Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

  • L’orto e la mia idea di famiglia (Istanti rubati a #maggio2018)

    On: 18 giugno 2018
    In: istanti rubati, la mia vita e io
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    pom granin, moncestino (AL)
    I bambini quest’anno hanno chiesto loro di fare l’orto. Dietro casa abbiamo una striscia di terra, tra gli alberi da frutto e il noccioleto, dove un tardo pomeriggio siamo scesi insieme a Federico, armati di rastrelli e cipollotti. Abbiamo cominciato dai cipollotti.
    Federico mostrava il punto, Lemuele faceva il buco nel terreno, proprio lì, Eliandro spingeva giù i piantini. Nei giorni a seguire son passati lo zio, la nonna, il nonno; chi ha innaffiato, chi ha infilato paletti, chi ha seminato angurie, meloni, pomodori.
    Qualche giorno dopo ha grandinato; i bambini affacciati sotto il portico a guardare i chicchi bianchi battere sui tetti hanno detto Speriamo che non rovini l’orto. Speriamo.
    Certo, la pioggia di questa stagione balorda ha dato una mano – quelle nuvole ampie, scure, quei cieli bigi come certi d’autunno inoltrato. Però ci vuole anche sole perché i frutti maturino e siano saporiti e servono temperature costanti. Aspettiamo e vedremo, parlerà il raccolto.
    Mi piace che i bambini se ne prendano cura, certo al modo dei bambini, con interesse intermittente, subito appannato da un amico che viene per un giro in bici, da una battaglia a bombe d’acqua coi cugini, da qualche ora di gioco con il pony appena arrivato.
    Abbiamo avuto giorni intensi, incasinati, pieni, difficili, alcuni persino molto difficili – ognuno a suo modo. Una grana di lavoro, una brutta notizia, un cattivo voto a scuola, il nostro gatto Buio che sta male (e poi muore), un appuntamento mancato, l’attesa di una visita medica.
    Però mi piace pensare che la sera ci si può dare appuntamento nell’orto – non importa quanto sia stata dura la giornata se si possono infilare le mani nella terra, insieme, vedere cosa è venuto fuori. Nonostante la grandine, grazie alla pioggia che pure hai maledetto qualche ora prima, quando ti sei trovato senza ombrello sotto uno scroscio improvviso.
    Ecco, forse essere famiglia somiglia a questo impegnarsi a seminare qualcosa insieme e vedere come va, ogni sera -non importa quanto sia stata dura la giornata – vedere come va e sperare che vada bene. Annaffiare, strappare le erbacce, piantare paletti. E sperare che vada bene.
    Nonostante la grandine, grazie a certe piogge che subito ci sembrava una maledizione e invece guarda, lì, proprio lì: sta crescendo qualcosa di buono.

    pom granin, moncestino (AL)pom granin, moncestino (AL)pom granin, moncestino (AL)pom granin, moncestino (AL)

    Ciao, Buio del nostro cuore
    buio <3

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  • Filastrocca per i miei figli (istanti rubati ad #aprile2018)

    On: 15 maggio 2018
    In: istanti rubati, la mia vita e io
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    aprile2018Siamo imprecisi e senza misura
    sempre pronti alla confusione
    non certo per mancanza di cura
    ma per eccesso di immaginazione.
    Abitiamo luoghi arredati a casaccio
    le gemme le stelle le impronte di gatto
    un glicine adesso vestito di viola
    le storie dei libri e quelle di scuola.

    Son fantasiosi i nomi che abbiamo
    ma solo a un esame superficiale
    chi ci conosce sa che non sono
    il nostro tratto più originale.

    A chi ci chiede Ti piace la scuola?
    è sempre sì la nostra risposta
    la scuola ci piace, niente da dire,
    ma abbiamo l’ardire di una proposta:
    (siamo sicuri che approvano in tanti)
    due giorni in classe e cinque nei campi.

    Leggiamo Tom Sawyer e Geronimo Estinto
    e le nuvole prima del temporale,
    la traiettoria nel cielo stinto
    del volo del falco con il cannocchiale.
    Leggiamo i solchi tracciati nel grano
    le impronte di volpi e cinghiali nel bosco
    le orme del T-Rex le riconosciamo
    ma stiamo alla larga perché è un tipo losco.

    Scriviamo poesie con poche parole
    tantissima terra che nutre le aiuole
    son povere spesso di acca e di accenti
    ma non lesiniamo innamoramenti.
    Se mancano i segni di interpunzione
    abbondano macchie di erba e lamponi
    ma non è certo una distrazione:
    mettiamo su carta le nostre stagioni.

    Siam visionari per costituzione
    andiamo per balzi, scarti e intuizione
    la nostra condotta non è molto austera
    ma tu non temere, lasciaci fare:
    noi siamo proprio come la primavera
    a volte pigri, ma pronti a sbocciare.

    aprile2018aprile2018
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  • 25 aprile

    On: 3 maggio 2018
    In: la mia vita e io, lettera
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    oceano

    La mia mamma è mancata a fine febbraio di tredici anni fa. Dopo quel giorno ci sono stati giorni faticosi, come è facile immaginare. Giorni in cui la primavera tardava ad arrivare, diciamo così.
    Ricordo però il momento in cui un pezzo di me è uscito dal letargo: era il 25 aprile, con mio padre e mia sorella eravamo a una manifestazione a Torino. Abbiamo cantato le canzoni della Resistenza, pure stonati come siamo, c’era caldo, finalmente, ho tolto la felpa e ho lasciato che il sole tornasse a toccarmi la pelle.
    Ho pensato che il 25 aprile è la festa della Liberazione, ma soprattutto è la festa di chi, per un periodo più o meno lungo della propria vita, abbia dovuto tener duro.
    Quel mattino con me c’era mio padre, c’era mia sorella: stavamo là in mezzo a un sacco di altra gente commossa, avevamo voglia di cantare e persino di ridere. Eravamo sopravvissuti a mesi e mesi di fatica e stavamo dicendo, a modo nostro, senza parole, che è questo che avremmo continuato a fare: tener duro.
    Da allora, per me, questo giorno è ancor più un invito a resistere. Anche dopo un lungo letargo della ragione e del cuore può tornare il sole, e la voglia di cantare, e persino di ridere.

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  • Una cosa bellissima e misteriosa (Istanti rubati a #marzo2018)

    On: 31 marzo 2018
    In: istanti rubati, la mia vita e io, lettera
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    chamoisIeri siamo tornati dalla montagna. Il mattino è cominciato con una nebbia che si smangiava l’orizzonte e dopo è venuta la neve – una neve ghiaccia e dritta ma fitta, potente. Abbiamo fatto una lunga camminata per trovare un amico che aveva a pranzo altri amici e ci siamo seduti nella cucina calda: brillava il fuoco dentro la stufa, il tavolo di legno senza tovaglia era apparecchiato con tre salamini, una bottiglia di vino rosso e piatti bianchi, e l’acqua per la pasta aveva appena preso a bollire.
    Poi ancora nella neve, bianca da fare male agli occhi, non so se vi è mai successo di stare in tanto bianco che ubriaca, che fa girar la testa. Ai bambini non girava niente e si buttavano per i pendii con le palette, giù e su, ci facevano male i polpacci solo a guardarli scendere e salire, le guance rossissime e i berretti messi storti per le capriole.
    Tornando a casa, a sera, pioveva. Tutto diventa un po’ più mogio e certamente più insipido quando smette la neve e comincia la pioggia, chissà perché. Riflettevo su questo mentre in macchina sentivamo la radio, poi Eliandro ha detto: Sapete a volte cosa mi succede?
    Che cosa.
    Che penso a una cosa bellissima, così bellissima, che mi viene da piangere. Ma piangere davvero, eh, con le lacrime vere.
    Non ha voluto dirmi quale fosse la cosa bellissima. Non la dico mai a nessuno, ha risposto alla mia insistenza.
    Ho pensato due cose: la prima che è proprio figlio mio, l’altra che adesso chissà quanto vado avanti a chiedermi quale fosse la sua cosa bellissima.

    pom granin, monferratovalle d'aostavalle d'aostavalle d'aosta
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  • Amore di padre

    On: 19 marzo 2018
    In: lettera
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    mare

    L’amore di padre è un abbraccio travestito da solletico.

    È una bicicletta smontata nel bagagliaio della macchina, per portarla in ferie.
    Amore di padre è un viaggio di chilometri nel caldo d’agosto, con l’auto stracarica. E poi tornare solo, poche ore dopo – l’auto vuota, la musica alta e il finestrino giù.
    Amore di padre sono le macchinine fatte correre, le pile per far funzionare i giochi, i palloni gonfiati a fiato, i cerotti sulle sbucciature, i graffi da disinfettare. Tutti i giocattoli da aggiustare, le sorpresine kinder da montare, castelli di sabbia da costruire, le partite a dama, l’altalena da spingere, la bicicletta senza rotelle. Le gite della domenica con la radiolina per ascoltare le partite.
    Amore di padre è chiamare i bambini quando sono al mare e rimproverarli per la tristezza della sera -non fare così che ci vediamo presto. Poi chiudere la telefonata con il cuore un po’ più stretto.

    Amore di padre sono le occhiate che non hanno bisogno di parole, i dispetti fatti per tenersi i figli addosso.
    Una madre stringe, un padre stropiccia. E in quello stropicciare ci sono le carezze e le parole che si sanno senza dirle.

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  • Di come nevicare somigli a una musica (Istanti rubati a #febbraio2018)

    On: 12 marzo 2018
    In: istanti rubati, la mia vita e io, lettera
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    neve in monferratoDicevano delle grandi nevicate che allora venivano; di tante altre cose e burle che adesso non accadono più perché la gente ha troppi svaghi e poca fantasia.
    Mario Rigoni Stern

    Uscir di casa quando nevica è una specie di istinto, come poi alzar la faccia per farmi sciogliere fiocchi sulle guance, sulle palpebre. Camminare in quella alta, meglio se si affonda, vedere come si trasformano le cose intorno, come diventano irreali.
    Perdono la forma che avevano gli alberi, case, staccionate, pietre; tutto sembra livellarsi, smussarsi, farsi piccolo e nascondersi nel bianco. Non lo vedi, ma pure c’è.

    Viene la nonna, dico ai bambini quando fuori volteggiano piccole ali bianche.
    Per come mia madre l’amava, quando viene la neve io dico che è il suo modo di salutarci.

    Abbiamo fatto una bella camminata tutti e tre insieme, un giorno che oltre a fioccare c’era un vento che faceva chiudere gli occhi tanto da non veder la strada. Tra le ciglia semichiuse tutto quel chiarore di terra e di cielo diventava indistinto.
    Per un piccolo tratto siamo andati avanti a fatica, io un po’ timorosa che loro si pigliassero troppo freddo per i vestiti poco adatti – abbiam visto bianco e ci siamo buttati fuori, senza pensare a metter qualcosa d’impermeabile. Ma loro avanti, con i berretti fin sulle sopracciglia fioccose e le mani inguantate ben piantate in tasca. Ce le facciamo eccome, mi dicevano, caparbi come certi eroi che trovano nei libri e in televisione.

    È durata poco la bufera, e quando si è calmata un po’ i bambini hanno guardato in su e uno ha detto ridendo, La nonna ha capito che facevamo fatica, e ha abbassato un po’ il volume, facendo un segno con l’indice e il pollice tenuti vicini, per indicare un po’.
    Ho riso anche io, pensando alla forma di quello che non si vede, travestito di bianco, o di niente. Non si vede e non per questo smette di esserci. C’è eccome, e c’è più forte, per farsi sentire, alza o abbassa il volume per spingerci avanti o lasciarci rifiatare.

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  • Mi piace il pane morsicato (Istanti rubati a #gennaio2018)

    On: 19 febbraio 2018
    In: istanti rubati, quasi poesia
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    monferrato - gennaio 2018

    Alla bellezza annunciata di una cattedrale
    preferisco la dolcezza inattesa di una tovaglia e un paio di calzini stesi in un vicolo,
    il miracolo della simmetria di un aranceto,
    la grazia scomposta di un fico d’india sul ciglio della strada.

    Alla boutique con gli specchi ai muri
    preferisco l’osteria di chi fa scempio di vino e ballate,
    ai grandi corsi lucidati dal passaggio dei turisti scelgo la bettola dei rigattieri,
    gli scogli dove pescatori solitari misurano la profondità del lancio
    e la corrosività di un ricordo.

    Mi piace il pane morsicato,
    il grembiule della donna affacciata sul viale,
    la tazzina di caffè lasciata vuota sul tavolino.

    monferrato - gennaio 2018monferrato - gennaio 2018monferrato - gennaio 2018
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  • Instanti rubati a #dicembre2017 (guardare nelle pieghe delle cose)

    On: 18 gennaio 2018
    In: istanti rubati, la mia vita e io
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    dicembre 2017

    Dicembre alimenta i suoi misteri e si struscia come un gatto contro il vetro della finestra, per farsi aprire.
    Si infila con le sue poche ore di luce sotto le palpebre che tieni abbassate dentro un mattino pigro e ti spinge a considerare anche quel che non vorresti: risultati, obiettivi centrati e no, promesse disattese e no.
    Sotto le luci sfavillanti dell’albero, davanti alla pubblicità di spumante e panettone, di fronte alla notizia dell’ennesimo morto di freddo, tra le file dei supermercati assiepati di offerte, davanti alle finestre male illuminate di chi non ha acceso candele, ti costringe a grattare oltre la superficie, a riconsiderare.

    Inevitabilmente guida il tuo sguardo ai posti vuoti, quando il tavolo è imbandito per le feste.
    Vuoti per i nostri occhi, solo per i nostri occhi.

    Questo dicembre ho provato ad ascoltare dicembre e il suo buio di cova e proverò a farlo ancora: è tra i propositi per il nuovo anno.
    Cogliere la solitudine nel fracasso del convivio, e il suo contrario.
    Guardare nelle pieghe delle pieghe delle cose.
    Setacciare i sogni della notte.
    Raccogliere le briciole nella mano, alla fine della festa.
    Frugare l’invisibile.

    Come scrive Severino Cesari: Prendetevi cura di voi stessi, e di quelli a cui volete bene.
    E magari anche degli altri.
    Non c’è davvero altro, credete.

    Questo mi dico per il nuovo anno: scava, affaticati, spaventati, sporcati, fai nere le unghie, cerca. Scendi in profondità, al piede, alla radice, dove la terra è umida, dove il lavorio degli insetti è infaticabile, nel regno misterioso dei muschi e delle muffe, di quel che non si vede e non si dice, di quel che potrebbe essere, e forse.

    Osserva, racconta. I rami si spiegheranno verso l’alto, muovendo le foglie al vento come bandiere – saranno più verdi, vedrai, più vive.
    Tu fruga, fruga l’invisibile.

    dicembre 2017dicembre 2017dicembre 2017dicembre 2017
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  • Grazie maestra Lina

    On: 15 gennaio 2018
    In: la mia vita e io, lettera
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    cefalù
    Il primo giorno di scuola abbiamo disegnato noi stessi e, per chi sapeva già farlo, scritto il nostro nome lì sopra, sulla prima pagina del quaderno. La mano tremava un po’.
    In terza elementare la maestra ha detto a mia mamma È brava Fioly nei temi, usa già gli incisi.
    In quarta elementare mi ha detto che le divisioni non erano proprio il mio forte. Era vero. Ricordo una classe vuota e io ancora inchiodata al banco, e la prova del nove che non tornava mai – la prova del nove è una croce, e non solo graficamente parlando.
    Aveva ragione, non erano proprio il mio forte le divisioni. Mi ha anche detto però che potevo imparare, solo stare tranquilla, solo non perdere speranza e pazienza quando la classe si svuota e io ancora al banco. Se vuoi ci riesci, stai sicura, mi ha detto.
    Un giorno di terza elementare mi ha chiamata alla cattedra, mi ha fatta sedere un momento vicino a lei, davanti alla finestra. C’era una luce forte, ricordo. La mamma le aveva appena detto che aspettava un bambino. Non so più cosa mi abbia spiegato esattamente quel giorno, sul fatto di avere un fratellino o una sorellina, sulla ricchezza che questo avrebbe regalato alla mia vita. Ma so che me ne sono tornata al posto confortata -era una notizia bella, certo, ma un po’ metteva i brividi, vista da lì- confortata e persino orgogliosa perché stavo per diventare Sorella Maggiore.
    Una dozzina di anni fa la ho incontrata per strada in paese, la mia maestra delle elementari. Mi ha chiesto di mamma che era in ospedale. Non stava proprio per niente bene, mamma, a quel punto. Mi sono venute in mente, chissà perché, decine di immagini – il primo giorno di scuola, la volta che mia madre mi ha detto brava, sono belli i tuoi temi, lo dice anche la maestra, la volta che è venuta in classe per dire che sarebbe arrivato un fratellino – che poi è stata una sorellina. Ho rivisto tutto e non ho potuto evitare di scoppiare in lacrime.
    La maestra mi ha abbracciata e ha detto Non devi piangere, devi essere forte. Se vuoi ce la fai.
    Era molto più difficile che stare in una classe vuota con la prova del nove che non torna. Infinitamente, più difficile. Ma era l’unica cosa da fare.
    Ho capito che una persona ti ha lasciato molto se ti ha lasciato un insegnamento piccolo che si può replicare in grande.
     
    Ora che se ne è andata anche lei, penso all’unica cosa che si possa fare, in questo riadattamento infinito ai vuoti e ai pieni della nostra esistenza: ripeterci che possiamo farcela.
    Se lo scrivessi sul quaderno adesso, la mano tremerebbe un po’: Ciao maestra Lina, e grazie.
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  • Ai tuoi sei

    On: 27 dicembre 2017
    In: la mia vita e io, lettera
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    6 anniAlla tua spensieratezza, alla tua caparbietà, all’ironia spiazzante, alla testardaggine irremovibile. Al tuo dormire con la mano sotto la guancia, al tuo modo di muovere le braccia mentre corri, per prendere velocità, come un piccolo treno.
    Al modo che hai di ridere, come ti facessero il solletico, e a quello di piangere, come se tutto fosse irrimediabilmente ingiusto.
    Al coraggio un po’ spavaldo, alla paraculaggine, al tuo provare mille volte ogni cosa, per farla riuscire. Al tuo cuore grande, grande.


    A te che ti amo non da quando sei nato: ti amo dalla prima volta che ti ho pensato. E proprio non avrei saputo immaginarti meglio di così.
    Buon compleanno amore.

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