Li vedi, certi vecchi, che ti guardano ma sono lontani. Ti guardano ma non ti mettono a fuoco, sorridono ad altro. Perché i sensi si ritirano. Lentamente, un po’ alla volta. Come un esercito che perda posizioni contro il nemico, ma piano. I sensi se ne vanno scivolando via e svelano altro. Qualcosa che non si può più raccontare, ma solo intravedere a mezzo sogno, dentro la luce che entra sguincia dalla serranda abbassata.
Allora non gli importa più, degli oggetti collezionati, dei beni inventariati; gli importa solo del tempo perso in facezie e di quello ben speso: in passioni. Il tempo cairologico delle occasioni agguantate. Degli amori ritrovati, degli amici mantenuti.
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Il mare gli risvegliava la percezione d’una vita anfibia, prenatale. Lo sentiva avvolgente come quel ricovero uterino, da cui s’era staccato tanto tempo fa, e dove avrebbe desiderato tornare. Morire, entrando nel mare. Così, forse, con la risacca, anche lui sarebbe riemerso da quell’inghiottitoio acqueo, sul bagnasciuga d’un’altra spiaggia, insieme ai sedimenti marini: i vetruzzi levigati, i pezzi di legno catramosi, i filamenti delle meduse. Fino a diventare una spora portatata dall’aria, che andrà a germogliare chissà dove, lontano



