Se quello che vi lascio
è una terra sfatta e sfranta da battaglie,
come un letto che non si ricompone mai;
se vi lascio una grandine di parole venute a scardinare
il vento,
a tarlare
un silenzio che non ascolta più nessuno,
venute a bestemmiare il fuoco
e consacrare il fumo.
Se quello che vi lascio è un diavolo
che chiede soldi per costruire muri
che baratta anime in cambio di confini,
e chi dovrebbe fare ponti
non conosce la misura,
né l’equazione elementare:
una vita vale una, senza sconti,
ed è sempre da salvare.
Se vi lascio voci e voci inascoltate
voci sfiatate di cui è rimasta un’eco,
voci mute, arse, frantumate,
e i corpi gonfi che le hanno liberate
affastellati come sabbia sul fondale.
Se vi lascio mani perse nelle tasche
di chi guarda e pensa Che ci posso fare,
perdono, figli, per questo mondo
-storto, zoppo, disassato-
che non ho capito e
che non so aggiustare.
Ci ho provato con le storie della sera
le parole rassicuranti e un po’ inesatte:
il gigante cuore grande
salva il regno e sempre in tempo,
mentre l’empio, il ciarlatano, il traditore se la batte.
Perdono, se potete,
se ho trassato un po’
se ho giurato che i lupi qui non possono arrivare.
Era per cullarvi,
era per farvi dormir bene,
era per farvi innamorare.
A mia discolpa posso dire
che ho barato per amore solamente:
che se non si stana un po’ di buono in mezzo al marcio,
-da che mondo è mondo-
non si aggiusta niente.

Al fondo delle poesie si mette il luogo e la data di scrittura,
Le cose stanno zitte quando tu le guardi
Se guardi da lontano vedi: una massa di persone.
Conosco gente tutta rannicchiata nel titolo che precede il nome, o nell’etichetta appiccicata a inchiostro sulla carta d’identità accanto alla dicitura professione. Gente che si stringe dentro una scatola e da lì pontifica o si difende; gente che di quel nome fa uno scranno per mettersi bene dritto e guardare gli altri da sopra in giù.
Bisognerebbe baciarsi a Maelbeek,
Mamma, facciamo una misura?
Giorno di prove generali per la Medea di Euripide, palco tirato a lucido nel teatro di provincia, tutti pronti alla performance, tutti pronti a fare come se. Il regista, nel buio della platea, si sbraccia con impeto nuovo. Dietro le quinte, segni di scongiura. Gli Argonauti si mangiano le unghie, Giasone saltella da un piede all’altro.
Abbiamo già detto tutto e fatto niente.
Da quanto non la vedevo. Forse un anno. Arranca su per il prato, gambe abbronzate e una coda malfatta. Si trascina dietro una mezza risata, ma si vede che qualcosa non va: oggi è il giorno che parte. Fa così da quando è piccola, era sempre triste al momento di tornare in città.



