Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

  • Farei una collana delle tue prime volte (Istanti rubati a #settembre2018)

    On: 29 ottobre 2018
    In: istanti rubati, la mia vita e io, lettera, quasi poesia
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    pom granin, monferratoFarei una collana delle tue prime volte.
    La prima volta che sei nato (potrebbero essercene tante)
    la prima volta che hai volato
    tra le mie braccia con le braccia larghe pensandoti un aliante.

    Quando hai detto la prima volta piumone
    lì per lì non sembrava importante
    è successo lo stesso con frutta pompelmo e stagione
    pareva poco, ma adesso
    vorrei risentirle tutte quante.

    C’è stato il primo giorno a scuola
    ti ho lasciato in classe con la schiena dritta e occhi larghi
    come un prato
    avrei avuto voglia di tornare indietro e stringerti
    e non farti uscire dal mio abbraccio per un tempo smisurato.

    C’è stata la prima volta
    che hai viaggiato, guardando la notte al finestrino:
    ombre si muovevano lontano,
    io forse ti tenevo la mano
    forse guardavo avanti, sentendoti vicino.

    La prima volta che sei salito a cavallo
    pure piccolo e maldestro sopra quella schiena enorme
    sembravi così fiero;
    ho capito dal modo in cui tuo padre ti guardava
    che quella è stata la prima volta
    che si è sentito intero.

    Farei una collana delle tue prime volte
    la terrei sempre al collo per non perderne nessuna
    so che sarebbe il solo gioiello
    capace davvero di portarmi fortuna.

    Tra le tue prime volte una è speciale
    – il giorno che hai visto il cielo.
    C’era inverno e pioggia
    fuori dall’ospedale,
    e un freddo severo:
    quella è stata la prima volta
    che dentro i tuoi occhi
    il cielo l’ho visto
    anche io per davvero.

    pom granin, monferratopom granin, monferrato
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  • Vita da setacciare con le mani (Istanti rubati a #giugno2018)

    On: 16 luglio 2018
    In: istanti rubati, la mia vita e io, lettera
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    monferrato, giugno 18Chissà cosa vi ricorderete di questi giorni verdi, di questo caldo che nemmeno vi dà noia, impegnati come siete a fare, a sfrucugliare la vita smuovendola con le mani – dentro la terra, dentro le nuvole – a cercare il segreto della formica, il nascondiglio del ragno, a distinguere il canto della civetta, indovinare il volo della rondine che ha fatto il nido sotto il portico.
    Chissà cosa resta delle rane cercate in una spanna d’acqua, stivali di gomma e mutande, di sangue dal naso e finestre tra i denti, e delle corse nei campi e tra l’erba alta, mentre il trattore mette in fila rotoballe, panettoni gialli al confine del mondo; della fantasia feconda da cui estraete, senza pensare, buffi animali acchiappacoriandoli, navi corsare all’arrembaggio, strambi proclami e teorie sull’amore.
    Chissà se ricorderete domani questa libertà, questa tintinnante moneta che non sapete di spendere a manciate, come stelle filanti a un carnevale. E se saprete capire la fortuna di poterne disporre, in questi tempi difficili e gretti, popolati d’ombre grottesche da cui cerco di non farvi assediare, ma che non voglio nascondervi: ve le racconto perché domani possiate guardarvene e riconoscere che un’alternativa al male c’è e va cercata sempre, con la stessa pertinacia con cui adesso scovate le lucertole tra le fessure dei muretti, con la spavalderia con cui salvate minilepri dagli agguati del cane.

    L’infanzia è un tempo che dura sempre e termina solo in apparenza: la misura esatta è l’infinito, come scrive Chandra Livia Candiani in uno dei suoi versi.
    E voi chissà cosa vi ricorderete di questi giorni chiari, delle mani di padre che vi sostengono, delle mani di madre che raccolgono briciole, semi di questo tempo. Potrete metterli in fila e seguirli per tornare, se vorrete, a questi giorni sbucciati di sole. Pieni di vita da setacciare come terra, con le mani.

    monferrato, giugno 18monferrato, giugno 18monferrato, giugno 18monferrato, giugno 18monferrato, giugno 18
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  • 25 aprile

    On: 3 maggio 2018
    In: la mia vita e io, lettera
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    oceano

    La mia mamma è mancata a fine febbraio di tredici anni fa. Dopo quel giorno ci sono stati giorni faticosi, come è facile immaginare. Giorni in cui la primavera tardava ad arrivare, diciamo così.
    Ricordo però il momento in cui un pezzo di me è uscito dal letargo: era il 25 aprile, con mio padre e mia sorella eravamo a una manifestazione a Torino. Abbiamo cantato le canzoni della Resistenza, pure stonati come siamo, c’era caldo, finalmente, ho tolto la felpa e ho lasciato che il sole tornasse a toccarmi la pelle.
    Ho pensato che il 25 aprile è la festa della Liberazione, ma soprattutto è la festa di chi, per un periodo più o meno lungo della propria vita, abbia dovuto tener duro.
    Quel mattino con me c’era mio padre, c’era mia sorella: stavamo là in mezzo a un sacco di altra gente commossa, avevamo voglia di cantare e persino di ridere. Eravamo sopravvissuti a mesi e mesi di fatica e stavamo dicendo, a modo nostro, senza parole, che è questo che avremmo continuato a fare: tener duro.
    Da allora, per me, questo giorno è ancor più un invito a resistere. Anche dopo un lungo letargo della ragione e del cuore può tornare il sole, e la voglia di cantare, e persino di ridere.

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  • Una cosa bellissima e misteriosa (Istanti rubati a #marzo2018)

    On: 31 marzo 2018
    In: istanti rubati, la mia vita e io, lettera
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    chamoisIeri siamo tornati dalla montagna. Il mattino è cominciato con una nebbia che si smangiava l’orizzonte e dopo è venuta la neve – una neve ghiaccia e dritta ma fitta, potente. Abbiamo fatto una lunga camminata per trovare un amico che aveva a pranzo altri amici e ci siamo seduti nella cucina calda: brillava il fuoco dentro la stufa, il tavolo di legno senza tovaglia era apparecchiato con tre salamini, una bottiglia di vino rosso e piatti bianchi, e l’acqua per la pasta aveva appena preso a bollire.
    Poi ancora nella neve, bianca da fare male agli occhi, non so se vi è mai successo di stare in tanto bianco che ubriaca, che fa girar la testa. Ai bambini non girava niente e si buttavano per i pendii con le palette, giù e su, ci facevano male i polpacci solo a guardarli scendere e salire, le guance rossissime e i berretti messi storti per le capriole.
    Tornando a casa, a sera, pioveva. Tutto diventa un po’ più mogio e certamente più insipido quando smette la neve e comincia la pioggia, chissà perché. Riflettevo su questo mentre in macchina sentivamo la radio, poi Eliandro ha detto: Sapete a volte cosa mi succede?
    Che cosa.
    Che penso a una cosa bellissima, così bellissima, che mi viene da piangere. Ma piangere davvero, eh, con le lacrime vere.
    Non ha voluto dirmi quale fosse la cosa bellissima. Non la dico mai a nessuno, ha risposto alla mia insistenza.
    Ho pensato due cose: la prima che è proprio figlio mio, l’altra che adesso chissà quanto vado avanti a chiedermi quale fosse la sua cosa bellissima.

    pom granin, monferratovalle d'aostavalle d'aostavalle d'aosta
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  • Amore di padre

    On: 19 marzo 2018
    In: lettera
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    mare

    L’amore di padre è un abbraccio travestito da solletico.

    È una bicicletta smontata nel bagagliaio della macchina, per portarla in ferie.
    Amore di padre è un viaggio di chilometri nel caldo d’agosto, con l’auto stracarica. E poi tornare solo, poche ore dopo – l’auto vuota, la musica alta e il finestrino giù.
    Amore di padre sono le macchinine fatte correre, le pile per far funzionare i giochi, i palloni gonfiati a fiato, i cerotti sulle sbucciature, i graffi da disinfettare. Tutti i giocattoli da aggiustare, le sorpresine kinder da montare, castelli di sabbia da costruire, le partite a dama, l’altalena da spingere, la bicicletta senza rotelle. Le gite della domenica con la radiolina per ascoltare le partite.
    Amore di padre è chiamare i bambini quando sono al mare e rimproverarli per la tristezza della sera -non fare così che ci vediamo presto. Poi chiudere la telefonata con il cuore un po’ più stretto.

    Amore di padre sono le occhiate che non hanno bisogno di parole, i dispetti fatti per tenersi i figli addosso.
    Una madre stringe, un padre stropiccia. E in quello stropicciare ci sono le carezze e le parole che si sanno senza dirle.

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  • Di come nevicare somigli a una musica (Istanti rubati a #febbraio2018)

    On: 12 marzo 2018
    In: istanti rubati, la mia vita e io, lettera
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    neve in monferratoDicevano delle grandi nevicate che allora venivano; di tante altre cose e burle che adesso non accadono più perché la gente ha troppi svaghi e poca fantasia.
    Mario Rigoni Stern

    Uscir di casa quando nevica è una specie di istinto, come poi alzar la faccia per farmi sciogliere fiocchi sulle guance, sulle palpebre. Camminare in quella alta, meglio se si affonda, vedere come si trasformano le cose intorno, come diventano irreali.
    Perdono la forma che avevano gli alberi, case, staccionate, pietre; tutto sembra livellarsi, smussarsi, farsi piccolo e nascondersi nel bianco. Non lo vedi, ma pure c’è.

    Viene la nonna, dico ai bambini quando fuori volteggiano piccole ali bianche.
    Per come mia madre l’amava, quando viene la neve io dico che è il suo modo di salutarci.

    Abbiamo fatto una bella camminata tutti e tre insieme, un giorno che oltre a fioccare c’era un vento che faceva chiudere gli occhi tanto da non veder la strada. Tra le ciglia semichiuse tutto quel chiarore di terra e di cielo diventava indistinto.
    Per un piccolo tratto siamo andati avanti a fatica, io un po’ timorosa che loro si pigliassero troppo freddo per i vestiti poco adatti – abbiam visto bianco e ci siamo buttati fuori, senza pensare a metter qualcosa d’impermeabile. Ma loro avanti, con i berretti fin sulle sopracciglia fioccose e le mani inguantate ben piantate in tasca. Ce le facciamo eccome, mi dicevano, caparbi come certi eroi che trovano nei libri e in televisione.

    È durata poco la bufera, e quando si è calmata un po’ i bambini hanno guardato in su e uno ha detto ridendo, La nonna ha capito che facevamo fatica, e ha abbassato un po’ il volume, facendo un segno con l’indice e il pollice tenuti vicini, per indicare un po’.
    Ho riso anche io, pensando alla forma di quello che non si vede, travestito di bianco, o di niente. Non si vede e non per questo smette di esserci. C’è eccome, e c’è più forte, per farsi sentire, alza o abbassa il volume per spingerci avanti o lasciarci rifiatare.

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  • Grazie maestra Lina

    On: 15 gennaio 2018
    In: la mia vita e io, lettera
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    cefalù
    Il primo giorno di scuola abbiamo disegnato noi stessi e, per chi sapeva già farlo, scritto il nostro nome lì sopra, sulla prima pagina del quaderno. La mano tremava un po’.
    In terza elementare la maestra ha detto a mia mamma È brava Fioly nei temi, usa già gli incisi.
    In quarta elementare mi ha detto che le divisioni non erano proprio il mio forte. Era vero. Ricordo una classe vuota e io ancora inchiodata al banco, e la prova del nove che non tornava mai – la prova del nove è una croce, e non solo graficamente parlando.
    Aveva ragione, non erano proprio il mio forte le divisioni. Mi ha anche detto però che potevo imparare, solo stare tranquilla, solo non perdere speranza e pazienza quando la classe si svuota e io ancora al banco. Se vuoi ci riesci, stai sicura, mi ha detto.
    Un giorno di terza elementare mi ha chiamata alla cattedra, mi ha fatta sedere un momento vicino a lei, davanti alla finestra. C’era una luce forte, ricordo. La mamma le aveva appena detto che aspettava un bambino. Non so più cosa mi abbia spiegato esattamente quel giorno, sul fatto di avere un fratellino o una sorellina, sulla ricchezza che questo avrebbe regalato alla mia vita. Ma so che me ne sono tornata al posto confortata -era una notizia bella, certo, ma un po’ metteva i brividi, vista da lì- confortata e persino orgogliosa perché stavo per diventare Sorella Maggiore.
    Una dozzina di anni fa la ho incontrata per strada in paese, la mia maestra delle elementari. Mi ha chiesto di mamma che era in ospedale. Non stava proprio per niente bene, mamma, a quel punto. Mi sono venute in mente, chissà perché, decine di immagini – il primo giorno di scuola, la volta che mia madre mi ha detto brava, sono belli i tuoi temi, lo dice anche la maestra, la volta che è venuta in classe per dire che sarebbe arrivato un fratellino – che poi è stata una sorellina. Ho rivisto tutto e non ho potuto evitare di scoppiare in lacrime.
    La maestra mi ha abbracciata e ha detto Non devi piangere, devi essere forte. Se vuoi ce la fai.
    Era molto più difficile che stare in una classe vuota con la prova del nove che non torna. Infinitamente, più difficile. Ma era l’unica cosa da fare.
    Ho capito che una persona ti ha lasciato molto se ti ha lasciato un insegnamento piccolo che si può replicare in grande.
     
    Ora che se ne è andata anche lei, penso all’unica cosa che si possa fare, in questo riadattamento infinito ai vuoti e ai pieni della nostra esistenza: ripeterci che possiamo farcela.
    Se lo scrivessi sul quaderno adesso, la mano tremerebbe un po’: Ciao maestra Lina, e grazie.
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  • Ai tuoi sei

    On: 27 dicembre 2017
    In: la mia vita e io, lettera
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    6 anniAlla tua spensieratezza, alla tua caparbietà, all’ironia spiazzante, alla testardaggine irremovibile. Al tuo dormire con la mano sotto la guancia, al tuo modo di muovere le braccia mentre corri, per prendere velocità, come un piccolo treno.
    Al modo che hai di ridere, come ti facessero il solletico, e a quello di piangere, come se tutto fosse irrimediabilmente ingiusto.
    Al coraggio un po’ spavaldo, alla paraculaggine, al tuo provare mille volte ogni cosa, per farla riuscire. Al tuo cuore grande, grande.


    A te che ti amo non da quando sei nato: ti amo dalla prima volta che ti ho pensato. E proprio non avrei saputo immaginarti meglio di così.
    Buon compleanno amore.

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  • Ai tuoi sette

    On: 16 novembre 2017
    In: la mia vita e io, lettera
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    io e teAi tuoi sette anni, amore bello.
    Alla tua dolcezza, ai guizzi d’ingegno, alla svagatezza, alle fossette sulle guance, alle finestre tra i denti. Ai tracciati segreti della tua fantasia, alle risate che a volte irrompono tra le lacrime, alle mosse buffe, alle tue gambe veloci. Alle tue lettere sghembe e alle letture della sera.
    Al tuo essere qui essendo altrove, ogni tanto, in cui mi riconosco, al coraggio che ci metti, alle paure che fanno crescere e desiderare di non crescere, ai supereroi, al fiato nella corsa e all’energia nei salti, al nostro bisogno di abbracci.
    Alla tua struggente tenerezza.
    A te, che un pomeriggio estenuante di sette anni fa, mi hai fatta nascere mamma.

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  • E tutto quell’azzurro

    On: 23 agosto 2017
    In: lettera
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    montagneNei giorni che ho trascorso in Trentino, nel paese di mia madre, è successa la stessa cosa di ogni anno: almeno una persona ogni sette che incontro mi dice Come somigli alla tua mamma.
    Hanno ragione. Lo vedo nelle foto che mi fanno, in certe espressioni, in un certo modo di corrucciare le sopracciglia, o di guardare altrove. Mi fa un po’ effetto questa cosa, come se il tempo, a ogni suo giro di vite, allo stesso modo ci allontanasse e ci avvicinasse un po’.

    Poi, spesso, ci mettiamo a parlare di lei. Le persone che la conoscevano mi ricordano aneddoti, momenti che hanno fermato nella memoria. La scorsa settimana una sua cugina, Alda, mi ha raccontato dell’ultima volta che si sono viste.
    Era fine estate, hanno fatto una lunga passeggiata, prima nel bosco fitto e poi hanno attraversato i prati e si sono sedute sopra un’altura, un declivio ai piedi delle Piccole Dolomiti che ti stanno in piedi di fronte, così vicine che per vedere la cima devi piegare il collo, e difendere gli occhi dal sole. C’è tutto quel verde, e poi tutto quell’azzurro. Me le vedo, a parlare come due amiche da una vita che si vedono meno di quanto vorrebbero – vivono in città lontane. Vengono fuori quelle chiacchiere che hanno dentro un po’ tutto. I ricordi d’infanzia, la cronaca degli ultimi mesi, i progetti.

    Pensa che bello sarebbe fare qui una beauty farm, ha detto Alda a mia mamma, quell’ultima estate. Sai, uno di quei centri benessere, uno di quei posti dove vai per rimetterti in sesto.
    Non so perché si ricordasse proprio quel momento di tredici anni fa, mese più mese meno. Ma so che mentre me lo raccontava piangeva. Forse per quello che poi non è stato. Non si è fatto nessun centro benessere lì -e questo secondo me è anche un bene- ma anche fosse stato, mamma non lo avrebbe visto. Forse Alda pensava a questo. O forse pensava a come lei ha sorriso, a quell’idea. Perché certamente mia madre deve aver sorriso. Magari ha detto Sarebbe bello. Magari ha cominciato a immaginare come sarebbe stato.

    Così come adesso io penso a come sarebbe stato se ora fosse qui per compiere gli anni. Qui per prenotare un week end in un centro benessere o per starsene seduta su quel prato, la testa piegata di lato e la mano sugli occhi a guardare all’insù. Tutto quell’azzurro.
    Qui per vedere come le somiglio. Quando guardo altrove, pensando a qualche cosa che potrebbe essere.

    Auguri, ma’.

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