Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

  • Sotto questo mio cielo (istanti rubati a #gennaio2026)

    On: 10 Febbraio 2026
    In: istanti rubati
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    2 gennaio 2026

    Calzini di lana al posto dei guanti (che ho scordato a casa), doppio paio di pantaloni, un freddo contenuto per la media stagionale “ma il vento ti sputa in faccia la neve” (semicit.), tratti in cui si pattina (spesso di culo), tratti un cui si affonda nella neve fino al ginocchio, nuvole bassissime e poi sole, poi vento, nebbia e ancora sole, sosta in rifugio a base di caffè e torta macafane, il bosco a nudo, la schiena bianca dei monti, qualche camoscio, le trame del ghiaccio, frammenti dei nostri racconti, il giorno due di trecentosessantacinque che ci offre la sua luce.
    Il primo mini trekking del 2026 mi ha ricordato perché voglio imparare questi miei monti a memoria, stagione dopo stagione.
    6 gennaio 2026

    Sotto questo mio cielo c’è una fila di desideri che da terra arriva a toccare le stelle.
    Solo uno, uno solo non è stato esaudito. Il più enorme di tutti. Era un San Lorenzo di ventidue anni fa, e quella che ha attraversato il cielo tiepido di agosto era una piccola stella che ha infilato la sua piccola testa tra due cime, dopo aver tagliato in due la notte.
    Sta lì in mezzo agli altri, spaiato, nel cumulo di desideri accatastati uno sull’altro, da quando ho chiesto, bambina, di non morire mai (questo ancora non so, se avrà funzionato).
    Una fila di desideri impilati come piatti appena lavati nella credenza di un ristorante, come le foglie sul muro di un rampicante.
    Questa fila di desideri qualche volta diventa una scala e quando mi arrampico in cima vedo cose che non so raccontare (un altro desiderio: concedimi le parole). Tutto intorno c’è neve – questo lo posso dire – e una luna grassa, bianca, effervescente, che l’accende. C’è neve ovunque che conserva i pensieri. E conserva i visi, e le voci. Ma non lividi o imbalsamati, no, vivi, brillanti, le guance arrossate dal caldo della stufa, gli occhi scintillanti, gli abiti come per una festa di fine anno.
    Da lì guardo giù: un desiderio solo non è stato esaudito. Ci deve essere una ragione e tu, mamma, adesso la sai. Oppure il desiderio era solo mal espresso e dunque è diventato vero: avevo chiesto che rimanessi – e tu ci sei.
    Quando arrivo sulla mia cima di piatti imbanditi di sogni, vedo che non manca niente: quello che è stato, è, sarà. E il tempo ha una forma che non so dire, ma certo non lineare. Non è una freccia ma piuttosto il movimento di una bestia selvatica che sente un richiamo. Oppure un balletto, una danza, dove ogni mossa non smette, non passa, e la musica vive, imperversa – né principio né fine.
    22 gennaio 2026

    Gennaio, vorrei essere un gatto. Uscire la notte sotto la luna del lupo a cercare le tracce ghiacciate di piccoli insetti, arvicole e cieli pulsanti di stelle. Uscire la notte senza paura del lupo, senza paura di ascoltare il cuore che si riempie di burroni e guaiti.
    Lo penso quando il sonno non viene e proietto al soffitto le private illusioni delle mie costellazioni. Leggo manuali sulla scrittura che cura e sulle filosofie orientali, leggo Stefansson (ancora lui, ma chi meglio di lui conosce il cuore duro dell’inverno?) e le poesie di Gualtieri, ascolto Knopfler (there’s only sky and water as far as we can see) e il canto dei mantra e tengo a bada come posso la voglia di andare e la paura di andare. La voglia di fare e la paura di fare.
    E certi giorni, certe mattine gelide e ancora prese dalla vista sfocata del sonno, quando mi trovo per strada, su un treno, in un bar pieno di gente, vengo colta da una strana epifania. Una voce mi dice: non ti commuove guardare le donne e gli uomini, i bambini e le ragazze? Non ti commuove pensare ai guai di tutti – diversi, simili, insostenibili, marginali? Non ti fa tremare il sangue, non ti fa amare tutti, amarli tutti senza condizioni, vederli così inermi, schiacciati, disarmati, coraggiosi?
    È solo un momento. Poi, in questo gennaio che ospita più lune piene del consentito, torno a voler essere gatto: il caldo della stufa di ritorno da una notte selvatica a caccia di topi e silenzi, qualcuno a cui fare le fusa, la brace che dura.

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  • Nulla in me dubita della tua presenza (istanti rubati a #agosto2024)

    On: 9 Ottobre 2024
    In: istanti rubati, la mia vita e io
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    1 agosto
    Scendere nell’orto prima di cominciare la giornata, in estate, è un rito che mi va comodo.
    Scendere con la bocca ancora impastata dai sogni, i piedi negli stivali, la maglia a maniche lunghe nonostante il caldo già prepotente, per non farmi rosicchiare dagli insetti.
    C’è un esercito di insetti, tra i fiori delle zucchine, tra le file di pomodori. Ti fischiano nelle orecchie come fuochi d’artificio.
    Nel silenzio dell’alba, ogni cosa sembra al suo posto. Forse per questo la natura ci affascina tanto. Anche l’ape che ti punge fa il suo lavoro. L’hai spaventata, hai invaso il suo territorio, lei si difende come sa: niente di personale.
    Forse per questo la natura, a volte, tranquillizza: a differenza delle faccende tra umani, ogni cosa segue il suo corso. E il modo in cui vanno o non vanno le cose non dipende da niente che non sia la loro essenza – piegarsi al vento, nutrirsi di pioggia. Rigenerarsi con la luce del sole.
    Non c’è colpa, né senso di colpa, né aspettativa, scopo o frustrazione. Solo lasciarsi vivere e morire e poi rinascere. Ogni cosa al suo tempo, nel presente – una musica esatta.

    10 agosto
    Che poi è facile, se ci pensi.
    Quello che abbiamo è questo sentiero, persone con cui fare dei tratti, un cielo sulla testa che delle volte dice sole e altre tempesta. Altre volte ancora se ne sta azzurro e distante, fa finta di niente.
    E abbiamo queste gambe che è meglio far andare e scarpe da scegliere robuste. E abbiamo voci che ci scortano lungo la strada e che il più delle volte ci riportano a casa.

    14 agosto
    Pensare un nuovo tatuaggio.
    Il bosco.
    Preparare il tiramisù per un ferragosto in cortile.
    Famiglia.
    Il primo caffè del mattino in bottega o sul balcone.
    Cognetti – Giù nella valle.
    Appunti di viaggio.
    Amici. Le birre al laghetto.
    Camminare.
    Meditare sul pavimento di legno, di fronte al Pasubio e le sentinelle di pietra.
    I pasti condivisi.
    Chandra Livia Candiani e Mariangela Gualtieri.
    Ricordare.
    Le serrature del silenzio, la preghiera del ruscello.
    La notte, un nero mare capovolto punteggiato di stelle.
    Moquette d’erba sotto i piedi.
    Nel letto coi bambini, le parole prima di dormire.
    Mi inchino al Dio dei giorni semplici – con la fronte a terra benedico ogni minuscola sterminata grazia.

    19 agosto

    Tu e io, una notte in rifugio, camminare al tramonto. E poi all’alba. La superluna blu di agosto giallissima e quasi piena e tutte le nostre parole – parole che vengono facili, qui, lontano da tutto. Tu che mescoli storie da bambino e riflessioni da uomo, tu che racconti con la voce quasi da ragazzo.
    Mangiare come lupi, dormire come sassi – il vocabolario dello stare bene è preso in prestito dal bosco.
    Come sempre perderci, noi due (anche questa una quasi tradizione), arrabbiarci un po’ nell’erba bagnata, alta che ci arriva ai fianchi, Te lo avevo detto che non era questa la strada. E poi trovare un segno, la rotta, la via – una riga rossa e una bianca su un tronco. Rieccoci sul sentiero che ci riporta a casa.
    (Perché domani, ovunque tu vada, sappia riconoscere sempre il sentiero che ti riporta a casa).
    27 agosto

    Salire al rifugio Fraccaroli è un rito dell’estate – uno dei tanti eppure uno dei più significativi.
    La sveglia prestissimo, la prima parte della salita nella pancia scura e ancora fresca del bosco e poi venire alla luce sulle pietre chiare, sbiancate dal sole.
    La merenda -pane e cioccolata- alla prima bocchetta, quando la vista spazia dall’una all’altra valle, al rifugio infilare le ciabatte, i pasti abbondanti, guardare salire la nebbia, la birretta rigenerante, le gambe a pezzi, il belato lontano di un gregge, il tramonto lento, lento, che non arriva mai – il giorno che non vuol finire.
    Ogni volta le stesse domande su altitudine, chilometri, distanze, la camerata rumorosa, tre piani di letti a castello, al ritorno surfare sul ghiaione.
    Quell’allegria annebbiata, storie di montagna, la polenta e il vino e sempre dire tra noi che la prossima estate magari si cambia meta, magari si dorme in un altro rifugio, magari… e sempre sapere che intanto la prossima estate è qui che ritorni. Perché i riti celebrano il tempo e gli restituiscono senso.
    28 agosto

    Quando un nube
    inghiotte i monti
    roccia cielo terra
    tutto svanisce
    – ma solo agli occhi.
    Oltre il visibile
    tu ci sei.
    Nulla in me dubita della tua presenza.
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  • Per svegliare la primavera

    On: 28 Febbraio 2019
    In: lettera
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    Mia madre mi raccontava sempre di una cosa che facevano in paese quando era bambina.
    Una certa sera, alla fine dell’inverno, bambini e ragazzi si armavano di pentole e mestoli e campanacci e si riversavano per le strade battendo i coperchi e urlando e cantando e chiamando a gran voce per svegliare la primavera.
    Io me li vedevo. Una piccola processione nella notte, tutt’altro che silenziosa, un gruppo sparuto di bestiole allegre, il buio sopra sotto e intorno, la terra ancora dura ma già disposta a schiudersi, gli scherzi dei ragazzi, i brividi di eccitazione e freddo dentro i giacconi e magai la luna, magari un cielo ingombro di stelle altissime sopra le cime delle montagne e giusto più in là, acquattata nella penombra, la bella stagione a promettere giorni luminosi e caldi come melograni sotto il sole.
    Non è molto che ho scoperto che questo rito si ripeteva ogni 28 febbraio, ovvero il giorno che te ne sei andata, mamma, 14 anni fa. Da allora è più facile immaginarti. Immaginarti partire una notte che ricordo nerissima e fredda sulle scale bianche dell’ospedale, mentre cadeva una neve leggera e fuori stagione, ma al mattino, potrei giurarci, al mattino arrivare alle nostre montagne fiorite di crochi e minuscole foglie nuove.
    Buona primavera a te, mamma, e qualche volta, se puoi, batti un colpo di pentola e scuoti un campanaccio, che io ti senta da qui.

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  • Coperchi di luce (Istanti rubati ad #agosto2018)

    On: 24 Settembre 2018
    In: istanti rubati, la mia vita e io, quasi poesia
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    agosto in Trentino

    Ho capito che il più delle volte
    è il moto della gamba a governare il cuore.
    Andiamo dove la terra tiene,
    dove la pietra non frana,
    dove a piedi scalzi possiamo incontrare nell’acqua di torrente
    una limpida trafittura di vita.

    Ho capito che
    è l’adesso che non va tradito
    e adesso è il modo che abbiamo
    di saltar le buche
    travalicare fossi
    camminare cauti lungo rive sassose
    costeggiare spaventi o avventarci sopra
    come il gheppio sull’arvicola
    come il falco sulla lucertola.

    Ho imparato che sulla vetta
    delle montagne
    la notte arriva tardi
    e al crepuscolo è come stare
    dentro una pentola
    sotto un vasto coperchio di luce.

    Soprattutto ho imparato che se dopo aver sbagliato
    strada
    e speso a vuoto fatica sudore fiato
    non tenti nuovamente la cima,
    avrai sbagliato invano.

    (Foto in alto di Elio Orcelletto)

    agosto in Trentinoagosto in Trentino
    agosto in Trentino

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  • Istanti rubati ad #agosto2015 (speciale Obra)

    On: 25 Agosto 2015
    In: istanti rubati, la mia vita e io, viaggi
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    vallarsa, trentinoCi sono cose che si fanno soltanto in montagna ad agosto. Ad esempio, le cene della contrada nel prato davanti a casa, ognuno cucina qualcosa, i bambini giocano con le bici e i palloni e se ne vanno in giro a cercare i ghiri lì intorno, che quest’anno ce n’è un’invasione.
    A fine serata tutti –eccetto i bambini- si beve grappa, scegliendola tra una decina di tipi, e si intona (si fa per dire) Quel mazzolin di fiori e Vecchio scarpone.

    vallarsa, trentinovallarsa, trentinovallarsa, trentinoIn montagna ad agosto i tuoi figli scalano alberi e tu pensi che era giusto ‘sta mattina, o ieri al più tardi, che su quei ciliegi ti arrampicavi tu, che allora avevi i codini e le ginocchia sempre spelate. Ora ci sali ancora, dietro tuo figlio, e lo guardi da basso, con le braccia pronte alla presa e il cuore a strappi. (altro…)

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  • Nostalgia e un vecchio baule

    On: 9 Ottobre 2014
    In: la mia vita e io
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    obra di vallarsa (TN)

     

    Ci sono luoghi dove è più facile avere nostalgia.
    Io che sono una professionista del settore lo so bene. Io che prima o poi, una laurea ad honorem me la daranno, in nostalgia.
    Ci sono posti in cui la vena melanconica pulsa come una ferita nuova; e sono i posti in cui, se scavi un po’, trovi le tue radici. Possono essere quelle nebulose dell’infanzia o quelle surreali di adolescenza e prima giovinezza. Oppure, come capita a me tra i monti del Trentino, tutto questo e molto altro ancora.

     

    In quelle strade ogni pietra ha un nome, ogni sasso nasconde la traccia di una lacrima caduta in disparte, un sorriso lasciato in bilico tra l’erba e le violaciocche. Un pensiero custodito come un seme nella terra; tu hai scordato di averlo fatto, quel pensiero, tanti anni fa, ma adesso un bel girasole selvatico ti ricorda che lo avevi lasciato lì.

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  • (Un luogo e un modo) dove il tempo non c’è

    On: 16 Maggio 2014
    In: la mia vita e io
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    obra di vallarsa

     

    A Obra, in certi –rari- momenti di pace, l’anno scorso, quando i bambini erano appesi dietro ai sogni del loro sonnellino, mi piaceva andare su in cucina e mettermi a scrivere. Era fine estate: spalancavo la finestra e gli scuri e assaporavo il silenzio luminoso del pomeriggio.

     

    Le giornate erano per lo più fresche e assolate, preludio settembrino, e mi piaceva avere per compagnia il ticchettio delle mani sulla tastiera, il vento che frusciava tra i rami degli alberi vecchi davanti a casa e qualche lontano canto di un gallo che ha smarrito il senso del tempo.
    Ancora più in là, dalla strada che scende a valle, echi sguaiati di giochi e risate.

     

    Là di fronte, mi osservavano precisi e attenti i miei monti, il Pasubio di fronte mi strizzava l’occhio.
    Era bello sentire che pace, e  sognarmi scrittrice – che costa, sognare.

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  • I regali che ho avuto (e quelli che vorrei)

    On: 18 Aprile 2014
    In: la mia vita e io, lettera
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    obra di vallarsaIn paesino montanaro di cento anime non è detto che a Natale la Messa di mezzanotte sia proprio a mezzanotte. Poiché il parroco è uno solo per tutta la valle, deve girare di chiesa in chiesa, sperando che la neve non gli complichi ulteriormente la Vigilia.
    Quell’anno, la Messa nel mio paese era stata celebrata alle nove, nove e mezza o giù di lì.
    Quando è finita, lasciati alle spalle i cori di Tu scendi dalle stelle e il bagliore di tante candele, mamma mi ha fatto la proposta: perché nell’attesa di Babbo Natale non facciamo un giro con lo slittino?
    Non so quanti anni avessi, probabilmente tra cinque e otto, e non ricordo quanta incondizionata fede avessi ancora nella venuta dell’uomo vestito di rosso.
    Quello che ricordo perfettamente è il sapore di quella nottata.
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  • Ma vedrà, tra qualche anno andrà meglio

    On: 31 Agosto 2013
    In: la mia vita e io, viaggi
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    bimbi che giocano

    Siamo appena tornati dalla vacanza in montagna: possiamo dire di avercela fatta.
    Con i dovuti aiuti, si intende.  Ed è stato bello, questo momento per noi tre. Riposante no, quello non me lo sentirete dire. E probabilmente sarà così per le vacanze dei prossimi quindici anni, stando a quello che raccontano genitori più rodati e con più anzianità di servizio (incoraggiamenti mai, eh). (altro…)

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  • Anita: quello che viene prima

    On: 12 Giugno 2013
    In: il progetto
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    paese di montagna in festaEccomi, qui, per dire: vado avanti.
    Con caparbia ostinazione, ecco un estratto dal secondo capitolo. Qui la protagnita, Anita, racconta dell’incontro tra sua madre, ostetrica, e il padre, elettrcista.
    Vi va di buttare un occhio?

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