Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

  • Germania-Olanda: diario di viaggio (Istanti rubati a #novembre2019)

    On: 4 Dicembre 2019
    In: istanti rubati, viaggi
    Views: 23
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    2 novembre
    Quando si viaggia può capitare di dormire poco – appunto perché si viaggia, chilometri e chilometri di autostrade buie. Può capitare di svegliarsi stanchi e di trovare tempo brutto – pioggia battente, di quella che dopo un po’, a furia di camminarci sotto, ti senti dentro un uovo di ovatta umida. Può succedere che uno dei tuoi compagni di viaggio si svegli con la nausea, per esempio, e cominci a vomitare. Ecco, queste cose possono capitare a chi viaggia e a noi, in circa quarantotto ore, sono capitate tutte.
    Eppure. Alzo gli occhi al cielo – bigio, tutto nuvole mobili e dense come galeoni fantasma – e faccio: oh.
    Ed è un oh di soddisfazione e meraviglia. Perché un altro cielo a questo serve. A ricordare che non è difficile trovare nuovi occhi.
    (E avere meravigliosi amici che ti aprono la loro casa certamente aiuta)


    4 novembre
    Il mio primo approccio con l’Olanda: Haarlem.
    In un pomeriggio di luce straordinariamente autunnale, abbiamo parcheggiato, dopo vari tentativi, lungo un canale – un canale, una barca ormeggiata coperta di piante (una giungla! hanno urlato i bambini, o forse ero io). Poco convinti, abbiamo chiesto indicazioni a un passante. Sbagliato, ci ha detto.
    Il parcheggio che abbiano scelto non andava bene per i non residenti.
    Ma non si è limitato a questo. Quanto restate?, ci ha chiesto.
    E senza domandare nulla in cambio ci ha offerto tre ore di parcheggio, pagando con la sua app.
    Sono felice che vogliate visitare la mia città, ha spiegato vedendo la nostra faccia stupita.
    Ecco cosa ci vuole a rendere il mondo un posto migliore: gesti di gentilezza praticati a casaccio.

    5 novembre
    Assaggiare. Il primo kebab, nella Oude Zijde di Amsterdam. Un’arringa marinata nella piazza centrale di Haarlem. Un masala chai, ripensando alle strade terrose di Pushkar. Provare. Qualche parola in una lingua sconosciuta. Due minuti in una sauna. Un trenino da cui scorrono prati e pecore e prati.
    Vorrei vi rimanesse questa curiosità, questa disposizione a osservare, a comprendere. La voglia di rosicchiare il mondo a morsi piccoli. Sapendo la fortuna di poterlo fare.
    E così sentire come è piccola la porzione di universo che abitiamo. Minuscola e insignificante. E così preziosa.

    6 novembre
    Rischio di innamorarmi di questo cielo acciaio caduto nei canali, dell’autunno aggrappato ai rami biondi, del sole che solo ogni tanto s’affaccia, per dire: Ci sono.
    Rischio d’innamorarmi di questa città – un colpo di fulmine. Penso ci fossi venuta da ragazza; quanto tempo sarei stata a spiarla da una finestra – le strade d’acqua nella luce giallastra – l’avrei spiata muoversi piano e respirare, da dietro i vetri appannati, bevendo caffè bollente, ascoltando un Bolero. Forse, aspettando qualcuno.
    Sarà per l’acqua che viene e che va, ma mi sembra il posto adatto, questo, per aspettare qualcuno.

    7 novembre
    Voi
    che siete il mio guscio di tartaruga, che siete il ritorno dopo la fuga.
    Voi, il boccone di fiato dopo la corsa, voi il mattino, voi la vite che apre la morsa.
    Voi che siete il balcone su cui s’affaccia il mio cuore, pieno di piante e di uccelli, e tutto è al contempo silenzio e rumore,
    voi che, quando piove, siete gli ombrelli.
    A voi dedico il viaggio, ovunque io vada,
    perché senza voi
    non avrei scampo nè pace – perchè senza voi: nè scarpe
    nè strada.

    12 novembre
    Quasi tremila chilometri in auto, amici che ci hanno accolti con un abbraccio e aperto le case, un miscuglio di lingue, pioggia ma poca, Würstel e kartoffen, posti mai visti prima, tisane alla liquirizia, verbi da imparare camminando per le città, il grigio e il giallo, pane e salame e mele, il trenino per Amsterdam, un po’ di preistoria e il Neolitico, dank e dag, le playlist di Greta, i diari di viaggio la sera, waffle e cofee to go, le nuotate in piscina (e per fortuna non nei canali), la luce d’autunno, il mare del Nord, i miei avventurosi e meravigliosi compagni di viaggio.
    Ecco: grazie.


    Non ha un seme d’immaginazione
    chi s’annoia
    del mondo
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  • Diario di una settimana di volontariato in Grecia (Istanti rubati a #ottobre2019)

    On: 21 Ottobre 2019
    In: istanti rubati, lettera, viaggi
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    9 ottobre
    Domattina parto per la Grecia.
    Insieme a Greta, senza sapere bene cosa ci aspetti. Lo capiremo meglio nella riunione di domani sera, a Salonicco, dove ci diranno cosa faremo esattamente nei giorni prossimi nei campi per rifugiati. Mi sono preparata, in queste settimane. Al mio solito modo: leggendo storie (Pietro Bartolo, La frontiera di Leogrande, il bellissimo Appunti per un Naufragio di Enia -grazie Enza– Nel mare ci sono i coccodrilli di Fabio Geda) e continuando nella mia personale mission impossible che è studiare inglese.
    Se ho paura? No.
    Se ho qualche ansia? Sì.
    Quella che mi prende a lasciare i bambini per una settimana -Siete tristi?, gli ho chiesto, Per adesso no, mi hanno risposto, sibillini. E pure l’ansia di arrivare all’aeroporto di Bergamo senza perdermi, in tempo per il volo, nonostante qualche scherzetto che mi ha fatto di recente l’auto. (Ma Enaiatollah Akbari aveva dieci anni -forse- quando è partito a piedi dall’Afghanistan per arrivare a Torino. Posso farcela, no?).
    Qualcuno mi ha detto che son scema. Qualcun altro ha sorriso e ha pensato: è scema. Alcuni amici mi hanno detto cose bellissime e immeritate.Qualcuno mi ha chiesto: Perché ci vai?
    E chi lo sa. Per combattere la frustrazione dell’impotenza, credo. Per somigliare alla persona che vorrei diventare. Per dare qualcosa del tanto che ho. Per fare qualcosa con mia sorella. Per quella frase bellissima di Mahatma Gandhi: sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo.
    La nostra rivoluzione personale e minuscola comincerà domattina, quando sfrecceremmo alla volta di Orio al Serio, dopo aver chiuso il bagaglio contenente l’essenziale, portato i bambini a scuola, e preso un bel caffè. Anzi due.
    Noi si va. Che forse, alla fine, mica serve sapere perché.(Se potete, aiutateci con la raccolta fondi al link qui sotto:
    https://bit.ly/2nujqCV
    Non useremo il ricavato per noi, ma per dare una mano alle persone che incontreremo.
    Se volete farci un piccolo regalo, condividete.
    In ogni caso, augurateci buon viaggio)

    11 ottobre
    Nei pressi di uno dei numerosi campi per rifugiati si sta realizzando uno spazio per accogliere attività dedicate a donne e bambini.
    Oggi abbiamo contato e spostato innumeri scatoloni di pannolini, Greta ha fatto il cemento per costruire una panchina, io mi sono arrampicata sul ponteggio per dipingere il cancello di ingresso.
    Stavamo per andarcene quando è arrivato un iracheno, avrà avuto una buona sessantina d’anni, trascinandosi un piede ulcerato che non stava nella scarpa (ha raccontato di un bombardamento e un bel po’ di operazioni, dopo). Le ragazze con noi lo hanno medicato e gli girava la testa. Gli abbiamo offerto un mandarino. Ci ha detto grazie a ogni spicchio con un sorriso così grande che io, per oggi, sono a posto così.
    La nuova panchina è quasi pronta e il cancello è di un bel blu cielo.

    13 ottobre
    Questa mattina abbiamo perfezionato le nostre abilità in cantiere. Greta ha continuato con la calce per le panchine che io ho poi scartavetrato, prima di passare a dare il bianco.
    Nel pomeriggio abbiamo fatto ballare i bambini nel campo rifugiati. La maggior parte di loro, anche piccolissimi, erano lì da soli. A un certo punto sono arrivate due mamme con due bambini che avranno avuto un paio d’anni. Mostravano loro gli altri intenti a ballare, li incitavano a fare le mosse, li spingevano in mezzo al gruppo.
    – Go go dance.
    Insistevano, come se fosse importante che loro partecipassero a quell’ora di gioco. Come tutti i genitori, cercavano di fabbricare bei ricordi per i loro bambini. Un’ora di ballo in ciabatte sul cemento, in mezzo a tanti sconosciuti, in mezzo ai container che sono le loro case.
    Go go, dance.
    Io, nel frattempo, ho imparato le mosse per ballare Mister Policeman. Me le hanno insegnate i bambini.

    14 ottobre
    Anche in un posto come un campo profughi si può piantare un rosmarino. Dipingere un muro di blu, fabbricare una panchina dove domani, forse, verrà qualcuno da molto molto lontano per riposare un momento.
    Anche qui si può riempire un foglio di colore, appendere un disegno al muro del container chiamato casa, per renderlo più bello.
    A volte sono cose davvero piccolissime a rendere il resto sopportabile. O persino un po’ più bello.

    15 ottobre
    Questo pomeriggio abbiamo distribuito pannolini.
    Non è semplice come sembra. Bisogna aver fatto prima un censimento dei bambini nel campo, conoscere le loro età per non sbagliare le taglie. Partire con una carriola stracarica, spingerla in salita. Bussare alle porte dei container.
    – For babies.
    Molti ti ringraziano con la mano sul cuore. Altri aprono la porta quel tanto che basta per lasciarti infilare il pacco di pannolini. Sorridono, o ci provano. Thank you. I ragazzini ti corrono appresso, vogliono salire sulla carriola. Chiamano, chiedono. Hanno voglia di dire.
    Tornando verso l’appartamento, stanca, pensavo a quanto mi mancano i bambini, Federico, la mia famiglia. C’era un sole basso sulla strada polverosa, faceva caldo. Pensavo al divano su cui mi stravacco a casa, una serie tv, un libro vicino. Magari una birra.
    Pensavo alla bellezza di rincasare la sera e a come sembri una cosa facile, la normalità. Una cosa tanto facile da non farci più caso.

    16 ottobre
    Oggi sono stata con un’altra volontaria in un centro per minori non accompagnati e ho parlato a lungo con uno di loro. Viene dal Congo, è arrivato attraverso la Turchia per mare. Non ha nemmeno diciott’anni.
    Tra le tante cose mi ha detto che è importante, per loro, poter passare del tempo con qualcuno. È una cosa che ricorderemo, mi ha detto, guardandoci e guardandosi intorno. Ha aggiunto È importante perché così non continuiamo a pensare alle cose che ci fanno paura.
    Uscita da lì ho avuto voglia di piangere, ed era un pianto triste ma anche bello, credo, in qualche modo che adesso non saprei spiegare.

    21 ottobre
    Chissà chi lo ha detto: nella vita contano i giorni diversi. Quelli che si fanno ricordare, che escono dalla conta monotona della routine.
    Di certo i giorni passati in Grecia appartengono a questa categoria. Me ne sono portata a casa di cose, un bel po’. L’energia contagiosa e coraggiosa degli altri volontari, ad esempio. Ragazzi e (soprattutto) ragazze giovani e già con le idee chiare, la mente aperta e libera, il genere di persone che fa ritrovare fiducia nel futuro dell’umanità. Coordinatori preparati, solidi; consapevoli che senza la loro presenza costante e continuativa in quei luoghi, nulla di quello che viene fatto sarebbe possibile – una vita spesa per la causa.
    Mi sono portata a casa la luce di certi tramonti rossastri sul campo, dove centinaia di persone vivono dentro le tende e i container – tutta la fatica, il dolore, e quella luce bellissima; la stanchezza buona della sera, di quanto sai di aver fatto quel che è nelle tue possibilità. Mi sono portata a casa il sorriso sdentato di Mobina, il caschetto sbarazzino di Alisha, la dolcezza quieta di Mussummè, l’energia strabordante di Fatima, lo sguardo attento e incoraggiante di Josef -lui che incoraggiava me- e quell’uomo con un piede infetto, i tanti grazie che ci ha detto, il modo in cui li ha detti.
    Mi sono portata a casa soprattutto immagini.
    Due ragazze che camminano sulla strada accanto al campo riprendendosi con il telefonino mentre cantano una canzone lenta con una voce incredibile – incredibile, davvero. Le parole di chi mi spiega: mandano un video ai genitori per rassicurarli. Per mostrargli che stanno bene. Che non se la cavano poi male, tutto sommato.
    E un’altra: la bambina che domenica scorsa, dentro il campo, indossava un tutù. Resterà nella mia mente per un bel pezzo, mi sa – sarà la mia bambina con il cappottino rosso in “Schindler’s List”. Non si trattava di un tutù sgualcito o raffazzonato, ma di un abitino di veli che pareva conservato con cura, pieno di paillettes luccicanti. Un tutù indossato per una festa o un saggio di danza. Chissà dove lo ha preso, mi sono chiesta. Se se lo sia portato da casa attraverso un viaggio indicibile, se sia arrivato tra gli abiti donati. Ho immaginato la madre che la aiuta a indossarlo, un braccio alla volta sotto le bretelline, per vederglielo sfoggiare su un polveroso battuto di cemento, tra ghiaia e sterpaglie, ballando sulle punte dei piedi al ritmo della musica che esce da una radiolina. Del resto, ho pensato, viene domenica anche in un campo rifugiati.
    Grazie, allora. A Greta per essere sempre la miglior compagna di viaggio. Alle associazioni che mi hanno permesso di fare questa esperienza (La Luna di Vasilika – Onlus e Quick Response Team – QRT) e grazie a chiunque di voi abbia donato denaro, condiviso i nostri post o anche solo ci abbia pensate con un sorriso di incoraggiamento.
    Sono stati giorni intensi e diversi. Di quel diverso che, davvero, allarga la vita.

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  • Uomini e no

    On: 21 Ottobre 2019
    In: quasi poesia
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    Qualcuno sa nuotare ma non è un pesce
    qualcuno vorrebbe volare
    ma gli mancano le ali
    e non ci riesce.

    Qualcuno ha preghiere senza parole
    qualcuno ha speranze che crescon da sole;
    non serve annaffiarle né potarle in aprile,
    basta sognare un mondo
    gentile.

    Qualcuno aspetta e non sa che cosa
    qualcun altro pretende sempre qualcosa,
    qualcuno tace
    e chi tace acconsente
    -lo afferma chi urla
    e gli altri non sente.

    Qualcuno ha due gambe due braccia
    un cuore tenace
    dita capelli sudore e lacrime fatte col sale
    ma non è uomo
    se non è capace
    di riconoscerne uno
    diverso da sé
    -eppure uguale.

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  • Promemoria (Istanti rubati a #settembre2019)

    On: 8 Ottobre 2019
    In: istanti rubati
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    Esco quando i bambini dormono per un’ora solo mia. Cammino mentre il giorno dissipa le ultime ombre, respiro a fondo. Mi fermo per un caffè, scrivo.

    Penso al giorno che verrà, all’autunno che verrà. Mentre rincaso immagino d’annusare i sogni dei bambini, ancora nel letto.
    Questi risvegli sono tesori che terrò con me quando tutto riprenderà il solito corso e le lenzuola perderanno l’odore di salsedine e la mia pelle pure e dovrò strizzare fortissimo gli occhi per immaginarmi il mare.
    Allora forse, tornando con la mente a questi momenti, sentirò che -in fondo in fondo- non c’è niente di difficile.
    Anche solo per un attimo, strizzando gli occhi: non c’è proprio niente di difficile.

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  • La montagna non è poesia (Istanti rubati ad #agosto2019)

    On: 23 Settembre 2019
    In: istanti rubati
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    La montagna non è poesia.
    Sono polpacci duri, gola che chiede acqua, schiene bagnate e certe vesciche. La montagna non è benevola, ogni cima te la guadagni a strattoni, a ginocchia graffiate, mani in cerca d’appiglio.
    Non ti regalo niente, sembra dire lei mentre ti metti i suoi sentieri sotto le suole, su certe salite, ogni pochi passi uno sbuffo che prova a rallentare il cuore.
    Poi sali un tornante, esci dal bosco, una nuvola scopre la visuale: si spalanca la meraviglia.
    La montagna non è poesia, ma le somiglia.

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  • L’altra parte

    On: 12 Agosto 2019
    In: quasi poesia
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    A casa mia le cose erano diverse. 
    Là ci stavano sentieri fatti con i sassi e sabbia e bordati d’erba verde
    e il confine tra il cortile mio e quello del vicino
    era fatto da una riga disegnata in terra,
    disegnata per essere saltata.

    Poi è venuta gran confusione 
    e la famiglia che ci abitava accanto è andata via per prima.
    Andata dove, chiedevamo noi bambini,
    Andata dove.
    È rimasta una linea disegnata in terra 
    e nessuno -e niente- dall’altra parte.

    La gran confusione deve aver mischiato tutto,
    perché dopo sono venuti sentieri fatti d’acqua
    -sentieri d’acqua, ci crederesti?,
    una scia mobile attraverso il mare.
    Non c’erano più i miei passi sulla sabbia ma lo stare in equilibrio
    su una barca
    e non c’era più la traccia, solo blu davanti gli occhi.
    E dietro e tutto intorno. Un blu che qualche volta diventava nero.

    Ora vivo in un Paese dove i limiti sono tracce in fil di ferro:
    non per essere saltati
    ma per dire la differenza tra chi sta qui
    e chi sta dall’altra parte.
    Non cuce, il confine, ma strappa
    come la forbice col filo
    come la distanza col passato,
    e quel che vedo è un muro alto 
    e reti
    e non so cosa c’è dall’altra parte.

    Non so più
    se c’è, un’altra parte.

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  • Il bosco non dorme (Istanti rubati a #luglio2019)

    On: 12 Agosto 2019
    In: istanti rubati
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    Il bosco non dorme.
    Sento i pettegolezzi delle foglie quando la brezza porta notizie da chissàdove -hai sentito? così mi hanno detto- la parlata domestica della corteccia e i segreti sussurrati tra le radici, con sotterranea passione. Vedo gli occhi gialli e lontani dei cinghiali, delle volpi e dei pipistrelli che paiono rondini, nel buio dei rami a puntello del cielo.
    La luce scolora e l’orizzonte s’inchiostra mentre gli sbuffi dei cavalli intorno, il loro terroso scalpiccìo, il pensiero che domani non avrò caffè al risveglio ma una falce di luna sbiancata, forse, un’unghia di felicità. 
    Il bosco non dorme e ne sento il respiro dentro il mio respiro, mentre scivolo nel sonno e tutto è qui, così vicino, come fossi io l’occhio sull’orlo del cannocchiale.

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  • Libera il canto (Istanti rubati a #giugno2019)

    On: 16 Luglio 2019
    In: istanti rubati
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    Metti (il cuore) tra parentesi
    e l’accento su Però
    sciogli le briglie ai Non so
    e resti fermo dove sei.

    Invece: cancella i Potrei,
    rispolvera i Mai,
    e più di tutto
    insabbia per sempre
    gli Ormai.

    Brucia i Farò
    nel più sfavillante falò
    comincia la frase con Adesso
    e i Non ce la faccio
    buttali al cesso.

    Riscrivi la storia
    partendo dal presente
    che resti la memoria
    ma il rimpianto sia assente.

    Al detto Una rondine
    non fa primavera

    preferisci Rosso di sera
    bel tempo si spera
    ,
    e vedrai che s’avvera.

    Non far tornare a forza i conti
    e preferisci al risultato
    l’anarchia del genio,
    per quanto sregolato.

    Tieni i dubbi
    che non ti sono inciampo
    lucidati i sogni
    srotola il domani
    e libera il tuo canto.

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  • Qualche giorno in Norvegia (Istanti rubati a #maggio2019)

    On: 3 Giugno 2019
    In: istanti rubati, viaggi
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    Bergen, day 1
    Siamo arrivati in Norvegia il giorno della festa per l’Indipendenza. Fiumi di gente in costume e a Bergen fiumi di giovani stipati su barche ormeggiate al molo, la musica alta e balli, e birra. Mi hanno ricordato certe feste del Redentore a Venezia dei miei vent’anni, o giù di lì, pure con meno yatch e più sarde in saore. La stessa energia incontenibile, la stessa furia, come se un motore interno non ci permettesse la quiete ma avesse bisogno di bruciare, di mandar giù mondo a sorsi e bocconi.
    Intanto il sole tramontava sul mare, ma lento, lentissimo, non aveva nessuna voglia di lasciar fare al buio. 
    Qui la notte, in questa stagione, dura un pizzico.

    Bergen, day2
    Abbiamo preso un treno, un bus, una nave, due treni. Abbiamo attraversato foreste, mangiato mele e baguette, fotografato cascate ruggenti e troll, bevuto il caffè più caro della (mia) storia, ascoltato il suono di altre parlate, navigato fiordi.
    Davanti a me sul bus un tipo con la testa rasata e ovale come un pallone da rugby ha filmato ogni angolo di strada, come facesse un reportage. Ho pensato chissà, magari deve mostrarlo a qualcuno che ha lasciato a casa. Noi un video per i bambini lo abbiamo fatto sulla nave ed è venuto uno schifo, lo abbiamo rifatto due volte, alla fine ci veniva da ridere e basta. Avremmo dovuto fotografare un ragazzetto sul trattore accanto al papà e mandargli la foto con scritto Come voi, ma era lontano e non siamo stati veloci abbastanza.
    Restano fotogrammi nella memoria. In uno c’è un uomo davanti a una fattoria di legno rosso in mezzo a un prato enorme, in mezzo a niente, solo sulla soglia, il cielo bigio. Fuma e si guarda intorno come ci si guarda intorno alla stazione mentre si aspetta il treno.
    Lontano da qui i bambini stanno facendo il pieno di cartoni e cose buone dalla nonna, mentre fuori piove, e da un’altra parte ancora una delle mie amiche più care si sposa. Mi ha mandato foto commoventi e le ho guardate mentre la barca filava sopra l’acqua nerissima e pensavo alla bellezza inconsuete delle cose che mi sfilavano intorno, e ad altre lontane, e pensavo ai tanti modi in cui ci teniamo vicine le persone che amiamo.

    Bergen, day3
    La sera, verso le dieci o anche le undici, abbiamo passeggiato sulle rive boscose affacciate sul mare del nord, lungo l’insenatura da cui navi salpavano – una enorme, la scritta Lofoten a poppa, gente sul ponte a sbracciarsi dentro giacche pesanti – e la luce era qualcosa di vivo sul confine tra acqua e cielo. Aveva una forza ancestrale quel crepuscolo diffuso, un notte in cui il giorno vibra e resiste, una cosa che palpita, come il fuoco in Midsummer Eve Bonfire di Alesud, appeso al muro del Kode.
    Ho immaginato quando da metà giugno l’oscurità comincerà a crescere, notti fioche e brevi pomeriggi ingombri di nubi, ho immaginato come sarebbe allora prendere quella nave e andare a Nord, verso le Lofoten e oltre, rive brillanti di ghiaccio e neve oltre l’acqua antracite e oleosa.
    Camminare verso un niente pieno di mistero, e denso, dove la bussola straluna e impazzisce, dove la natura vince il braccio di ferro con l’uomo.
    Immaginare tutto questo da qui, dentro una sera che pare mattino e che – vorrei saperlo dire con parole più chiare – ha le sembianze della speranza.

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  • La vostra sete (Istanti rubati a #aprile2019)

    On: 13 Maggio 2019
    In: istanti rubati, la mia vita e io
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    Quando arriva qualcosa di nuovo in paese, quando di notte una volpe annusa l’erba nel vostro cortile e lascia piccole impronte nel fango, quando al mattino la luce picchia diversa ai vetri non giratevi dall’altra parte. Non tornate a dormire. È così che la vita passa, a forza di girarsi e rimettersi a dormire. Voi no.

    Correte a seguire le impronte, qualcosa nel bosco vi sorprenderà. Cercate tra mucchi di foglie, correte al circo quando arriva in città; correte scalzi, a costo di qualche graffio, a cercare il corvo che pesante plana sui prati. Arrampicatevi, sostenetevi, sorprendetevi, indignatevi.


    Non lasciate che la vita vi scorra addosso come un rivolo senza forza e direzione. Create argini, dighe, scavate pozzi, sporcatevi le mani con le vostre intuizioni, con la fatica, con le vostre visioni. Imprimete la vostra impronta, a quest’acqua in cammino. Abbiate sete.
    Custodite la vostra sete.

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