A settembre, per arieggiare il cuore si fa così:
VIA DEGLI DEI
27 settembre 2025
“La via nasce sotto i piedi di chi cammina.” (detto giapponese)




Esco quando i bambini dormono per un’ora solo mia. Cammino mentre il giorno dissipa le ultime ombre, respiro a fondo. Mi fermo per un caffè, scrivo.
Penso al giorno che verrà, all’autunno che verrà. Mentre rincaso immagino d’annusare i sogni dei bambini, ancora nel letto.
Questi
risvegli sono tesori che terrò con me quando tutto riprenderà il solito
corso e le lenzuola perderanno l’odore di salsedine e la mia pelle pure
e dovrò strizzare fortissimo gli occhi per immaginarmi il mare.
Allora forse, tornando con la mente a questi momenti, sentirò che -in fondo in fondo- non c’è niente di difficile.
Anche solo per un attimo, strizzando gli occhi: non c’è proprio niente di difficile.


Il vento si struscia sul mare: è un gatto nero, giallo di sguardo, contro la mano che gli allunga il cibo.
Solo il vento sa fare il mestiere del vento alla sabbia: livella. Porta via tracce come non fossero state, cambia contorni al mondo.
Il vento liscia l’evidenza e la trasforma, tratta le dune al modo della memoria con i ricordi.
Il vento e il tempo stanno a libro paga dallo stesso padrone.
L’onda ha il rantolio del tuono, la potenza della mano aperta a schiaffo.
Batte lo scoglio come chi miete fa con il grano
e ti sa spaventare:
un crollo di pentole dentro la notte.
Se t’avvicini lascia sulla bocca il sale,
al modo dei pistacchi sgusciati tra i denti
e dei baci ai primi appuntamenti.
Se potessi stare a tu per tu col mare, gli chiederei ragione dell’imparzialità che mette in certi fatti tra gli uomini. Per quale legge sia costretto a pesare uguale sulla testa di chi scappa e sulla testa di chi, di quella fuga, fa commercio.
Chiederei perché non mette il sale per disinfettare certe ferite invece che bruciare gli occhi di chi li spalanca contro l’ultimo straccio di cielo.
Ma lui continua alla sua maniera, rendendo conto solamente al vento e al cambio delle lune. Lascia gli uomini a illudersi d’aver trovato il modo di domarlo, poi se vuole gonfia il petto dentro un’onda e cancella un’isola, figurarsi due barchette.
Se la terra si lascia mortificare di confini, il mare mette tutti al proprio posto, senza parteggiare per la preda o il predatore. (altro…)
Il mare di settembre. Cosa non è. La luce quando lo accende e lontano in fondo non distingui la cerniera che lo divide dal cielo.

I bambini ti sembrano anche più belli, più abbronzati e lisci, con quei capelli fini impastati di salsedine e quasi biondi, i piedi pieni di sabbia, e le notti insieme, in un letto che a forza di sabbia è spiaggia anche quello.
Un mattino di fine estate in Liguria, mentre eravamo a passeggio sul molo, è successo che Lemuele si sia messo a piangere vedendo un pesce, credo una spigola, morto sul bordo del passaggio.
Voleva ributtarlo in mare, ma quando gli abbiamo detto che non sarebbe bastato per farlo nuotare ancora, un pianto di rabbia gli è straripato negli occhi.
Erano i giorni della polemica per la foto del bambini siriano, annegato, pubblicata da Il Manifesto. Per qualche strana associazione di idee mi sono chiesta cosa succeda a certi uomini, che probabilmente da bambini avranno sentito lo stesso senso di impotenza di fronte a una bestiolina morta e che invece, da adulti, non vivono queste immagini -questa verità- con un senso di sconfitta.
Borghetto Santo Spirito è attraversata dai binari. Esci dalla spiaggia e il treno ti passa così vicino da scompigliarti i capelli. È successo un giorno, mentre ero lì, che sono uscita dai bagni, e appunto stava passando un treno e affacciato a un finestrino c’era un uomo, avrà avuto i miei anni, con un cappello di paglia in testa (non ho capito come facesse a non farlo volare via). E quest’uomo faceva ciao con la mano a un bambino che lo guardava incantato, con un sorriso così bello, ma così bello, che avrei voluto fosse per me.
L’uomo con il cappello di paglia è durato un istante, trascinato via dal suo vagone, ma mi ha lasciato addosso una scia di buonumore e tenerezza, una cosa che ho deciso di custodire, per ricordare come alle volte basti poco. (altro…)
Read More
Mi sveglio da un lungo sonno. Dopo mesi sdraiata in spiaggia, mi bucano la pelle per riassemblare le ossa. Riparano le più malandate, mi riverniciano la pancia. Sento solletico. Sul fianco scrivono, con la vernice blu, Futura. Martellano, piallano, tamponano. Ci mettono giorni, forse settimane.
Poi, una sensazione che credevo di aver dimenticato: l’acqua che solleva, mi culla, lascia strisce saporite di alghe e di sale. Galleggio e sorrido in uno scricchiolio di assi di legno.
Ma dura poco: subito sento passi calpestarmi la schiena. Persone. Uno, due, tre, dieci, undici, dodici, trenta, cinquanta, settanta. Perdo il conto. Sono uomini, donne, bambini. Scalpitano, si pestano, mi pestano, si stringono, urlano, si spintonano. Non ho mai portato tutte queste persone insieme: è uno scherzo.
Invece mi guidano lontano dalla spiaggia pietrosa d’Africa, a forza di strattoni sono in mare aperto con il mio carico umano: piedi, dita, capelli, bocche, ginocchia. La luce arriva dritta, e taglio l’acqua a prua con una mossa precisa. L’Equatore mi si disfa alle spalle, davanti la terra è un bisbiglio in un’altra lingua, più che all’approdo somiglia a una promessa.