Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

  • Due miracoli insieme (istanti rubati ad #agosto2023)

    On: 11 Dicembre 2023
    In: istanti rubati
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    1 agosto
    Luce d’agosto.
    Tre parole per dire un mondo. E la superluna dello storione, stasera: l’aspetterò a occhi grandi per vederla comparire, quando il giorno si fa sottile e la notte lo fascia con la sua sottana.
    In bilico tra giorno e notte, i piedi nell’erba, i sogni accesi e proiettati sul lenzuolo sterminato del cielo.
    Due miracoli insieme: esser vivi e saperlo.

    10 agosto
    Che estate strana.
    Da qualche giorno in montagna c’è un freddo che ho raddoppiato le coperte sul letto e la sera, se esco, infilo una sull’altra buona parte delle cose che avevo in valigia. Ma, dicono, le temperature saliranno. Farà di nuovo caldo, dicono.
    Intanto l’arcobaleno dopo il temporale è doppio e affonda i piedi a valle, dove scorre il fiume – sarà lì la pentola piena d’oro? Tra i pesci guizzanti, le pietre lisce, tra le onde fredde e inafferrabili?
    Intanto mi hanno regalato un mazzetto di fiorellini che riempie la stanza di bosco. Ascolto Johhy Cash e leggo Truman Capote e l’arpa d’erba qui risuona più che mai, sui sentieri orlati di sassi, tra i rami del melo, nella preghiera che stilla dalla fontana, tutte le voci che mi hanno preceduta e mi accompagnano e mi accompagneranno – quest’arpa fatta di sussurri che sono tutti pieni di tenerezza e dicono parole d’amore e mistero e dicono La pentola piena d’oro è qui, l’oro è qui, non cercare tra i pesci del fiume, né su, lassù, dove la gobba indaco solletica il cielo.
    L’oro è dove i tuoi occhi si abbeverano, nell’odore di ciclamino, tra le foglie dove il cuore gioca a nascondersi, nel respiro lungo del mondo. È dentro questo vento leggero di voci che suona la sua arpa dei prodigi tra l’erba ancora verde di agosto.

    14 agosto
    Traversata Rifugio Lancia – Rifugio Papa sul sentiero 105.
    Un sentiero lunare, dove abbiamo incontrato più animali che persone. Per la precisione: nove camosci, quattro marmotte, tre rapaci, e poi corvi, farfalle, cavallette, pecore a frotte.
    La notte in rifugio insieme a miliardi di stelle: polenta, crauti, partite a pinnacola, un letto a castello e prima un tramonto lento, lento, un tuorlo arancione che cola tra le cime sovrastato da un veliero di nubi.
    Chilometri di montagna brulla che ha ascoltato i litigi e le le paci e le risate e un po’ di fatica e le confessioni (piccole cose di grande importanza).
    Le preghiere tibetane che ballano al vento sulle cime, sopra le croci.
    Le impronte che ci lasciamo dietro, le impronte delle nostre scarpe che adesso si somigliano così tanto da non saperle quasi distinguere.
    Il mio cuore spalancato di gratitudine per questo camminare, ancora e ancora e vorrei sempre, vicini.

    23 agosto
    Sei viandanti su pe’ i monti – oltre i duemilaeduecento con un caldo che non ci si crede per questa quota, un caldo che nella salita ti arroventa le spalle e ti frigge il cervello e pensi che non è proprio possibile, e sai che sei un privilegiato in questo momento, che non sei a boccheggiare in città. Ma che comunque così non va bene.
    Al rifugio, tempo per leggere Jhon Fante, per giocare a carte, esplorare i dintorni, coccolare tre agnellini nati da un giorno. Salire alla Croce per incontrare un tramonto color dello spritz, sentire i tuoi figli e il loro amico guardarsi intorno e dire Questo è il Paradiso, e pensare che se sanno cogliere la preziosità di un momento come quello, forse, le cose andranno meglio, forse andrà tutto bene.
    Le gambe stanche, la cena ricca, il rito semplice e salvifico di sfilare gli scarponi.
    I letti a castello nella camerata, la luce che si spegne alle 22, il bagliore che ancora viene da fuori – la notte piena di cose che possiamo solo percepire, laggiù, da qualche parte.
    Svegliarsi al mattino in un silenzio pieno, sotto un cielo senza nuvole, compatto, senza increspature. Pensare come mi serve, tutto questo spazio.
    Pensare di berselo a sorsi, il cielo: svuotarsi di tutto, riempirsi d’azzurro. Forse andrà bene.

    27 agosto
    Fine agosto. Restare quando gli altri vanno.
    Paese di montagna che si spopola. Estate, ciao. Adesso ti defili, poi magari torni, un’improvvisata nel cuore di settembre. Nuvole scure e temporali invadono il cielo e le conversazioni di chi rimane.
    Risale il brontolio della fontana nella contrada e il cielo di ruggine si popola di uccelli. Le rondini, soldatini sui fili, si danno appuntamento per il viaggio.
    Avete già preparato, voi, i bagagli?
    Avete preso tutto?
    È questa la loro casa o quell’altra, giù giù nei cieli-senza-fine d’Africa?
    È l’estate, la loro casa. E la mia?
    Oggi è qui, in questo principio di autunno in anticipo sul calendario, sacche di tempo solitario, erba che sbiondisce, odore di legna dai camini. Le voci degli amici ancora nell’aria.

    28 agosto
    Mi tengo queste ore tra le dita, ne faccio un lenzuolo.
    Mi terrà al riparo dalle piogge d’autunno, dalle recrudescenze del caldo, da tutte le nostalgie che certe sere mi sfilacciano il cuore come un lavaggio sbagliato.
    Mi tengo questi giorni come amuleti, foglie d’edera intorno alle dita che si fanno anelli – pietre preziose i momenti in cui mi sono fermata a guardare, ascoltare. I rari momenti in cui ho saputo osteggiare il bisogno cocciuto di riempire il tempo, affollarlo di impegni, rimpicciolirlo nel tentativo di dilatarlo.
    Faccio dei giorni un rifugio, una tana, per tornarci quando la sera mi precipita sulla nuca come un sipario e il mio cuore infeltrito chiama in preghiera la luce dei boschi.

    30 agosto
    “Uscì sulla veranda e si sedette. La notte era piena di suo padre”.
    La notte è sempre piena di qualcuno, e alle volte anche i giorni.”Aspetta primavera, Bandini” me lo aveva regalato la mia mamma, una o due vite fa, a occhio e croce. Lo rileggo in questi posti che erano suoi, che ora sono i nostri.
    Sono in Vallarsa, ma sono in Colorado. È estate ma c’è la neve. Tanta neve, muri di neve, nonostante il caldo.
    Le montagne sono verdi ma sono anche “un gigantesco abito bianco caduto come piombo sulla terra”.
    Ho pensieri di un quattordicenne che si affaccia alla vita, il suo amore straziante per una giovane italiana espatriata, ” Rosa: carta stagnola e cioccolatini, odore di un pallone da calcio nuovo, legnata in porta, corsa vincente alla casa base”.
    Ho i miei sentieri da percorrere, queste pietraie e questi boschi, e gioco a indovinare i pensieri di mia madre quando mi ha regalato il libro, dopo averlo letto. Forse nemmeno li indovino; forse, semplicemente, li so.
    Sarà che qui mi è più facile, da sempre, sentire il tutto che ci tiene insieme. Da qui le distanze sono un gioco di specchi, inframezzi ingannevoli di carta velina.

    31 agosto
    Giornate lente.
    Nella casa sotto la nostra da qualche giorno sono arrivati dei musicisti. Da quel che ho capito, preparano un concerto di fine stagione.
    Li sento dalla finestra aperta come fossi in platea di qualche teatro.
    Leggo i racconti di Eudora Welty – come è possibile rendere la vita così viva e integra e palpitante a forza di parole?
    Bevo caffè, scrivo, guardo un film coi bambini. Aspetto che spiova per andare al bosco, al pascolo all’albero, al ruscello. E poi ancora al bosco, al riposo frondoso e fresco con Settembre che bussa all’uscio di rami e foglie arrossate.
    Incredibile come si mescoli bene al cielo d’autunno il suono della viola e del pianoforte.








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  • li stringo bene tra le ciglia (istanti rubati a #luglio2023)

    On: 2 Agosto 2023
    In: istanti rubati
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     1

    12 luglio
    Ci sono tanti modi di stare insieme. Uno è scendere la sera dopo cena, l’aria rinfrescata, la notte a qualche passo da noi.In cucina i piatti sono ancora sul tavolo, a volte la TV è accesa, a volte un libro è aperto sul divano.
    Scendiamo a chiudere i polli, a difenderli dall’agguato della volpe. Ci aspettano sui trespoli, vicini, mansueti.
    Galletto Garibaldi, Gallina Gabriella, buonanotte.
    A volte facciamo qualche passo intorno a casa, stupendoci di tutto il silenzio che fa da sfondo al nostro confusionario vociare, a volte ci sdraiamo sul tappeto elastico a guardare il cielo, le foglie del salice che lo ricamano. Tra poco risaliamo a casa, forse un film, un dolcetto, forse qualche pagina alla luce della abat jours.
    Le emozioni della giornata svaporano, prenderemo sonno sapendo che abbiamo messo al sicuro quel che abbiamo potuto.

    24 luglio
    Ho dimenticato la borraccia in macchina e mi hai offerto la tua acqua.
    Mi hai messo la crema solare sulla schiena e sei riuscito a ripiegare il sacco lenzuolo e a infilarlo nell’apposito sacchetto – cosa per me più complessa della risoluzione di un rebus.
    Quando ha cominciato a piovere sulla strada per il rifugio, mentre io già ci vedevo correre a zig zag a perdifiato in un film apocalittico, scansando fulmini come bombe a mano lanciate in territorio di guerra, tu senza battere ciglio ti sei infilato il k way e hai continuato a camminare sereno e divertito.
    Suona strano dirlo, perché hai 11 anni e un pezzo, ma stare insieme a te mi dà un senso di sicurezza e tranquillità che di rado ho provato persino con persone adulte. E questo mi fa sentire decisamente fortunata.
    (Poi, vabbè, del fatto che mi dovevi aspettare in salita e che mi hai praticamente stracciata a tutti i giochi di strategia che abbiamo scovato al rifugio, per adesso non facciamo parola con nessuno ;))

    28 luglio
    L’estate è al colmo della fioritura e i giorni sono quelli densi che precedono le partenze.
    Ci sono state notizie apocalittiche di ghiaccio e di fuoco – sembrava un mondo rubato a un fantasy ma succedeva ai nostri vicini di casa.
    Ci sono stati spaventi grandi e piccoli, ancora piu vicini, di quelli che provi a non pensarci ma che lasciano strascichi nelle pieghe del sonno, negli interstizi tra i sogni.
    C’è stato un caldo impossibile e poi giorni nitidi e freschi, buttati a caso nel cuore dell’estate, presi in prestito a un settembre mite. E questa luce lunga, lunga al tramonto che fa brillare i campi di girasole e si intrufola nei filari come ospite atteso e non smette di dire – io la sento: Guardami, non sarei niente se non ci fosse la sera.
    Io ne rubo bocconi, li stringo bene tra le ciglia e me li porto di notte a sciacquare le increspature dei sogni.



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  • il cuore s’allaga di cieli altissimi (istanti rubati a #giugno2023)

    On: 2 Agosto 2023
    In: istanti rubati
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    4 giugno
    Le nostre uscite serali sono così: niente traffico, nessun rumore molesto, pavimento soffice.
    Un gatto ci precede, si stira, si fa le unghie sui tronchi; un cavallo viene a grattarsi il muso contro la tua spalla.
    Io parlo, domando, faccio le foto al tremulo e alle sue foglie argento, alla cresta del gallo e alle formiche sul salice. I bambini chiamano dal balcone, arriva il cane a spaventare un piccione.
    Tu qualche volta fischietti un ritornello, mi metti una mano intorno alla vita, facciamo finta di ballare e siamo bellissimi e scemi e ridiamo e ci pestiamo i piedi.
    (Io, te e la luna delle fragole).

    12 giugno
    (La leva calcistica della classe…)
    Quasi estate, pioggia a singhiozzo – la tropicalizzazione del clima, dicono. Un week end di fine scuola, afa, festa del paese, torneo di calcio. Sabato a fare il tifo a squarciagola succhiando ghiaccioli alla menta sotto il sole, come alle partite di fine anno di un milione di anni fa, ma c’è tuo figlio in campo – maglia numero 6, spettinato come te. Nella testa canti De Gregori (il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette), pensi a tutti i rigori che hai avuto paura di tirare, urli tanto forte che la voce se ne va.
    Domenica sera, dopo un pomeriggio che ti ha ricordato a schiaffi gli sgambetti della vita, ti regali uno spritz in cortile con gli amici. I piedi tra l’erba, poche zanzare, ghiaccio nel bicchiere, frescura. Niente male davvero: c’è ancora luce e il temporale fa il giro largo – oggi forse non ci prende.
    Il torneo, poi, non lo hanno mica vinto, ma quel che vinci e perdi oggi non conta alla fine granché. Perché si sa che un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia.
    E da come si porta in giro quel suo ingombrante cuore, che a cento anni, come a dodici, è ancora sempre pieno di paura.

    14 giugno
    A volte, nelle sere di quasi estate, sulle strade sterrate sbianacate da una luna diafana e nei prati animati da timide minilepri, mi sembra che la mia vita sia uscita da un romanzo di Kent Haruf. La mia personalissima Holt è adesso silenziosa e docile -si è fermato il movimento del giorno, il buio plana dall’alto e dalla terra sale un tepore umido.
    Cammino sulla terra grumosa dopo tutte le piogge e i pensieri si staccano da me senza sforzo.
    Chiudo il pollaio che le galline son tutte sui trespoli, il becco a frugare le piume e poi mi siedo sul dondolo, le gambe distese davanti, e mi sembra di vederli i vecchi McPheron che chiudono i recinti dopo un giorno di duro lavoro con le giumente. Me li immagino rientrare in casa, lanciare i cappelli sull’appendiabiti con un gesto preciso, accendere i fornelli per scaldare la cena.
    È tardi, tra poco la notte sarà matura, le lucciole fanno capolino tra l’erba, il cuore s’allaga di cieli altissimi.


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  • il tempo è un gatto (istanti rubati a #maggio2023)

    On: 28 Giugno 2023
    In: istanti rubati
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     1

    4 maggio
    Mi sono svegliata cinque minuti prima della sveglia. Saranno state le 5.50 dopo un sonno abbastanza di schifo. Ho cercato di riacciuffare un sogno di cui mi era rimasto poco più del finale: enorme villa nel bosco, alle vetrate decine di dinosauri. Scenografia alla Walt Disney. Peccato aver perso il proseguo.
    Mi sono buttata giù dal letto, il cielo fuori era ancora cenere.
    Sono giorni faticosi: anche la speranza/la preghiera richiede una sua intensità. In macchina, alla radio, davano una bella musica e sul fiume il firmamento trasmetteva un’alba spettacolo: un tuorlo liquido sotto un merletto di nuvole.
    La prendo per una promessa?Al bar della stazione, caffè (cuore con la schiuma) e un libro nuovo (un regalo). Racconti. Ai binari, nuvola di bambini in gita. Vanno al mare. Hanno zaini pieni di dolcetti e tutto il blu già dentro gli occhi.

    11 maggio
    I campi sono pieni di papaveri rossi. Non ricordo di averne mai visti tanti cone quest’anno.
    Li attraverso a piedi per mandar via lo sfarfallio che ogni tanto sento tra lo stomaco e il petto. Per farlo star buono cammino, oppure scrivo.
    Quello sfarfallio mi dice sei inquieta, ma anche: sei qui, sei viva. Non ci piace che ce lo si ricordi, perché la frase si completa così: sei viva ADESSO. Chissà dopo. Chissà domani o tra quarant’anni. Non ci piace che ci si ricordi la caducità. Nemmeno con il coraggio lucido e intaccabile di Michela Murgia. Le sue parole mi accompagnano da giorni. Pungono, eppure consolano. A volte le parole possono farsi vita, possono farsi forza. Se non è un miracolo questo. Le ripasso mentre attraverso campi di papaveri rossi, i petali di carta velina, un palpito nel verde, mazzi fugaci di cuori accesi. 
    (E penso: grazie, anche per questo: “l’Aldilà non è un luogo ma uno stato sentimentale” – semicit.).

    16 maggio
    Faccio spesso uno stesso sogno, in salsa diversa.Sono in un posto nuovo, per lavoro o altri motivi non chiariti. Mancano pochi giorni al rientro a casa e realizzo di non aver visto quasi nulla. Perché?, mi chiedo. Perché non sono andata oltre questa via, quartiere, paese? Perché sono stata così pigra, timorosa, inconsapevole?
    E a quel punto devo recuperare, fare presto.Mi sveglio sempre con la stessa sensazione di incompiuto e delusione. Avrei potuto, avrei dovuto…E con la stessa, implacabile domanda: non è il mondo un luogo di cui avremo visto sempre troppo poco?
    (Solo quel “tornare a casa”, in qualche modo, mi consola…).

    25 maggio
    Visto il meteo non sembrerebbe, ma sono le ulltime settimane di scuola.
    Pare possibile? Un altro anno di mattinate sui banchi, odore di inchiostro e panini tirati fuori nell’intervallo, di atomi-fiumi-regni-genitivi-carlomartello, di ripasso disperato prima che la prof entri in classe – ma oggi interroga o non interroga?
    È passato un altro anno e ne sono passati parecchi dal mio, ultimo anno.Giusto la settimana scorsa ci siamo riviste, con le compagnie del liceo. Ti racconti i figli, le ultime cose al lavoro, i prossimi viaggi, quel giorno che in stazione hai beccato il vecchio bidello o la tale di terza b al bar, e ripassi i ricordi comuni (la gita a Rimini, i capelli nella foto di fine anno e le orrende spalline sotto le magliette). Ma sotto sotto, tra le pieghe di tutti i discorsi, negli spazi tra le parole, tra le risate, è tutto un chiedersi: ma come è andata che siamo qui? Che tutto questo è passato? Che è passato così tanto da quando è passato?
    Il tempo è un gatto, mi dico. Un momento ce l’hai seduto in braccio a farti le fusa che sembra non doversene andare mai più, potresti giurarlo che non se ne va. Un momento dopo è sparito – un balzo flessuoso: resta una sensazione stupita di vuoto e la maglia piena di peli.



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  • sei lettere, una preghiera (istanti rubati a #aprile2023)

    On: 3 Maggio 2023
    In: istanti rubati
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    11 aprile
    Bevo caffè e mangio un pezzo di tortiera napoletana. Insieme a tonnellate di cioccolato e sorpresine sparse è quel che resta di questi giorni di festa. Giorni di sole timido, caccia alle uova nascoste intorno a casa, le persone che amo intorno a un tavolo (intorno a più tavoli, per essere precisi).
    Ieri, pranzo in cortile. I cavalli brucavano alle nostre spalle, ombre silenziose, e il bianco galletto Garibaldi, nuovo ospite del pollaio (grazie Silvana!) prendeva confidenza con il territorio. All’imbrunire, il bicchiere della staffa. Le gambe allungate davanti, le giacche infilate sulle t-shirt, la stanchezza buona dei giorni lunghi. Il clima è stato benevolo e sotto il portico, mi pare, le rondini sono tornate ad abitare i loro nidi. Il nido delle gazze sul pioppo, invece, è seminascosto dalle foglie nuove.
    A sera, rimasta sola, invasa dalla nostalgia che mi viene alla fine della festa, ho spento la musica per ascoltare un po’ di silenzio, dopo tutto il vociare. Per tenermi vicino quella specie di vuoto, questa mia antica fragilità, fedelissima e indivisibile compagna di viaggio.
    Succhiavo in bocca una parola breve -gusto di cioccolato fondente, sei lettere, una preghiera: grazie.

    13 aprile
    Ci sono giorni plumbei e angusti come i corridoi di certe vecchie case. Senza finestre, non arriva il sole che splende fuori, nè l’odore buono che sale dalla terra dopo la pioggia. Solo polvere, pensieri stantiii accatastati come vestiti sporchi abbandonati su una sedia.
    Capitano giorni così. Giorni stretti. Tu prova ad allargarli. Un passo alla volta.

    18 aprile
    non è che poi ci sia granché da dire, quando si invecchia…
    grazie a chi c’è, a chi mi pensa, a chi mi ha fatto gli auguri, a chi in ritardo dirà Me ne son scordato!
    a chi ha fatto tutta questa strada con me, a chi solo qualche pezzo, a chi ho perso per la via, a chi non perderò mai, a chi incontrerò a un certo punto, a chi è sparito per un tratto, e poi eccolo, là, dietro alla curva. a chi mai mi ha lasciata un istante, da questa vita o da quell’altra. a chi mi ha preceduta, a chi mi segue – le nostre impronte mescolate sul sentiero, incorruttibili, indifferenti al prima e al dopo.
    grazie alla strada, al panorama quando sorride, alle salite che spezzano il fiato, ma poi guardi intorno ti dici Accidenti, che roba incredibile, il mondo, visto da qua.
    un grazie speciale a chi, quando mi incontra in giro, non mi dà del lei e non mi chiama signora.
    grazie a me, qualche volta, quando mi lascio in pace, quando sono in pace con me, quando ci metto entusiasmo, quando ci metto il coraggio che serve.
    e grazie al tempo – quanto fatico a dirlo, quanto ci bisticcio ogni giorno, ogni volta che lo prego: Rallenta! – però grazie, alla fine, nonostante tutto, perché in fondo, (in fondo-in fondo) senza lui, non sarei io.
    (E a ognuno di voi, come sempre: grazie!)

    30 aprile
    Saluta con una preghiera ogni cosa che incontri.
    Il vecchio ciliegio spaccato in due che continua a fiorire a primavera, il sasso che hai pestato mille volte, l’ultima neve sulle cime, l’ombra tremante del capriolo nel bosco, l’erba nuova, l’acqua che brilla giù dai torrenti.
    Saluta con una preghiera
    la te che aspetta
    nei luoghi che lascio
    gni volta
    senza lasciarli davvero.

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  • Qualcosa che luccica (istanti rubati a #marzo2023)

    On: 3 Maggio 2023
    In: istanti rubati
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    9 marzo
    Eliandro è stato a casa da scuola qualche giorno – influenza
    L’ultimo giorno prima di tornare in classe, quasi del tutto rimesso, si è messo a studiare, mentre io lavoravo al computer. Roba noiosissima. I fiumi più lunghi d’Europa. I laghi più grandi d’Europa. I mari. Come sono fatte le coste: alte e rocciose o basse e sabbiose? Nomi e nomi da mandare a memoria.
    Mamma lo sai che io la odio la geografia.
    Ogni tanto, una pausa insieme. Vieni a vedere, gli dicevo. La finestra di fronte alla mia postazione di lavoro si affaccia sulla campagna. C’è un pioppo smilzo, proprio qui davanti, su cui due gazze stanno costruendo un nido. Ci fermavamo a spiarle. Tra i rami spogli il nido è ben visibile, grosso come un cesto, disordinato come la nostra cucina. Le due bestiole sono instancabili: scovano rametti, li inseriscono nella matassa, ripartono. Lampi nerazzurri dappertutto.
    Continueranno per giorni, abbiamo letto. Poi verranno i piccoli e le prove di volo.
    Lo sai perché le gazze si chiamano ladre, gli ho chiesto.
    Perché se trovano qualcosa che luccica, se lo prendono, mi ha risposto.
    Così, tra un Danubio, una Mar Caspio e una foce a estuario, ci siamo goduti lo spettacolo in prima fila.
    Uno sguardo alle cartine: qui ci siamo stati, ti ricordi i fiordi? qui pure, in questo mare abbiamo fatto il bagno. Ci torniamo?
    Uno sguardo al cielo: guarda, uno è dentro il nido, vedi la testolina? starà arredando?
    Passato il giorno, venuta sera, momento di andare a dormire. Sai mamma -mi ha detto mio figlio- è stata proprio una bella mattina, oggi. Anche se dovevo studiare geografia.
    Mi ha fatto sorridere. Oggi anche noi abbiamo trovato qualcosa che luccica, e ce lo siamo preso.

    23 marzo
    Ogni giorno il giorno anticipa di qualche minuto. Arriva con la sua valigia di ore di luce, batte i vetri della finestra, eccomi, si comincia.
    Questo fine settimana cambia l’ora, mi han detto. So già che quell’ora in meno mi peserà sugli occhi come piombo. Eppure tutto chiede di uscire dal letargo, uscire di casa, uscire nel mondo. Sto leggendo quattro libri contemporaneamente (un record), aro pagine ad inchiostro, nemmeno mi pagassero un tanto a riga. Penso che a breve metteremo giù le zucchine e lo scalogno, manca poco. Bisogna aspettare che passino le gelate di inizio aprile, mi han detto.
    Eppure è tempo di semina sempre, ogni giorno. Semi nelle parole che dici, che scrivi, nei pensieri che concepisci, negli incontri, nelle canzoni che ascolti.
    C’è un seme in quel cielo verso cui alzi gli occhi, nella forma di quella nuvola.
    Semi casuali, fortuiti, o covati a lungo. Semi da scegliere con cura, necessari, sorprendenti. Pensavi non crescesse niente, lì, in quella terra arida e ingenerosa… e invece, cos’è quello strano, imprevisto, bellissimo fiore? È sempre tempo di semina, ogni giorno della nostra vita: non è questo che rende interessante il mondo?

    30 marzo
    Lo yoga è un cammino.
    Così, dopo un numero indefinito di anni che lo pratico, mi sono decisa a mettere una piccola pietra miliare sulla mia strada e, al termine di un percorso nel percorso, nei giorni scorsi ho superato l’esame per diventare insegnante.
    Un piccolissimo traguardo, ma soprattutto, per come la vedo io, un nuovo inizio stimolante.
    Un punto da cui riprendere, quindi. O meglio, continuare.
    La destinazione è ignota, ma la direzione è certa: attraverso la pratica, conoscere me stessa. Attraverso me stessa, conoscere quel che c’è, e, più di tutto, quel che sfugge ai sensi.
    Lo yoga è una strada possibile. Come lo è la scrittura, la meditazione, camminare. Tutte cose che fanno parte del mio modo di stare nel mondo.
    Così avanti, senza fretta. Passo a passo, senza meta, ma con precisa fede nella direzione.
    Grazie a chi mi ha accompagnata fin qui.

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  • “Tu sei qui” (istanti rubati a #febbraio2023)

    On: 6 Marzo 2023
    In: istanti rubati
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    13 febbraio
    E se dovessi disegnare la mappa della tua vita in questo momento, dove ti collocheresti? Hai presente quelle planimetrie con l’indicazione: “tu sei qui”. Tu sei dove?
    Finito l’ennesimo SanRemo, i figli alle prese con pagelle e i primi amori, mani e piedi nel carnevale e i progetti per l’estate, un corso alle porte, inverno al mattino ma la primavera nell’aria nel sole tiepido del dopopranzo, una storia e le parole per dirla, kefir a colazione, cercare un trattamento antirughe, cercare un volo a buon prezzo (per dove?), il Montana di Watson, lo yoga, la sera Carlo Magno e i verbi irregolari, treni da prendere e una casa -dolce casa- a cui tornare.
    La luna rimpicciolisce ogni notte, verrà quella nuova, e tutto sommato quel che vorrei è restare a lungo nel “tu sei qui” dove sto.

    24 febbario
    Quando i bambini erano piccoli, facevo fare loro un giochino.
    Li facevo mettere accovacciati per terra, chiusi a uovo, la fronte sul pavimento.
    E’ inverno, la terra dorme.
    Tutto è silenzio.
    Tutto è in pace.
    Poi, con i primi raggi di sole, qualcosa si muove.
    A quel punto allungavano un braccio dietro la schiena e un ditino faceva capolino.
    Il germoglio cominciava a diventare piantino, arbusto, poi albero.
    Lentamente -il bello di tutto era la lentezza- si trovavano in piedi, le braccia verso l’alto, rami contro il cielo.
    Gli piaceva molto: me lo hanno fatto ripetere non so quante volte.
    Dopo giorni di leggera influenza, febbre, dolori articolari, oggi mi sento meglio e mi è tornato alla mente quel germoglio. È una piccola primavera, sentir tornare le energie e la voglia di fare.
    E lo so che non è solo influenza. Sono i miei giorni così, questi. Si ripresentano ogni anno, da parecchi anni, ormai. Puntuali. Come vengono, poi vanno. Lasciano sempre qualcosa. Non sempre è male. Non sempre capisco cos’è.
    Chiusa nel guscio, comincio a pensare al germoglio. Lo aiuto un po’.
    Faccio yin yoga, corteggio domande futili, cucino zuppe di ceci e fagioli azuki.
    Chiusa nel guscio, mi godo ancora un po’ di calore.
    Aspetto la neve, carezzo il gatto, prendo appunti senza capo né coda, leggo Selma Lagrlof.  Leggo Chandra Livia Candiani – un mazzetto di righe alla volta.
    “So che ogni viaggio disfa, so che ogni viaggio riconsegna. So che si torna sempre”.
    A metà tra inverno e primavera, mi tengo stretta.
    Mi tengo quel che c’è.
    Per quel che ne sappiamo, tutte le cose nascono al buio.

    25 febbraio
    Così sei tu. Refrattario alle mode e alle convenzioni – spirito libero.
    Arrivi a sera portando legna per il fuoco, un fiore raccolto, due o tre giochi di parole e un gioco di prestigio per farci sorridere.
    Così sei tu. Con i tuoi poteri magici semini poesia anche dove non immagini.

    28 febbraio
    Chiamare il marzo.
    Nel mio paese, quello di montagna, è tradizione antica.
    L’ultimo giorno di febbraio si esce in corteo per le strade con pentole e coperchi e mestoli e campanacci e si fa rumore più che si può.
    Sveglia Primavera, è ora. Esci dalla tana.
    Te ne sei andata, mamma, un 28 febbraio di diciotto anni fa. Non ho messo insieme subito le cose, ma ora so. Nevicava, quella notte, c’era un silenzio ovattato sulle strade di Torino. Ma sulle nostre vie dei monti son sicura che ci fosse un gran baccano..

    “Ricordo di aver pensato: non ci sarà mai un momento in cui non ci penso. E avevo ragione. E avevo torto” (Amy Hempel)

    Ciao ma’.
    Mica si piange, oggi. Si urla forte, insieme, si battono i piedi, si fa un casino da far tremare i muri. Primavera verrà.



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  • Son buoni tutti a viaggiare mentre si viaggia (istanti rubati a #gennaio2023)

    On: 6 Marzo 2023
    In: istanti rubati
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    16 gennaio
    Sveglia alle 5.50 (incredibile, il mondo esiste a quell’ora!), uno strato di nebbia semisolida, due ore per arrivare a destinazione, tra tratti in auto, coi treni (due) e a piedi o in tram. Dopo anni di lavoro quasi sempre da casa, dovrò tornare con più regolarità in ufficio. L’entusiasmo non è alle stelle, diciamocelo.
    Però, durante l’avventura al Nord ho preso appunti. Dicevo (scrivevo) che la vera sfida è portare l’atteggiamento del viaggio nelle piccole imprese quotidiane. Son buoni tutti a viaggiare mentre si viaggia… Per cui me lo ripeto qui, per ricordarmelo. Che certo un atteggiamento di stupore e scoperta porta a nuove scoperte.
    Ci provo?
    (Nel frattempo: al bar della stazione non c’è connessione per fare l’abbonamento e il treno è in ritardo. Convoco all’istante i miei aiutanti magici: libri e caffè, salvatemi voi!)

    19 gennaio
    La luce del Nord è una creatura mutevole. Una lentissima volpe artica che esce dalla tana, si muove quasi camaleontica sul manto bianco.Si muove di continuo, anche quando non te ne accorgi, anche dentro l’apparente buio.E una creatura senziente, la luce del Nord. Vede i tuoi pensieri, il modo in cui sei, e qualche volta te lo mostra.Sul treno leggo Jon Kalman Stefansson, quel suo libro incredibile che è “La tua assenza è tenebra”.
    Arrivo a Torino ancora nella notte del mattino ma dentro gli occhi ho i fiordi d’Islanda, Gudridur che sulla sua giumenta cammina incontro allo spavento e alla meraviglia. Incontro alla passione e al tradimento. Cammina dentro la luce già d’autunno che non è molta, che immagino fievole e docile, che la accompagna e parla con lei di quel che l’aspetta.
    (Eh sì, la luce del Nord e i libri di Stefansson rendono il mondo un posto migliore)

    28 gennaio
    Questa mattina, poco prima dell’alba, hanno visto un lupo nel prato vicino a casa nostra. Proprio accanto al confine del nostro prato. Un bel bestione, ci hanno detto. Giovane, arzillo, una testa grossa così. Non spelacchiato e magro come certi altri che si sono visti in giro. Ha attraversato la strada, il campo, per infilarsi nel bosco.
    Mi fa un certo effetto. Vado spesso in giro da sola, anche al buio. Non attaccano l’uomo, dicono. Eppure ci penso. Cosa farei se me lo trovassi di fronte? Mi viene in mente il periodo in cui scrivevo “Quando la montagna era nostra”. Quanto li ho immaginati gli orsi, quelle creature possenti e solitarie, aggirarsi nel fitto del bosco.Fanno così le paure. Ci aspettano acquattate dietro una curva, nella penombra umida della sera. Al risveglio da certi sonni brevi e tormentati.
    Non sono le paure -soprattutto, loro- a dare forma al mondo? Non sono loro a scriverne i confini? A delimitare lo spazio che ci diamo il permesso di esplorare?
    Le mie paure somigliano a queste bestie selvatiche, uscite da un libro di fiabe o da un racconto dell’orrore. Sanno di luoghi spopolati, notti di luna piena, domande che vanno indietro, indietro, fino all’alba del mondo.Un po’ gli rassomiglio, un po’ mi si infilano nei sogni, mi tolgono voce.
    Qualche volta, mi fanno compagnia.




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  • Go to North – Vesteralen e Lofoten Island

    On: 1 Febbraio 2023
    In: viaggi
    Views: 473
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    28 dicembre 2022
    Bodo, oltre il circolo polare artico. La chiamano Porta del Nord.
    Ci siamo arrivati ieri notte, il volo due ore in ritardo, mezz’ora a piedi per guardarci intorno, il check in è stato un mazzo di chiavi nella buca delle lettere.
    Oggi ha cominciato a schiarire intorno alle 10. Il paesaggio è indescrivibile. Per terra tutto è neve e ghiaccio, o ghiaccio, o neve ghiacciata e la vera impresa è tenersi in piedi. Camminiamo adagio, quindi, cercando equilibrio, come muovessino ora i primi passi, guardandoci intorno per cogliere più dettagli possibili, per imprimere nella memoria questa luce pazzesca, che adesso, al crepuscolo, non è giorno nè notte.
    All’avamposto del nulla – adesso solo acqua all’orizzonte e montagne basse, imbiancate – aspettiamo il ferry boat.
    Siamo alla porta del Nord, pronti ad attraversarla, su su per il mare della Norvegia, verso la lunga notte polare.

    29 dicembre 2022
    Ieri l’attesa del traghetto per Moskenes è durata ore. Ritardo. Era difficile capire se e quando sarebbe passato (tutto il mondo è paese, quindi).
    Rintanati in una sala d’aspetto/chiosco con cucina orientale, abbiamo aspettato. Leggendo e giocando a carte mentre fuori il buio si infittiva.
    Arriva? Che facciamo se non arriva?
    Ancora una briscola.
    Due pagine di Basho.
    Alla fine, siamo partiti.
    La macchina che abbiamo affittato ce l’hanno lasciata al porto con le chiavi sopra, semisepolta dalla neve. Siamo arrivati alla nostra casetta intorno a mezzanotte, bianco e silenzio e acqua scura tutto intorno: le chiavi erano nella toppa.
    E ancora una volta eccolo qui, il grande maestro Viaggio che viene a dirmi: fidati, affidati. Non puoi tenere tutto sotto controllo.
    Delimiti, recinti, programmi calcolando data e ora, ma la Vita è un vento di tramontana che spariglia le carte, che alza neve ai bordi delle strade e cambia le mappe.
    Allora questo c’è da fare: mettersi comodi e godersi il paesaggio.
    (Questo posto, poi, con le porte aperte e le finestre senza tende, è un ottimo esempio di fiducia nel prossimo).
    E adesso, irriducibilmente verso Nord – le Vesteralen, Sortland e poi su, fino a dove? Vedremo.
    Intanto, andiamo.

    30 dicembre 2022
    Com’era la cosa degli Spiriti Guida?
    Incontrare questi animali, oggi, in un parco semideserto, attorniati dal bianco, dal silenzio rotto dal sibilio del vento, è stata un’esperienza più emozionante di quanto avrei pensato.
    Sono usciti quasi tutti dalle tane, sono venuti a curiosare. (A salutare?) Perfetti ospiti, ci hanno accolti con tutti gli onori. Orsi, lupi, linci, alci, cervi, volpi artiche, buoi muschiati.
    Come era la cosa degli Spiriti Guida?
    Nel dubbio, i miei desideri per il 2023 oggi io li ho confidati a loro… chissà che non mi abbiano sentita.

    31 dicembre 2022
    Andenes. Il luogo più remoto del viaggio, finora.
    Il punto da cui si parte in cerca di balene. Ci siamo arrivati che era buio pesto. Qui anche le ore centrali del giorno non sono che un baluginio, una striscia biancastra all’orizzonte.
    Era buio, dicevo. Ci ha fermati un ragazzo, gli abbiamo offerto un passaggio. Viene dalla Thailandia, è in Norvegia per lavorare. Da Bankok a Andenes, qui, alla fine del mondo. Ci ha offerto un caffè in una stazione di servizio. 
    La luce non veniva e così, senza più aspettarla, siamo andati a camminare sul molo. Il vento era una mano che ti tirava e ti spingeva in ogni direzione e, sotto i piedi, il ghiaccio ti faceva pattinare. Difficile restare in piedi. All’orizzonte: ombre. Poi: mare e poi altra terra e altri monti.
    Non finisce qui, allora, il mondo?
    Non finisce. E allora vi auguro di trovare il vostro punto di equilibrio, e, se lo perdete, trovarlo ancora. E un desiderio potente come un vento che quasi quasi sembra che basti allargare le braccia per alzarsi in volo. Che questo ci salva: un sogno.
    E la voglia di salpare.
    Ogni momento è quello giusto per intraprendere un’azione, anche piccola, che ci faccia sentire che stiamo andando.
    Che c’è nuova luce, nuova terra, anche quando abbiamo l’impressione che sia finita qui.
    Andiamo, allora. Andiamo a vedere.
    Felicità!

    1° gennaio 2023
    Ieri sera, prima di uscire in cerca di alci, fuochi d’artificio e aurora boreale (trovati 2 su 3) come da tradizione abbiamo scritto i nostri desideri/buoni propositi per il nuovo anno su tanti bigliettini che, una volta a casa, metteremo in un barattolo.Stamattina siamo partiti presto. Desideravo fortissimo un caffè, ma niente da fare: il primo dell’anno in Norvegia è quasi impossibile trovare qualcosa di aperto. Siamo arrivati a Nyksund dentro una bufera di neve e ghiaccio che si faticava a tenere aperti gli occhi. Passata nel giro di poco: qui il meteo non annoia mai.
    La Lonely Planet racconta che questo remoto villaggio di pescatori abbarbicato sulle scogliere è una storia di rinascita. Abbandonato nel 1975, a causa di una tempesta che lo ha distrutto, è stato poi ricostruito da un gruppo di artisti. Adesso in inverno ci vivono in cinque. Non abbiamo incontrato nessuno ma abbiamo trovato tracce dei residenti qui e là, sulla neve fresca, nella luce accesa dentro una casa, in un gatto raggomitolato dentro una roulotte.
    Intanto il mare oltre la barriera del porto ruggiva che avreste dovuto sentirlo.
    Chi può vivere qui, dove la strada si inabissa in mezzo alle rocce, tra neve e vento e acqua, sul confine di un mare che dà l’impressione di non pacificarsi mai… Eppure, qualcuno ha avuto il coraggio di ricominciarsi da qui.
    Aggiungo questo, mentalmente, ai miei propositi: ricominciarsi sempre.
    Anche se il mondo non inizia e non finisce. E noi?
    Noi neppure.
    Noi possiamo dare vita a nuove versioni di noi stessi e di quel che ci sta intorno. Che altro serve? Gratitudine, perchè è una cosa mica piccola, questa.
    (Il caffè l’ho trovato intorno alle tre, in una stazione di servizio, dentro una notte già fermissima. Annoto anche questo, caro 2023: molto arriva a chi sa cercare – oltre a: fai scorta di caffeina ogni volta che puoi).
    Buon ri-cominciamento a tutti!

    2 gennaio 2023
    “La conoscenza del movimento costante del presente gli permette di abitare il viaggio”.
    Lo scrive Chandra Livia Candiani a proposito di Basho, autore (fra il resto) di “Lo stretto sentiero del profondo Nord”. Questo libro è stato un colpo di fulmine in aeroporto e ne leggo ogni giorno alcune pagine.
    La frase sopra mi ha fatto molto pensare. Si cerca tanto -nello yoga, nella meditazione- la presenza cosciente. Quell’essere tutto nell’attimo, che riesce meglio (credo) quando ci si dedica ad attività nuove, non ripetitive.
    Fatico a comprenderla. Mi sforzo, ma ho l’impressione che sempre mi sfugga qualcosa.
    Però in quel porto di Bodo, prima dell’imbarco per questo luogo mai visto prima, ero davvero tutta nel presente, con il cuore accelerato per l’emozione. È questo che cerchiamo?
    Abitare il viaggio.
    Abitare l’attimo. Essere lì dove la tua vita succede: questo è il senso? Forse la sfida è portare quel sentimento di possibile nelle cose piccole di ogni giorno. Quando suona la sveglia il mattino e c’è un treno da prendere, un pc da accendre, una moka da mettere sul fuoco, la scatoletta del gatto da versare nella ciotola.
    Il sentiero è stretto, ci dice Basho. Quello che vale la pena raggiungere, merita lo sforzo. Tocca provare.
    Abbiamo raggiunto le Lofoten poco fa. La nuova casa è calda e accogliente. Ci sono calzini di lana nella cesta accanto all’entrata, lucernari sopra i letti, coperte di pecora sulle poltroncine e un vecchio telefono sulla cassettiera. Fuori piove, bevo un black chai e leggo qualche pagina mentre i bambini fanno i compiti. La notte è già incollata ai vetri e le luci delle case in lontananza raccontano un’infinità di storie.
    “Celebre luna
    così mutevole è il tempo
    nel paese del Nord.”
    Basho

    3 gennaio 2023
    Nusfjord è un villaggio conosciuto sulla costa di Flakstadoy. Ci abbiamo trovato diversi turisti italiani, almeno una decina – un numero altissimo per lo standard del viaggio.
    Siamo entrati in un caffè con i tavoli accanto a finestre a picco sul mare, i candelabri a triangolo che usano qui. Di fronte c’era l’esposizione di due artiste norvegesi contemporanee (tele con aurore boreali e deliziose piccole carte con tratteggi di volpi e orsi e foreste e gente in cammino).
    È stato strano e bello, in questo pezzettino di mondo sperduto, incontrare e riconoscere @bookwithoutfrills con cui ci seguiamo su Instagram.
    Vikten lo abbiamo trovato deviando sulla via del ritorno: un villaggio rurale steso sulle scogliere, le case sparpagliate come carte cadute da un mazzo intorno all’unica strada, arrosata dalla luce del tramonto.
    Abbiamo camminato sulla spiaggia – la neve che si trasforma in sabbia, e poi in onde nerissime e all’orizzonte in altre rocce e neve. Abbiamo mangiato pane spalmato di una salsa al bacon spremuta da un tubetto, osservato un’aquila di mare appollaiata su uno scoglio.
    Pochi incontr, qui.
    Un uomo spalava l’ingresso della piccola scuola mentre un bambino tutto intabarrato lo aspettava sul trattore.
    Tre ragazzine bionde sulla strada di ghiaccio, gli sguardi intimiditi e le risate complici, i visi arrossati, i capelli biondissimi nel vento. Intorno a loro il nulla, davanti agli occhi tutta la vita e loro pronte sul bordo, alla vigilia del tuffo.
    Alle loro spalle, tra le montagne aguzze e il mare, una luna gigante si spostava alla velocità di un sottomarino.

    4 gennaio 2023
    L’aurora boreale è un fenomeno atmosferico ma somiglia a una benedizione.
    O è il contrario?

    4 gennaio 2023
    “Nord
    Mille e una notte laggiù.
    Luna nel viaggio
    Tra le aquile”
    Questa mattina ci siamo alzati con l’aurora boreale ancora negli occhi. Mentre mi vestivo (il solito outfit multistrato) ho messo Nord di Paolo Conte in loop.
    Fuori c’erano 10 gradi sotto lo zero, una luna tonda che ci ha seguiti tutto il giorno come l’occhio di Odino e la neve che scintillava sotto i fanali, seminata di lucciole.
    Al supermercato, la cassiera ci ha detto: Sono felice oggi, il sole sta tornando.
    Ma mi creda, avrei voluto dirle, a me basta questa notte polare, questa luce lunare, tutta questa bellezza irreale, che non fa che urlare guardami, guarda dove sei, guarda quello che hai intorno…
    Abbiamo camminato (pattinato) sul lungomare di Eggum mentre i bambini conversavano di un videogioco che vogliono realizzare e si lanciavano di culo sulle scogliere innevate, mentre la notte si scioglieva in rivoli e strisce e bagliori e Paolo Conte cantava nella mia testa, solo per me. Lui cantava e io cercavo parole per dire tutta quella bellezza, ma nessuna era appuntita e potente abbastanza.
    Ho respirato, guardato intorno. Mi son detta Pazienza. A che servono?
    Non servono mica.

    5 gennaio 2023
    Eravamo a Reine, poco prima dell’ora di pranzo, quando Federico ha urlato: guardate là!Il sole. Un’unghia di luce sul mare.
    Per la prima volta da quando siamo qui (ecco cosa intendeva, ieri, la cassiera al supermercato), il disco arancione è uscito dal letargo. Uscito non proprio: ha giusto fatto capolino per dare un’occhiata, per verificare che tutto fosse in ordine. La lunga e inviolata notte artica è finita anche per quest’anno. Comincia un nuovo ciclo.
    Così, nel cuore del duro assedio di Generale Inverno, si intravede il miraggio di nuovo caldo, nuova vita che fiorisce. Non è questo il miracolo? Questa ruota che gira, questo eterno andare verso qualcosa.
    Oggi il vento era scatenato e stare fuori a lungo difficile. Abbiamo attraversato in auto Flakstadoy, ho camminato sola sulla sabbia bianca della spiaggia di Ramberg. Guardandomi intorno, mi aspettavo a ogni istante di vedere sbucare Gandalf con il suo bastone ritorto o una creatura del regno di Narnja.Il sole si è mostrato per una mezz’ora soltanto -un’alba mischiata al tramonto- prima di tornare a cedere lo scettro alla lucentezza della luna. Ma la sua coda rosata ha trasformato il paesaggio un’altra volta: un altro piccolo grande gioco di prestigio di questo cielo irreale.

    6 gennaio 2023
    Henningsvaer è chiamata la Venezia delle Lofoten.L’abbiamo attraversata a piedi, le mani sprofondare nelle tasche per tenerle al riparo dal vento gelido che da un paio di giorni ti segue persino nel sonno e al mattino alza sbuffi di neve e ghiaccio sulle strade bianche.
    Ci siamo rifugiati in un caffè (qui aprono quasi tutti alle 11) pieno di candele di tutti i colori sui tavoli e alle pareti, e ho mangiato una rotella alla cannella per cui potrei sviluppare una dipendenza in due giorni. Massimo tre. Il caffè costa tantissimo ovunque, ma puoi riempirti la tazza all’orlo e servirti di acqua fresca ogni volta che ti va.
    Siamo risaliti in macchina e siamo usciti dalle rotte della Lonely Planet, intorno a laghi ghiacciati dove l’acqua era azzurra e verdina, coperta di arabeschi. Abbiamo attraversato lunghi ponti e visto il mare portare alla terra blocchi di ghiaccio e neve, come nei documentari sul mare Artico.
    Ho l’impressione che sia sulle strade meno battute che si incontra l’atmosfera più autentica.
    Mi sembra di aver scorto lo spirito di queste terre nei villaggi deserti coperti di neve, poche case, un trattore, tutte le finestre accese. Nelle spiagge battute da un vento feroce, nelle stazioni di servizio che aprono per prime nella notte – un caffè lunghissimo, pochi avventori con gli occhi ancora presi dal sonno. Nelle mosse di un vecchio tutto intabarrato sulla soglia di casa, passi cauti nella neve, la luna un lampione.
    Nelle piccole barche di pescatori che ballano al ritmo dell’onda insonne, nelle pale appoggiate vicino alle porte. Nella stella di Natale ancora appesa vicino a una chiesa, nelle orme di chi per primo ha pestato l’ultima neve.

    7 gennaio 2023
    Ieri sera, verso le undici, siamo usciti a fare due passi. Siamo in mezzo al nulla, qui: ci sentiamo a casa. Rientrando, Eliandro e io ci siamo sdraiati nella neve ammucchiata in cortile, abbiamo lasciato le sagome dei nostri corpi.
    Questa mattina siamo partiti in auto senza meta. Con una direzione vaga, e nient’altro. Dall’alto, nel nord di Vestvagoy, ho visto un villaggio che mi ha suscitato qualcosa. Ci siamo fermati poco distante, sono scesa dalla macchina e mi sono seduta nella neve. Un vecchio fienile con il tetto scolorito, un’imballatrice, uno steccato addobbato di lucine. È ancora Natale. È ancora avvento, anche se è passata persino l’Epifania.
    Tutto il paese, visto da lì, dalla riva di un lago ghiacciato, pareva una bestia addormentata e sognante, vegliato dalla luna – la luna piena del segno del cancro.
    i può avere nostalgia di un posto che non conosciamo?
    Delle vite che non abbiamo vissuto?
    (Pare che i tedeschi la chiamino Fernweh. Che loro abbiano una parola per dirlo mi fa sentire meno incompresa).
    Ho camminato sola sulla spiaggia bianca di Haukland Beach, dove la terra si infila sotto l’acqua come un tappeto e il vento alza una polvere di ghiaccio e farina. Siamo scesi tutti e quattro nella spiaggia vicina a fare foto buffe e video di acrobazie, congelandoci a turno le mani.
    Abbiamo mangiato i nostri panini al piccolo porto di Ballstad, case colorate e decorate con grandi murales di azzurri paesaggi marini e volpi acciambellate. Ho bevuto un chai latte a Leknes, in quello che ormai è il nostro solito bar.Mentre i bambini e Federico giocano a Pinnacola, penso al paese misterioso rimasto senza nome, all’erba secca che sbucava qua e là, e penso che domani c’è da preparare la borsa e c’e un traghetto da prendere – prima tappa del ritorno.Penso che il vento, questa mattina, aveva già cancellato le impronte dei nostri corpi nella neve. Il paesaggio nuovamente intatto, come tutte le cose che abbiamo solo immaginato.
    “Seminata l’intera risaia
    ora di andare
    il salice resta”.
    Basho

    8 gennaio 2023
    “Un transatlantico di carta ti regalerò
    E un aeroplano a vela
    Ed un pilota con gli occhiali lo piloterà
    Da questo a un altro cielo
    E un canarino canterino addomesticherò
    Per le giornate scure
    Di quando il mare e il cielo dicono di no
    E non si può viaggiare”
    Abbiamo lasciato le Lofoten che cadeva una neve come chicchi di riso (ci sarebbe da scrivere un trattato, qui, sui tipi di neve. Ci sarebbe da imparare le tante espressioni degli eschimesi per dirla).
    Abbiamo temuto che il traghetto non partisse, con quel mare grosso e il vento. Invece è stato più puntuale che all’andata. Siamo rimasti sul ponte a guardare le montagne appiattirsi nel buio, finché non è rimasta che una labile scia di luci lontane. Poi mi sono inchiodata al sedile, tipo stoccafisso, a prendermi gli schiaffi dell’onda, attenta a non fare troppi movimenti per non patire come all’andata. Nel dormiveglia ripensavo a Basho, allo spirito del viaggio di cui si dice vittima. Me lo immagino, lo spiritello dispettoso, o meglio, lo riconosco: quando ti si attacca al calcagno e un po’ ti frena un po’ ti spinge. So anche io quanto può essere tenace, se ci si mette.
    Siamo sbarcati a Bodo nel tardo pomeriggio. C’è meno neve di una dozzina di giorni fa e il nostro albergo si affaccia sul mare. Non fa nemmeno più così freddo: sarà che arriviamo dal Nord.
    Domani si torna. Ci portiamo a casa una conchiglia, un riccio di mare, un quaderno nuovo con le casette rosse sulla copertina. Per parlare delle cose che si toccano.
    Mi affaccio alla finestra. Mi viene in mente L’areoplano a vela di GianMaria Testa – parte della colonna sonora del viaggio. Mi viene in mente quella sua incredibile dichiarazione d’amore. Perché ci vuole un transatlantico per attraversare il mare. Ma anche un canarino canterino che ti tenga allegro, tra una partenza e l’altra, quando resti al porto.

    Alcune delle cose (oltre a quelle note) per cui -secondo me- vale la pena mettere in calendario un viaggio a Vesteralen e Lofoten in inverno:

    • gli sbuffi di neve e aria ghiacciata sulla strada, come mulinelli-le bolle (un tipo di pane speziato e col cioccolato)
    • i mille tipi di neve: quella in cui sprofondare, quella su cui pattini, quella che si sfarina, quella che il vento porta in giro, quella che scende come chicchi di riso, quella che scende a foglie, le distese che riflettono la luna…
    • bagni pubblici caldi puliti e profumati di buono (quasi tutti)
    • i sacchetti di merluzzo essiccato come snack
    • fermarsi ogni pochi passi a farsi rapire dal paesaggio
    • il traghetto gratis
    • il cappuccino al caramello salato
    • le case con le finestre senza tende, per sbirciare dentro
    • le montagne specchiate nel mare
    • i piccoli camposanto a cielo aperto, con le lapidi semisommerse dalla neve
    • i jingle alla radio-scorrazzare in auto a velocità di crociera sulla E10 e perdersi di tanto in tanto su strade secondarie che sempre portano al mare
    • gli incontri ravvicinati con alci e aquile di mare
    • le decorazioni di Natale e tutte le luci che, nella lunga notte polare, fanno somigliare le case ad accoglienti barche in mezzo al nulla
    • le stazioni di servizio
    • la cortesia e la riservata accoglienza delle persone
    • la luce del Nord, che di continuo trasforma il mondo.

    (La ciliegina sulla torta sono compagni di viaggio adattabili e avventurosi… ma quelli devi portarteli da casa;)

    “Esistono molti modi di vedere il mondo e il nostro punto di vista probabilmente definisce chi siamo davvero.”
    Da “La tua assenza è tenebra” di Jon Kalman Stefansson, l’altro libro che mi ha tenuto compagnia durante il viaggio.
    Grazie a chi ha fatto un pezzo di strada insieme a noi.



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  • non serve che sia perfetto (istanti rubati a #dicembre2022)

    On: 31 Gennaio 2023
    In: istanti rubati
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    1 dicembre
    Un’influenza come questa, da queste parti, non si vedeva da un pezzo.Soprattutto i bambini: non li vedevo così sfiancati da anni, senza nemmeno la forza di guardare la tv. E alla fine ci siamo ammalati anche Federico e io. Verrebbe da dire che sfiga. E invece no. Siamo tutti e quattro insieme, al caldo, un tetto sopra la testa, il camino acceso, i santi nonni che ci aiutano con spesa e medicine, e persino Netflix, quando il mal di testa dà tregua.Non riesco a non pensare a chi il malessere, anche un semplice male di stagione come questo, lo deve affrontare solo, dentro una guerra, senza riparo, cibo, assistenza, su una barca in mezzo al mare, nel freddo di dicembre. Come si fa a non pensarci?
    Vedo i miei figli con la faccia smunta e penso a chi non ha farmaci e medici solerti per poter aiutare i propri. Sembra banale, forse. Ma viene più facile pensare alla fragilità, quando ci si sente fragili.
    Non c’è molto da fare. Essere grati, sempre, e tenere a mente che, anche dai privilegi (e non solo dal potere), derivano grandi responsabilità.

    13 dicembre
    La neve nel giorno di Santa Lucia.Ci sono *coincidenze* che hanno più valore di una verità scolpita nella pietra. Che i nostri occhi possano cogliere anche l’invisibile!

    14 dicembre
    Uscire di casa a notte fonda, la testa ancora dentro certi sogni indecifrabili, che lasciano tra i pensieri una scia vischiosa. Guido nella notte densissima, il primo premio del mattino è il caffè al bar della stazione.
    Ai margini del campo visivo, al bordo della strada, tre ombre in movimento. Agili, scattanti, spariscono nella macchia mentre mi avvicino.
    Tre lupi.
    È possibile?Mi hanno detto che in zona ci sono, ma altro conto è vederli, a due passi da casa… Al modo delle ombre incontrate nei sogni, oggi mi seguono le tre sagome selvatiche. A metà strada tra il vero e l’inventato, l’immaginario e il reale. Come sempre. Come tutto.

    21 dicembre
    Sarà il Solstizio? Oggi è un giorno in cui tutto fa breccia. Il bene, il male. Tutto muove. Le parole lette e ascoltate. Una musica. Le luci intermittenti sull’albero. Una voce in strada. Le fusa del gatto. Vedo una foto dei miei bambini quando erano minuscoli e mi sento come se una lunga mano mi pescasse qualcosa in fondo, qualcosa che avevo scordato e che brucia, freme sottopelle. Mi basta questo.
    Figurarsi se incrocio una notizia sulla guerra, sulla rotta balcanica, sui senzatetto assediati dal gelo. Figurarsi. Il cuore mi si sbriciola e resto lì a raccoglierne i pezzetti sul palmo, a provare a rimetterli insieme.Anche il bene mi rimescola. Mi emoziono per niente. Per un messaggio di poche righe, un ricordo. Una storia qualunque con un lieto fine. Una vecchia canzone. Dei biscotti a forma di stella.
    Sarà il solstizio?
    È un giorno così. Da stare rannicchiati, farsi crescere un’altra pelle, che quella che c’è non basta. Tenersi nel buio, non provare a scansarlo. Lì dove fa male, posare un piccolo bacio. Come si fa coi bambini, quando piangono per un graffio.

    22 dicembre
    Organizzare un viaggio verso una meta ignota è mettere in fila le immagini mentali dei luoghi che visiteremo. Mi piacerebbe poterle conservare in un archivio, non confonderle poi con quelli che saranno ricordi, al ritorno. Tenerli distinti, senza commistioni. Per dire Ecco come pensavo, Ecco invece com’era.Non che contino più gli uni delle altre. Non che la memoria non operi a posteriori le sue scelte per restituirci una sua versione, sempre in movimento.
    Tutto si trasforma.
    Tutto si immagina.
    (Quel che conta, quando si può, è partire)

    24 dicembre
    Non serve che sia perfetto.
    Non serve che ci sia tutto.
    Serve una cosa buona, giusta per noi, che ci fa alzare in questi giorni con quel poco di felicità che basta. Con la serenità di essere nel posto giusto. O, almeno, con la speranza di esserci vicini, al posto che per noi è casa. Auguri.
    Che sia un Natale che ci tiene insieme, che ci dia quel che serve -poco o tanto- che ci fa dire: Grazie al cielo sono qui. Siamo qui.

    27 dicembre
    Auguri mio bimbo magico.
    Non solo sai fare realtà dei sogni, ma anche, dote ancora più rara, sai fare della realtà una miniera di meraviglie. Ti auguro di conservare il tuo cuore grande e il filtro felice con cui guardi tutte le cose.





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