Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

  • Istanti rubati a febbraio2017 (La nebbia e chi l’ama)

    On: 28 febbraio 2017
    In: istanti rubati, la mia vita e io, lettera
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    nebbia in MonferratoMi piace la nebbia e a febbraio non si è fatta desiderare.
    Quando il mattino aspettavo sulla banchina il treno, sbucavano vicino due luci -pesci bianchi sputati fuori da una spuma lattescente- e poi tutto il resto, pezzo a pezzo, vagone per vagone. La sera, tornando, durante gli ultimi chilometri in auto i filari di pioppi ritti come sentinelle si lasciavano soltanto immaginare. Riconoscevo la prima fila e sapevo che gli altri seguivano, fedeli e ostinatamente immobili.
    Più di tutto mi piace la nebbia con il sole, a giorno pieno. Quando tutto s’allaga e ogni cosa somiglia appena a se stessa, quando tutto è smussato e inoffensivo.
    Quanto è sottovalutata l’approssimazione, che pure dà sicurezza, per quella sua capacità di non esser prescrittiva.

    La nebbia rinforza l’immaginazione, forse mi piace per questo. Così mostravo ai bambini i profili molli delle colline alla finestra e ci vedevamo giganti pronti venire, grossi draghi sputafuoco divoratori di cipolle. Cosa non sanno trovare, nella nebbia, i bambini.
    Non sempre cose belle, certo. “Mamma, ho paura dei ladri. Quelli che vengono e ti rubano un polmone per venderlo.” L’esercizio allora è ridimensionare le sagome. E se di alcune cose non puoi negare l’esistenza, puoi mostrargli paletti e staccionate perché si sentano (un poco) al sicuro. Per ogni brigante venuto a depredare, c’è senz’altro un drago vegetariano pronto a difendere.

    La nebbia è un nascondiglio buono. Non dice dove dovresti essere, ma lascia indovinare dove potresti. Come scrivere una storia. In principio vedi un profilo in movimento, mentre guidi la macchina o te ne stai con la fronte appoggiata al finestrino di un treno. Segui con la coda dell’occhio, ti domandi se possa essere un tetto o un ponte, se sotto quel ponte scorra dell’acqua e se quell’acqua la navighi una barca, un veliero, una zattera o un gommone. E da dove venga, e dove vada. E se qualcuno l’aspetti, se qualcuno la insegua.
    A volte lo faccio insieme ai bambini: ciascuno di noi inventa un personaggio che fa quel che vuole. La vicenda nasce dall’intreccio delle mosse di ognuno. Vengono fuori cose buffe e poco credibili. Un albero stanco che starnutisce per mandare via gli uccelli. Un’aquila con i superpoteri. Ogni tanto si litiga perché uno dei tre vuole mangiarsi gli altri. Ma arriva sempre un enorme drago mangia-cipolle a sistemare le cose. Viene fuori dalla nebbia, anche in agosto, anche dove la nebbia non c’è: perché è lì che le cose prendono forma.

    Quello con cui non lottiamo lo lasciamo andare. L’amore non è assenza di sforzo. L’amore è sforzo. (Jonathan Safran Foer)

    Inventare è forzare la vista, fino a mettere a fuoco cose che si nascondono.
    Ricordare è forzare la vista, fino a mettere a fuoco cose che sbiadiscono.
    Amare è forzare la vista, fino a mettere a fuoco persone che ci circondano.
    Anche oggi tu sei qui, anche oggi che sono passati 12 (do-di-ci) anni. Un paio di sere fa Eliandro ha guardato fuori dalla finestra, era notte. “Ho visto la nonna”, ha detto, senza motivo apparente. Ma lui, loro -i tuoi nipoti- hanno imparato a forzare la vista, a farla arrivare a metà strada tra immaginazione e ricordo, tra memoria e invenzione. Tra l’amore e l’amore.

    Ma loro, noi, amiamo la nebbia che ci fa incontrare, come l’amavi tu.
    (La vista è mica solo quella degli occhi: allungo la mano, e ci sei).

    nebbia in Monferrato
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  • Istanti rubati a dicembre2016 (tornare a casa e trovare luci accese)

    On: 10 gennaio 2017
    In: istanti rubati, la mia vita e io
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    dicembre 2016Se dovessi riassumere dicembre in una frase: tornare a casa e trovare luci accese.
    Vederle di lontano, arrivando lungo il viale che certe sere è stata duro di ghiaccio, altre sere, pantano molle dopo la pioggia.
    Arrivarci dopo una giornata lunga, ma dire giornata non è giusto, perché a dicembre non sono tante le ore del giorno. Comunque, arrivarci certamente al buio, come al buio si è partiti, delle volte sotto un tetto di stelle – e che stelle! Bocconi bianchi come neve che aggiungono una dimensione al cielo.

    Sul viale che dicevamo, tirare giù il finestrino, far entrare aria fredda e metterci il naso dentro, in quel cielo multidimensionale e prepotentemente bello da far scordare la stanchezza. Rallentare fino a fermarsi e guardare casa da lì, da una distanza non piccola non grande: la distanza che ti fa mettere a fuoco le cose che hai nel cuore. O in un posto che ci somiglia.

    Un posto che somiglia al cuore è la casa, intesa come un luogo dove ti piace tornare.
    (Puoi averne cento, o una sola. Ma conta poco, perché quell’una può esser grande come una parola detta da qualcuno un mattino o combaciare con il mondo).
    Dicevamo, però, di certe luci da quel viale: basterebbe vedere accesa quella del bagno, o della cucina, che vuol dire Qualcuno che ti aspetta. O, alla peggio, che si aspetta che tu stia tornando. Non è uguale, ma non è poco.

    Ma adesso c’è anche la fila di lucine intermittenti lungo il portico, che se ti metti in una certa prospettiva fanno da corona al cielo e ci vedi dietro la collina scura, la stalla e il castello di Gabiano. (Come nelle fiabe, mi sembra: la stalla e il castello). E ci sono le mie preferite, le luci sull’albero in balcone. Luci semplici e tutte bianche che mi piacciono tanto perché le vedo dal letto, di notte, e tutta la stanza diventa speciale.

    Ripenso ad altre luci, altri Natali. L’altra casa che ho, che sono io bambina. Sono a casa e aspetto le luci di un’auto nel viale: mio padre, mia madre, mia sorella. Magari c’era la neve e la macchina andava avanti piano, accendendo i vetri del ghiaccio con i fanali, un momento.

    -Chi lo avrebbe detto che sarei cresciuta davvero.

    Invece sì, o non ci sarebbe questo dicembre, rallentare nel viale tornando da lavoro, salire in cucina e spegnere tutto per stare insieme a guardare: luci bianche che pulsano al buio come piccoli cuori accesi.

    dicembre 2016dicembre 2016dicembre 2016

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  • Istanti rubati a novembre2016 (solo per un eccesso di immaginazione)

    On: 14 dicembre 2016
    In: istanti rubati, la mia vita e io
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     novembre

    Eravamo disordinate e campestri, ma non per spregio all’armonia, solo per un eccesso di immaginazione.
    (Simona Lo Iacono, Le streghe di Lenzavacche)

    Mi sembra che questa frase parli di noi.

    Siamo così campestri che abbiamo trovato la scusa di un compleanno per comprare due agnelli. Gli diamo il latte con grossi biberon e quando li facciamo uscire dalla stalla ci corrono dietro saltando sulle zampe davanti e alzando il sedere come se ballassero. Come nella sigla di Heidi, quando Peter se ne va ai monti con il gregge.

    Siamo disordinati e campestri e molto, molto silvestri. Per questo ce ne andiamo in giro per boschi quando c’è nebbia e tra gli alberi si possono immaginare fantasmi, distese bianche che custodiscono orme di creature lattescenti e sottane chiare stese tra i rami. Se sforzi la vista ci trovi di tutto, tra i rampicanti che fanno da liane e un tronco cavo per nascondersi dentro.

    Siamo certo disordinati e abituati a perdere tutto. I calzini, la calma, il berretto di lana. Ritroviamo ogni cosa quando smettiamo di cercare e facciamo un gioco insieme, la lotta sul letto, le capriole sul tappeto. Il calzino era sotto il divano, la calma stava pizzicata dentro un abbraccio. Di berretti ne abbiamo un bel po’, inutile accanirsi.

    Non ci manca l’immaginazione e da grandi vogliamo fare l’astronauta, il falconiere, studiare i dinosauri e costruire case per i bambini poveri. Ci dicono “Quando crescerete cambierete idea.” Invece il lavoro bisognerebbe davvero deciderlo da piccoli, quando scegli per quello che ami fare e non per quello che vuoi ottenere, in un compromesse sempre al ribasso.
    O se proprio scegli da adulto, prova almeno a ricordare che volevi andare sulla luna.

    Io a novembre ci ho pensato spesso, a quello che volevo fare e perché.
    Volevo raccontare storie. Per vivere tante vite, perché mi facevano paura le cose che finiscono. Se ne hai tante, pensavo, ci vuole un bel po’ prima che finiscano tutte. O, con un po’ di fortuna, potrebbe non succedere mai.
    È ancora così e allora ho raccontato tanto, scritto tanto. Spesso da un vagone sul treno, o al tavolo della cucina mentre la stufa brilla e fuori la notte s’allunga, si stira, galleggia.
    Ho capito (o forse solo ricordato) che, perché quello che racconto funzioni, devo mettere il dito dove fa male. Certe cicatrici bisogna toccarsele, ogni tanto, sentire che ci sono ancora.
    Come la voglia di andare sulla luna.

    Ho capito (o forse solo ricordato) che non so niente di me.
    Per scoprirlo, rileggo ciò che scrivo.

    Eccoci. Giocatori di nascondino nella foschia di novembre, accalappiatori di ombre nei boschi, collezionatori di calzini spaiati, allenatori di pecore ballerine, caparbi inventori di desideri nuovi.

    Casinisti, ondivaghi, visionari.
    Irrimediabilmente confusionari. Non per spregio all’armonia. Ma per eccesso di immaginazione.

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  • Istanti rubati a ottobre2016 (ma fedeli alla geografia dell’anima)

    On: 24 novembre 2016
    In: istanti rubati, la mia vita e io, lettera
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    ottobre 2016Ci sono posti, e giorni, che oggi sfavillano sotto un sole d’autunno misericordiosamente caldo, mentre noi li percorriamo tenendoci saldamente per mano, nella presunta normalità di un qualunque sabato mattina di ottobre.

    Sono questi stessi posti e giorni che domani, nella memoria, saranno strappo, vento, e incendio. Non più aderenti alla verità nuda del terreno e delle cose, ma fedeli alla geografia dell’anima.

    Ci terremo forse ancora la mano, guardando a quelle bolle di tempo fragili nel ricordo e scintillanti, ma senza più stringere la presa: sapremo allora, con l’evidenza dei fatti, che avevamo una vita intera per smettere di tenerci, e non l’abbiamo fatto.

    Avremo visto cambiare la luce alla finestra così tante volte da finire per credere di aver vissuto sempre.
    E forse. Forse.

    ottobre 2016ottobre 2016
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  • Istanti rubati a #settembre2016 (Ma poi, se tutto torna sempre: non dovremmo tornare anche noi?)

    On: 19 ottobre 2016
    In: foto, istanti rubati, la mia vita e io
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    tramonto nel bosco - monferratoLo sanno tutti: albe e tramonti sono porte, passaggi che conducono ad altri luoghi. (O forse lo sanno soltanto i bambini).
    Anche settembre è una porta. Resta socchiusa per un po’, sbirci attraverso i gialli e i rossi d’autunno, poi una folata di vento la spalanca e ci sei dentro.
    I tramonti di settembre, e poi di ottobre, sono cerniere. Il buio arriva veloce, ha meno premure delle notti d’estate; il buio sale dalla terra, e la luce sta tutta compressa nel coperchio di latte che fa da cappello al mondo.

    Qualche settimana fa abbiamo riempito un vecchio cestino da pik nik -uno di quelli che in certi film stanno sopra le tovaglie a quadri rossi stese sul prato- e siamo partiti.
    C’è questa radura nel bosco che è un’atra porta. Sopra è appeso un cielo a cupola, lontano stanno i paesi, avvinghiati ai fianchi flosci della collina, intorno pareti di foglie e intrecci di rami. I bambini parlano agli spiriti del bosco. Senza accorgercene lo facciamo anche noi; la differenza è che loro stanno poi ad ascoltare le risposte.

    Federico ha insegnato a Eliandro e Lemuele a cercare la legna e accendere il fuoco, abbiamo abbrustolito pannocchie che nessuno ha mangiato. Poldo scodinzolava fissando i panini, ho fatto qualche foto, abbiamo bevuto una birra; il calore del fuoco faceva somigliare l’aria intorno a un fiume che sale. Cose normali così.
    Intanto, intorno, succedeva che: l’estate scivolava in una versione di sé meno semplice e più raffinata. La sera si scioglieva, colava giù come una lingua molle, come tanti veli di tulle. Dopo, la notte s’è fatta notte per davvero, e il fuoco da trasparente è diventato rosso.

    Succede ogni volta così. Ogni giorno fa un passetto avanti, verso la prossima stagione, e la luce s’affievolisce e si inabissa. Per un po’. Mentre consumiamo i nostri piccoli riti quotidiani tutto si trasforma. E lo sappiamo.

    Ma non guardiamo (quasi) mai.

    (Ma poi, se tutto torna sempre: non dovremmo tornare anche noi?)

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  • Istanti rubati ad #agosto2016

    On: 20 settembre 2016
    In: istanti rubati, la mia vita e io, viaggi
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    Piccole DolomitiFine agosto, tempo di preparativi per una migrazione. Sono stata alcuni giorni a occhi in su, nel prato sul fianco della casa a Obra, mentre nuvole di rondini popolavano il cielo, animavano gli alberi frondosi ai margini della valle.

    Se ne stavano vicine sui fili della luce, una fila che pareva arrivare ai monti, pizzicate lì come le mollette sui fili per stendere. Era tutto un frinire per aria, una frullio d’ali, un lungo saluto prima di andare.

    “Dove vanno, mamma?”
    “Vanno al caldo, a vedere il deserto, il mare. Vanno a vedere il mondo.”

    Agosto è finito così, ma è cominciato maluccio. In mezzo ci sono stati giorni in salita, di quelli con il respiro corto di quando fai le scale dopo una malattia. Dopo, meglio. Il mio paese tra le montagne, con la mia famiglia e i miei bambini (il solo genere di cose a cui l’aggettivo possessivo si sposi benissimo). Il posto migliore in cui leccarsi le ferite, in cui riprendersi i tempi e gli spazi; il sapore della polenta e gnocchi di malga, l’odore di felci e foglie pestate, la fatica appagante di arrivare in fondo alla salita, di uscire dal bosco quando vien giorno, di ritrovare il passo e il fiato lasciati qui a ogni stagione, su questi sentieri stretti, tra questi sassi bianchi.

    Le fiabe la sera lette sui libri, la colazione al mattino in balcone, il caffè, i biscotti pucciati nel primo sole.
    E alla fine questo saluto dal cielo, questa tempesta di piume, questa baruffa in aria.

    “Mamma, ma tornano?”
    “Non lo so, se tornano. Ma se partono, da qualche parte arrivano.”
    Io ci credo, che non ci sia partenza senza approdo.
    Anche se non sappiamo dove, anche se non vediamo dove.

    E poi andremo via come fanno gli uccelli che dove vanno nessuno lo sa.
    (…) L’estate è finita l’inverno è alle porte, la morte e la vita rimangono uguali.

    Obra di VallarsaObra di VallarsaCampogrosso (Vicenza)Obra di VallarsaObra di Vallarsaago9ago10ago11Muse, TrentoObra di Vallarsa
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  • Istanti rubati a #luglio2016 (tra cavalli imbizzarriti e plancton)

    On: 9 agosto 2016
    In: istanti rubati, la mia vita e io
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    cavalliAvete presente un cavallo che corre dentro un recinto senza una meta precisa? Scalcia, scalpita, scarta, cambia direzione in aria. Nitrisce, va verso destra, poi ci ripensa, prima di arrivare in fondo, frena bruscamente e vira a sinistra. Rischia di rompersi, di scivolare.

    S’affanna, si stanca, butta fuori aria dalle froge, si spazientisce. Soprattutto si sfianca. Ho voglia di correre, di sudare sui fianchi tesi e lucidati per lo sforzo. Ha energia da spendere ma non sa da che parte andare. Si sente in gabbia. Non sa se saltare la staccionata e affrontare la prateria, o aspettare che qualcuno gli indichi la strada. Si sfianca.

    Ecco, a luglio sono stata quel cavallo. Confusa, impacciata, sconclusionata.
    Ora forse, un po’ alla volta, si delineano prospettive, scie luminose come la fosforescenza marina dei plancton, di notte intorno alla barca. La chiamano bioluminescenza: serve per confondere i predatori o come segnale di corteggiamento.
    Che sia per salvare la pelle, o per amore, tocca trovare una luce e seguire la scia.
    Tremula e ancora timida, mi pare di vedere la mia.

    Nel frattempo rallento la corsa e conto i giorni che mancano a staccare la spina, diminuire il passo, sganciarmi dal chiodo del giorno e dell’ora.
    Sedermi e guardare la prossima scia.
    Intanto, buona estate a chi passa di qua, un’estate capace di convertire energia in luce: un’estate bioluminescente!

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  • Istanti rubati a #maggio2016 (di fusa e luce nuova)

    On: 7 giugno 2016
    In: istanti rubati, la mia vita e io
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    camino, piemonteAlle volte sopperisco al bisogno di viaggiare osservando la luce che trasforma i luoghi che mi sono familiari.
    A maggio è capitato spesso. Non c’è stato nemmeno un giringiro, ma  il tempo è cambiato così frequentemente che è stato come andare a spasso attraverso le stagioni.

    Non  che sia sempre un vantaggio. Ma tocca vedere il lato buono di tutte le cose, se ci si vuole svegliare il mattino alle sei senza sentire il desiderio di smaterializzare l’orrendo trillante ordigno contro il muro.
    Per esempio: trovare in casa tracce di topi (bella la campagna, eh) mi ha aiutata a convincere Federico a tenere un gatto. Così è arrivata Draghessa, che noi nomi normali non ner vogliamo, ed è la prima volta che ho un gatto mio. Che poi è una gatta di tre colori e spiccato spirito di adattamento, visto che nell’arco di poche ore ha fatto amicizia con il cane e i bambini, che se la portano a spasso sulla spalla come fosse un papppagallo.
    E io che non ho mai avuto un gatto mio, provo la bellezza di scrivere con un felino sopra le ginocchia. Due frasi e una carezza. Un punto a capo e un po’ di ron-ron.
    Abbiamo avuto un altro amico con l’ala ferita, un corvo. Ma è volato via in fretta.
    gattinacorvomoncestino (AL), piemonte
    Maggio è stato così. Frammentario. Un giro al Salone del Libro, qualche giro col libro, una giornata di festa con la banda -come mi piace la banda- qualche gita in campagna, un paio di sogni significativi, come sempre libri a profusione (Non scrivere di me di Livia Manera Sambuy, Ghiaccio-Nove di Kurt Vonnegut, Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, Maschere per un massacro di Paolo Rumiz, Big Magic di Elizabeth Gilbert, Io prima di te di Jojo Moyes, Maria di Isili di Cristian Mannu).
    Sapete cos’è un sogno? Non è una chimera generata dal nostro desiderio, ma un’altra via attraverso cui assorbiamo la sostanza del mondo e accediamo alla stessa verità che svelano le brume, celando il visibile e rivelando l’invisibile. (Muriel Barbery)
    Maggio è stato un saltinbanco che colleziona nuvole e poi le scompiglia con un mazzo di raggi di sole.
    Non sempre è un vantaggio. Ma mi piace pensare che la pioggia sia venuta per rinverdire i prati e profumare le rose.
    E non è stato male vederla attraverso la finestra, la gatta sulle ginocchia, qualche frase e un po’ di fusa.
    camino, piemontecamino, piemontecamino, piemonte
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  • Istanti rubati ad #aprile2016 (emozionarsi)

    On: 10 maggio 2016
    In: foto, il progetto, istanti rubati, l'emozione in ogni passo
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    aprile2016Ho letto da qualche parte: non è vero che non ci sono più le stagioni, ci sono tutte, gettate alla rinfusa nel mese di aprile. Stiamo diventando tutti un po’ più meteopatici, ho pensato. Capita così quando non sai che aspettarti.
    Siamo usciti alle volte con i pantaloncini corti e alle volte con gli stivaletti di gomma. È uscito anche il secondo romanzo che ho scritto, ed è un’altra ottima ragione per non sapere cosa aspettarsi. Per adesso quello che è successo mi piace: alle presentazioni ho brindato con gli amici a prosecco e assaggiato fantastiche torte alla nocciola, ho risposto alle mail di sconosciuti che mi scrivono cose sul libro che sono carezze. Il libro si intitola “L’emozione in ogni passo” e fin qui me ne ha date di belle.

    aprile2016aprile2016aprile2016l'emozione in ogni passoÈ successo anche di meglio perché sono diventata di nuovo zia e i neonati mi commuovono, mi smuovono il cuore come un pizzico sulla mozzarella. Figurarsi i neonati nipoti. Li guardi ed è chiaro che vengono da un altro mondo, glielo scorgi negli sguardi che vanno dietro a qualche intuizione impossibile.
    Lo trovo, quel mondo, nelle parole dei miei figli, che delle volte la sera mi dicono cose che spalancano l’invisibile:
    “Mamma, io ti volevo bene già quando ero nella tua pancia. Io mi ricordo quando tu eri nella pancia della nonna”.
    E: “Ma se quando eravamo angeli in cielo non sceglievamo te come mamma, adesso eri triste?”

    In mezzo al sereno sono venuti cieli torbidi da cui difendere gli occhi, da cui mettere al riparo i ricordi. Perché ci sono tempeste d’aria che scoperchiano case e paesi. Figurarsi se non sanno scoperchiare i ricordi. E allora tocca rinsaldare gli argini, rinforzare i margini: mettere distanza o accettare che s’assottigli.

    Tra tante persone belle, qualcuna che ti domandi che cosa sia venuta ad insegnarti, a parte il desiderio di svegliarti cintura nera di karate. Tra tante parole belle, qualcuna che stona, rende anacolutico il pensiero, o peggio, lo affloscia.

    E poi, cose buone: bei libri letti (Equazione di in amore, L’arca, Il resto è ossigeno, Dieci prugne ai fascisti, Non scrivere di me); sassi gettati nel fiume e cavalcare nel prato; un fine settimana con un’amica e i suoi bambini; una gita noi quattro allo zoo (che poi è un parco biologico).

    Si potrebbe andare tutti quanti allo zoo comunale a per vedere come stanno le bestie feroci e gridare Aiuti aiuto è scappato il leone, e vedere di nascosto l’effetto che fa.

    Ogni tanto lo faccio, di guardare le cose accadermi e restare a guardare: di nascosto l’effetto che fa.

    (Nella foto della presentazione a Moncestino, con la giornalista Chiara Cane)

    zoom cumiana
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  • Istanti rubati a #marzo2016 (Tutto è già qui)

    On: 31 marzo 2016
    In: istanti rubati, la mia vita e io
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    pasqua 2016Marzo 2016 ha avuto dentro la Pasqua e la Pasqua ha le uova e le uova hanno dentro sorprese delle volte belle, delle volte deludenti. Fa parte del gioco.
    Ne abbiamo avute e regalate e il bello è in questo dare-avere di carte colorate che frusciano per casa e danno colore.

    Qualcuna ce la siamo dipinta perché è bello bollirle nel vino e riempire la casa di odori. Come quando bambina, in montagna, coloravo gusci a forza di violaciocche scippate ai prati, un bottino portato via nelle tasche dei giacconi ancora pesanti, mentre mamma rideva a vedermi con le mani sporche d’erba e le unghie di terra. Questo un po’ lo ricordo e un po’ lo indovino, come forse domani faranno i miei figli, a pensarmi di ritorno dalla bottega, un pacco di uova da sei spiaccicato in terra scendendo dall’auto. Loro due che ridono cauti, un po’ increduli di non avere nessun colpa.

    neve in monferratoneve in monferratoneve in monferratonel bosconel bosconel boscomarzo 2016, cavalloTra le sorprese di marzo, una bella nevicata, qualche giro a cavallo, passeggiate nei boschi e i pruni fioriti in cortile, che son sempre quelli ma ogni anno la primavera sembra una cosa nuova. Forse per quello si chiama così: prima, vera. Come se ogni volta fosse quella buona dopo millenni di prove.
    E abbiamo avuto un orto appena cominciato a patate e cipolle dopo la fresatura, la terra pronta dopo il gelo; è facile capire la terra che invita il seme, dopo tutta una stagione di solitudine.
    Forse ci vuole insegnare che ogni cosa viene a suo tempo, come ogni uovo si schiude quando la vita è pronta.

     

    Tutto è già qui
    nell’ombra delle cose
    l’amore che verrà
    le partenze e poi le attese
    tutto è già qui
    anche se non si vede

    tutto è già qui e non si lascia dire

    Ci sono state sorprese meno belle. L’ultima è stata bruttina proprio, quando sul giornale c’era l’addio a GianMaria Testa. Partito presto, troppo presto. Adesso che servivano più di sempre le sue parole che vengono su da basso, rigogliose e fertili per quelle radici fonde. E oneste. Un’anima bella venuta dalla terra di mio padre, andato via con il male di mia madre.
    Restano le sue canzoni, il dolce del cioccolato che rimane in bocca a coprire l’amaro.

     

    Ma se tutto è già qui, anche quando non si vede, mi viene da pensare che:
    tutto è ancora qui, anche quando non lo vediamo più.
    Ed è un pensiero somigliante al dolce che manda via l’amaro.

    <“>
     pasqua 2016
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