panini di nutella e cereali.
    Ci sediamo sorbendo l’odore del fieno, chiacchierando del più e del meno, di quel sogno venuto di notte – un elefante a caccia di ladri che firma con la propria iniziale le mutande dei malfattori.
    Questo nella mia fantasia (l’unica cosa vera è il sogno di Lemuele). Nella realtà, prima che io possa sedermi, Eliandro e Lemuele hanno litigato perché uno dei due ha meno latte dell’altro, perché la tazza di uno è troppo calda e l’altra troppo fredda. Uno si è certamente inciampato versando metà del contenuto tra la cucina e il balcone.

    -È colpa sua.

    -È stato il gatto.

    C’è afa e l’odore è anche quello di letame che viene dalla scuderia. Poi le mosche – queste mosche che fanno dimagrire gli equini e mettono a dura prova la pazienza degli uomini.
    E ci sono le camminate in giugno per le strade di campagna, gialle che sembra di camminare sul sole e noi tre giovani esploratori (giovani facendo una media delle rispettive età) con gli zainetti sulle spalle e i pantaloncini corti. Saltelliamo allegramente.
    Nella realtà, saltelliamo sì, ma allegramente più o meno: saltelliamo perché le zanzare ci stanno sbranando e non basta essere pucciati nell’Autan come le Macine del Mulino Bianco nel cappuccino, soprattutto se per la scanzonata passeggiata hai scelto un’ora serale o crepuscolare, climaticamente compatibile con la vita insomma.

    Nelle immagini è tutto perfetto, come nei ricordi. Sarà bello ripensare, ad esempio, l’ultimo giorno di asilo di Eliandro. Sarà dolce. Anche se in quel momento la malinconia ti artiglia il cuore.
    Nei ricordi ci sono le belle serate sotto il portico a parlare di libri e viaggi e grandi imprese – non c’è la mosca che ti tormenta, il retropensiero delle cose che devi fare prima di sera, della sveglia all’alba di domani, o quella fastidiosa puntura d’insetto che non la smette di fare prurito.
    Dalle fotografie puoi togliere gli aloni, correggere i colori, il contrasto, stemperare le ombre. Ma a ben pensarci è quella roba lì che rende vero il momento – la lamentela di un figlio, il prurito in quel punto, la macchia, l’odore di merda dalla stalla. È l’imperfezione, la stortura che fa vivo e reale quello che c’è.
    Quello che ricordi e foto restituiscono lindo è stato vero, puzzolente, confuso, stropicciato, ingarbugliato e deforme.
    È stato vivo.

    (Tra le cose che sono diventate vere, il 21 è uscito in libreria “Un luogo a cui tornare”: lo avete incrociato, per caso?)

    monferratocavalli, pom graninun luogo a cui tornare
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  • Istanti rubati a #maggio2017 (Non sono i sogni che fai, ma come li fai)

    On: 5 luglio 2017
    In: istanti rubati, lettera, viaggi
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    Howth, IrlandaCamminare insieme a qualcuno parlando dei propri progetti mi sembra un bel modo di rinvigorire i sogni. Una specie di cura ricostituente per le proprie ambizioni.
    Non so se vi sia capitato. Essere in un bel posto, possibilmente tranquillo, ancora meglio se mai esplorato prima. Avere scarpe comode e una buona compagnia, una bottiglietta d’acqua e qualche ora a disposizione.
    L’ultima volta mi è successo a fine maggio, quando con Federico ci siamo regalati qualche giorno a Dublino. Durante quel viaggio, abbiamo dedicato una mezza giornata a Howth -una gita nella gita- un silente borgo di pescatori a ridosso delle scogliere.

    Dopo un pranzo a base di Guinness e fish and chips abbiamo preso a camminare in salita, senza meta, verso il punto più alto di quella collina, sotto il sole caldo del primo pomeriggio. Sbirciavo dentro i cortili delle case e ogni tanto mi voltavo indietro a cercare con gli occhi il mare. Ci siamo trovati in una strada in mezzo alla campagna, profumata e scoscesa.
    Parlavamo del più e del meno, di quello che avremmo voluto vedere a Dublino, del posto dove cenare, e cosa faranno i bambini, adesso, chissà se sentono la nostra mancanza. Al prossimo pub, ci fermiamo per una birra.

    Cosa vorresti, adesso, per la tua vita? Ho chiesto a Federico, come faccio spesso.
    Lui ha sospirato, abituato alle mie stramberie e a queste domande. E ha preso a dire. Camminavamo tra l’erba, a quel punto, c’era un odore buono di abeti e fieno, e, mi sembra, un coro di uccelli. Sotto di noi si apriva la tavola del mare e la distesa spianata dei desideri sbrilluccicava d’azzurro. Li avevamo davanti, giusto a un passo, ma raggiungerli non era così importante, in quel momento.
    Almeno non era importante come quello che c’era: un posto nuovo da attraversare vicini, quel buon odore nell’aria, i bambini a casa al sicuro e tutta quella strada.

    Tutta quella strada prima di arrivare al mare, così bello. Così bello visto da lì.

    Howth, IrlandaHowth, IrlandaHowth, IrlandaHowth, IrlandaHowth, IrlandaHowth, IrlandaHowth, IrlandaHowth, IrlandaHowth, Irlanda
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  • Quarta tappa: l’arrivo (La storia di una storia. In quattro tappe)

    On: 20 giugno 2017
    In: il progetto, un luogo a cui tornare
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    paesaggio

    «Perché una casa è anche e soprattutto questo: un luogo che resiste, ovunque tu vada, qualunque cosa tu faccia o diventi. Puoi averne cento, o una sola. Ma conta poco, perché quell’unica può combaciare col mondo.»

    Ecco, dicevamo, tutto ha avuto inizio così: tre personaggi con caratteristiche via via sempre più definite e un’immagine precisa letteralmente esplosa nella mia testa una sera di pioggia. Le tre insistenti voci e il loro incontro mi hanno fatto capire quale terreno volevo esplorare con “Un luogo a cui tonare”: dovevo frugare tra gli interrogativi che vi dicevo.
    Dovevo scavare nel senso dell’identità di ognuno, nel tentativo di mettere a fuoco ciò che ci distingue dal resto. Provarci, almeno.
    E da lì, vi ho raccontato la strada venuta dopo: la fatica, la luce intermittente della torcia, il terreno a volte friabile e melmoso, le sorprese lungo il cammino. E, insieme, la bellezza di qualcosa che stava nascendo sotto i miei occhi. Non gratis, no. A costo di molto tempo ed energia. Di fatica, pazienza e dedizione. Anche di un certo spirito di avventura e amore per il rischio.
    Se non parti mettendo in conto l’eventualità non arrivare da nessuna parte, è meglio lasciare stare, io credo. Ma se pensi che sia un viaggio che può insegnarti qualcosa, ha sempre senso fare il primo passo. Meglio che stare alla finestra a domandarsi cosa sarebbe stato.

    E alla fine? Dove si arriva? A una risposta? No, purtroppo e per fortuna. Forse ad altre domande, forse a scoprire e raccontare delle parti di sé, un pezzo della propria visione del mondo che potrebbe somigliare alla visione del mondo di molte altre persone. Persone che cercano, come te, e annaspano nel tentativo di ricomporre qualcosa di cui abbiamo prepotentemente bisogno: un frammento di noi stessi nel vasto mondo.

    Ho capito -a forza di affastellare segni sulla mia mappa- che volevo indagare su ciò che resta di questo viaggio che facciamo, nudi e scalzi, attraverso la vita. (Me lo domando insistentemente, per la verità, in molti modi diversi). E non so la risposta precisa, definitiva, ma so che è moltissimo, quello che resta, comunque sia stata la traversata. Potrei giurarci.

    Scrive Izet Saraijlic: L’ avvenire aveva mille nomi e solo l’ultimo era solitudine.

    Finita la strada -questo pezzo di strada- ho riguardato tutto da là e ho pensato che, comunque andrà da adesso in poi, per quel che mi riguarda ne è valsa la pena. Forse non sono proprio andata da qualche parte, forse sono tornata in un luogo che mi apparteneva. Il mio Luogo a cui tornare.
    Se sarà lo stesso per qualcuno che vorrà seguirmi -se questa storia saprà condurre qualcuno in un posto in cui è piacevole stare, anche per poco- ne sarà valsa la pena due volte.

    Qui la partenza, il percorso, le motivazioni.
    Io adesso vi aspetto qui: www.facebook.com/unluogoacuitornare/.
    Siate i benvenuti: tornateci ogni volta che vi va. Sarebbe bellissimo se vi sentiste a casa.

    Un luogo a cui tornare” vi aspetta da domani -mercoledì 21 giugno- in libreria. Lo festeggiamo insieme alla Libreria Paravia, a Torino (piazza Arbarello 6)

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  • Terza tappa: le motivazioni (La storia di una storia. In quattro tappe)

    On: 8 giugno 2017
    In: il progetto, un luogo a cui tornare
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    paesaggioRaccontavo qualche giorno fa di come è nato “Un luogo a cui tornare”, di come la storia abbia seguito un suo percorso. Per capire dove mi abbia portato, però, bisogna prima rispondere alla domanda da cui tutto ha origine: quando si scrive da cosa si parte? E perché?

    Qualcuno consiglia di partire da cose che si conoscono bene. Quello certo aiuta. Ma c’è dell’altro, almeno per quanto riguarda la mia esperienza: la spinta a scrivere mi viene da qualche cosa che mi turba, mi ossessiona. O, almeno, che mi incuriosisce al punto da costituire un piccolo tarlo. Magari non tanto da levarmi il sonno, ma abbastanza da infilarsi spesso nei pensieri, da scavare piccoli solchi in cui la mente inciampa.
    Insomma, tutto parte da una domanda, più o meno precisa, che si porta a corredo un corollario di questioni minime. Una domanda che non trova risposte perché, se le avessi, forse, non passerei tempo a scriverne e -scrivendo- a rifletterci su.

    In questo caso, la molla di tutto è stata: qual è, davvero, la nostra identità? In cosa ci riconosciamo precisamente?
    Viviamo così tante vite. E non parlo di reincarnazione. Ci sono momenti e situazioni così diverse, nell’arco di un’esistenza, che sembra difficile capire che cosa ci tenga insieme. Non vi succede? Di pensare ad esempio a un momento della vostra infanzia -un mattino preciso, c’era una luce così bella ed estiva che proprio non ne volevate sapere di andare a scuola. Oppure quella volta che al mare vostro padre vi ha portato al largo col gommone e vi si siete sentiti felici, ma così felici che tutto era al posto giusto.
    Dicevo, non vi succede si ripensare un momento esatto, successo così tanti anni fa che vi viene il dubbio di averlo vissuto davvero? È così vicino da vederne i dettagli, ma al tempo stesso appartiene a un periodo fumoso e indefinibile.
    Ecco, allora, cosa tiene insieme quel bambino che non voleva scendere dal gommone e la persona che siamo diventati oggi, e quella che saremo domani? Una questione di identità profonda, la possibilità di riconoscersi in qualcosa che ci caratterizza, che ci rende unici e differenti dal resto.

    E, da qui, uno sciame di altre questioni. Se oggi la nostra casa va a fuoco e domani non esiste più niente di quello che era la nostra vita fino a ora, in cosa si trasformiamo? Se non riusciamo ad orientarci più in quello che abbiamo intorno, in cosa ci identifichiamo?
    In un momento storico segnato da un flusso migratorio senza precedenti è impossibile, io credo, aprire un quotidiano e non farsi queste domande. Cosa resta di te quando lasci la famiglia, la casa, la tua vita?
    Ma anche: se ci troviamo a dover scegliere tra una menzogna che ci salva la reputazione e lascia la nostra vita in ordine e una verità che potrebbe stravolgerci l’esistenza cosa facciamo? E se scegliamo di mentire, dopo, cosa vediamo quando ci mettiamo di fronte allo specchio?
    E poi messere il Tempo, sempre lui: non mi rassegno all’idea che conosca una direzione sola.

    Scrive Joseph O’Connor: Che cosa sono gli anni? Finzioni. Macchie d’inchiostro sopra un calendario.

    I protagonisti di “Un luogo a cui tornare” – i due di cui parlavo all’inizio- sono molto diversi ma, ho scoperto, hanno questo in comunque: il bisogno di capire, ognuno a proprio modo, che cosa li tiene insieme. Che cosa li rende quello che sono. Non lo sapevo, quando ho cominciato a scrivere:  adesso vedo dove volevano portarmi.
    La prossima volta -ultima puntata, promesso- vi racconto dove sono arrivata: quello che si vede da là.

    Qui, la partenza e il percorso.
    Tracce di questa storia, qui: www.facebook.com/unluogoacuitornare

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  • Seconda tappa: il percorso (La storia di una storia. In quattro tappe)

    On: 31 maggio 2017
    In: il progetto, un luogo a cui tornare
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     1

    Dicevamo che tutto è cominciato da tre personaggi e una notte di pioggia.
    Per scrivere “Un luogo a cui tornare” sono partita da qui, da queste coordinate, da questi pochi segni che davano inizio alla mia traccia sul foglio bianco. Appena un abbozzo a matita. Accennato.

    Da lì, poi, non so quante volte ho sbagliato strada. Perché è così che succede: fai un pezzo, la vegetazione è troppo fitta, ti impantani, i sentieri si inabissano, non capisci più nulla. Ti accorgi che stai girando in tondo o ti trovi di fronte un muro, troppo liscio per essere scalato. E torni indietro. Alle volte bastano pochi passi, poco prima c’era un bivio che non avevi notato, basta imboccarlo.
    Alle volte, si tratta di cancellare giorni e forse settimane di marcia. Perfino mesi. Mi è successo più di una volta. Non dico che non sia penoso. È mortificante. Ti accorgi, o ti fanno notare, che ti sei perso. Allora senti male ai piedi, a tutte le giunture. Ti manca un po’ il fiato, adesso che ci pensi. Ti abbandona l’entusiasmo, ti piglia un soverchiante scoramento e hai solo voglia di gettare le scarpe da una parte e stenderti in un prato a guardare il cielo. E non pensarci più. Magari per qualche giorno è proprio quello che fai: ti sdrai sull’erba e resti fermo a guardare le nuvole, a guardare le stelle. A sgomberare la mente come adesso un vento potente fa con le nuvole che si sono addensate sopra la tua testa. Dici Basta, dici Chi me lo fa fare. Dici Non mi importa poi molto vedere cosa c’è alla fine della strada.

    Poi però. Riprendi in mano quella mappa tratteggiata a matita e pensi che non puoi lasciarla così. Fino a quel certo punto hai visto cose tanto belle -o almeno così ti sembra- che sarebbe un peccato non raccontarle. Andrebbe persa una certa radura sul limitare del bosco, dove al tramonto ombre in fila aspettano la notte. Si perderebbe quel crepuscolo sul lago che ti ha lasciata immobile a osservare l’albore del giorno, tra i riflessi sulla superficie azzurra e quasi ferma.
    Sarebbe un peccato. Così ti metti in piedi e riprendi la strada, qualche passo, scaldi fiato e muscoli. E ricominci. Non è sempre male sbagliare strada. Anzi. Succede che scopri angoli lussureggianti che non immaginavi nemmeno. Scopri parti di te, certe tue vedute del mondo.

    Per quanto possa sembrare strano, la scrittura influenza la vita. E viceversa (ma quello è più ovvio). Alle volte, qualcosa che succede nella tua quotidianità cambia il corso stesso della storia. Mi è capitato, mentre scrivevo questo libro. Una cosa per me molto importante, dolorosa. Ha deviato il tragitto e mi ha fatta restare molto più a lungo in un posto che credevo di attraversare in fretta, di sbirciare in lontananza, come un panorama visto dal finestrino di un treno. Invece no. Mi sono dovuta sedere lì, sulla riva di un certo fiume a guardare. A provare a capire perché, a sperare che passasse il male in fretta. A vedere se potevo imparare qualcosa da questo accadimento, visto che proprio non lo potevo evitare.

    Non voglio fare troppi misteri, solo provare a spiegare, prima di tutto a me stessa, come funziona mettersi di fronte a un foglio e provare a scovarci dentro un mondo tutto intero.
    La dannazione e la grazia di voler continuare la strada. La dannazione e la grazia.
    E alla fine, ecco. Sono arrivata là dove volevo e potevo. Dove mi hanno portata le gambe e il fiato che avevo a disposizione. Ho riguardato tutto da là e ho pensato che, comunque andrà da adesso in poi, per quel che mi riguarda ne è valsa la pena.
    Provo a raccontavi quello che ho visto all’arrivo. Presto, se vi va.

    L’inizio di questa storia, lo trovate qui
    La pagina dove aspettare insieme l’uscita del libro, qui: https://www.facebook.com/unluogoacuitornare

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  • Prima tappa: la partenza (La storia di una storia. In quattro tappe)

    On: 24 maggio 2017
    In: il progetto, un luogo a cui tornare
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    mondo alla finestraCosa è una storia.
    Da quando provo a scriverne, non posso fare meno di farmi questa domanda. E la risposta cambia in continuazione. Alle volte direi che è il risultato di uno scavo, alle volte un’opera di costruzione -un castello di lego, un cesto di vimini. Alle volte mi sembra un posto da raggiungere, la strada per arrivarci. Non so ancora dare una definizione, forse non lo saprò mai: ogni storia nasce in modo diverso.
    Quello che posso fare, è provare a raccontare come è nata la storia di “Un luogo a cui tornare”, il terzo libro che ho scritto e che tra poco meno di un mese sarà in libreria.

    Sono nati per primi, in un modo che non saprei dire, due personaggi. E un terzo subito dopo. Tre tipi umani che cercavano di farsi ascoltare. All’inizio erano ombre, stereotipi, sagome tratteggiate da qualche sogno, da qualche reminiscenza affiorata da chissà dove. Da chissà dove. Avevano delle cose da raccontare, l’ho capito perché insistevano, mi si paravano davanti non invitati – ebbene sì, il confine tra chi scrive storie e chi è pronto per un tso alle volte è labile. (Almeno per quel che mi riguarda).

    Ognuno di loro tre aveva delle cose da dire ma faticavo a mettere a fuoco le loro vicende, non capivo che cosa avessero da spartire, soprattutto. In che modo fossero legati tra loro. Poi c’è stata una sera di fine inverno, lo scorso anno. Tornavo tardi dal lavoro, più stanca del solito, triste per un motivo che non ricordo. Pioveva, si sentivano tuoni in lontananza e io guidavo sulle strade lucidate dall’acqua. Immaginate strade strette di campagna, senza illuminazione, prati e boschi tutto intorno.
    Ho alzato la musica, cercavo di non pensare. Ma, ecco, un’ombra sul ciglio della strada – non so cosa fosse, dalle nostre parti è frequente incontrare volpi, cinghiali, tassi. Magari era un gatto, un cane, magari niente. Non importa, perché in quell’istante preciso ho capito come si sarebbero incontrati -anzi scontrati- i personaggi che avevo in mente. Ho capito cosa avevano a che fare uno con l’altro.

    In quel momento è cominciato il viaggio. Sapevo dove cercare, almeno, in quale spazio spingermi armata di pila e serie intenzioni. Ecco, l’idea è questa: scrivere una storia è addentrarsi a piedi in una zona che non conosci, ma solo, in qualche modo, intuisci. Una lampadina sulla fronte, di quelle da minatore, un foglio bianco su cui tracciare una mappa. La tua. Non sai dove ti porterà né quello che esattamente vuoi raggiungere. Puoi solo sperare che il terreno sia solido, la luce tenga e le tue gambe siano allenate abbastanza per il percorso che hai davanti. Ti auguri qualche apparizione lungo il cammino, qualcuno che ti prenda per mano, anche per un tratto breve, e ti faccia vedere cose che non sospettavi. Magari un segnale, ogni tanto, che ti rassicuri: sei sulla buona strada.

    Questo è stato l’inizio, quindi: una donna impegnata nella propria realizzazione personale, un uomo senza fissa dimora e un bambino – ma di lui per adesso abbiamo soltanto una fotografia appoggiata sul comodino di una stanza di ospedale. E una notte di pioggia -scura, scura- per farli incontrare.
    Questa la partenza. Se vi va, presto vi racconto quale è stato il percorso. Se volete sapere, questo è il luogo a cui tornare.

    Farò un esperimento, questa volta: vi racconterò qualcosa del libro su facebook. Possiamo aspettarlo insieme, qui: www.facebook.com/unluogoacuitornare/

     

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  • Ai miei figli

    On: 18 maggio 2017
    In: lettera, sproloqui
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     1

    operaSe quello che vi lascio
    è una terra sfatta e sfranta da battaglie,
    come un letto che non si ricompone mai;
    se vi lascio una grandine di parole venute a scardinare
    il vento,
    a tarlare
    un silenzio che non ascolta più nessuno,
    venute a bestemmiare il fuoco
    e consacrare il fumo.

    Se quello che vi lascio è un diavolo
    che chiede soldi per costruire muri
    che baratta anime in cambio di confini,
    e chi dovrebbe fare ponti
    non conosce la misura,
    né l’equazione elementare:
    una vita vale una, senza sconti,
    ed è sempre da salvare.

    Se vi lascio voci e voci inascoltate
    voci sfiatate di cui è rimasta un’eco,
    voci mute, arse, frantumate,
    e i corpi gonfi che le hanno liberate
    affastellati come sabbia sul fondale.

    Se vi lascio mani perse nelle tasche
    di chi guarda e pensa Che ci posso fare,
    perdono, figli, per questo mondo
    -storto, zoppo, disassato-
    che non ho capito e
    che non so aggiustare.

    Ci ho provato con le storie della sera
    le parole rassicuranti e un po’ inesatte:
    il gigante cuore grande
    salva il regno e sempre in tempo,
    mentre l’empio, il ciarlatano, il traditore se la batte.

    Perdono, se potete,
    se ho trassato un po’
    se ho giurato che i lupi qui non possono arrivare.
    Era per cullarvi,
    era per farvi dormir bene,
    era per farvi innamorare.

    A mia discolpa posso dire
    che ho barato per amore solamente:
    che se non si stana un po’ di buono in mezzo al marcio,
    -da che mondo è mondo-
    non si aggiusta niente.

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