23 ottobre 2025

23 ottobre 2025

Quando qualcosa non mi va -mi rende triste, mi mette ansia, mi destabilizza o tutte queste cose insieme- adotto una tattica: mi rimpicciolisco. Mi vedo dall’alto, e da dopo.
Per vedermi dall’alto uso quella tecnica cinematografica che sposta la telecamera dal particolare all’universale: ci sei tu che riempi l’inquadratura, poi la tua famiglia, il paese, la nazione, mondo, universo. Siamo minuscoli e brulicanti e così imperfetti. Questo mi rasserena? A volte.
Poi, mi vedo da dopo. Ammesso che campi altri 50 anni (bè, essere ottimisti non conta nulla) e ammesso che mi sia conservata la memoria (anche molto ottimisti, perché no): che importanza avrà quello che mi è successo oggi? Che impatto avrà avuto su quello che è venuto dopo? Di solito la risposta varia da poco, molto poco a nessuna.
In questo mese di settembre mi sono impratichita parecchio in questo esercizio. L’inizio dell’autunno è venuto in salita, di quelle salite di cui non vedi esattamente la fine o dove ti portino, ma senti che hai un po’ il fiato corto e la gola riarsa.
Passo a passo, mi sono detta.
Passo a passo, continuo a dire.
Ci sono state anche cose belle. Il mare della Liguria a fine stagione, l’inizio della scuola, incontri interessanti e un po’ di solitudine. Da un po’ non la frequentavo. La solitudine intendo. Stare una giornata quasi intera senza nessuno intorno.
Lavorare affacciata alla finestra, anzi due, spiare le abitudini di un corvo che passeggia sulle tegole del tetto di fronte. Sembrava impegnato a immaginare la rotta, mentre si guardava intorno col becco in aria, zampettando avanti e indietro. Ogni tanto mi sembra che ci facciamo compagnia.
Mi sono detta: fai come lui. Ricalibra. Non è che non si possa cambiare strada mai. Me lo dico abbracciandomi un po’, come se fossi una bambina che si è persa nel bosco. Me lo dico piano: fai come il corvo, ricalibra.
Lo sto ancora facendo, impegnata a capire le coordinate.
_Signor corvo, te che vedi da là?
Non mi risponde quasi mai.
Nel frattempo, mi prendo l’ultimo sole e do il benvenuto alla nebbia del mattino, mi guardo intono cercando di tenere l’equilibrio (Ho detto equilibrio?).
E ogni tanto torno alla mia tattica: respiro a fondo, mi faccio piccola. A volte funziona. Non sempre, certo, ma si può provare. L’importante è non farsi fregare: il punto non è tenere a mente che siamo insignificanti, proprio no. Il punto è tenere a mente che il significato è altrove.

Il punto non è tenere a mente che siamo insignificanti, proprio no. Il punto è tenere a mente che il significato è altrove.
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Ci sono posti, e giorni, che oggi sfavillano sotto un sole d’autunno misericordiosamente caldo, mentre noi li percorriamo tenendoci saldamente per mano, nella presunta normalità di un qualunque sabato mattina di ottobre.
Sono questi stessi posti e giorni che domani, nella memoria, saranno strappo, vento, e incendio. Non più aderenti alla verità nuda del terreno e delle cose, ma fedeli alla geografia dell’anima.
Ci terremo forse ancora la mano, guardando a quelle bolle di tempo fragili nel ricordo e scintillanti, ma senza più stringere la presa: sapremo allora, con l’evidenza dei fatti, che avevamo una vita intera per smettere di tenerci, e non l’abbiamo fatto.
Avremo visto cambiare la luce alla finestra così tante volte da finire per credere di aver vissuto sempre.
E forse. Forse.

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Lo sanno tutti: albe e tramonti sono porte, passaggi che conducono ad altri luoghi. (O forse lo sanno soltanto i bambini).
Anche settembre è una porta. Resta socchiusa per un po’, sbirci attraverso i gialli e i rossi d’autunno, poi una folata di vento la spalanca e ci sei dentro.
I tramonti di settembre, e poi di ottobre, sono cerniere. Il buio arriva veloce, ha meno premure delle notti d’estate; il buio sale dalla terra, e la luce sta tutta compressa nel coperchio di latte che fa da cappello al mondo.
Qualche settimana fa abbiamo riempito un vecchio cestino da pik nik -uno di quelli che in certi film stanno sopra le tovaglie a quadri rossi stese sul prato- e siamo partiti.
C’è questa radura nel bosco che è un’atra porta. Sopra è appeso un cielo a cupola, lontano stanno i paesi, avvinghiati ai fianchi flosci della collina, intorno pareti di foglie e intrecci di rami. I bambini parlano agli spiriti del bosco. Senza accorgercene lo facciamo anche noi; la differenza è che loro stanno poi ad ascoltare le risposte.
Federico ha insegnato a Eliandro e Lemuele a cercare la legna e accendere il fuoco, abbiamo abbrustolito pannocchie che nessuno ha mangiato. Poldo scodinzolava fissando i panini, ho fatto qualche foto, abbiamo bevuto una birra; il calore del fuoco faceva somigliare l’aria intorno a un fiume che sale. Cose normali così.
Intanto, intorno, succedeva che: l’estate scivolava in una versione di sé meno semplice e più raffinata. La sera si scioglieva, colava giù come una lingua molle, come tanti veli di tulle. Dopo, la notte s’è fatta notte per davvero, e il fuoco da trasparente è diventato rosso.
Succede ogni volta così. Ogni giorno fa un passetto avanti, verso la prossima stagione, e la luce s’affievolisce e si inabissa. Per un po’. Mentre consumiamo i nostri piccoli riti quotidiani tutto si trasforma. E lo sappiamo.
Ma non guardiamo (quasi) mai.
(Ma poi, se tutto torna sempre: non dovremmo tornare anche noi?)







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Settembre è Capodanno morale, è il mese dei ripensamenti, è la fatica scalza di chi raccoglie l’uva, accatasta cassette, si macchia le dita in attesa del vino -l’estasi con cui Dio consola gli uomini di buona volontà (semicit.).
Prometto schiena curva tra i filari, ma che alzando gli occhi possa dissetarmi guardando il mare, svegliarmi il viso nei ruscelli freddi, trovare fiato carezzando con lo sguardo la schiena dritta delle montagne azzurre.
Prometto sforzo e domando luce, che cada a grandine tra le foglie fitte e diventi zucchero, chiedo la tenacia dell’edera che scala senza fretta le pareti, e amici.
Amici che alla fine della stagione dividano il vino, che vengano a grappoli con il pane da tagliare in tavola, con bocche da macchiare di viola, la voglia di cantare un po’, di stringersi intorno alle brocche sulla tovaglia a quadri e a una chitarra, la voglia di stare vicini, i bambini che corrono intorno, rincorrono un gatto, pedalano in giro.
Mentre il portico oscilla di tende bianche alla brezza d’autunno sarebbe bello ridere insieme della levataccia di domani, essere felici del nostro riflesso sul vetro, per vederci insieme, e vivi. E le bocche macchiate di viola.
Il mio anno nuovo comincia così: un caffè nero, un bel libro, le poesie di Baudelaire, il giornale che si acquista il mattino che comincia un viaggio.
Il jolly è: Di vino, di poesia o di virtù: come vi pare. Ma ubriacatevi. Charles Baudelaire
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Ottobre in campagne esibisce l’opulenza di due tondi che sono lune piene, bastoni nudi che reggevano pomodori, una pergola azzurra sotto cui sdraiarsi per veder nevicare gli alberi.
Ottobre in campagna è rumore di zoccoli sul battuto davanti alla stalla, fischi di corvi e tosse di bambini infagottati nelle prime giacche pesanti.
Sono chiome d’acero esplose di rosso in un mazzo di ore, come se nella notte le avesse accese una fiamma.
A volte mi manca la carta. A volte le idee. Altre le parole. Qualche volta persino il tempo. Capita pure che manchi la voglia.
Dopo, mi guardo le dita. Mi guardo sempre le mani per scegliere le parole. Per questo, da un po’ di tempo in qua, metto lo smalto.
Sembra che i pensieri vengano giù più spediti, con lo smalto colorato sulle unghie. Mi piace color malva, di più. O mattone. Il color mattone apre il chakra dell’immaginazione. Secondo me.
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