Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

  • Ai miei figli, sul viaggio in Marocco (Istanti rubati a #marzo2019

    On: 2 Aprile 2019
    In: istanti rubati, lettera, Senza categoria
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    Grazie per la pazienza nelle ore trascorse in macchina durante gli spostamenti. Facendo giochi stupidi, chiacchierando o canticchiando, dormendo o guardando fuori dal finestrino. Grazie perché avete accettato quasi sempre di buon grado il momento dei compiti – anche se quella volta sulla strada per Mhamid avete cercato di regalare tutte le vostre biro ai bambini che ve le chiedevano (e lo so che siete generosi ma no, non era solo generosità, quella).
    Grazie per i capricci e i NO che mi hanno rassicurata sul fatto che non vi avessero sostituiti nel sonno, grazie perché in molte occasioni avete dimostrato di sapervela cavare anche da soli. Ma non in tutte le occasioni, cosicché io possa continuare a sentirmi utile.
    Grazie perché quando faceva freddo abbiamo dormito abbracciati, per le partite a briscola la sera, per le cose che ci fanno ridere, perché le cose viste coi vostri occhi non sono le stesse; un po’ come se la mancanza di pregiudizi e condizionamenti restituisse allo sguardo le giuste proporzioni.

    Grazie perché il vostro coraggio mi spaventa e mi inorgoglisce e la vostra paura mi commuove. Il giorno della tempesta di sabbia, ad esempio. Gli occhi non potevi tenerli aperti e c’era sabbia ovunque -un muro all’orizzonte, e tra i denti, e negli spazi tra le parole- e voi a correre e correre con il vento che vi tirava da tutte le parti; era uno spasso guardarvi, sul crinale preciso lì dove la cima si disfa e sfarina e voi in equilibrio e di corsa, spintonati da raffiche d’aria, in piedi a fatica, un attimo dopo carponi, ancora in piedi, felici.
    Tornate indietro lo abbiamo gridato solo quando eravate due macchie di colore grosse quanto un’unghia, ma la voce non arrivava a quella distanza e io ho pensato E adesso?, ecco adesso arriva la tempesta più forte mai vista, li lancia giù dalla duna, e arriva un dromedario, no un branco di dromedari, un tuareg, due tuareg, un esercito di predoni. Poi ci avete sentito, miracolosamente, o forse, più probabilmente, voltandovi e non vedendoci più avete avuto il buon cuore di tornate indietro, senza fretta, indugiando qui e là, fermandovi ogni tanto per sistemare i turbanti che avete imparato ad acconciarvi in testa come veri uomini del deserto. E io pensavo al vostro coraggio, con spavento e meraviglia, e con spavento e poco altro ho pensato al coraggio che dovrò metterci io, per guardarvi correre lontani, anche quando c’è vento forte, anche quando la sabbia leva visuale e fa stringere gli occhi.

    Grazie allora per la forza che mi costringerete ad avere, per mettermi qui, una mano a visiera sugli occhi, qui ferma e zitta a guardarvi cercare l’equilibrio, faticando, a tratti annaspando, spero ridendo, sfidando il vento.

    Diario sparso di viaggio

    2 marzo
    Diario di viaggioIn due giorni abbiamo macinato moltissimi chilometri e ci siamo persi, oh se ci siamo persi, perché la geolocalizzazione funziona poco e a singhiozzo. Però, ogni volta che non sapevamo da che parte girare si materializzava qualcuno a darci una mano. Con un sorriso e tempo da dedicare. E stasera siamo in un posto che commuove. Per trovarlo abbiamo dovuto attraversare un piccolo fiume lucente su un ponticello di legno e poi su per sentieri minuscoli dove di notte serve la torcia.
    La meraviglia di perdersi.

    4 marzo
    Mi succede, quando viaggio, di rendermi conto di non avere parole per dire. Non è bello, non rende nemmeno wonderful come continuo a ripetere ai nostri ospiti, nel mio inglese da mezzo dhiram. È altro. E nemmeno le foto rendono. Le foto appiattiscono, tradiscono, ingannano luce e profondità.
    Così non potrò dire cosa sia arrivare qui dopo chilometri di palme e terra rossa, qui all’avamposto del nulla, dove i bambini giocano nella sabbia e la strada di insabbia e finisce. C’era un cartello qui, con in giorni di viaggio a Timbuctu (52, mi pare). Lo hanno tolto ma lo posso immaginare. Non c’è solo quello che si vede né quello che si può raccontare. C’è quello che continuerà a vivere dietro gli occhi chiusi, alla maniera multiforme e mutevole delle dune del Sahara che si vedono in lontananza dalla nostra terrazza.

    5 marzo
    In auto (altri chilometri, molti), parlando dei miraggi nel deserto, di come succedono, di come ingannano.
    Mamma, e se la vita fosse un miraggio?
    Prima del tramonto siamo arrivati a Marzouga. Anche qui turbanti e strade polverose. Uomini con il turbante blu e altri con la giacca nera di pelle da motociclista e la faccia di chi ne ha viste, e quante. Asini che tirano carretti e fuoristrada. Terrazze affacciate su tramonti piatti come frittate e rossicci come tuorlo. Un vento caldo, caldo, che alza la sabbia e fa strizzare gli occhi e svolazzare i foulard e le gonne ampie delle donne.
    Non so se la vita sia un miraggio ma chi l’ha pensata ha una gran bella fantasia.

    7 marzo
    Da un po’ di tempo, quando viaggiamo, i bambini tengono un piccolo diario di bordo. Ieri stavano scrivendo a Merzouga, in un bar, in attesa di partire con i dromedari per il deserto. Nel frattempo si è alzata una tempesta di sabbia incredibile, roba da non poter camminare a occhi aperti. Guardavamo la strada, un po’ preoccupati, le palme piegarsi e l’orizzonte cancellato dalla polvere.
    Mamma, ho finito, mi ha detto Eliandro passandomi il quaderno. Ho letto. Ma qui hai scritto che la notte in deserto l’abbiamo già fatta. Eh, ha detto lui, è quello che faremo.
    Ma se per il troppo vento non possiamo partire? gli ho chiesto. Ha alzato le spalle. Al massimo tiro sopra una riga.
    C’è stato il trekking e la notte nel deserto con un cielo così stellato che nemmeno lo so ricordare e il falò e i tamburi fino a tardi. E io ho capito che se vuoi sperare in qualcosa sul serio devi crederci come fosse già successo. (Alla peggio, se proprio non funziona, ci tiri sopra una riga).

    8 marzo
    Ci siamo fermati a mangiare in un posto sperduto tra i monti. Per la prima volta da quando siamo qui veniva da piovere e tirava un vento freddo. Ci siamo seduti dentro e c’era odore di tajine e una musica bella e un cinguettio proveniente da due gabbie sopra un camino. I bambini hanno mostrato di apprezzare restando incantati a guardare (e poi cercando di scalare il camino).
    E niente, alla fine è stato come pranzare dentro una voliera.

    12 marzo
    “Se hai tutto sotto controllo significa che stai andando troppo piano”, c’era scritto su un muro di Ouarzazate.
    Ma il detto non si addice a questa terra, credo, né a questo viaggio. Qui si procede con lentezza, su strade accidentate e dalle indicazioni incerte, eppure nulla è sotto controllo. O meglio, tutto è sotto il controllo della sorte, degli incontri lasciati al caso, di volti sconosciuti che sbucano da un finestrino e ti guidano là dove cerchi di arrivare. O forse in un posto che non sapevi di dover raggiungere.
    Se, come credo, ogni viaggio insegna una maniera di andare questo mi ha insegnato a non aspettarmi nulla, ma a guardare le cose arrivare. Un campo da calcio ritagliato in una pietraia, un lago azzurro nella terra riarsa, un mulinello di sabbia, una piazza ariosa tra i vicoli bui di una medina. Tu vai, e vai, e a un certo punto -pum!- qualcosa che non ti aspetti.
    In ogni viaggio ci sono spazi vuoti, interstiziali, che la memoria levigherà per poter attribuire all’insieme dei giorni un significato compiuto. Qualche volta, alla sera, la stanchezza impedisce la serenità, fa una diga piccola di tristezza, un senso di vuoto che la lontananza dalle abitudini spalanca. Quella diga evapora al mattino e presto non sarà che un rivolo sottile, più somigliante alla nostalgia.
    Non so se ci siamo mossi alla giusta velocità, ma di certo quel che è passato al finestrino scorrerà ancora e e ancora, a lungo, nella memoria. Aliimenterà serate stanche di malinconia e, all’alba del giorno, si farà nuova voglia di andare. Di nuovo affidandoci all’istinto e al Santo Protettore dei Viaggiatori, che ha mezzi lenti ma occhi molto, molto più lungimiranti dei nostri.

    [Qui si gioca dicendo messiè]

    A Fez siamo rimasti tre giorni. Come punto di incontro con mia sorella e altri amici conosciuti durante il viaggio, abbiamo adottato un bar poco fuori da una delle 14 porte della Medina. Noi ci sedevamo ai tavoli fuori, mentre Eliandro e Lemuele, fin dalla prima visita al locale, si sono addentrati nei meandri sotterranei e hanno scovato un biliardo dove i ragazzi marocchini passavano le ore. Senza conoscere una parola di francese (nè di arabo) sono riusciti a convincere gli altri giocatori a farli partecipare, e il miracolo si ripeteva ogni volta che si andava in quel locale. (Sono anche riusciti a far precipitare nel buio la stanza, con una steccata decisa sul neon che sovrasta il tavolo da gioco, ma tant’è).
    Dopo il biliardo, si mettevano a giocare con i bambini del posto. Caman!, li sentivo urlare. Uno di questi bambini girava tra i tavoli chiedendo l’elemosina: toccava la spalla degli avventori, chiamava “Monsieur”. A un certo punto abbiamo notato che anche Eliandro e Lemuele si aggiravano nel dehors toccandosi la spalla, tra loro e poi quella del bambino, urlando a ogni tocco: Messiè!
    A che state giocando?, gli abbiamo chiesto.
    Loro ci hanno guardati come se spiegassero a due analfabeti funzionali: Stiamo giocando a Ce l’hai. Qui si gioca dicendo Messiè.

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  • Continuando ad andare (Istanti rubati a #febbraio2019)

    On: 14 Marzo 2019
    In: istanti rubati, Senza categoria
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    trekking notturno

    Qualche sera fa ho partecipato a una camminata notturna, attraverso i boschi del Monferrato. L’aria era quasi tiepida e il cielo pieno di stelle, con una luna meno di metà, ma luminosa. Con un’amica parlavamo fitto, mentre la gente intorno a noi muoveva le torce sul sentiero e in tutte le direzioni. Parlavamo di persone che fanno parte della nostra vita, e di persone che ne hanno fatto parte, e dunque adesso ancora, ma in modo diverso. Mentre il sentiero si snodava tra gli alberi, salendo o scendendo, e si addentrava in radure e ampi prati e poi ancora dentro boschi ripidi, vedevo le torce muoversi sul terreno e accenderne piccole porzioni intermittenti intorno a noi. 
    E allora mi è sembrato chiaro che così succede con le persone che ci stanno intorno, con le persone che amiamo: muovendoci sulla stessa strada gli facciamo luce, e gli facciamo ombra. E lo stesso loro fanno con noi, in un percorso verso qualcosa che non conosciamo, intrecciando passi e traiettorie, ma, soprattutto, continuando ad andare.

    febbraio 2019
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  • Per svegliare la primavera

    On: 28 Febbraio 2019
    In: lettera
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    Mia madre mi raccontava sempre di una cosa che facevano in paese quando era bambina.
    Una certa sera, alla fine dell’inverno, bambini e ragazzi si armavano di pentole e mestoli e campanacci e si riversavano per le strade battendo i coperchi e urlando e cantando e chiamando a gran voce per svegliare la primavera.
    Io me li vedevo. Una piccola processione nella notte, tutt’altro che silenziosa, un gruppo sparuto di bestiole allegre, il buio sopra sotto e intorno, la terra ancora dura ma già disposta a schiudersi, gli scherzi dei ragazzi, i brividi di eccitazione e freddo dentro i giacconi e magai la luna, magari un cielo ingombro di stelle altissime sopra le cime delle montagne e giusto più in là, acquattata nella penombra, la bella stagione a promettere giorni luminosi e caldi come melograni sotto il sole.
    Non è molto che ho scoperto che questo rito si ripeteva ogni 28 febbraio, ovvero il giorno che te ne sei andata, mamma, 14 anni fa. Da allora è più facile immaginarti. Immaginarti partire una notte che ricordo nerissima e fredda sulle scale bianche dell’ospedale, mentre cadeva una neve leggera e fuori stagione, ma al mattino, potrei giurarci, al mattino arrivare alle nostre montagne fiorite di crochi e minuscole foglie nuove.
    Buona primavera a te, mamma, e qualche volta, se puoi, batti un colpo di pentola e scuoti un campanaccio, che io ti senta da qui.

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  • E io evidentemente no (Istanti rubati a #gennaio2019)

    On: 27 Febbraio 2019
    In: la mia vita e io
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    I miei figli crescono. Si rattristano, pensando che non potranno mai avere un drago (“davvero, mamma, preferirei non averli mai visti in tv, se poi non potrò mai cavalcarne uno”). Mi dicono che vogliono la verità, su chi porti i regali a Natale, tutti in classe giurano che sono i genitori. Ottenuta la verità, si consolano pensando che saranno pure i genitori a portare i doni, ma ciò non esclude che Babbo Natale esista; ci sono stati parecchi avvistamenti, a quanto pare, e pure la loro madre, a ben vedere, ci crede ancora. Mi sorprendono con un abbraccio e un bacio quando, dopo un’attenta riflessione, esclamano: ma allora avete speso un sacco di soldi, tu e papà, tutti questi natali!
    I miei figli crescono. Un piede gli è rimasto infilato bene nel mondo della fantasia, ma lo vedo che con le braccia tese cercano cose nuove, cose che non hanno a che fare con la realtà inventata insieme, sognata di giorno a occhi spalancati, rintracciata sui libri, nelle parole che ho letto e detto mille volte per farli addormentare.
    Ce ne andiamo ancora in giro per boschi a cercar folletti, le tracce delle volpi, i segni incomprensibili che gli gnomi lasciano sul sentiero a mo’ di avvertimento ai camminatori incauti. Tastiamo coi bastoni le lastre di laghetti ghiacciati, sapendo che sotto, nascosti alla vista, danzano bellissimi mostri acquatici. Accendiamo candele per ringraziamento, scrutiamo intorno alla fiamma per indovinare le mosse piccolissime di ciò che non si vede.
    Però mi dicono che Hiccup lo incontrano solo nei sogni e non è la stessa cosa. Anche Gulo, il drago-migliore amico dei miei figli, c’è ancora ma non viene con noi ovunque andiamo. Ogni tanto se ne sta in disparte, un po’ offeso per non essere invocato più tanto spesso.
    Sento che fanno piccoli passi verso il mondo dei grandi, dove le cose accadono con una (presunta) logica, dove i buchi nei tronchi sono solo buchi nei tronchi e certi rumori notturni non sono altro che legno che scricchiola. Un mondo rassicurante nelle intenzioni, dove tutto ciò che si vede pretende di corrispondere a quello che è.
    So che così deve essere, ma non so se sono pronta. Finché mi ascolteranno, alimenterò le loro fantasie più ardite; dirò loro che i sogni della notte non sono meno importanti di quello che facciamo di giorno, che i desideri hanno una loro forza, e ali da allenare, e gambe da irrobustire, e fuochi da tenere accesi. E che cercare le tracce del passaggio di un drago nel cielo non toglie nulla al resto. Tutt’altro. Ripeterò loro tutte queste cose anche se forse un giorno gli diranno che sono strambi, come dicono a me, che sono naif. E spero che allora la prenderanno come la prendo io, con il sorriso, e per quello che è: un complimento bellissimo.
    E spero che ce lo lascino, quel piede nel mondo che abbiamo trovato insieme. Quel mondo che -a forza di sogni, viaggi, visioni e parole – mi hanno insegnato.
    Spero non mi lascino qui da sola, che coi messaggi cifrati degli gnomi se la cavano molto meglio di me.
    (I miei figli crescono e io, evidentemente, no).

    -Mamma, sai cosa ho pensato? Che forse i draghi ci sono, ci sono già. Stanno nell’aldilà del mondo.
    -Anche io penso sia così
    -Solo, come si fa a trovare l’aldilà del mondo?

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  • Ti spetta di diritto (Istanti rubati a #dicembre2018)

    On: 16 Gennaio 2019
    In: lettera
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    Se cerchi la foglia più accesa
    di rosso
    se al mattino canti
    sbraitando a più non posso
    la canzone che hai nella testa
    e nelle parole di quella canzone 
    trovi messaggi per te 
    – parole per saltare nella tempesta
    e per proteggerti dall’acquazzone.
    Se balli quando nessuno ti vede
    se abbracci gli alberi nel prato
    se agisci in buona fede
    se brindi a quello che sarà
    e non temi ciò che è stato.
    Se quando stringi forte gli occhi
    vedi le stelle
    e ti sembrano belle 
    come quelle del planetario
    se celebri ogni giorno
    del calendario,
    se strano per te è un complimento
    se ogni istante
    è buono per un nuovo
    innamoramento.
    Se sai trovare la magia 
    che ti aspetta dove nessuno la vede
    – nella luce del giorno che all’alba macchia il soffito
    in una preghiera a cui nessuno crede,
    se non dai retta a chi ti vuole prono e zitto
    allora quella magia ti spetta di diritto

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  • Caro Natale Babbo

    On: 31 Dicembre 2018
    In: lettera
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    myhome

    Caro Natale Babbo
    ti scrivo anche quest’anno
    a cavallo di un anno che sta per finire,
    ma per una volta non son qui a domandare:
    ci sono cose che vorrei restituire.

    Vorrei che la magia
    che mia madre mi ha insegnato
    la ritrovassero intera i miei figli
    e imparassero a farla durare
    come tempo supplementare.

    Vorrei che la pazienza di mio padre
    potesse diventar bottino
    e io usarla come prezioso seme
    per far fiorire il comune giardino.

    Vorrei dare a qualcuno la dolcezza
    di quell’infermiera
    che in un momento di bufera
    ha saputo fermarmi il pianto
    con una carezza.

    Vorrei che le valanghe di amore ricevuto
    rendessero fertile
    lo spazio e il tempo 
    avuti in sorte,
    come un terreno dopo che ha piovuto.

    Vorrei che la vita 
    mi insegnasse a non temere la morte:
    non so se sarà vita eterna 
    viaggio per Chissà-Dove
    o reincarnazione
    ma vorrei riuscire a vedere
    che non esiste separazione.

    Vorrei che i gesti di gentilezza 
    praticati a casaccio
    diventassero la regola
    in tutto ciò che faccio.

    Vorrei mettere a frutto il tempo
    perché è il dono più grande che ho avuto
    insieme a questo mondo ancora sconosciuto
    insieme a questo cuore,
    fragile insolente sprovveduto,
    – sempre in cerca di nuovo splendore.

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  • Alla preghiera di chi ama servono poche parole (Istanti rubati a #novembre2018)

    On: 20 Dicembre 2018
    In: istanti rubati, lettera, quasi poesia
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    autunno

    Ogni giorno vieni qui,
    apparecchiamo la tavola insieme.
    Il piatto e il bicchiere vicino,
    a sinistra la forchetta, il coltello a destra,
    un sorso di vino
    e luce alla finestra.

    Alla preghiera di chi ama
    servono poche parole
    vale più il silenzio
    vale il gesto che protegge dal sole
    dalla trascuratezza
    e dal ripensamento.

    Che sia pulita la tovaglia
    che sia pieno il bicchiere
    che ti resti la voglia
    di versarmi da bere.

    In fondo ci vuol poco
    perché sia sostanzioso il pasto,
    smuovere la brace, alimentare il fuoco,
    cincischiare un po’ per gioco,
    e il tuo cuore
    quando è vasto.

    E se un giorno -per sfortuna o cedimento-
    il pane sarà bruciato
    e si sarà fatto aspro il vino
    non sarà un giorno sprecato
    non sarà mancato il nutrimento
    se mi sarai rimasto seduto
    vicino.

    pom granin, monferrato
    pom granin, monferrato
    pom granin, monferrato
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  • Per chi resta e per chi va via (Istanti rubati a #ottobre2018)

    On: 29 Novembre 2018
    In: istanti rubati, lettera
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     1

      Come si sopravvive a certi dolori, mi ha chiesto poco tempo fa un’amica che aveva appena perso una persona cara.
    Ci ho pensato a lungo. A come ci si tolga le scarpe e si affondi fino alle ginocchia nel terreno sdrucciolo e ingannevole del dolore, nel pastrano della disperazione. Ho pensato a quello che ho fatto io. Ho rivisto la distesa sterminata del male tutta srotolata davanti ai miei occhi, tutta quella distanza che sapevo di dover coprire, a piedi e senza sconti. E per dove, mi chiedevo. Fino a dove.
    E dopo? e dopo?
    Sono state piccole le prime cose che ho visto in quella steppa arida persino di pianto – che benedizione il pianto, quando viene, che pioggia salvifica! Cose piccole, dicevo, che però hanno cominciato a darmi il senso delle distanze, le proporzioni del percorso.
    La prima è stata subito dopo la tua morte, mamma. Sembra impossibile. Camminavo per il corridoio dell’ospedale tastandomi le braccia e le gambe, sentendo che c’ero ancora: allora non sono morta, mi ripetevo, non sono morta. Incredula di esserci nonostante non ci fossi tu, incredula per esser sopravvissuta a te, e la parte razionale di me incredula per quel mio genuino stupore. È strano detto adesso. Eppure.

    La seconda cosa piccola ma dolce è stata la sera dopo il funerale. Nella tua cucina c’eravamo io papà mia sorella e le nostre cugine. Abbiamo ordinato la pizza. Incredibile pensare di ordinare la pizza e mangiarla insieme intorno al tavolo. Il solito tavolo, la luce della lampadina sopra le nostre teste, il gusto della pizza: tutto questo si era salvato. E qualcuno di noi ha detto qualcosa di buffo, una di quelle cose che farebbero piangere ma da un certo punto di vista fanno anche ridere -una risata liberatoria- e abbiamo riso. Abbiamo riso. E ci guardavamo intorno al tavolo mentre ridevamo, la pizza nei piatti e noi si rideva. Quello stare vicini, seduti vicini a un dolore così, eppure vicini tra noi. Non era un miracolo, quello?

    E poi la terza cosa, mesi dopo. Io papà e mia sorella alla manifestazione del 25 aprile a Torino. C’era musica, Bella Ciao, noi abbiamo camminato vicini, c’era un sole che cominciava a scaldare, bastava tenersi lontani dall’ombra, non serviva nemmeno la giacca e si stava bene, la pelle di nuovo scoperta dopo l’inverno e tutta quella gente che cantava che alla fine abbiamo cantato anche noi – pure così stonati, pure ancora così feriti e rattrappiti, i cuori una bomba a orologeria. Certo non era proprio festa ma di nuovo somigliava, non era proprio liberazione ma qualcosa di così vicino, anche per poco, così vicino.
    Ti guardi intorno e pensi c’è ancora strada da fare, ma laggiù, qualcosa. Laggiù c’è qualcosa. Perché la strada va fatta, se non oggi ti tocca domani, dopodomani, o tra un anno. Va fatta. Ma succede di incontrare segnali che dicono: guarda là. Guarda laggiù. E quello che puoi fare è aguzzare la vista e sapere che non è un miraggio.

    C’è stata un’altra cosa, subito dopo il funerale. Mentre gli amici mi si facevano intorno, qualcuno ha detto Ora comincia il conto alla rovescia. Cioè, è la mia voce che lo ha detto, ma io non lo stavo pensando, non ho nemmeno capito lì per lì cosa significasse. Ci ho pensato molto in questi ultimi tredici anni e penso di aver capito. Ho capito quello che vuol dire per me. Quello che credo ci sarà alla fine del conto alla rovescia. Ma questo vale per me: ognuno deve trovare la propria risposta.
    Sarà giusta o sbagliata? Poco importa se serve a fare un altro passo verso laggiù. Dove qualcosa si muove – dove qualcosa non solo resiste, ma anche consola, anche restituisce.
    Dove qualcosa darà un senso o un po’ di nuova leggerezza – e la forza per onorare la vita, ancora, ognuno per come può. Per chi resta e per chi va via.

    autunno

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  • Farei una collana delle tue prime volte (Istanti rubati a #settembre2018)

    On: 29 Ottobre 2018
    In: istanti rubati, la mia vita e io, lettera, quasi poesia
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    pom granin, monferratoFarei una collana delle tue prime volte.
    La prima volta che sei nato (potrebbero essercene tante)
    la prima volta che hai volato
    tra le mie braccia con le braccia larghe pensandoti un aliante.

    Quando hai detto la prima volta piumone
    lì per lì non sembrava importante
    è successo lo stesso con frutta pompelmo e stagione
    pareva poco, ma adesso
    vorrei risentirle tutte quante.

    C’è stato il primo giorno a scuola
    ti ho lasciato in classe con la schiena dritta e occhi larghi
    come un prato
    avrei avuto voglia di tornare indietro e stringerti
    e non farti uscire dal mio abbraccio per un tempo smisurato.

    C’è stata la prima volta
    che hai viaggiato, guardando la notte al finestrino:
    ombre si muovevano lontano,
    io forse ti tenevo la mano
    forse guardavo avanti, sentendoti vicino.

    La prima volta che sei salito a cavallo
    pure piccolo e maldestro sopra quella schiena enorme
    sembravi così fiero;
    ho capito dal modo in cui tuo padre ti guardava
    che quella è stata la prima volta
    che si è sentito intero.

    Farei una collana delle tue prime volte
    la terrei sempre al collo per non perderne nessuna
    so che sarebbe il solo gioiello
    capace davvero di portarmi fortuna.

    Tra le tue prime volte una è speciale
    – il giorno che hai visto il cielo.
    C’era inverno e pioggia
    fuori dall’ospedale,
    e un freddo severo:
    quella è stata la prima volta
    che dentro i tuoi occhi
    il cielo l’ho visto
    anche io per davvero.

    pom granin, monferratopom granin, monferrato

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  • Coperchi di luce (Istanti rubati ad #agosto2018)

    On: 24 Settembre 2018
    In: istanti rubati, la mia vita e io, quasi poesia
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    agosto in Trentino

    Ho capito che il più delle volte
    è il moto della gamba a governare il cuore.
    Andiamo dove la terra tiene,
    dove la pietra non frana,
    dove a piedi scalzi possiamo incontrare nell’acqua di torrente
    una limpida trafittura di vita.

    Ho capito che
    è l’adesso che non va tradito
    e adesso è il modo che abbiamo
    di saltar le buche
    travalicare fossi
    camminare cauti lungo rive sassose
    costeggiare spaventi o avventarci sopra
    come il gheppio sull’arvicola
    come il falco sulla lucertola.

    Ho imparato che sulla vetta
    delle montagne
    la notte arriva tardi
    e al crepuscolo è come stare
    dentro una pentola
    sotto un vasto coperchio di luce.

    Soprattutto ho imparato che se dopo aver sbagliato
    strada
    e speso a vuoto fatica sudore fiato
    non tenti nuovamente la cima,
    avrai sbagliato invano.

    (Foto in alto di Elio Orcelletto)

    agosto in Trentinoagosto in Trentino
    agosto in Trentino

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