Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

  • Il mio cuore è una pianta carnivora

    On: 6 Ottobre 2022
    In: quasi poesia
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    Il mio cuore è una pianta carnivora
    un uncino, uno spigolo
    un arnese da taglio
    una brugola.

    Ha rattoppi da sarto
    un dolore che sfrigola,
    ha un cappotto marrone
    rattoppato sui gomiti
    sempre fuori stagione
    un ardore, una fregola.

    È il portiere all’incrocio dei pali,
    la pernacchia di un bischero,
    due noci di burro
    foderate in carta da zucchero.

    Il mio cuore,
    fuoco fatuo nel buio,
    fuori fuoco sui margini
    – il mio cuore:
    mollica alle rondini.

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  • Diario quasi d’autunno (istanti rubati a #settembre2022)

    On: 6 Ottobre 2022
    In: la mia vita e io
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    6 settembre
    Nel sogno di questa notte, regalavo un volo per Nairobi alle mie nonne e a mia zia. Mi sono svegliata domamdandomi: perché Nairobi? e con la curiosità di vederne delle immagini. Era l’alba e ho camminato fino a un posto dove mi avevano portato tanti anni fa. Ho resistito alla tentazione di esplorarne ogni vicolo, per lasciare che nella mia memoria resistessero i ricordi così come li avevo lasciati. Lo stesso disordine sul tavolino del bar, i pezzi mancanti, quella precisa luce che batte sul bicchiere, la curiosità incontenibile del dopo. Guccini intanto mi cantava nelle orecchie che non la vedi e non la tocchi, oggi, la malinconia.Ho pensato, camminando, che senza la fantamappa dei nostri luoghi immaginati, inventati e ricordati non saremmo che cani in un cortile, con la catena troppo corta. Ho pensato che ogni canzone è qualcuno o qualcosa che ci viene a trovare. Ho pensato: non lasciamo che trabocchi, e ho allungato il passo.(Ho pensato anche che ascolto sempre la stessa musica e che non riesco ad ascoltarla senza cantare, con gran ludibrio o comprensibile disappunto di tutti quelli che incrocio sulla via).

    9 settembre
    Per affrontare l’aurunno mi riempio gli occhi di questa luce. Già nella mia testa si mescolano, all’aroma del caffè, i progetti per l’anno in arrivo. Lavoro, scuola, sport, corsi, impegni vari, spese. Li aspetto (ma senza fretta) con un misto di timore e curiosità. Forse è questo il momento dell’anno in cui mi è più difficile restare nel qui e ora. Mi perdo in calcoli, numeri, date, incastri, calendari. Mi sforzo di essere qui, nell’odore di salsedine, la sabbia che solletica il piede, il sottofondo della risacca. Di mettere un freno all’ansia di programmazione e a quel sapore amarognolo di un’altra estate che va via.Il primo dei buoni propositi d’autunno: restare con la testa dove sto coi piedi.

    12 settembre
    Il tuo corpo, quando cresce, quanti corpi più piccoli lascia indietro.Piccole dita, piccole mani, piccole rotule bocche talloni. Conservo nella mente i tuoi confini e li ripasso col dito. Ti osservo per farti combaciare con tutti i te che ti hanno preceduto.Tu isola in espansione e il mio amore un mare.Fatico -ma ci provo- a tenere a bada l’onda, a farti sentire contenuto, accolto. Non invaso.
    Amore di madre è quest’acqua che turbina, che stenta a riconoscere la sponda – sempre a rischio di tracimare.

    21 settembre
    Yoga del mattino, nell’orto – finché la pianta dà i suoi frutti ci presentiamo puntuali all’appuntamento quotidiano. Ieri il primo ceppo bruciato nella stufa, comincia il conto alla rovescia per la fine dell’estate. La mia candela accesa è una preghiera: che sia mordibo e gentile, il tempo nuovo che s’affaccia alla mia stanza. Che si spogli del verde, se deve, ma che nutra la speranza.

    23 settembre
    Cosa dovremmo fare, quindi, certi giorni d’autunno. Possiamo aprire le finestre, far circolare l’aria. Meditare sulla lingua dei pesci e sull’incanto della galaverna. Possiamo buttarci un po’ giù e poi venirci a prendere. Usare parole insolite, mandar via la polvere, richiamare con un fischio affilato gli animali notturni.
    Possiamo riempire il bicchiere di tenerezza e non svuotarlo mai.
    Osservare la vita dal fondo, dal lato della morte. Come procedura, esperimento, saracinesca.
    Poi ricordare la volta che abbiamo imparato a respirare. Non c’è niente che non possa fare, chi una volta ha imparato a respirare.



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  • Diario tra i monti (istanti rubati ad #agosto2022)

    On: 6 Ottobre 2022
    In: la mia vita e io
    Views: 78
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    4 agosto
    Curare le piante curare le paroleammirare di ognuna la bellezza, prima di metterle a servizio di qualcosa – la tavola apparecchiata per cena, una storia.
    Prima della produttività apprezzare il dono – è sempre un dono, anche quando viene dalla cura. La terra potrebbe non restituire niente (basta vedere adesso, questa siccità), la traccia di parole potrebbe non portare in nessun posto.
    SuccedeMa alle volte succede che il pomodoro ingrossi e arrossi, che lo zucchino ispessisca, coronato dal suo bel fiore giallo.Ma alle volte succede che sulla pagina compaia qualcosa che prima non c’era, una mappa, un disegno – non sarà compiuto come la cicogna di Karen Blixen, ma, forse, sarà qualcosa
    Mi sembra che “cura” sia la chiave di questo tempoe che, per aprire qualche serratura, debba camminare mano nella mano con “speranza”. o, se preferite, con “preghiera”perché il solo modo di abitare questi giorni è con gesti oculati, passi brevi, brevissimi – gocce dispensate con parsimonia e generosa gentilezza.

    8 agosto
    Prima di cominciare a lavorare sono uscita a camminare un po’, nonostante il sonno che mi incollava le palpebre. Ho dovuto buttarmi giù dal letto con un atto di fede, nel bel mezzo di un sogno sanguinario e illogico, uscire di casa ancora prima di aver ingurgitato la dose di caffè capace di traghettarmi fuori dal regno di Morfeo.
    Ma la buona volontà è stata premiata: dopo venti minuti di cammino ho incontrato cinque cervi. Due si rincorrevano su per un crinale, mentre sassi e ghiaia rotolavano a valle. Facevano un rumore di cavalli al galoppo e una sorta di soffio, di sbuffo. Ci sarebbe da aver paura, se non fossero loro a temere l’uomo. Sono rimasta a guardarli incantata finchè non sono spariti su su, in alto, nel folto bosco. Oltre al recinto della pigrizia e delle abitudini, a un passo da noi, c’è tanta di quella vita – vita selvatica e segreta da far impallidire i sogni.Fuori dal perimetro di noi stessi, alle volte, com’è tutto più limpido e interessante!

    10 agosto
    sei amici, una partenza a piedi nel tardo pomeriggio, c’è chi c’è e c’è pure chi non c’è, un rifugio da raggiungere, birrette fresche, polenta, grappe varie, una notte che scende planando dall’alto, si scolla dai monti e ci circonda poco a poco, una luna all’ingrasso, il cielo d’agosto, le vette nere che così nere non le avete mai viste e poi il bosco da attraversare con le torce – provare a spegnerle dove il fitto dirada, allenare la vista dei feliniuna luce che compare nella macchia di fronte, a mezza costa, una luce che si accende e si spegne, si muove restando ferma, trema, si spegne, s’accende. noi che urliamo, nessuna risposta – qualcuno conosce il codice morse? la luce forse manda segnali, forse nemmeno s’accorge di noi, compatti sulla strada grigia di sotto (sto leggendo La lucina di Moresco, è un caso? chi c’è lassù: un bambino con la testa rasata, un alieno in pantaloncini?) di nuovo camminare, di nuovo i nostri scherzi, nella valle ci sono i lupi, uno di noi s’acquatta non visto tra il fogliame, salta fuori al passaggio degli altri, dal buio: Bu! scemo, dice qualcuno, sono gli stessi scherzi che si facevano 30 anni fa, dico io, eppure funzionano come allora, sento la pelle d’oca che dal tallone mi sale ai capellii lupi, se c’erano, sono stati alla larga, abbiamo riportato a casa la pelle e piccole storie di paura, risate di sollievo, cazzate miste a voli pindarici, il vento insolitamente caldo tra gli abeti, e passi dietro ai nostri di tutti i noi giovani incontrati per strada, trovati fermi lì, ad aspettarci per accompagnarci un pezzo, confusi con le ombre, confusi di grappa, ridanciani e pensosi come eravamo e siamoe la lucina chissà, chissà se si è accorta di noise ci ha visti passaree chissà se stanotte s’accende.

    18 agosto
    Ultimo giorno di lavoro.Questa mattina la pioggia ha cominciato gentile, quasi chiedendo: Posso?Pian piano s’è fatta spazio, ha preso coraggio e baldanza, ha gonfiato il petto, batteva sui vetri di stravento, e tutto intorno si rincorrevano tuoni come cani tenuti al guinzaglio.
    Lavoro in una stanza piccola, un tavolo di legno davanti alla finestra col davanzale di legno, pavimento di legno sotto i piedi. Lavorare da qui, dalla mia stanza piccola che guarda Cima Pasubio e il suo occhio sempre desto, lo considero un dono incommensurabile. In pausa pranzo leggo Irene Solà (Io canto e la montagna balla), guardo documentari sulle migrazioni delle cicogne e i fulmini crepano il cielo, strisce bianche, uno schiaffo di luce. Progetto le escursioni dei prossimi giorni, devo cercare una mappa, i sentieri da fare. Io che mi perderei persino nel mio paese, non ci fosse una strada sola.Sto per cominciare le ferie in un’estate che non è più estate, in un principio d’autunno brumoso, o forse in un altro Paese, lontano, dove i Monsoni sono di casa. Le previsioni dicono: dopodomani sole. Dopodomani posso mettere gli scarponcini, infilare lo zaino, salire. Oggi mi godo questa sacca di nulla, la valle cancellata dalla nebbia, le voci nella stanza di fianco, il caffè appena salito nella moka, dita e dita che battono i vetri.
    Intanto le cicogne sorvolano i tetti bianchi di Tangeri e i cani hanno strappato il guinzaglio, e corrono latrando tra le montagne e il cielo.

    22 agosto
    Due giorni in giro per rifugi.Sole, poi nuvole. Crema solare, poi pioggia. Maniche corte poi maglioni, cioccolata calda, libri. Avventura e rifugio.
    La notte che scende al rallentatore, che schiaccia tra due dita la luce in una striscia rossastra. Ancora due passi al buio, la tua mano nella mia tasca – spavalderia mista a timore, la curiosità di quel che non si vede, bestie sanguinarie acquattate al bordo del sentiero. Eppure andiamo, mamma? Fino là, fino alla curva.Le luci del rifugio lontane, una nave sperduta in un nero lago immobile.
    Una partita a carte, piccole confessioni, cose da grandi e cose da bambini.Il mattino perdersi a un bivio, salire alla cieca, bussare a una baita sperduta nel bosco, sulla schiena di un monte, per chiedere: siamo giusti, di qui? Salire e scendere creste, dente austriaco, dente italiano, cima Palon.
    Orgogliosa delle mie gambe che resistono ma soprattutto orgogliosa di te, del tuo andare mani in tasca e sguardo in giro, della tua ironia tagliente, dell’impareggiabile compagno di viaggio che si nasconde sotto la scorza di preadolescente.
    (E sì, anche del tuo senso dell’orientamento, perché se ti avessi dato retta a quel bivio, non ci saremmo persi).

    27 agosto

    Non c’è una pentola d’oro ai piedi del mio arcobaleno. Ma una pentola piena d’ore, semmai, da passare così. Stufa accesa, buona compagnia, gambe stanche per la camminata da allungare davanti. L’odore della pioggia, dell’erba bagnata e del caffè. Il tempo che rallenta, e rallenta, fino a quando non ci si ricorda più di lui.

    2 settembre
    Quasi tutte le mie fantasie di bambina avevano come costante la casa sull’albero. Miei coinquilini fissi erano elfi e folletti.Quest’anno, uno zio molto abile e generoso e tre ragazzini intraprendenti hanno dato forma ai miei sogni di allora. Una pineta al limitare di un grande prato, la luce che filtra tra i rami, un tappeto di aghi e pigne, odore di resina e la più bella palafitta tra gli alberi di sempre.
    Ci hanno lavorato un pezzetto al giorno e alla fine abbiamo chiamato gli amici e abbiamo festeggiato. C’è stata una piccola processione nel bosco con i cesti da pic nic pieni di roba da bere e da mangiare, Prosecco, coca cola. Patatine, pizza. Un pugno di colore tra gli alberi fitti in una sera di fine estate, le nostre voci allegre, a tre a tre (così hanno prescritto i responsabili della sicurezza) salire la scaletta a pioli e brindare da lassù. I miei monti, il bosco, strizzano l’occhio e alzano il calice insieme a noi.La me bambina ubriaca di felicità fa salti altissimi. Elfi e folletti, fate buona guardia mentre siamo via.

    3 settembre
    Sono stati giorni di continui arrivi e ripartenze.Saluti di benvenuto e abbracci di arrivederci. Fanno male, fanno bene.Un po’ stropicciano il cuore, un po’ lo gonfiano di gratitudine,Giorni di cose facili: la fame dopo la salita, la gioia di un’ora di lettura dopo una lunga camminata, l’odore del bosco, il riposo ristoratore del corpo esausto, della mente sgombra.
    La bellezza di raccontarsi gli ultimi mesi (qualche volta anni), di dividere un piatto di polenta, la sera un bicchiere di grappa, due canzoni stonate persino, mentre la notte regala cieli sfarinati di stelle.
    Poche cose mi fanno stare così bene: il corpo che lavora, la mente che si svuota, il cuore che si riempie.
    Grazie a questo tempo generoso e a chi ne ha fatto parte.

    34Laura Chiarello, Irene Brusa e altri 32Commenti: 9Mi piaceCommentaCondividi

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  • Imparare dall’orto (Istanti rubati a #luglio2022)

    On: 3 Agosto 2022
    In: istanti rubati
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    Il mattino molto presto, un bel po’ prima di cominciare a lavorare, o la sera dopo cena, vado a bagnare l’orto e il campo di zucchine. Incredibile a dirsi: è un momento che mi piace davvero. Controllo che le foglie siano verdi, controllo se ci sono nuovi fiori.
    Più facile che trovare parole da scrivere è annaffiare le piantine una per una una: mi pare quasi di vederle respirare, mentre lo faccio.
    Più facile che immaginare quello che verrà in autunno -la pandemia, la guerra, la crisi- è controllare che le foglie siano verdi, non arse dal sole come quelle di molti alberi che stanno soffrendo la siccità.
    Mi sembra persino di imparare delle cose che servano alla mia vita. Per esempio, vedo che le erbacce, se bagni al piede, crescono proprio lì vicinissimo alla pianta: allo stesso modo, mi sembra, quando metti le tue energie in un progetto a cui tieni, quello diviene rigoglioso ma devi stare attento alle paure infestanti che crescono con lui e cercano di soffocarlo.Se vuoi godere dei frutti devi prenderti cura di entrambi – erbacce e piante. Ansia di fallimento e desiderio di riuscita.
    Ma più di tutto, quello che sto imparando, un pezzo alla volta, è non pensarci troppo e godermi l’aria meno afosa del mattino e della sera, i colori morbidi del cielo e del silenzio e la bellezza della cura che viene da lontano – la cura di sé attraverso la cura del mondo.

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  • Una finestra

    On: 3 Agosto 2022
    In: la mia vita e io, quasi poesia
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    Mille volte sono passata davanti a questa finestra, durante le mie camminate. Solo ieri mattina la ho vista, tra i fiori e le foglie del cappero. Una poesia tra le crepe del muro.
    Luce che entra in un stanza abbandonata chissà quando, chissà da chi.
    Prego di riconoscere la bellezza ogni volta che la incontro. Prego i miei occhi di non trascurare la grazia silenziosa delle cose dimenticate.
    Tutto torna a vivere, quando viene visto.

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  • Palate di oggi

    On: 3 Agosto 2022
    In: quasi poesia
    Views: 175
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    Ahavere anni che si contano sulle dita di una mano
    dito più dito meno
    giorni e giorni e giorni senza scuola
    vestiti a caso
    amici
    campi e alberi e strade
    più progetti che ricordi
    forse un cavallo
    un cane
    sonno senza sforzo
    mattine senza sveglia
    e domani
    chi se ne infischia
    di domani
    noi che c’abbiamo
    palate e palatedi oggi.

    (e io che dicevodi non essere invidiosa)

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  • Grazie per (Istanti rubati a #giugno2022)

    On: 3 Agosto 2022
    In: istanti rubati, Senza categoria
    Views: 177
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    Sono passati più di sei anni dall’open day della scuola elementare di Verrua. Durante la presentazione, le insegnanti avevano proiettato un video con alcune immagini di un intero ciclo di studi. Erano naturalmente bambini che non avevo mai visto prima. Bene, al minuto numero due e qualcosa ero sciolta in una maschera di lacrime che tentavo goffamente di nascondere agli sguardi attoniti di chi mi sedeva accanto. (Probabilmente, qualcuno avrà riconsiderato l’idea di mandare il proprio bambino tra figli di genitori tanto emotivamente instabili…).

    Oggi è l’ultimo giorno di quinta elementare. L’ultimo giorno del mio figlio più piccolo. Non credo di dover aggiungere altro per spiegare come mi sento, mentre vedo scorrere i titoli di coda.Per una malata cronica di malinconia, ogni ciclo che si chiude è un cerchio stretto intorno al collo che per qualche giorno fa respirare a fatica. Un po’ ho fatto pace con questa parte di me, un po’ ancora no.Ho però deciso che oggi è la gratitudine che deve prevalere. Per questa piccola scuola circondata dal verde, per gli impareggiabili compagni di viaggio che sono diventati amici veri (“Sarà impossibile, mamma, trovarne altri così”). Per le incredibili insegnanti (di entrambi i miei figli) che hanno affrontato insieme ai bambini anni tanto difficili e impegnativi. Per il modo in cui li hanno tenuti per mano – che è mica facile tenersi per mano: sapere quando mollare un po’ la presa, quando invece bisogna stringere forte. Sapere quanto conta quel tocco e riuscire a guardare loro guardando la strada, senza perdere nessuno lungo il percorso. Per questo, per averlo saputo fare: grazie.

    Per tutte le volte che Eliandro si è svegliato felice di andare a scuola, che è rientrato ridendo, trascinandosi quello zaino più grande di lui. Per i piccoli scoramenti superati, per ogni emozione che lo ha e ci ha travolti. Per i giorni di nuvole fitte, che anche quelli vengono a insegnare qualcosa. Per la fatica, e la distensione dopo l’arranco. Per i barattoli di buonumore sistemati in dispensa.

    Per i bisticci tra compagni e la pace fatta, per le biro perse, i quaderni scarabocchiati, le gomme sbocconcellate, le matite spuntate, le dita macchiate d’inchiostro, i fiocchi di tempera sparpagliati ovunque.Per le bidelle con una parola allegra in tasca, per il buon cibo della mensa.Per le cose imparate e quelle già dimenticate, per tutta la vita sciabordata via tra i banchi e il cortile, tra scoppi di risa e incazzature.

    Per tutti i Non ce la faccio che sono diventati Ci riesco.

    Per quello che passa e quello che invece resta.Grazie, allora. Per quello che, al fondo di questo capitolo lungo, resiste al setaccio del tempo e brilla, brilla. Perchè tanto io lo so che non smette di brillare.

    (Nella foto, Eliandro prepara un souvenir -molto- artigianale per i compagni e le maestre. Ha passato giorni a segare canne di bambù: anche questo è amore)

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  • Quel filo (Istanti rubati a #maggio2022)

    On: 3 Agosto 2022
    In: istanti rubati
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    Non so perché e non so se sia capitato solo a me, ma, da quando sono diventata madre, ho la sensazione si sentirmi più “figlia”. 

    Non è razionale, no. È come avvertire più teso quel filo che sempre tiene legato un figlio o una figlia a colei che lo ha generato. 

    Sento, di mia madre, più vicine le scelte, le paure, le emozioni. La solitudine. Sento la sua voce dentro la mia. Quella che urla di riordinare la stanza, quella che elenca le cose da fare. Quella della sera, che dice Ci sono io, con te. Sempre.

    Eliandro, a scuola, ha fatto un compito: doveva elencare le frasi che ripeto di più. Mi ha sorpreso, ma mica troppo, realizzare che sono per la gran parte quelle che tu dicevi a me.
    Una matrioska di voci, mamma. 
    Una matrioska di cuori.

    Ci sono io, con te. Sempre. 

    Me lo ripetevi spesso e io, a mia volta, lo ripeto ai bambini.
    E mentre lo dici lo senti tutto, il peso di quelle parole. 

    Perché quel Sempre è una promessa che pare impossibile e invece no: invece è l’unica capace di travalicare il tempo e lo spazio.

    Ciao, ma’. 
    Auguri a noi

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  • Doppiofondo (Istanti rubati ad #aprile2022)

    On: 12 Maggio 2022
    In: istanti rubati
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    Ci deve essere un doppiofondo del dolore. Un posto dove infilarlo perché non ingombri.
    Altrimenti sarebbe impossibile, in giorni come questi, ascoltare le notizie e poi continuare, come niente fosse. Mi rendo conto che, per la maggior parte del tempo, non le immagino DAVVERO le cose che succedono (e sì che le foto e i video aiutano). Le vedo piccole, lontane. Creature mute sul fondo del lago. Tolgo l’audio perché non mi tolgano il fiato.
    Poi, in certi momenti, esplodono. A volte lo fanno in modo subdolo, senza che io capisca subito che si tratta di loro – quelle facce, quei corpi, quelle voci senza voce compressi lì sotto.
    Ma per lo più le tengo a una distanza emotiva che mi permetta di fare tutto come sempre. Così posso leggere un giornale e poi, persino, fare colazione.
    Sperando che il doppiofondo tenga, che il dolore non dilaghi e se ne resti il più possibile seduto lì, buono e zitto dove l’ho messo.

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  • Primavera (Istanti rubati a #marzo2022)

    On: 21 Aprile 2022
    In: istanti rubati, quasi poesia
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    Primavera, quest’anno, sembra tardare.
    Forse si chiede che ci viene a fare:
    tutto questo lavoro immaneper aprire bulbi, semi, tane
    allargare cieli
    far volare rondine e airone
    rinverdire prati- se poi alla fine non cambia mai niente:
    se stagione dopo stagione
    restano sigillati
    gli occhi della gente.

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