Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

  • Questo vi auguro: di risvegliare il senso di appartenenza alle meraviglie del mondo (Istanti rubati a #dicembre2019)

    On: 16 Gennaio 2020
    In: istanti rubati, la mia vita e io
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    Natale 2019

    Perché ognuno di noi sappia sentire l’unicità di ciò che lo circonda.Non bastano occhi, orecchie, naso o dita.Bisogna allenare il senso di stuporeper l’irripetibile bellezza di ogni cosa animata e inanimata.Ci accorgeremo allora della legna ammucchiata con curasotto una tettoia,di una finestra incorniciata di luci, di un caprifoglio sul muro,di un uomo in cerca di un cenno per dar sollievo alla solitudine,e persino di un fiore dentro la terra dura,in attesa di nascere.Vedremo nel cuore di chi ci vuole bene.Ci accorgeremo dei nostri passi uniti ai passidi chi attraversa con noi lo stesso pezzetto di strada.Questo vi auguro: di risvegliare il sensodi appartenenza alle meraviglie del mondo. Buon Natale.Perché ognuno di noi sappia sentire l’unicità di ciò che lo circonda.Non bastano occhi, orecchie, naso o dita.Bisogna allenare il senso di stuporeper l’irripetibile bellezza di ogni cosa animata e inanimata. Ci accorgeremo allora della legna ammucchiata con curasotto una tettoia,di una finestra incorniciata di luci, di un caprifoglio sul muro, di un uomo in cerca di un cenno per dar sollievo alla solitudine, e persino di un fiore dentro la terra dura, in attesa di nascere.
    Vedremo nel cuore di chi ci vuole bene. Ci accorgeremo dei nostri passi uniti ai passi di chi attraversa con noi lo stesso pezzetto di strada.
    Questo vi auguro: di risvegliare il senso di appartenenza alle meraviglie del mondo.

    Capodanno 2019/2020

    Siamo fatti di storie. Storie che continuano e continuano, una dentro l’altra; questo 2019 era una? Erano 365? Una per ogni istante? Soltanto un pezzo senza principio né fine? La storia mia coincide a tratti con la tua, con quella di un uomo incontrato per caso in una città straniera, sulla riva di qualche fiume, in una radura ai piedi di una montagna. Forse mi ha fatto un cenno di saluto, quando ci siamo incrociati su una mulattiera stretta, sulla cengia erbosa che conduce in vetta. E in quel gesto ci sono tutte le cose che lui ha vissuto fino a quel momento, e le persone conosciute, perdute, amate, tenute, scordate. Nella mia storia, e nella tua, sono entrate anche loro.Siamo fatti della materia di cui sono fatte le nostre storie. Quelle di cui ci nutriamo: le ascoltiamo, le troviamo sulle pagine di un giornale, tra le parole dei libri, nei sogni la notte, al bar al mattino, mentre beviamo il caffè. Siamo ciò che di noi raccontiamo e anche la storia che vivendo intessiamo e che ci sopravviverà, che continuerà a camminare sulle gambe dei nostri figli, dei loro figli, di tutte le persone con cui abbiamo scambiato amore. Perché noi siamo storie e l’amore è il nostro propulsore più potente.

    Auguro a tutti un 2020 di snodi importanti e felici, di giorni diversi e lievi che ci ricordino d’esser vivi, di parole facili da pronunciare, eppure vere, di fortunate corrispondenze – che nei libri sono forzature, ma che nella vita fanno la vita. Abitiamo il mondo con felicità imprudente e coraggioso ottimismo e aggiungiamo qualche riga felice alle pagine altrui. Ce ne verrà del buono perché, in fondo, siamo tutti nella stessa storia.Buon anno!

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  • Germania-Olanda: diario di viaggio (Istanti rubati a #novembre2019)

    On: 4 Dicembre 2019
    In: istanti rubati, viaggi
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    2 novembre
    Quando si viaggia può capitare di dormire poco – appunto perché si viaggia, chilometri e chilometri di autostrade buie. Può capitare di svegliarsi stanchi e di trovare tempo brutto – pioggia battente, di quella che dopo un po’, a furia di camminarci sotto, ti senti dentro un uovo di ovatta umida. Può succedere che uno dei tuoi compagni di viaggio si svegli con la nausea, per esempio, e cominci a vomitare. Ecco, queste cose possono capitare a chi viaggia e a noi, in circa quarantotto ore, sono capitate tutte.
    Eppure. Alzo gli occhi al cielo – bigio, tutto nuvole mobili e dense come galeoni fantasma – e faccio: oh.
    Ed è un oh di soddisfazione e meraviglia. Perché un altro cielo a questo serve. A ricordare che non è difficile trovare nuovi occhi.
    (E avere meravigliosi amici che ti aprono la loro casa certamente aiuta)


    4 novembre
    Il mio primo approccio con l’Olanda: Haarlem.
    In un pomeriggio di luce straordinariamente autunnale, abbiamo parcheggiato, dopo vari tentativi, lungo un canale – un canale, una barca ormeggiata coperta di piante (una giungla! hanno urlato i bambini, o forse ero io). Poco convinti, abbiamo chiesto indicazioni a un passante. Sbagliato, ci ha detto.
    Il parcheggio che abbiano scelto non andava bene per i non residenti.
    Ma non si è limitato a questo. Quanto restate?, ci ha chiesto.
    E senza domandare nulla in cambio ci ha offerto tre ore di parcheggio, pagando con la sua app.
    Sono felice che vogliate visitare la mia città, ha spiegato vedendo la nostra faccia stupita.
    Ecco cosa ci vuole a rendere il mondo un posto migliore: gesti di gentilezza praticati a casaccio.

    5 novembre
    Assaggiare. Il primo kebab, nella Oude Zijde di Amsterdam. Un’arringa marinata nella piazza centrale di Haarlem. Un masala chai, ripensando alle strade terrose di Pushkar. Provare. Qualche parola in una lingua sconosciuta. Due minuti in una sauna. Un trenino da cui scorrono prati e pecore e prati.
    Vorrei vi rimanesse questa curiosità, questa disposizione a osservare, a comprendere. La voglia di rosicchiare il mondo a morsi piccoli. Sapendo la fortuna di poterlo fare.
    E così sentire come è piccola la porzione di universo che abitiamo. Minuscola e insignificante. E così preziosa.

    6 novembre
    Rischio di innamorarmi di questo cielo acciaio caduto nei canali, dell’autunno aggrappato ai rami biondi, del sole che solo ogni tanto s’affaccia, per dire: Ci sono.
    Rischio d’innamorarmi di questa città – un colpo di fulmine. Penso ci fossi venuta da ragazza; quanto tempo sarei stata a spiarla da una finestra – le strade d’acqua nella luce giallastra – l’avrei spiata muoversi piano e respirare, da dietro i vetri appannati, bevendo caffè bollente, ascoltando un Bolero. Forse, aspettando qualcuno.
    Sarà per l’acqua che viene e che va, ma mi sembra il posto adatto, questo, per aspettare qualcuno.

    7 novembre
    Voi
    che siete il mio guscio di tartaruga, che siete il ritorno dopo la fuga.
    Voi, il boccone di fiato dopo la corsa, voi il mattino, voi la vite che apre la morsa.
    Voi che siete il balcone su cui s’affaccia il mio cuore, pieno di piante e di uccelli, e tutto è al contempo silenzio e rumore,
    voi che, quando piove, siete gli ombrelli.
    A voi dedico il viaggio, ovunque io vada,
    perché senza voi
    non avrei scampo nè pace – perchè senza voi: nè scarpe
    nè strada.

    12 novembre
    Quasi tremila chilometri in auto, amici che ci hanno accolti con un abbraccio e aperto le case, un miscuglio di lingue, pioggia ma poca, Würstel e kartoffen, posti mai visti prima, tisane alla liquirizia, verbi da imparare camminando per le città, il grigio e il giallo, pane e salame e mele, il trenino per Amsterdam, un po’ di preistoria e il Neolitico, dank e dag, le playlist di Greta, i diari di viaggio la sera, waffle e cofee to go, le nuotate in piscina (e per fortuna non nei canali), la luce d’autunno, il mare del Nord, i miei avventurosi e meravigliosi compagni di viaggio.
    Ecco: grazie.


    Non ha un seme d’immaginazione
    chi s’annoia
    del mondo
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  • Diario di una settimana di volontariato in Grecia (Istanti rubati a #ottobre2019)

    On: 21 Ottobre 2019
    In: istanti rubati, lettera, viaggi
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    9 ottobre
    Domattina parto per la Grecia.
    Insieme a Greta, senza sapere bene cosa ci aspetti. Lo capiremo meglio nella riunione di domani sera, a Salonicco, dove ci diranno cosa faremo esattamente nei giorni prossimi nei campi per rifugiati. Mi sono preparata, in queste settimane. Al mio solito modo: leggendo storie (Pietro Bartolo, La frontiera di Leogrande, il bellissimo Appunti per un Naufragio di Enia -grazie Enza– Nel mare ci sono i coccodrilli di Fabio Geda) e continuando nella mia personale mission impossible che è studiare inglese.
    Se ho paura? No.
    Se ho qualche ansia? Sì.
    Quella che mi prende a lasciare i bambini per una settimana -Siete tristi?, gli ho chiesto, Per adesso no, mi hanno risposto, sibillini. E pure l’ansia di arrivare all’aeroporto di Bergamo senza perdermi, in tempo per il volo, nonostante qualche scherzetto che mi ha fatto di recente l’auto. (Ma Enaiatollah Akbari aveva dieci anni -forse- quando è partito a piedi dall’Afghanistan per arrivare a Torino. Posso farcela, no?).
    Qualcuno mi ha detto che son scema. Qualcun altro ha sorriso e ha pensato: è scema. Alcuni amici mi hanno detto cose bellissime e immeritate.Qualcuno mi ha chiesto: Perché ci vai?
    E chi lo sa. Per combattere la frustrazione dell’impotenza, credo. Per somigliare alla persona che vorrei diventare. Per dare qualcosa del tanto che ho. Per fare qualcosa con mia sorella. Per quella frase bellissima di Mahatma Gandhi: sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo.
    La nostra rivoluzione personale e minuscola comincerà domattina, quando sfrecceremmo alla volta di Orio al Serio, dopo aver chiuso il bagaglio contenente l’essenziale, portato i bambini a scuola, e preso un bel caffè. Anzi due.
    Noi si va. Che forse, alla fine, mica serve sapere perché.(Se potete, aiutateci con la raccolta fondi al link qui sotto:
    https://bit.ly/2nujqCV
    Non useremo il ricavato per noi, ma per dare una mano alle persone che incontreremo.
    Se volete farci un piccolo regalo, condividete.
    In ogni caso, augurateci buon viaggio)

    11 ottobre
    Nei pressi di uno dei numerosi campi per rifugiati si sta realizzando uno spazio per accogliere attività dedicate a donne e bambini.
    Oggi abbiamo contato e spostato innumeri scatoloni di pannolini, Greta ha fatto il cemento per costruire una panchina, io mi sono arrampicata sul ponteggio per dipingere il cancello di ingresso.
    Stavamo per andarcene quando è arrivato un iracheno, avrà avuto una buona sessantina d’anni, trascinandosi un piede ulcerato che non stava nella scarpa (ha raccontato di un bombardamento e un bel po’ di operazioni, dopo). Le ragazze con noi lo hanno medicato e gli girava la testa. Gli abbiamo offerto un mandarino. Ci ha detto grazie a ogni spicchio con un sorriso così grande che io, per oggi, sono a posto così.
    La nuova panchina è quasi pronta e il cancello è di un bel blu cielo.

    13 ottobre
    Questa mattina abbiamo perfezionato le nostre abilità in cantiere. Greta ha continuato con la calce per le panchine che io ho poi scartavetrato, prima di passare a dare il bianco.
    Nel pomeriggio abbiamo fatto ballare i bambini nel campo rifugiati. La maggior parte di loro, anche piccolissimi, erano lì da soli. A un certo punto sono arrivate due mamme con due bambini che avranno avuto un paio d’anni. Mostravano loro gli altri intenti a ballare, li incitavano a fare le mosse, li spingevano in mezzo al gruppo.
    – Go go dance.
    Insistevano, come se fosse importante che loro partecipassero a quell’ora di gioco. Come tutti i genitori, cercavano di fabbricare bei ricordi per i loro bambini. Un’ora di ballo in ciabatte sul cemento, in mezzo a tanti sconosciuti, in mezzo ai container che sono le loro case.
    Go go, dance.
    Io, nel frattempo, ho imparato le mosse per ballare Mister Policeman. Me le hanno insegnate i bambini.

    14 ottobre
    Anche in un posto come un campo profughi si può piantare un rosmarino. Dipingere un muro di blu, fabbricare una panchina dove domani, forse, verrà qualcuno da molto molto lontano per riposare un momento.
    Anche qui si può riempire un foglio di colore, appendere un disegno al muro del container chiamato casa, per renderlo più bello.
    A volte sono cose davvero piccolissime a rendere il resto sopportabile. O persino un po’ più bello.

    15 ottobre
    Questo pomeriggio abbiamo distribuito pannolini.
    Non è semplice come sembra. Bisogna aver fatto prima un censimento dei bambini nel campo, conoscere le loro età per non sbagliare le taglie. Partire con una carriola stracarica, spingerla in salita. Bussare alle porte dei container.
    – For babies.
    Molti ti ringraziano con la mano sul cuore. Altri aprono la porta quel tanto che basta per lasciarti infilare il pacco di pannolini. Sorridono, o ci provano. Thank you. I ragazzini ti corrono appresso, vogliono salire sulla carriola. Chiamano, chiedono. Hanno voglia di dire.
    Tornando verso l’appartamento, stanca, pensavo a quanto mi mancano i bambini, Federico, la mia famiglia. C’era un sole basso sulla strada polverosa, faceva caldo. Pensavo al divano su cui mi stravacco a casa, una serie tv, un libro vicino. Magari una birra.
    Pensavo alla bellezza di rincasare la sera e a come sembri una cosa facile, la normalità. Una cosa tanto facile da non farci più caso.

    16 ottobre
    Oggi sono stata con un’altra volontaria in un centro per minori non accompagnati e ho parlato a lungo con uno di loro. Viene dal Congo, è arrivato attraverso la Turchia per mare. Non ha nemmeno diciott’anni.
    Tra le tante cose mi ha detto che è importante, per loro, poter passare del tempo con qualcuno. È una cosa che ricorderemo, mi ha detto, guardandoci e guardandosi intorno. Ha aggiunto È importante perché così non continuiamo a pensare alle cose che ci fanno paura.
    Uscita da lì ho avuto voglia di piangere, ed era un pianto triste ma anche bello, credo, in qualche modo che adesso non saprei spiegare.

    21 ottobre
    Chissà chi lo ha detto: nella vita contano i giorni diversi. Quelli che si fanno ricordare, che escono dalla conta monotona della routine.
    Di certo i giorni passati in Grecia appartengono a questa categoria. Me ne sono portata a casa di cose, un bel po’. L’energia contagiosa e coraggiosa degli altri volontari, ad esempio. Ragazzi e (soprattutto) ragazze giovani e già con le idee chiare, la mente aperta e libera, il genere di persone che fa ritrovare fiducia nel futuro dell’umanità. Coordinatori preparati, solidi; consapevoli che senza la loro presenza costante e continuativa in quei luoghi, nulla di quello che viene fatto sarebbe possibile – una vita spesa per la causa.
    Mi sono portata a casa la luce di certi tramonti rossastri sul campo, dove centinaia di persone vivono dentro le tende e i container – tutta la fatica, il dolore, e quella luce bellissima; la stanchezza buona della sera, di quanto sai di aver fatto quel che è nelle tue possibilità. Mi sono portata a casa il sorriso sdentato di Mobina, il caschetto sbarazzino di Alisha, la dolcezza quieta di Mussummè, l’energia strabordante di Fatima, lo sguardo attento e incoraggiante di Josef -lui che incoraggiava me- e quell’uomo con un piede infetto, i tanti grazie che ci ha detto, il modo in cui li ha detti.
    Mi sono portata a casa soprattutto immagini.
    Due ragazze che camminano sulla strada accanto al campo riprendendosi con il telefonino mentre cantano una canzone lenta con una voce incredibile – incredibile, davvero. Le parole di chi mi spiega: mandano un video ai genitori per rassicurarli. Per mostrargli che stanno bene. Che non se la cavano poi male, tutto sommato.
    E un’altra: la bambina che domenica scorsa, dentro il campo, indossava un tutù. Resterà nella mia mente per un bel pezzo, mi sa – sarà la mia bambina con il cappottino rosso in “Schindler’s List”. Non si trattava di un tutù sgualcito o raffazzonato, ma di un abitino di veli che pareva conservato con cura, pieno di paillettes luccicanti. Un tutù indossato per una festa o un saggio di danza. Chissà dove lo ha preso, mi sono chiesta. Se se lo sia portato da casa attraverso un viaggio indicibile, se sia arrivato tra gli abiti donati. Ho immaginato la madre che la aiuta a indossarlo, un braccio alla volta sotto le bretelline, per vederglielo sfoggiare su un polveroso battuto di cemento, tra ghiaia e sterpaglie, ballando sulle punte dei piedi al ritmo della musica che esce da una radiolina. Del resto, ho pensato, viene domenica anche in un campo rifugiati.
    Grazie, allora. A Greta per essere sempre la miglior compagna di viaggio. Alle associazioni che mi hanno permesso di fare questa esperienza (La Luna di Vasilika – Onlus e Quick Response Team – QRT) e grazie a chiunque di voi abbia donato denaro, condiviso i nostri post o anche solo ci abbia pensate con un sorriso di incoraggiamento.
    Sono stati giorni intensi e diversi. Di quel diverso che, davvero, allarga la vita.

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  • Promemoria (Istanti rubati a #settembre2019)

    On: 8 Ottobre 2019
    In: istanti rubati
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    Esco quando i bambini dormono per un’ora solo mia. Cammino mentre il giorno dissipa le ultime ombre, respiro a fondo. Mi fermo per un caffè, scrivo.

    Penso al giorno che verrà, all’autunno che verrà. Mentre rincaso immagino d’annusare i sogni dei bambini, ancora nel letto.
    Questi risvegli sono tesori che terrò con me quando tutto riprenderà il solito corso e le lenzuola perderanno l’odore di salsedine e la mia pelle pure e dovrò strizzare fortissimo gli occhi per immaginarmi il mare.
    Allora forse, tornando con la mente a questi momenti, sentirò che -in fondo in fondo- non c’è niente di difficile.
    Anche solo per un attimo, strizzando gli occhi: non c’è proprio niente di difficile.

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  • La montagna non è poesia (Istanti rubati ad #agosto2019)

    On: 23 Settembre 2019
    In: istanti rubati
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    La montagna non è poesia.
    Sono polpacci duri, gola che chiede acqua, schiene bagnate e certe vesciche. La montagna non è benevola, ogni cima te la guadagni a strattoni, a ginocchia graffiate, mani in cerca d’appiglio.
    Non ti regalo niente, sembra dire lei mentre ti metti i suoi sentieri sotto le suole, su certe salite, ogni pochi passi uno sbuffo che prova a rallentare il cuore.
    Poi sali un tornante, esci dal bosco, una nuvola scopre la visuale: si spalanca la meraviglia.
    La montagna non è poesia, ma le somiglia.

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  • Il bosco non dorme (Istanti rubati a #luglio2019)

    On: 12 Agosto 2019
    In: istanti rubati
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    Il bosco non dorme.
    Sento i pettegolezzi delle foglie quando la brezza porta notizie da chissàdove -hai sentito? così mi hanno detto- la parlata domestica della corteccia e i segreti sussurrati tra le radici, con sotterranea passione. Vedo gli occhi gialli e lontani dei cinghiali, delle volpi e dei pipistrelli che paiono rondini, nel buio dei rami a puntello del cielo.
    La luce scolora e l’orizzonte s’inchiostra mentre gli sbuffi dei cavalli intorno, il loro terroso scalpiccìo, il pensiero che domani non avrò caffè al risveglio ma una falce di luna sbiancata, forse, un’unghia di felicità. 
    Il bosco non dorme e ne sento il respiro dentro il mio respiro, mentre scivolo nel sonno e tutto è qui, così vicino, come fossi io l’occhio sull’orlo del cannocchiale.

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  • Libera il canto (Istanti rubati a #giugno2019)

    On: 16 Luglio 2019
    In: istanti rubati
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    Metti (il cuore) tra parentesi
    e l’accento su Però
    sciogli le briglie ai Non so
    e resti fermo dove sei.

    Invece: cancella i Potrei,
    rispolvera i Mai,
    e più di tutto
    insabbia per sempre
    gli Ormai.

    Brucia i Farò
    nel più sfavillante falò
    comincia la frase con Adesso
    e i Non ce la faccio
    buttali al cesso.

    Riscrivi la storia
    partendo dal presente
    che resti la memoria
    ma il rimpianto sia assente.

    Al detto Una rondine
    non fa primavera

    preferisci Rosso di sera
    bel tempo si spera
    ,
    e vedrai che s’avvera.

    Non far tornare a forza i conti
    e preferisci al risultato
    l’anarchia del genio,
    per quanto sregolato.

    Tieni i dubbi
    che non ti sono inciampo
    lucidati i sogni
    srotola il domani
    e libera il tuo canto.

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  • Ai miei figli, sul viaggio in Marocco (Istanti rubati a #marzo2019

    On: 2 Aprile 2019
    In: istanti rubati, lettera, Senza categoria
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    Grazie per la pazienza nelle ore trascorse in macchina durante gli spostamenti. Facendo giochi stupidi, chiacchierando o canticchiando, dormendo o guardando fuori dal finestrino. Grazie perché avete accettato quasi sempre di buon grado il momento dei compiti – anche se quella volta sulla strada per Mhamid avete cercato di regalare tutte le vostre biro ai bambini che ve le chiedevano (e lo so che siete generosi ma no, non era solo generosità, quella).
    Grazie per i capricci e i NO che mi hanno rassicurata sul fatto che non vi avessero sostituiti nel sonno, grazie perché in molte occasioni avete dimostrato di sapervela cavare anche da soli. Ma non in tutte le occasioni, cosicché io possa continuare a sentirmi utile.
    Grazie perché quando faceva freddo abbiamo dormito abbracciati, per le partite a briscola la sera, per le cose che ci fanno ridere, perché le cose viste coi vostri occhi non sono le stesse; un po’ come se la mancanza di pregiudizi e condizionamenti restituisse allo sguardo le giuste proporzioni.

    Grazie perché il vostro coraggio mi spaventa e mi inorgoglisce e la vostra paura mi commuove. Il giorno della tempesta di sabbia, ad esempio. Gli occhi non potevi tenerli aperti e c’era sabbia ovunque -un muro all’orizzonte, e tra i denti, e negli spazi tra le parole- e voi a correre e correre con il vento che vi tirava da tutte le parti; era uno spasso guardarvi, sul crinale preciso lì dove la cima si disfa e sfarina e voi in equilibrio e di corsa, spintonati da raffiche d’aria, in piedi a fatica, un attimo dopo carponi, ancora in piedi, felici.
    Tornate indietro lo abbiamo gridato solo quando eravate due macchie di colore grosse quanto un’unghia, ma la voce non arrivava a quella distanza e io ho pensato E adesso?, ecco adesso arriva la tempesta più forte mai vista, li lancia giù dalla duna, e arriva un dromedario, no un branco di dromedari, un tuareg, due tuareg, un esercito di predoni. Poi ci avete sentito, miracolosamente, o forse, più probabilmente, voltandovi e non vedendoci più avete avuto il buon cuore di tornate indietro, senza fretta, indugiando qui e là, fermandovi ogni tanto per sistemare i turbanti che avete imparato ad acconciarvi in testa come veri uomini del deserto. E io pensavo al vostro coraggio, con spavento e meraviglia, e con spavento e poco altro ho pensato al coraggio che dovrò metterci io, per guardarvi correre lontani, anche quando c’è vento forte, anche quando la sabbia leva visuale e fa stringere gli occhi.

    Grazie allora per la forza che mi costringerete ad avere, per mettermi qui, una mano a visiera sugli occhi, qui ferma e zitta a guardarvi cercare l’equilibrio, faticando, a tratti annaspando, spero ridendo, sfidando il vento.

    Diario sparso di viaggio

    2 marzo
    Diario di viaggioIn due giorni abbiamo macinato moltissimi chilometri e ci siamo persi, oh se ci siamo persi, perché la geolocalizzazione funziona poco e a singhiozzo. Però, ogni volta che non sapevamo da che parte girare si materializzava qualcuno a darci una mano. Con un sorriso e tempo da dedicare. E stasera siamo in un posto che commuove. Per trovarlo abbiamo dovuto attraversare un piccolo fiume lucente su un ponticello di legno e poi su per sentieri minuscoli dove di notte serve la torcia.
    La meraviglia di perdersi.

    4 marzo
    Mi succede, quando viaggio, di rendermi conto di non avere parole per dire. Non è bello, non rende nemmeno wonderful come continuo a ripetere ai nostri ospiti, nel mio inglese da mezzo dhiram. È altro. E nemmeno le foto rendono. Le foto appiattiscono, tradiscono, ingannano luce e profondità.
    Così non potrò dire cosa sia arrivare qui dopo chilometri di palme e terra rossa, qui all’avamposto del nulla, dove i bambini giocano nella sabbia e la strada di insabbia e finisce. C’era un cartello qui, con in giorni di viaggio a Timbuctu (52, mi pare). Lo hanno tolto ma lo posso immaginare. Non c’è solo quello che si vede né quello che si può raccontare. C’è quello che continuerà a vivere dietro gli occhi chiusi, alla maniera multiforme e mutevole delle dune del Sahara che si vedono in lontananza dalla nostra terrazza.

    5 marzo
    In auto (altri chilometri, molti), parlando dei miraggi nel deserto, di come succedono, di come ingannano.
    Mamma, e se la vita fosse un miraggio?
    Prima del tramonto siamo arrivati a Marzouga. Anche qui turbanti e strade polverose. Uomini con il turbante blu e altri con la giacca nera di pelle da motociclista e la faccia di chi ne ha viste, e quante. Asini che tirano carretti e fuoristrada. Terrazze affacciate su tramonti piatti come frittate e rossicci come tuorlo. Un vento caldo, caldo, che alza la sabbia e fa strizzare gli occhi e svolazzare i foulard e le gonne ampie delle donne.
    Non so se la vita sia un miraggio ma chi l’ha pensata ha una gran bella fantasia.

    7 marzo
    Da un po’ di tempo, quando viaggiamo, i bambini tengono un piccolo diario di bordo. Ieri stavano scrivendo a Merzouga, in un bar, in attesa di partire con i dromedari per il deserto. Nel frattempo si è alzata una tempesta di sabbia incredibile, roba da non poter camminare a occhi aperti. Guardavamo la strada, un po’ preoccupati, le palme piegarsi e l’orizzonte cancellato dalla polvere.
    Mamma, ho finito, mi ha detto Eliandro passandomi il quaderno. Ho letto. Ma qui hai scritto che la notte in deserto l’abbiamo già fatta. Eh, ha detto lui, è quello che faremo.
    Ma se per il troppo vento non possiamo partire? gli ho chiesto. Ha alzato le spalle. Al massimo tiro sopra una riga.
    C’è stato il trekking e la notte nel deserto con un cielo così stellato che nemmeno lo so ricordare e il falò e i tamburi fino a tardi. E io ho capito che se vuoi sperare in qualcosa sul serio devi crederci come fosse già successo. (Alla peggio, se proprio non funziona, ci tiri sopra una riga).

    8 marzo
    Ci siamo fermati a mangiare in un posto sperduto tra i monti. Per la prima volta da quando siamo qui veniva da piovere e tirava un vento freddo. Ci siamo seduti dentro e c’era odore di tajine e una musica bella e un cinguettio proveniente da due gabbie sopra un camino. I bambini hanno mostrato di apprezzare restando incantati a guardare (e poi cercando di scalare il camino).
    E niente, alla fine è stato come pranzare dentro una voliera.

    12 marzo
    “Se hai tutto sotto controllo significa che stai andando troppo piano”, c’era scritto su un muro di Ouarzazate.
    Ma il detto non si addice a questa terra, credo, né a questo viaggio. Qui si procede con lentezza, su strade accidentate e dalle indicazioni incerte, eppure nulla è sotto controllo. O meglio, tutto è sotto il controllo della sorte, degli incontri lasciati al caso, di volti sconosciuti che sbucano da un finestrino e ti guidano là dove cerchi di arrivare. O forse in un posto che non sapevi di dover raggiungere.
    Se, come credo, ogni viaggio insegna una maniera di andare questo mi ha insegnato a non aspettarmi nulla, ma a guardare le cose arrivare. Un campo da calcio ritagliato in una pietraia, un lago azzurro nella terra riarsa, un mulinello di sabbia, una piazza ariosa tra i vicoli bui di una medina. Tu vai, e vai, e a un certo punto -pum!- qualcosa che non ti aspetti.
    In ogni viaggio ci sono spazi vuoti, interstiziali, che la memoria levigherà per poter attribuire all’insieme dei giorni un significato compiuto. Qualche volta, alla sera, la stanchezza impedisce la serenità, fa una diga piccola di tristezza, un senso di vuoto che la lontananza dalle abitudini spalanca. Quella diga evapora al mattino e presto non sarà che un rivolo sottile, più somigliante alla nostalgia.
    Non so se ci siamo mossi alla giusta velocità, ma di certo quel che è passato al finestrino scorrerà ancora e e ancora, a lungo, nella memoria. Aliimenterà serate stanche di malinconia e, all’alba del giorno, si farà nuova voglia di andare. Di nuovo affidandoci all’istinto e al Santo Protettore dei Viaggiatori, che ha mezzi lenti ma occhi molto, molto più lungimiranti dei nostri.

    [Qui si gioca dicendo messiè]

    A Fez siamo rimasti tre giorni. Come punto di incontro con mia sorella e altri amici conosciuti durante il viaggio, abbiamo adottato un bar poco fuori da una delle 14 porte della Medina. Noi ci sedevamo ai tavoli fuori, mentre Eliandro e Lemuele, fin dalla prima visita al locale, si sono addentrati nei meandri sotterranei e hanno scovato un biliardo dove i ragazzi marocchini passavano le ore. Senza conoscere una parola di francese (nè di arabo) sono riusciti a convincere gli altri giocatori a farli partecipare, e il miracolo si ripeteva ogni volta che si andava in quel locale. (Sono anche riusciti a far precipitare nel buio la stanza, con una steccata decisa sul neon che sovrasta il tavolo da gioco, ma tant’è).
    Dopo il biliardo, si mettevano a giocare con i bambini del posto. Caman!, li sentivo urlare. Uno di questi bambini girava tra i tavoli chiedendo l’elemosina: toccava la spalla degli avventori, chiamava “Monsieur”. A un certo punto abbiamo notato che anche Eliandro e Lemuele si aggiravano nel dehors toccandosi la spalla, tra loro e poi quella del bambino, urlando a ogni tocco: Messiè!
    A che state giocando?, gli abbiamo chiesto.
    Loro ci hanno guardati come se spiegassero a due analfabeti funzionali: Stiamo giocando a Ce l’hai. Qui si gioca dicendo Messiè.

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  • Continuando ad andare (Istanti rubati a #febbraio2019)

    On: 14 Marzo 2019
    In: istanti rubati, Senza categoria
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    trekking notturno

    Qualche sera fa ho partecipato a una camminata notturna, attraverso i boschi del Monferrato. L’aria era quasi tiepida e il cielo pieno di stelle, con una luna meno di metà, ma luminosa. Con un’amica parlavamo fitto, mentre la gente intorno a noi muoveva le torce sul sentiero e in tutte le direzioni. Parlavamo di persone che fanno parte della nostra vita, e di persone che ne hanno fatto parte, e dunque adesso ancora, ma in modo diverso. Mentre il sentiero si snodava tra gli alberi, salendo o scendendo, e si addentrava in radure e ampi prati e poi ancora dentro boschi ripidi, vedevo le torce muoversi sul terreno e accenderne piccole porzioni intermittenti intorno a noi. 
    E allora mi è sembrato chiaro che così succede con le persone che ci stanno intorno, con le persone che amiamo: muovendoci sulla stessa strada gli facciamo luce, e gli facciamo ombra. E lo stesso loro fanno con noi, in un percorso verso qualcosa che non conosciamo, intrecciando passi e traiettorie, ma, soprattutto, continuando ad andare.

    febbraio 2019
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  • E io evidentemente no (Istanti rubati a #gennaio2019)

    On: 27 Febbraio 2019
    In: la mia vita e io
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    I miei figli crescono. Si rattristano, pensando che non potranno mai avere un drago (“davvero, mamma, preferirei non averli mai visti in tv, se poi non potrò mai cavalcarne uno”). Mi dicono che vogliono la verità, su chi porti i regali a Natale, tutti in classe giurano che sono i genitori. Ottenuta la verità, si consolano pensando che saranno pure i genitori a portare i doni, ma ciò non esclude che Babbo Natale esista; ci sono stati parecchi avvistamenti, a quanto pare, e pure la loro madre, a ben vedere, ci crede ancora. Mi sorprendono con un abbraccio e un bacio quando, dopo un’attenta riflessione, esclamano: ma allora avete speso un sacco di soldi, tu e papà, tutti questi natali!
    I miei figli crescono. Un piede gli è rimasto infilato bene nel mondo della fantasia, ma lo vedo che con le braccia tese cercano cose nuove, cose che non hanno a che fare con la realtà inventata insieme, sognata di giorno a occhi spalancati, rintracciata sui libri, nelle parole che ho letto e detto mille volte per farli addormentare.
    Ce ne andiamo ancora in giro per boschi a cercar folletti, le tracce delle volpi, i segni incomprensibili che gli gnomi lasciano sul sentiero a mo’ di avvertimento ai camminatori incauti. Tastiamo coi bastoni le lastre di laghetti ghiacciati, sapendo che sotto, nascosti alla vista, danzano bellissimi mostri acquatici. Accendiamo candele per ringraziamento, scrutiamo intorno alla fiamma per indovinare le mosse piccolissime di ciò che non si vede.
    Però mi dicono che Hiccup lo incontrano solo nei sogni e non è la stessa cosa. Anche Gulo, il drago-migliore amico dei miei figli, c’è ancora ma non viene con noi ovunque andiamo. Ogni tanto se ne sta in disparte, un po’ offeso per non essere invocato più tanto spesso.
    Sento che fanno piccoli passi verso il mondo dei grandi, dove le cose accadono con una (presunta) logica, dove i buchi nei tronchi sono solo buchi nei tronchi e certi rumori notturni non sono altro che legno che scricchiola. Un mondo rassicurante nelle intenzioni, dove tutto ciò che si vede pretende di corrispondere a quello che è.
    So che così deve essere, ma non so se sono pronta. Finché mi ascolteranno, alimenterò le loro fantasie più ardite; dirò loro che i sogni della notte non sono meno importanti di quello che facciamo di giorno, che i desideri hanno una loro forza, e ali da allenare, e gambe da irrobustire, e fuochi da tenere accesi. E che cercare le tracce del passaggio di un drago nel cielo non toglie nulla al resto. Tutt’altro. Ripeterò loro tutte queste cose anche se forse un giorno gli diranno che sono strambi, come dicono a me, che sono naif. E spero che allora la prenderanno come la prendo io, con il sorriso, e per quello che è: un complimento bellissimo.
    E spero che ce lo lascino, quel piede nel mondo che abbiamo trovato insieme. Quel mondo che -a forza di sogni, viaggi, visioni e parole – mi hanno insegnato.
    Spero non mi lascino qui da sola, che coi messaggi cifrati degli gnomi se la cavano molto meglio di me.
    (I miei figli crescono e io, evidentemente, no).

    -Mamma, sai cosa ho pensato? Che forse i draghi ci sono, ci sono già. Stanno nell’aldilà del mondo.
    -Anche io penso sia così
    -Solo, come si fa a trovare l’aldilà del mondo?

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