Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

  • Scancamìa (Istanti rubati a #gennaio2021)

    On: 1 Marzo 2021
    In: la mia vita e io
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    Stanchezza mista a insoddisfazione mista a nervosismo. Mio figlio si è inventato una parola per descrivere questa sensazione: scancamìa. Dice che è un virus a forma di letto coperto di aghi.

    L’altro mio figlio mi spiega come la affronta: si ferma, si domanda da cosa provenga e prova a darsi delle risposte. Fatto questo, in genere si sente meglio. Aiuta, semmai, una sessione con pungiball e un mantra: Ce la posso fare.”Però devi crederci, mamma, mentre lo ripeti nella tua testa”.

    Nelle sere no, loro mi offrono parole e immagini e persino rimedi. E la scancamìa pian piano scolora e va via.

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  • Facciamoci trovare pronti (Istanti rubati a #dicembre2020)

    On: 12 Gennaio 2021
    In: la mia vita e io, quando la montagna era nostra, viaggi
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    31 dicembre
    Ieri sera siamo andati a fare un giro in auto, di paese in paese, per vedere le luminarie. C’era una luna tonda e luminosa che si sarebbe potuto girare a fari spenti .Le strade erano lucide e deserte, fatta eccezione per una volpe e una nutria solitarie. Le decorazioni facevano capolino nei cortili, se ne stavano appese ai balconi, aggrappate ai muri. Poi, attraverso le finestre accese, ne ho intraviste altre private, più intime e segrete. Una candela, il lumino in cima alla capanna di un presepe. Mi è venuto in mente che, dopo che se ne è andata la mia mamma, per anni non ho fatto alberi, né appeso luci. Lei era l’anima del Natale, e adesso che non c’era più, non avevo nessuna voglia di festeggiare. Finché, un dicembre, non ho tirato fuori il mio piccolo abete, qualche pallina, un filo lucente. Non so perché, semplicemente era arrivato il momento di farlo. Come un seme che a un certo punto germogli. È stato faticoso, e liberatorio.Mi sono chiesta quanti alberi altrettanto faticosi ci fossero dietro quelle finestre, dentro quelle case e dentro tutte le case. Credo molti. Faticosamente in piedi, carichi di stelle e fiocchi di neve. Ho immaginato il gesto: una mano che pettina gli aghi sui rami e appende qualcosa. Accende una luce che forse non verrà vista da nessuno, o forse da un passante, in una notte come tante.Questo spero per il nuovo anno, per noi tutti: il desiderio e la forza di accendere luci.Il desiderio e la forza.Auguri!

    24 dicembre
    Qui, il fantasma dei Natali passati è dappertutto. È nelle slittate che mi ricordano quelle con mamma la notte della Vigilia.È nella sensazione di Ossigeno che mi investe quando a sera esco sulle strade buie, gelide sotto le stelle, e in quella di accogliente calore che mi fa formicolare le dita dei piedi intirizziti quando torno in una stanza scaldata dalla fiamma viva della stufa. Nei sensi intorpiditi dal tepore e poi acuito dal freddo fuori, nei vividi sogni a occhi aperti.È nei profili scheletrici degli alberi che fan sembrare i monti in lontananza enormi e bonari animali dal pelo ispido.È nel cielo basso, gonfio, così vicino alla terra, così vicino. È negli odori della cucina, nelle coperte spesse, nei libri seminati in giro, nei rari incontri sulle strade desolate. Il fantasma dei Natali passati mi porta in giro per la Valle, mi solletica fin quasi alle lacrime. Mi mette di fronte ricordi che pensavo d’aver perso – e son tutti qui, impettiti, i piedi nella neve, i profili di fumo.Mi raccontano vecchie storie, mi confortano alla loro maniera: promettono che torneranno – che non smetteranno di tornare. I miei auguri, quest’anno: facciamo pace coi nostri fantasmi, diamogli una possibilità. Se dobbiamo frequentarli, tanto vale farsi buona compagnia. Conviene a tutti, no? Felice Vigilia a tutti!

    6 dicembre
    Questo 2020 mi sembra se lo sia inghiottito la neve.Guardo indietro: una distesa bianca, uniforme, con pochi punti a cui appigliare il ricordo. Mi sembra ci sia stato tolto qualcosa -incontrare, abbracciare, viaggiare… le cose che sappiamo, certo. Ma non solo quelle. Non è mai tanto quello che non si è potuto fare, ma una mancanza di prospettiva. Come se la paura, i divieti, le inibizioni riducessero il mondo a una dimensione sola. A una impossibilità di espandersi, a un rattrappirsi delle facoltà di immaginare. Di desiderare. Sono quelle, mi dico, allora, che bisogna pungolare. Qualche minuto al giorno alleniamo le nostre fantasie come si allena un muscolo – una giornata con qualcuno, una terrazza sul mare, un concerto, un volo da prendere, un libro da scrivere, un nuovo sentiero, caffè e giornale al tavolino di un bar, nel via vai generale. Quel viaggio là. Cinque minuti al giorno: chiudiamo gli occhi, scaviamo a fondo. Troviamo la terza dimensione e forse persino la quarta: coltiviamoci. Verrà il tempo di bucare il terreno, dopo tutto questo gelo. Facciamoci trovare pronti.

    5 dicembre
    Somiglia il mio amore a una legnaia tenuta bene. Somiglia alla fatica di andare per boschi a tagliare ceppi, alla forza che serve per portarli a casa. Ma sempre pensando al calore che ti avvolgerà quando ogni notte te ne starai accanto al fuoco, a guardare la neve cadere.

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  • Facciamo bosco

    On: 4 Gennaio 2021
    In: quasi poesia
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    Non c’è distanza
    che nel silenzio
    non si ricucia.

    Facciamo gli alberi,
    che le parole non servono,
    che le radici
    nel buio del mondo
    si toccano.

    Facciamo gli alberi
    che sopravvivono alla fine

    del proprio ramo
    – diventando bosco.

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  • Quando siamo arrivati? (Istanti rubati a #novembre2020)

    On: 4 Gennaio 2021
    In: istanti rubati, la mia vita e io
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    Nell’attesa di un nuovo Dpcm portatore di lockdown e dei risultati delle presidenziali americane, nelle ultime ore ho dovuto formalizzare la rinuncia a un viaggio in camper ottimisticamente pianificato alla fine dell’estate. E chissene, direte, e con ragione. Io lo so che non significa nulla, di fronte allo sfacelo che ci circonda. Lo so bene. Ma oggi lo stesso brucia un po’. Brucia perché è il cappello di una inquietudine più profonda che ha che fare con questa nuova indefinita palude temporale durante la quale il mondo sarà lontano, altro da me, irraggiungibile.
    Tutto quel mondo con tutte quelle strade voci case incontri luci. E saranno lontane moltissime delle persone che amo. Sarà impensabile, a un certo punto del mattino, dire Ma guarda che bel sole, e uscire per un giornale e un caffè e due parole con qualcuno incontrato per caso. Non ci si può far nulla, solo trovare altri modi per mettere a frutto quello che c’è. Un modo per starci, in questo pantano, e attraversarlo. Con prudenza, con amore.
    Non cedendo ai richiami dei professionisti del terrore né a quelli dei ciarlatani spacciatori di paccottiglia. Cercando di non farci annientare dall’ansia. Continuando a nutrire come possiamo la parte di noi che si alimenta di progetti e di sogni – una guida per un nuovo viaggio, un biglietto del treno che porta al mare, una notte in rifugio ad ascoltare le chiacchiere dei ghiacciai. Il nostro camper che cammina sulla strada grigia, mentre una musica bella viene dalla radio e i bambini di continuo ci chiedono: Quando siamo arrivati? Quando siamo arrivati?
    (Quando siamo arrivati?)


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  • Lascia andare (Istanti rubati a #ottobre2020)

    È in arrivo la notte dei fantasmi ma non è da stasera che li frequento. Mi fanno compagnia quando cammino, me li porto in giro – o forse è il contrario, forse sono loro farmi strada. Parliamo, io racconto, gli faccio vedere: qui vedi, qui c’è dove ci siamo seduti insieme tante volte, là dove ci siamo fermati sotto la pioggia. Ricordi? Là abbiamo ascoltato l’acqua, sorpreso il capriolo. Loro sanno, certo, sanno tutto. Ma mi lasciano dire. Perché mio è il bisogno di tenere insieme, di non lasciar andare.
    Loro che forse proprio quello vorrebbero insegnarmi, nel nostro andar vicini: Lascia andare, che non vuol dire perderci. Mi sembra di capire che è questo che mi dicono: Continueremo, sempre, a camminare insieme.

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  • Quando la montagna era nostra (Istanti rubati a #settembre2020)

    On: 17 Novembre 2020
    In: quando la montagna era nostra
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    Il momento della giornata che preferisco è il mattino.L’alba addirittura, per quanto mi costi regolare la sveglia sul canto del gallo. Mi piace perché è proprio quel momento, quello sul nascere del giorno, che mi dà la sensazione che tutto sia possibile.

    Oggi quel sentore è amplificato: esce in libreria “Quando la montagna era nostra”.

    E’ un’avventura che comincia, un sentiero -visto che di montagna si tratta- che mi piacerà percorrere insieme a chi avrà voglia di tenermi compagnia. Porto da bere, una bussola e tutte le cose che ho visto, toccato, sentito, mentre questa storia arrivava fino a me. La prima? Le impronte dell’orso nel fitto del bosco. Chissà se le vedrete anche voi…

    Così ecco, comincia un viaggio, in un mattino di autunno: tutto è possibile.

    Partite con me?

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  • Sii la polpa

    On: 21 Settembre 2020
    In: quasi poesia
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    Sii la polpa di melone
    sulla tovaglia
    bianca.
    Sii la zona d’ombra
    quando il sole
    è ardente,
    il soffio caldo
    della stufa
    in una notte
    di dicembre.


    Sii la metafora
    venuta bene,
    la storia raccontata
    da chi non conosce
    le parole.
    Sii le macchie di luce
    nel folto di un faggeto.


    Sii l’amico
    a cui ognuno dice:
    No,
    che non avevo impegni,
    benvenuto, e cambia
    i programmi
    per rimanerti
    accanto.


    Fa’ che il tuo spirito
    non abbia confini
    ma che sia capace
    di raccogliersi
    tutto
    dentro una mano.

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  • E brillare

    On: 21 Settembre 2020
    In: quasi poesia
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    Mentre sali la cresta di una montagna
    guarda a valle il sentiero percorso.
    Per quanto sia lunga
    ancorala salita, non potrai che ringraziare
    le gambe
    il fiato
    il tuo cuore
    per averti avvicinatoalle nuvole.

    Per averti mostrato che qui
    -fuori dal vociare
    confuso del mondo-
    puoi essere lontana da tutto
    e parte
    di tutto.

    E brillare di smisurata
    e accogliente
    solitudine.



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  • Diario di montagna (Istanti rubati ad #agosto2020)

    On: 21 Settembre 2020
    In: istanti rubati, la mia vita e io
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    19 agosto
    Ti svelo un segreto, ho detto questa mattina a Eliandro. Abbiamo fatto una salita lunga e ripida, siamo arrivati a un bivacco che è una piccola casupola seminascosta nel bosco. Il proprietario la lascia lì aperta a tutti e attrezzata di tutto. Chi entra, lascia qualcosa: una firma sul quaderno, biscotti, una birra.Sulla porta c’è un cartello: speriamo nel meglio ma prepariamoci al peggio. Mi è sembrata una cosa utile a questi tempi fumosi, dove non vedi molto in là, neanche a forzare la vista.Dentro il baito c’è un fornelletto a gas e ci siamo fatti un caffè, dopo tutta la fatica. Non so quanti caffè ho bevuto così buoni.Allora, questo segreto, mamma? Quando la salita è ripida, gli ho detto, non cercare di vedere in cima. È fatica e basta. Guardati i piedi, il prossimo passo da fare. Stavamo già scendendo a quel punto. Ma mi è sembrata anche quella, a pensarci bene, una cosa adatta ai tempi e non solo alla salita in montagna.Guardiamoci i piedi, lo sforzo sembra più piccolo. Poi, magari, a un certo punto della salita, qualcuno ci ha preparato una moka e una piccola panca di legno all’ombra di un pino.

    28 agosto
    Da queste parti la salita alla Cima Posta è molto più di una gita in montagna. È una specie di rito iniziatico, connettivo, una tradizione, un modo per mettersi alla prova ogni anno, per dirsi Eccomi anche questa volta. Sono qui.Questa estate è stata la prima volta di Lemuele ed Eliandro. Sono arrivati al rifugio felici di avercela fatta e di aver trascorso qualche ora cercando di avvistare camosci, corvi, marmotte, un’aquila dalle ali enormi – oltre che sudando come fontane. Soprattutto felici di aver diviso l’esperienza con il loro amico del cuore. Perché insieme la fatica è metà e la gioia per la riuscita dell’impresa è moltiplicata: uno dei mille insegnamenti della montagna

    30 agosto
    Mi fa un po’ effetto essere qui, tra queste montagne, e pensare che tra meno di un mese uscirà “Quando la montagna era nostra”, che vive proprio su questi sentieri, tra la piccola chiesa e il vecchio bar, sotto questi alberi ancora verdi e frondosi.Così mi accade una cosa strana: che ai tantissimi ricordi che ritrovo qui, ora si aggiungano anche scene vissute solo nella mia immaginazione e riportate sulle pagine, in questa eterna e strabiliante commistione tra ciò che realmente accade e ciò che ne facciamo, tra la vita e il modo in cui la raccontiamo.Perché cosa si scrive e si legge a fare se non per percorrere strade che non sono la nostra, ma che un po’ ci somigliano?Se posso esprimere un desiderio, finché sono qui, sotto l’occhio vigile e benevolo dei miei monti: spero vi piacerà.Spero sarà un andare per boschi insieme – un perdersi e, forse, ritrovarsi, ma soprattutto un modo per fermarsi di tanto in tanto, in qualche radura, guardarsi intorno e dire Però, che bello, da qui, il panorama.

    1 settembre
    Il sole è ancora caldo, quando esce, ma la sera in cucina si comincia ad accendere la stufa.Il mattino esco presto per camminare e il sottobosco ha un odore nuovo e più intenso di terriccio umido, felci, funghi – pare farsi introverso e misterioso mentre le prime foglie, qua e là, arrossiscono. I bambini trovano mazzatamburo e qualche porcino e ridono del mio sguardo disattento, sempre altrove.Ho finito Kent Haruf e mi tiene compagnia Jesmyn Ward con La linea del sangue – vado avanti la sera fino a tardi, alla luce della lampada. Leggo poesie e gli intrichi del muschio sulle cortecce e l’acqua del torrente che si gonfia e schiamazza più forte dopo le piogge dei giorni scorsi. Oggi è il primo settembre, una data per me simbolica. Ci aspettano giorni di incognite, panorami solo indovinati tra rami frondosi e scenari ancora da attrezzare. Del resto così è vivere, sempre, ma chi ci pensa per la maggior parte del tempo…Ripenserò questi giorni, questa bolla di luce tremula che di continuo muta e ridefinisce i contorni. Questo senso di sicurezza e sospensione. So che mi farà bene.A tutti, un settembre lieve, e promettente, e persino felice.

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  • Di nuovi libri e vernice

    On: 11 Agosto 2020
    In: quando la montagna era nostra
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    Cosa succede quando si mette in fondo a un libro la parola FINE?
    Dopo mesi o anni di scrittura, intendo.

    Ancora non l’ho capita bene, questa sensazione. So che mi sento un pozzo prosciugato, un buco asciutto e terra rossa intorno e crepata dall’arsura. Ma allo stesso tempo: levità. Come dopo un esame, una maratona, una cosa che ci hai provato e in tanti momenti ti sei detto Non ce la faccio mica, e invece.

    E sento un desiderio di muovere il corpo, di andare fisicamente verso qualcosa. Dopo sere e sere e sabati e domeniche e notti e mattine davanti a uno schermo, sento il corpo semiatrofizzato che reclama il suo diritto a muoversi, camminare, ballare, salire una montagna. Faticare.

    Per questo -anche per questo- mi sono messa a dare il bianco. Adesso ho vernice persino sulle mutande, casa mia sembra lasciata indietro da uno tsunami e per passare dal bagno alla cucina devo fare lo slalom tra scale, secchi di giallo, pennelli, rulli e secchi di blu, senza scivolare sui nylon stesi qua e là. E no, non sarà una cosa tanto veloce.

    Ma la vernice fa un odore buono e da qualche parte si sta stampando una storia che mi è costata mesi -e persino anni- di impegno. Mica male, mi dico, grattando via macchie dai pavimenti, dalle braccia e dalle ginocchia. Mica male.

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