Ha ragione. Che diamine faremo il prossimo inverno, senza più la pelle da salvare, senza più fascisti con cui avere a che fare? – e nel vacuo interrogativo correva un alto brivido.
Così si domandava il partigiano Johnny. La vita appesa a un filo e il sogno della libertà in tasca, si chiede cosa resti. Dopo.
Dopo la fuga, gli scontri, la lotta per la pelle su quelle colline langarole che sono una nave oscura dentro un mare senza punti di riferimento, una mappa del terrore, ogni angolo a nascondere un’insidia possibile. Dopo le privazioni e un inverno allo sbando, dopo la fame, i sogni a occhi aperti di una minestra e un bagno caldo. Dopo la guerra.
Si può sentire il vuoto, dopo la guerra?
Dopo la fuga, gli scontri, la lotta per la pelle su quelle colline langarole che sono una nave oscura dentro un mare senza punti di riferimento, una mappa del terrore, ogni angolo a nascondere un’insidia possibile. Dopo le privazioni e un inverno allo sbando, dopo la fame, i sogni a occhi aperti di una minestra e un bagno caldo. Dopo la guerra.
Si può sentire il vuoto, dopo la guerra?
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Il mare gli risvegliava la percezione d’una vita anfibia, prenatale. Lo sentiva avvolgente come quel ricovero uterino, da cui s’era staccato tanto tempo fa, e dove avrebbe desiderato tornare. Morire, entrando nel mare. Così, forse, con la risacca, anche lui sarebbe riemerso da quell’inghiottitoio acqueo, sul bagnasciuga d’un’altra spiaggia, insieme ai sedimenti marini: i vetruzzi levigati, i pezzi di legno catramosi, i filamenti delle meduse. Fino a diventare una spora portatata dall’aria, che andrà a germogliare chissà dove, lontano



