Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

  • Ai miei figli

    On: 18 maggio 2017
    In: lettera, sproloqui
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    operaSe quello che vi lascio
    è una terra sfatta e sfranta da battaglie,
    come un letto che non si ricompone mai;
    se vi lascio una grandine di parole venute a scardinare
    il vento,
    a tarlare
    un silenzio che non ascolta più nessuno,
    venute a bestemmiare il fuoco
    e consacrare il fumo.

    Se quello che vi lascio è un diavolo
    che chiede soldi per costruire muri
    che baratta anime in cambio di confini,
    e chi dovrebbe fare ponti
    non conosce la misura,
    né l’equazione elementare:
    una vita vale una, senza sconti,
    ed è sempre da salvare.

    Se vi lascio voci e voci inascoltate
    voci sfiatate di cui è rimasta un’eco,
    voci mute, arse, frantumate,
    e i corpi gonfi che le hanno liberate
    affastellati come sabbia sul fondale.

    Se vi lascio mani perse nelle tasche
    di chi guarda e pensa Che ci posso fare,
    perdono, figli, per questo mondo
    -storto, zoppo, disassato-
    che non ho capito e
    che non so aggiustare.

    Ci ho provato con le storie della sera
    le parole rassicuranti e un po’ inesatte:
    il gigante cuore grande
    salva il regno e sempre in tempo,
    mentre l’empio, il ciarlatano, il traditore se la batte.

    Perdono, se potete,
    se ho trassato un po’
    se ho giurato che i lupi qui non possono arrivare.
    Era per cullarvi,
    era per farvi dormir bene,
    era per farvi innamorare.

    A mia discolpa posso dire
    che ho barato per amore solamente:
    che se non si stana un po’ di buono in mezzo al marcio,
    -da che mondo è mondo-
    non si aggiusta niente.

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  • (Senza titolo)

    On: 12 aprile 2017
    In: lettera, sproloqui
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    pioppetoAl fondo delle poesie si mette il luogo e la data di scrittura,
    hanno pur diritto ad una nascita
    – il giorno e il posto,
    per sapere se era inverno oppure primavera,
    o magari autunno, in qualche città del nord.

    Al principio delle poesie si mette il titolo,
    hanno pur diritto a un nome
    -un tratto più marcato,
    qualcosa che le annunci,
    qualcosa che serva per farle ricordare.

    Le mie poesie le scrivo
    con inchiostro di limone sopra i tronchi di betulla
    o sulle foglie chiare e tremule la sera
    -sono corde di chitarra per la brezza.

    Anonime e di incerti natali, hanno comunque un’anima
    un profumo, e un suono.

    (E che suono bello fa il vento, di poesie senza parole…)

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  • Filastrocca delle cose, quando non le guardi

    On: 29 marzo 2017
    In: faVOLIAMO, sproloqui
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    coseLe cose stanno zitte quando tu le guardi
    tutto sembra muto e silenzioso
    ma appena tu ti volti son miliardi
    a fare qualche gesto misterioso.

    Mentre ancora sei perso dentro i sogni nel tuo letto
    in cucina -alla luce piccola che viene dalla luna e piano senza far rumore-
    si muove quatto quatto il frullatore e si sporge dal ripiano di armadietto
    per raccontare al mestolo di una fuga che da giovane ha fatto per amore.

    Quando il primo raggio del mattino bussa appena alla finestra
    la tenda si scosta prontamente a farlo entrare,
    il tappeto striscia quattro passi avanti e un passo a destra
    per abbronzarsi un poco e farsi riscaldare.

    Nel bagno tu non sai ma c’è una festa
    lo spazzolino anima un comizio sull’igiene
    il dentifricio non partecipa e scuote la testa
    è sempre stato un tipo strano e chiunque ne conviene.

    Quando poi la sveglia suona, dopo lungo russare,
    ti alzi lentamente e infili le ciabatte
    -fino a un momento prima le sentivi bisticciare-
    e davanti al frigo cerchi, con gli occhi ancora chiusi, il cartoccio del latte.

    Ti sembrava di averlo messo proprio lì, sul quel pianale,
    invece guarda caso ora sta in un angolo vicino alla crostata
    Che distratto sono! Dici a te stesso, nel tuo sonno astrale,
    mentre il latte strizza l’occhio alla salsa tonnata.

    Appena ti volti tutto si anima di nuovo
    -occhiate, sguardi d’amore, d’odio, intese, segnali-
    la forchetta litiga con l’aglio e si innamora di un uovo.
    Perché è così che va la vita: gli uomini e le cose sono uguali.

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  • Migranti

    On: 20 luglio 2016
    In: lettera, sproloqui
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    opera di danila d'acciSe guardi da lontano vedi: una massa di persone.
    Può fare paura, una massa di persone. Tutte le braccia insieme diventano tentacoli.
    Vedi un muro fatto di schiene ed è un muro più impenetrabile di un presentimento balordo. Più respingente di un sospetto.
    Vedi una selva di gambe e in una selva ci si perde, in una selva si perdono le tracce dei passi – ti smarrisci in un intrico di gambe, in una semina di ossa.
    Tanti capelli sono groppo di liane, viluppo di alghe nel torbido del fondale.

    Ma se poi t’avvicini, se affini lo sguardo, la prospettiva si capovolge.
    Se tra tante mani ne puoi districare un paio, se punti lo sguardo sulle clavicole sporgenti, sul capo chinato. Se sai scorgere il neo sotto il mento, la cicatrice che racconta una storia –ed è una storia di perdizione dentro un’altra selva– se lo puoi fare, la paura sbiadisce.
    China il capo anche lei, indietreggia e ti lascia guardare.

    E allora –solo allora- in centro al mostro da milioni di teste incroci uno sguardo.
    Uno sguardo annacquato di donna.
    Uno sguardo affannato di uomo.
    Uno sguardo argilloso di vecchio.
    Uno sguardo d’edera e agrifoglio di bambino.
    E allora –solo allora- vedi lo sguardo della moglie, del fratello, del padre. Di tuo figlio.

    Solo allora –quando la paura ti lascia guardare- dimentichi il mostro da milioni di teste.
    E ti riconosci.

    (I bellissimi ritratti sono dell’artista Danila D’Acci – www.dispariepari.it)

    opera di danila d'acci
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  • Non voglio etichette davanti al nome

    On: 5 luglio 2016
    In: la mia vita e io, sproloqui
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    non voglio etichetteConosco gente tutta rannicchiata nel titolo che precede il nome, o nell’etichetta appiccicata a inchiostro sulla carta d’identità accanto alla dicitura professione. Gente che si stringe dentro una scatola e da lì pontifica o si difende; gente che di quel nome fa uno scranno per mettersi bene dritto e guardare gli altri da sopra in giù.

    Ci sono uomini che si sentono incapaci di pretendere il proprio posto nel mondo perché non credono spetti a un domestico di avere spazio suo, che non sia ritaglio dello sgabuzzino del padrone, o a un operaio di dire il suo pensiero. Ci sono politici e uomini d’affari che si tengono cucito addosso il ruolo insieme alla cravatta, si fanno strangolare piuttosto che allentare il nodo, come stare in un paio di scarpe troppo strette, purché chi ti guarda ti trovi elegante.

    Ci sono malattie della pelle che non permettono di esporsi al sole. Ci sono malattie dell’anima che non permettono di uscire dal vestito che ci siamo appiccicati addosso. Che sarà pure un bel vestito, buono di tessuto e rifiniture. Ma se non puoi cambiarlo né mostrarti nudo non è un abito, ma l’armatura di quando si va in guerra.

    Ci sono titoli che ci precedono solo per togliere ossigeno e scambiamo quella gabbia per un’identità che non racconta nemmeno la metà di quello che siamo. Per esclusione ci fanno combaciare con un ruolo, ci rendono parte di un gruppo, ci regalano la sicurezza fasulla di corrispondere a qualcosa.

    Ci sono persone che chiedono che un titolo le specifichi e le definisca. Le comprenda e le presenti.
    Io no. Mi piace il mio nome senza nulla che lo annunci.
    E i soli titoli che amo sono quelli che anticipano una storia.

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  • Bisognerebbe baciarsi dappertutto

    On: 17 maggio 2016
    In: la mia vita e io, sproloqui
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    bisognerebbe baciarso dappertuttoBisognerebbe baciarsi a Maelbeek,
    sbucati su dalla metropolitana,
    gli occhi stupiti di una Alice
    che invece di imbucarsi
    sale in superficie.

    Al Bataclan si dovrebbe andare di sabato sera
    con gli amici la birra le ragazze
    a sentire suonare, ad aver voglia di strapparsi la maglietta
    per l’assolo alla chitarra
    e stapparsi un’altra birra
    che domani è festa e non serve avere fretta.

    Bisognava camminare per le strade profumate di Damasco
    quando il cielo tutto intero stava su,
    in appoggio sulle cupole della Moschea di Solimano,
    tra i minareti dove cantano i Muezzin,
    dovevamo camminare mano nella mano.

    A Lesbos si dovrebbe portare i bambini a prendere il sole
    a comprare il gelato tra le strade chiare
    e affittare il gommone per fare un giro a mare,
    le braccia oltre il bordo ad assaggiare il sale.

    Dovremmo baciarci dappertutto: allo Zaventem
    con la valigia in mano,
    tra spezie e stoffe ad Aleppo dentro i suq,
    ballando il sirtaki a Idomeni
    come Zorba in equilibrio col ginocchio su.
    E sulla Rive Gauche, usciti da una quadro alla Doisneau,
    sotto la pioggia e senza ombrello a far gli scemi,
    urlando Rimaniamo ancora, restiamo ancora un po’.

    Dovremmo baciarci dappertutto
    perché il cuore ha un motivo solo per saltare in aria dilaniato
    e quel motivo
    è un bacio innamorato.
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  • Facciamo una misura?

    On: 20 aprile 2016
    In: lettera, sproloqui
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    misureMamma, facciamo una misura?
    Ogni tanto mi chiedono così, i miei figli, e si mettono in piedi impettiti contro lo stipite della portafinestra, col mento alto e i muscoli tesi per risultare cresciuti. Tiro fuori il pennarello e fissa un’altra tacca sulla nostra parete che farebbe invidia a un graffitaro, tra segni in sequenza e una colata di cera di quella volta che Federico ha buttato gambe all’aria il porta candele.
    Ognuno di quei segni piccoli e dritti porta segnata accanto una data, e quando mi sdraio sul divano per guardare la TV ce li ho davanti tutti in fila, quei segni, una collezione del tempo, una pianta d’edera che s’aggrappa alla luce in alto.

    Penso alle estati andate, gambe più corte, mosse più impacciate. E penso a quelle che verranno, quando a ogni giro di calendario perderò un po’ della tenerezza di un paio di braccine aggrappate al collo e conosceró qualcosa in più dell’uomo di domani. Perché ogni persona, io credo, contiene insieme ciò che è stato e quello che diventerà.

    I miei figli misurano l’amore in numeri, spesso inventati: Mamma, ti voglio bene milianta.
    Spiegano il gradimento in distanze:
    _Hai dormito bene amore?
    _Sì, ho dormito un chilometro.

    Le età dei bambini si misurano in traguardi: contare fino a cinque e dopo fino a dieci, le capriole sul letto prima con, e dopo senza mani, la bicicletta senza rotelle, parole imparate, in piscina staccarsi dal bordo per un istante piccolo, poi due, nuotare coi braccioli. Mamma guarda che tuffo! Mamma guarda! Mamma!
    E io che a volte parlo con altri e telefono e sto leggendo o scrivo e mi stanco di guardare, mi stanco di rispondere dopo una giornata di caldo e afa, dopo una settimana di lavoro, io che dico Aspetta, smettila, guardo dopo, e faccio un gesto con le mani come a dire Dammi tregua e sbuffo, e mi capisco perché so quanto i figli ti risucchiano, mi comprendo e non mi condanno, ma in quello sbuffo sta già un pezzo di rimpianto. Per domani, quando dopo molti giri di calendario finiranno quasi i Mamma guarda e sarò io a sbirciare, di sottecchi, un errore o un tuffo venuto bene.

    Le età dei bambini sono tutte in quelle tacche scarabocchiate sul muro, le mie sono sul muro della casa in montagna, le segnava il nonno a ogni vacanza d’agosto.
    E ogni tanto penso, stravaccata sul divano davanti alla TV, che finché i segni s’aggiungono ai segni il mio cuore è al sicuro.

    Il jolly è: trovare che non esiste misura all’amore
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  • Delitto sulla scena

    On: 30 marzo 2016
    In: sproloqui, t'immagini
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    corvoGiorno di prove generali per la Medea di Euripide, palco tirato a lucido nel teatro di provincia, tutti pronti alla performance, tutti pronti a fare come se. Il regista, nel buio della platea, si sbraccia con impeto nuovo. Dietro le quinte, segni di scongiura. Gli Argonauti si mangiano le unghie, Giasone saltella da un piede all’altro.

    La tragedia procede, quasi senza intoppi, verso la scena conclusiva. Finalmente Medea, la prima attrice, entra in scena dritta come un fuso e con passo impetuoso si dirige verso Creonte per rigirargli il pugnale nel costato, come recita il copione. Tutti si rilassano: la coppia di interpreti è collaudata, sia sulla scena, sia nella vita.
    Ogni cosa succede come deve, il gemito della vittima più credibile di sempre, il suo sprofondare contro il fondale è cosi realistico da togliere il fiato.
    E il fiato finisce nella gola di ognuno, quando tra le assi scheggiate del pavimento frusto scorre un rivolo di sangue. Vivo. Non previsto da nessuna scrittura, non autorizzato da nessuna regia.

    Medea indietreggia, la lama scintillante d vermiglio nel pugno, lo sguardo assente di una statua greca. Non vede nessuno, fino a quando incontra il volto atterrito della costumista, accorsa al crocchio di schiene chine sopra il re caduto.
    Ci mette niente a capire, la donna con gli spilli appuntati al colletto, che avevano un prezzo le sue notti clandestine nei camerini decrepiti di un teatro umido di periferia. Mentre Creonte tossisce via l’ultimo sorso di vita, lei cade in ginocchio e s’accartoccia come una cimice finita per sbaglio sulla lampada accesa.

    Non sulla scena: fuori dall’occhio di bue. Dove la vita e la morte conservano lo stesso nome ma un peso diverso. Dove certi atti succedono un volta soltanto e non concedono repliche.

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  • Quello che non faccio

    On: 15 marzo 2016
    In: sproloqui
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    quello che non faccioAbbiamo già detto tutto e fatto niente.
    Restiamo a vedere immagini di corpi gonfi risputati dal mare o sanguinanti lungo qualche confine domandandoci se sia giusto o no pubblicarle, quelle immagini, facendo analisi di sofismi, ripercorrendo il passato, sbattendoci in faccia l’un l’altro dati, date, eventi, nomi, leggi.
    Ci parliamo addosso, disquisiamo, ci rimproveriamo, puntiamo il dito, puntiamo il dito, puntiamo il dito. Bastasse puntarlo un triliardo di volte perché si staccasse, avremmo tutti la mano monca.
    Così siamo. Capaci di guardare gente che muore a due centimetri di mare sul mappamondo e parlare. Giudicare. Avranno diritto di scappare? Soffrivano abbastanza? Scappano proprio da una guerra o solo da qualche scaramuccia? Mica hanno fame: c’hanno il telefonino. Macché persecuzione, quello hai visto che faccia tranquilla, ci prende per il culo tutti, in salute com’è. Ci rubano il pane, il salame, le case.

    Sindachiamo. Schediamo. Sproloquiamo. Con il culo al caldo e la tv accesa. Come fossimo dei dell’Olimpo a guardare da basso ci arroghiamo il diritto di spiegare quale sofferenza sia più giustificata di un’altra. Quale il dolore sopportabile, quale la morte cercata.

    Invece che vedere i nostri figli in quei figli, le nostre madri in quelle donne senza voce. Invece che sentire i colpi dei manganelli sulle nostre teste. (altro…)

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  • Il giorno che parte

    On: 8 marzo 2016
    In: sproloqui
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    memorie di un alberoDa quanto non la vedevo. Forse un anno. Arranca su per il prato, gambe abbronzate e una coda malfatta. Si trascina dietro una mezza risata, ma si vede che qualcosa non va: oggi è il giorno che parte. Fa così da quando è piccola, era sempre triste al momento di tornare in città.
    Adesso s’aggira sul bordo della valletta, e con la luce che l’accende da dietro è più minuta, un po’ più sottile. Sta trafficando con la macchina fotografica, gira le ghiere come ne sapesse. Ma io so che improvvisa. Le piacerebbe fermare l’istante, far finta di non dover partire. Fermare i raggi bassi che le si accucciano sulle spalle dritte, sulla maglietta stropicciata.
    Le piacerebbe, in un click, stanare l’antidoto alla malinconia. Avrebbe voluto saperlo fare già da bambina, mentre quelli coi suoi anni navigavano l’attimo senza badare alla rotta. Lei no, s’accaniva sul dopo, intravedeva lo spegnersi delle luci finita la festa. Avrebbe dato tutti i giocattoli e i libri per tenersi per sempre un Natale.

    Saltella nell’erba e si sdraia: guarda lontano poi zumma su Cima Carega. Le piace il controluce e non sa le distanze. Mi gira intorno, lo so che adesso arriva. Non è mai partita senza venire da me. Sospira, fa un conto con le dita delle mani, come per tenere a mente qualcosa. Passa un tordo, armeggia veloce per fermargli il volo, ma è tardi. (altro…)

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