• 14 maggio

    Mi sono svegliata con il verso di una canzone ostinatamente piantato nei pensieri, anche se non lo ascoltavo da una vita. La pioggia zampettava sul tetto come un animaletto selvatico scappato alla notte e in macchina ho messo in loop la canzone che era venuta a trovarmi nei sogni.
    Il mattino prima ero stesa in un prato, c’era un sole che andava e veniva e io ho chiesto un rumore che potessi riconoscere. Una richiesta strana, lo so. Mi sento sempre inopportuna, a fare queste richieste, anche se inopportuna non è la parola giusta. Eppure le faccio.
    Ho chiesto: un rumore che io possa riconoscere.
    Ne sono arrivati due. Il ticchettio di un vecchio pendolo che stava nella casa di montagna dei nonni. Il verso di un uccello che è nostro. Da bambina camminavamo nei prati rinverditi dalla tarda primavera e mi dicevi: lo senti?
    Facevamo silenzio, un dito davanti alla bocca, l’eco tra le valli.
    C’era qualcosa in arrivo, era chiaro. Bastava stare in ascolto.
    Il tempo è ballerino e dal mondo arriva un vento virulento da cui mi schermo con un senso di colpa e uno di levità. Non posso fermare gli spifferi, e non credo di doverlo fare.
    La pioggia ha ripulito l’aria dai pollini bianchi che coprivano la campagna di neve primaverile.
    Ho nelle orecchie Battiato, davanti agli occhi San Pietroburgo e l’inconosciuta Prospettiva Nevskij; aspetto il maestro che mi insegnerà come trovare l’alba dentro l’imbrunire – che è difficile l’ho imparato già.
    Se ascolto bene, c’è sempre qualcosa in arrivo.
  • 5 aprile

    Mi piace uscire a sera, quando il sole ha finito di dettare la sua legge di riverberi e bagliori e sedermi in cortile.
    Mettere insieme due o tre parole, di quelle piane, familiari. Parole come uccello, mano, primavera, temporali.
    E ancora: pane, sedia, aiuole.
    Ne raccolgo un mazzo per chi le vuole.
    Tra venti di guerra e un mondo che si restringe ora dopo ora, scelgo parole fide: viaggio, libro, caffettiera.
    Me le lego al dito con pensieri di spago e lascio che prendano il largo – aquiloni nella sera.
    Le galline battono le ali nella polvere viola di aprile, poi strofinano il becco in una pozzanghera
    tra l’erba del cortile.
    18 aprile
    Questo compleanno non ha la solennità del cinquanta, del mezzo secolo tondo. È una ricorrenza più intima, defilata. La festa si fa nel cuore e nel cuore c’è foresta e tra i rami fitti passa una bellissima luce. Una luce a bocconi da socchiudere gli occhi, e me la bevo stesa sul prato, sul muschio, tra le radici di alberi secolari; la lascio giocare e impigliarsi alle ciglia – e rimango.
    Per la seconda volta nella mia vita mi sono regalata un profumo. La prima, ero una sedicenne e avevo scelto Egoiste – con le amiche mimavamo la celebre pubblicità sbracciandoci sul sovrappasso ferroviario sopra ai binari, all’uscita da scuola (“Fatti vedere, egoista!”).
    Trent’anni dopo, il gesto è lo stesso e non lo è per niente.
    Mi sono regalata del fissativo e una latta da cinque litri di vernice sulle sfumature dell’ocra: dopo un lavoro estenuante per spostare la camera da letto dei ragazzi, ho deciso di attrezzare, nella stanza rimasta vuota, un piccolo studio yoga. Sarà semplice, raccolto, curato nei dettagli – un tentativo di scendere a patti con la mia tendenza all’entropia.
    Mi sono regalata una colazione con tarocchi, è uscita l’Imperatrice: ha scudo, scettro e corona. Ma, soprattutto, la mia Imperatrice ha un bel paio di ali azzurre.
    E poi: mi viene in dono la presenza di chi amo, sempre e per sempre, in una forma o nell’altra.
    Così, anche quest’anno invecchiare costa fatica ma porta la bellezza delle cose effimere — un profumo diverso, un soffitto color grano — e l’allegria giocosa dei nuovi progetti.
    Resta l’amore per il tanto che ho intorno – e perfino cresce. Perfino fiorisce.
    Cosa volere di più.
    Grazie, e auguri a me.