Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

  • Chiediamo una pagina che non sbiadisce (istanti rubati a #settembre2026)

    On: 15 Ottobre 2026
    In: istanti rubati
    Views: 20
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    6 settembre
    Non so cosa sia la nostalgia sfolgorante che a settembre chiama a raccolta ogni altro settembre.
    Chiama stagioni contro il mio volere, riesumandole dal laboratorio clandestino del tempo, assaltandomi sul bordo frastagliato del sonno o nella calma della controra sulla battigia.
    Come onde rivanno e rivengono i giorni passati: orme bambine sul bagnasciuga, passi piccoli, conchiglie in dono, un trillìo di voci, bocche sporche di gelato, salvagenti.
    Si intrecciano i ricordi ai progetti d’autunno, in fila a reclamare attenzione come un esercito di esattori.
    E si intrecciano a quel che leggo: il padre di Richard Ford, grande e grosso sulla sua Oldsmobile per le strade di New Orleans; i versi senza polvere né peso di Mariangela Gualtieri; le luci intermittenti di Tokyo e Taiwan nelle pagine rarefatte di Banana Yoshimoto.
    E me ne sto.
    In questo sciabordio cantilenante di immagini mie e altrui, vissute e inventate, mentre il futuro scalpita nella sua sacca informe e chiama — chiama con la sua voce di settembre.

    16 settembre
    Sono passata da giorni liberi tra i monti e sulla spiaggia ad altri costretta a movimenti cauti, bradipici, per un infortunio alla caviglia.
    Sono tornata alla campagna, a temperature più compatibili con la vita, alla natura che appena percettibilmente vira verso quella meraviglia che è l’autunno.
    Sono tornata all’apprensione per il tanto da fare, giornate da programmare come tetris, alla scuola che riprende, a un libro bellissimo. A progetti nuovi, emozionanti, e a timori nuovi anch’essi, che a volte la sera rosicchiano la quiete.
    Ma, mi dico, è la vita, dolcezza! Si mescola paura con gioia, trepidazione e ansia, eccitazione e pesantezza. La vita è Lila, è invenzione.
    Me lo ripeto ancora – farò, un giorno, un tatuaggio: Lila. Il gioco divino, l’universo che accade non per necessità ma per esuberanza — un respiro che si dà senza calcolo.
    Me lo canticchio la sera, in balcone, quando il buio scende prima e gli occhi cercano punti di appoggio per l’immaginazione e le stelle e la luna… quante parole nuove, che sorprendenti messaggi, terrifici e meravigliosi, compongono in cielo!

    29 settembre
    E cosa chiediamo, noi?
    Chiediamo una pagina che non sbiadisce
    -che sia vita o parole-
    che resti piena, intensa
    radiosa nel cangiante grigiazzurro
    dell’onda,
    che porti più avanti
    i confini
    – ogni giorno.
    Un boccone di luce,
    chiediamo,
    un sentimento incartocciato
    da srotolare piano:
    ecco una mappa,
    la segreta mappa degli abissi
    e delle vette
    del cuore.

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  • Le osterie di fuori porta non chiuderanno mai (istanti rubati a #agosto2026)

    On: 15 Ottobre 2026
    In: istanti rubati
    Views: 19
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    4 agosto
    C’è un caldo che fa il cielo livido. Il sole del pomeriggio è un tuorlo sbattuto che galleggia in un biancore immobile. I vestiti stesi ad asciugare in poche ore si seccano sui fili.
    In campo, i cavalli sollevano una polvere giallastra e nei paddock muovono freneticamente la coda per cacciare mosche e tafani.
    Ogni tanto l’estate — questa estate — tira fuori una faccia che, da spavalda, sembra farsi stranita. Tutto si incrina, perfino il sole accucciato nel proprio sudore; persino Messner, il gatto, che si affloscia sulla sedia come uno strofinaccio dimenticato.
    Nei giorni scorsi ho camminato per le strade dei paesi e mi sono fermata a leggere nei bar, come amo fare. Le conversazioni tengono dentro tutto il caldo, l’afa, lo stupore per questo senso di oppressione che ci portiamo addosso.
    Leggo Anna Karenina e persino l’immaginazione fatica a tenere insieme ciò che vivo e i tanti gradi sotto zero dell’inverno moscovita, i pellicciotti e le carrozze che scricchiolano nella neve.
    Un occhio al libro, un orecchio alle chiacchiere intorno. Cambiano mode, conversazioni, clima e consuetudini ma l’uomo resta lo stesso – esposto ai capricci della materia, alla propria inerzia, al terrore della solitudine.

    6 agosto
    Il sogno di questa notte: sono a una manifestazione, a una festa, non so, in un luogo sconosciuto. Devo mandare la posizione a mia madre perché venga a prendermi. Eppure più ci provo e più non so capire il mio posto sulla mappa. Allargo, stringo, sposto, ma niente: non trovo dove sono.
    Ora apro il giornale e leggo di Guccini.
    In un cortocircuito difficile da spiegare razionalmente è così che mi sento adesso: senza coordinate.
    Dalla giovinezza in poi, le sue parole sono state una traccia per la cartografia delle mie emozioni e so che millemila cose -la mia montagna, le albe in collina, il vino e persino l’amore- non sarebbero state le stesse, senza le sue canzoni.
    E questa è una cosa enorme, cazzo.
    Ciao Maestrone, grazie.
    Le osterie di fuori porta non chiuderanno mai.

    17 agosto
    Anche il Rifugio Fraccaroli cambierà faccia.
    Uno dei luoghi più simbolici della mia giovinezza tra i monti, ieri ha chiuso per riaprire tra un paio di estati, nuovo e più grande.
    Siamo saliti a salutarlo in gruppo, passando per vie diverse, calcando sentieri che conservano le nostre impronte da tanti di quegli anni che è meglio non contarli.
    Della mia prima volta là ricordo un ragazzo coi capelli lunghi che suonava una chitarra, l’odore di legno e di vino e tutto un mondo che mi si dischiudeva sotto i piedi ma soprattutto oltre lo sguardo.
    Da allora non abbiamo smesso di tornare, e tornare per trovarlo ogni volta come lo avevamo lasciato – un piccolo prodigio, questo, dentro una realtà che si muove e cambia più veloce dell’immaginazione. Cambiavamo noi, le nostre vite, ma il rifugio restava uguale, a eccezione della cornice di luce-cielo-stagione.
    Senza contare tutte le volte che sono stata lì senza muovere un passo – bastava socchiudere gli occhi.
    Ciao, Fracca.
    Sei stato birrette e caffè meritati dopo la fatica.
    Sei stato passaggi e passaggi di voci e fotografie di gruppo alla Croce e magliette stese per asciugare il sudore e scarponi slacciati.
    Polenta e nuvole che si muovono in fretta, tramonti lunghi, tempo in cambianza.
    Un posto sulla montagna e un posto dentro di me.
    Ne vedem presto!

    24 agosto
    Partire finito il lavoro con gli amici di sempre, per cenare al rifugio. E dopo, al ritorno, far brillare le torce nel buio per attraversare il bosco.
    In mezzo c’è un movimento minuscolo, il franare della luce in un cielo ovattato: all’orizzonte una linea incandescente fa vibrare il profilo delle cime.
    E in mezzo-in mezzo, noi, a rompere il silenzio quasi perfetto con le nostre chiacchiere, le solite urla per i soliti scherzi — grugniti tra il fogliame, vicino al sentiero — e sentire che intorno c’è tutto un mondo che ai sensi non parla. Non ha solidità che i nostri occhi possano cogliere né vibrazioni capaci di solleticarci i timpani. Non ha trama che le nostre mani intercettino.
    A un certo punto, sulla via del ritorno, due luci brillavano sulla parete del monte di fronte. Era già capitato. Troppo potenti per essere le torce di due telefoni, immobili nella notte.
    Cosa, allora? Due viandanti stanchi? Un eremita che vive nella roccia? Un alieno?
    Mi è tornata in mente La lucina di Antonio Moresco. Immaginavo i rami e sui muschi l’ombra di un bambino scalzo che scuote il fogliame senza che ne esca un suono.
    Siamo tornati che era notte nottissima, qualche stella in cielo e la pioggia che, per fortuna, non era venuta.
    Me ne sono andata a letto con le gambe a pezzi e nelle orecchie ancora l’eco delle nostre voci, mentre da qualche parte, tra rocce su un monte non troppo distante dal mio letto, restavano accese due luci.

    29 agosto
    Quando la montagna s’innerva d’autunno, sui sentieri scricchiolano foglie, e timidi mazzi gialliaraciati macchiano il verde.
    Nel bosco si respira un odore diverso: più intimo e vivo, un sentore d’acqua e fogliame. È facile adesso incontrare un cervo che ti scruta appena fuori dal sentiero – un incrocio di sguardi, un brillìo.
    Pare, adesso sì, di sentirlo bussare, Messer Autunno, un tocco accennato – per sentirlo: zittisci il brusio dei pensieri, rendi lo sguardo neutro, appoggialo inerte sulla linea frastagliata d’orizzonte.
    Agosto è un tempo sbiancato a cui settembre restituirà sfumature e contorni. Resto ancora nel suo grembo molle, qui al fresco del noce, nel via vai delle rondini che strillano sui tetti e sopra la chiesa.
    Un’altra stagione sta per lasciare la scena. Qualche ultima battuta da pronunciare in fretta, poi la musica parte.
    Due passi avanti, un gesto col cappello – un inchino.

     

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  • Ayubowan Sri Lanka (istanti rubati a #luglio2026)

    On: 13 Ottobre 2026
    In: istanti rubati, viaggi
    Views: 37
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    2 luglio

    Il caldo svapora i pensieri.
    Le notti hanno spigoli e ampie risacche dove i sogni vanno alla deriva.
    I cavalli scalciano contro le assi di legno e attraverso le zanzariere gli uccelli e il gallo fendono il dormiveglia, anticipando l’alba.
    Il mondo brucia, dicono.
    Senza condizionatore, giochiamo di correnti e tende tirate durante il giorno.
    Per rinfrescarmi, scrivo di montagna. Notte, bufera di neve, il vento che gratta alla porta.
    La sera scendo da basso, cercando refrigerio – mi metto a scrivere al tavolino sotto gli alberi, formiche si rincorrono intorno al quaderno. Oppure salgo in auto, finestrini abbassati, colline intorno, una luna sempre più bianca e vicina, quasi domestica.
    Leggo Le sette lune di Maali Almeida, preparo un viaggio. Incastro notti a spostamenti ma tengo generose sacche di tempo da riempire al momento. I progetti d’autunno reclamano attenzione, ma li spingo più in là. Dopo, dico, dopo.
    Il caldo mi rende più morbida e sonnambula, i pensieri si chiamano a raccolta in una sperduta piantagione di tè asiatica, sulle rive di un fiume che s’infila in un intrico di giungla. Il viaggio comincia prima del viaggio. E finisce non sai quando – finisce?
    Mi scuote il canto di un fringuello, l’abbaio di un cane svegliato da un sogno. Comincia il giorno.

    4 luglio

    Colombo prima dell’alba. Una notte di sonno cancellata, mangiata dal viaggio e dal fuso.
    ​Il tempo di ritirare l’auto a nolo e siamo sotto un diluvio monsonico: guida a sinistra, traffico selvaggio, coltello tra i denti e preghiera sulle labbra.
    ​Kandy è un luogo sospeso e difficilmente codificabile per i nostri occhi occidentali tra lago e colline, assediata dalla giungla. Sulla vetta domina la statua bianca del Bahirawakanda Buddha che tutto vede, maestoso e meditabondo.
    ​Esploriamo le strade caotiche in pieno hangover da mancanza di sonno; incontriamo martin pescatori, varani, galli al guinzaglio e, infine, la pace accogliente di un tempio indù.
    ​Camminare a piedi nudi tra le piccole pozze, con i mantra che risuonano nell’aria, l’amato profumo d’incenso e le offerte di fiori e frutta tropicale: il miglior benvenuto in Sri Lanka.

    5 luglio

    Cose di oggi in ordine sparso.
    Mattina al Tempio del Dente di Kandy dove si venera il Dente di Buddha. La storia insegna come una sacra reliquia possa creare guerre, uccisioni, accordi e colpi di scena (tipo una principessa indiana in viaggio con un Dente nascosto tra i capelli).
    Le preghiere nei tempi, vestiti di bianco, gli inchini davanti alle statue, spaghi bianchi bruciati su distese piccole candele, tra mazzi di incenso.
    Gli sguardi ferventi dei devoti – davvero: se fossi Buddha li esaudirei tutti.
    In un giardino di spezie tra Matale e Dambulla, scoprire come è fatta la pianta della noce moscata e che rimedio contro il freddo è la cannella dietro le orecchie e sotto la pianta dei piedi.
    Per le strade di Sigiryia, pavoni, scimmie, un elefante, carri tirati dai buoi. Terra rossa, polverosa.
    In una strada sperduta di campagna, il tramonto: mare d’erba in movimento, una jeep contro il sole, i riflessi di luce in un rio e la giungla al fondo dello sguardo, e tutto intorno.

    6 luglio

    Un po’ di cose che ho imparato oggi dagli elefanti nel parco naturale di Minneriya.
    Il modo in cui mangiano: arrotolano la proboscide intorno all’erbetta fresca sulle rive del lago, la strappano e poi la sbattono per bene per scartare terra e foglie secche. E poi in bocca.
    Tradotto: il nutrimento va ripulito da ciò che non serve.
    Le rughe regalano autorevolezza.
    Anche se sei osservato da un branco di bipedi estranei, tu fregatene e continua pacifico per la tua strada. Sei più forte di tutti loro, tra l’altro. Ma resta umile.
    La lentezza è di chi non deve dimostrare niente a nessuno. Manco a se stesso.
    Muoviti con calma, senza pestare i piedi a nessuno, ma occupa il tuo spazio. Chiedere scusa per esistere è una pessima abitudine della nostra specie.
    Lascia che la tua tribù venga guidata sempre da una femmina.

    7 luglio

    Cose sparse di un giorno tra giungla e siti archeologici e misteri non del tutto
    Aspettare a un incrocio che passi un esercito di scimmie. Indisciplinatissime quanto noi.
    1500 gradini per arrampicarsi al Lions Parck e trovarsi in un altro secolo, sui resti di una fortezza costruita da un re patricida poi convertita in monastero buddista .
    Fermarsi davanti al cortile di una casa abbandonata piena di cerbiatti (una porta aperta su una fiaba)
    Cercare in un parco pieno di mistero una non segnalata mappa celeste per cercare un ponte di collegamento con l’universo (ma trovare a stento il sito su google… abbiamo ampi margini di miglioramento).
    Arrivare nella casa per la notte e trovare un simpatico novenne che ha insegnato a Eliandro a giocare a cricket.
    Fare altri 1840 scalini tra le meraviglie di Mihintale al tramonto e incontrare due scapestrati bambini cingalesi che infilano le mani tra le offerte per il Buddha e lo ringraziano con ampi inchini prima di intascarseli.

    8 luglio

    Viaggiare è allenarsi a stare nel momento.
    Aprirsi al presente senza programmare il dopo, senza controllare di continuo un percorso o cercare su google maps il posto migliore per una tappa.
    È resistere alla tentazione di correre per vedere quello che viene dopo.
    Aprirsi al viaggio è notare il gesto della donna che al mattino davanti a casa spazzola i capelli neri della figlia in uniforme scolastica.
    Al tempio, è farsi cullare dal salmodiare cantilenante del vecchio vestito di bianco.
    Sulla spiaggia è ascoltare gli oh-issa dei pescatori che tirano una rete a riva. Guardarli sistemare il bottino, scartando meduse e alghe, litigandosi il buono con i corvi.
    È fermarsi in un tempio deserto lungo la strada che nessuna guida segnala. È adornare la statua sorridente del Buddha con fiori di frangipane. Restare un po’, prendersi tempo.
    Dopo giorni tra stupa, pellegrini e terra rossa, è lasciarsi stupire dall’apparizione dell’Oceano Indiano, spazio blu tra barche e palme da cocco – socchiudere gli occhi e catturarlo tra le palpebre.

    9 luglio

    Seduta alla porta del giorno
    seguo il filo dell’onda
    che all’orizzonte diventa
    cielo basso, sbiancato.
    Resto nel gesto del pescatore
    che sfila le reti alla risacca
    mentre il tè scurisce nella tazza
    e al Tempio l’incenso sale dritto
    – e poi si perde.

    10 luglio

    Al tempio indù, questa mattina, celebrazione per la Dea Mariamman, manifestazione di Shakti, legata alla terra e al mare.
    Sulla fronte porta una mezzaluna: dominio sul tempo, sulla mente.
    Dea della fertilità, della guarigione, della pioggia.
    L’ho pregata, tra fumo e tamburi: fammi fertile. Rendi fruttifero il coltivo.
    Al sito archeologico di Vilgam Vihara, pietra bollente sotto i piedi, ci spiegano che l’acqua arriverà, puntuale, a novembre.
    I monsoni conoscono la strada, come gli elefanti — finché l’uomo non ci mette lo zampino.
    Sulla spiaggia di Kuchchaveli, solo noi e i pescatori in lontananza – le capanne, le barche a ridosso della battigia. Granchi in rincorsa sulla sabbia bianca, corvi facciatosta, sciami di libellule.
    In una pozza tra gli scogli, una conchiglia verdeblu, aperta come ali.

    11 luglio

    Lungo la strada ho comprato incensi e un accendino, per bruciarli nel piccolo giardino davanti alla nostra stanza.
    Al mattino mi prendo del tempo per leggere, scrivere, sentire gli odori dell’ultimo buio prima che si ritiri in fretta, sopraffatto dal giorno.
    Chiudo gli occhi e ascolto. Imparo a riconoscere il tappeto sonoro di questo angolo di mondo: colpi di tamburo, la ramazza in un cortile, un muggito, corvi e altri uccelli che non riconosco, il miagolio del gatto che ci ha adottati in questi giorni, il colpo di un clacson, il fruscio delle foglie che si passano segreti, parole di donna che non so decifrare.
    Le onde dell’oceano mi sbalzano su e poi giù, come fa il vento forte con una zanzara.
    Capisco bene le tre ragazzine dai capelli nerissimi che si tengono per mano e a ogni cavallone saltano e cacciano un grido, i capelli meduse scure nella schiuma.
    Nella sonnolenza della sera, seduta in giardino, mi sentirò ondeggiare nello sfrigolio delle foglie della palma, nell’odore di frangipane — un insetto fortunato, in balia di tutto.

    12 luglio

    Gli spiriti sussurrano ai vivi.
    Succede tra le pagine che sto leggendo, Le sette lune di Maali Almeida.
    Nel libro, dall’atmosfera bulgakoviana, ogni luogo è abitato da presenze che non si vedono e che entrano nei pensieri e negli stati d’animo di chi le attraversa.
    Non mi stupisce che questa storia sia stata scritta qui, da un autore srilankese.
    Qui dove il vento ha dita e i corvi una lingua precisa. Qui dove la biro che scivola sul foglio riporta a tratti pensieri presi a prestito.
    Qui dove i sogni sono nitidi, il mantra cantato nel tempio è ipnotico e i tronchi di certi alberi sono così grandi che ci si potrebbe costruire dentro una stanza. Qui dove ogni cosa naturale ha la densa intensità delle cose vive.
    Oggi l’oceano è rimasto alle spalle: abbiamo lasciato i sentieri dei turisti e siamo entrati più a fondo nell’isola.
    Se non credessi agli spiriti, comincerei adesso.

    13 luglio

    [Dicevamo degli spiriti]
    La parola cambia la realtà.
    Lo sanno i Vedda, la popolazione indigena più antica dello Sri Lanka.
    Durante la loro ricerca di miele selvatico, certe parole non vanno pronunciate. La Foresta non deve comprendere la loro paura, i predatori non vanno invocati.
    Cosa fanno, quindi, per comunicare? Usano perifrasi e onomatopee.
    Immaginate la scena: pareti rocciose a strapiombo, uomini che si calano dall’alto con intrecci di liane, immersi nel fumo per stordire le api, in sottofondo i canti di buon auspicio delle donne.
    O immaginateli a caccia, nudi con un arco, a caccia di varani tra le fronde della giungla ombrosa e cangiante.
    Chiamare un elefante non sembra una buona idea. Allora non usano la loro parola per elefante ma parlano di botakanda: «quello dal grande corpo». Lo stesso per l’orso: kalu-munda, o testa nera.
    Tutto questo dentro un rapporto animico, di rispetto e scambio continuo con gli antenati e con lo spirito della Foresta, nella consapevolezza che la parola chiama eventi, spiriti, creature e ridisegna quello che viene.
    In assoluto, una delle immagini più potenti che mi porterò a casa da questo viaggio.

    14 luglio

    Nella nostra nuova casetta gli animali domestici sono un bel gruppo di scoiattoli che ogni sera si rincorre sui tronchi in giardino e un varano che ogni giorno riceve la sua ciotola di riso.
    Cercando un ATM, camminando per le strade di un piccolo paese, abbiamo per caso incontrato un monaco teravada con la sua sgargiante tunica arancione, che si è offerto di aprire il tempio solo per noi, per farcelo visitare.
    La signora di un piccolo negozio che vende beni di prima necessità, vedendoci curiosi, ci ha mostrato come si assemblano le foglie di betel, e voleva pure farcele provare.
    La signora che ci ospita ci vizia con ginger tea, gelati e succhi di frutta tropicale.
    Sul lago artificiale diSenanayake Samudraya, il più grande dello Sri Lanka, ci sono passati davanti coccodrilli giganti, un temibile bufalo selvaggio, elefanti, scimmie e pellicani.
    Gli alberi secchi che emergono dall’acqua, e che vengono totalmente sommersi nella stagione dei monsoni, ospitano stormi di cormorani.
    Sulle giurassiche isolotte abbiamo adocchiato le baracche dei pescatori in barca a vela, che vivono lì per mesi, aiutandosi con fuochi e lampade per tenere lontani i predatori.
    Insomma: questa terra è una storia dentro una storia, dentro una storia e sta facendo di tutto per farci innamorare. Mi sa che ce la fa.

    15 luglio

    Sono belli anche i posti in cui non ci si ferma. Quelli che vedi di sguincio dal finestrino di un’auto.
    La facciata verde menta tra palme e banani.
    Una capanna tra i rami di un albero, un uomo magro in sarong.
    Una stupa bianca nel folto della foresta.
    Una scala a pioli che porta non sai dove, tre scimmie sulle liane e una sui fili della luce.
    Una vecchia donna su uno sgabello che pettina la nipotina.
    Due lampade Vesak con i filamenti che ondeggiano nella luce brevissima del crepuscolo.
    Sono preziose, le scene indovinate, le storie imbastite a partire da un dettaglio: sono messaggi in codice del mondo, esche lanciate all’immaginazione.

    16 luglio

    Arrivare dalla giungla più fonda e disabitata a Ella, così popolata e turistica, è stato un piccolo shock.
    Ma poi: le montagne vicine che le puoi toccare, le piantagioni di tè a perdita d’occhio, l’odore di legna bruciata e frutta matura per le strade, il chai da asporto, la nostra terrazzetta nel verde popolata da scoiattoli e uccelli, la foschia che sale dal basso al mattino e alla sera, e un paio di pratiche yoga in una shala di legno nel bel mezzo della foresta ci hanno fatto sentire nuovamente a casa.
    Ora, mentre scrivo, buio pesto: non c’è elettricità in tutto il paese. Oltre i rami alti spiccano le stelle e farinosi disegni in cielo, si vedono le lucciole, e sembrano cantare più forte certi uccelli notturni.

    17 luglio

    La seconda classe dei treni in Sri Lanka (che poi coincide con la terza) sono carrozze gremite e rinfrescate da ventilatori basculanti appesi al soffitto.
    Sono i venditori che riescono misteriosamente a fare lo slalom tra le persone in piedi con ceste intrecciate stracolme di noccioline salatissime e samosa piccanti.
    Sono le famiglie locali con i bambini al collo e i turisti che si fanno le foto appesi alle porte aperte, i piedi a un palmo dai binari che sfrecciano.
    Sono le persone che si aiutano reciprocamente a scendere alle stazioni da scalette inesistenti, mani che si allungano sui binari per sostenere gli anziani e le donne coi bambini in braccio.
    Soprattutto sono carrozze strapiene, calde, dove le persone accalcate nei corridoi anziché lamentarsi del disagio, cantano ballano e battono le mani coinvolgendo i vicini.
    È sempre questione di punti di vista.

    21 luglio

    “Monsoni e lune piene rendono stupida qualsiasi creatura, soprattutto i ragazzi sciocchi e innamorati”
    Le sette lune di Maali Almeida (Shehan Karunatilaka).
    Ancora Oceano Indiano. Negombo è una bella sorpresa e non solo un’ultima notte vicino all’aeroporto. Abbiamo camminato sulle spiagge surreali e semideserte, le onde gonfie per i monsoni che ringhiano e abbaiano sul bagnasciuga.
    La spiaggia è in gran parte coperta da rampicanti, e gruppetti di ragazzini o coppie di innamorati se ne stanno acquattati all’ombra di una palma o di una barca capovolta, nel vociare dei corvi.
    Fa caldo, molto, anche se ogni tanto uno scroscio di pioggia -improvviso e velocissimo- taglia l’orizzonte in filamenti sottili e lascia pozzanghere che evaporeranno in fretta.
    Mentre si avvicina l’ora del ritorno, non saprei dire quanti e quali semi attecchiranno nei giorni a venire. Quali immagini fioriranno, quali sogni torneranno a visitarmi, quali luoghi si faranno spazio nelle mie personalissime mappe mentali.
    Perché questo fanno i viaggi: mentre macini chilometri e inghiotti bocconi di mondo, lasciano scie, sedimenti, fili invisibili che ti conducono a piccole epifanie quando meno te lo aspetti.
    Per adesso, come da tradizione: Istuthi – Nandri, bella Hope Island.
    A te e ai miei impareggiabili compagni di vita e avventura.
    Ayubowan! – Che tu possa vivere a lungo.

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  • 500 RYT e nuove finestre (istanti rubati a #giugno2026)

    On: 13 Ottobre 2026
    In: istanti rubati
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    8 giugno

    Al termine di un percorso di altri due anni, mi sono diplomata insegnante di yoga avanzato (500 RYT). Ma questo è solo il modo più sintetico e meno preciso di dirlo.

    Nella realtà sono stati altri due anni di studio -asana, meditazione, pranayama filosofia- di fatica, di condivisione e cuore che s’allarga. È stata una tesina pindarica che tiene insieme fisica, filosofia orientale, yoga e scrittura trasformativa.

    Più di tutto, è stato un gruppo che sostiene. È stato un passo su un sentiero che non so precisamente dove porti. Quello che so, è che insegna a dischiudere gli occhi sulla Magia.

    Suona esoterico o troppo fiabesco, ma no. La Magia che insegna lo yoga si regge su due fondamentali ingredienti: presenza e fede. Presenza come esserci qui, adesso; fede come spazio al sentire.

    Non so bene dove passi il sentiero imboccato ma tra le ciglia afferro sprazzi di inconosciuto e piccolissime agnizioni. Non so dove passi, ma so che la direzione è quella di casa.

    Grazie.

    16 giugno

    Luce di giugno sui monti.

    Luce nuova: ci hanno cambiato le finestre. Adesso sono grandi, un pezzo unico, affacci sul verdazzurro che tiene insieme terra e cielo. Adesso sono occhi senza ciglia che guardano passare nuvole e uccelli.

    Il paese si stiracchia, si scrolla di dosso il torpore, sui prati l’erba sfalciata manda nitido e inequivocabile l’odore preciso della mia infanzia. Di pomeriggi oziosi tra presentimenti e rincorse, di ginocchia sbucciate sulla corteccia del melo, di grandi imprese improvvisate su sentieri oscuri e lucentissimi, di baluginii tra le foglie alte del noce, la mia schiena tra l’erba, di piedi nell’acqua ghiaccia della fontana, di tutto che viene, di tutto in arrivo.

    Il mio ciliegio è morto – ode a lui, ai suoi rami che mi hanno tenuta come braccia. La sua legna sarà fuoco che ripara dal freddo.

    Intorno a quel che resta del tronco, erba nuova e fiori di campo festeggiano primavera.

    Il paese rimane, ostinato: mai un’ombra di esitazione. La luce è sempre lei, la luce di giugno, eppure diversa, sempre diversa – e tutto è in arrivo, ancora e ancora. Tra rincorse e presentimenti.

     

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  • Prospettiva Nevskij (istanti rubati a #maggio2026)

    On: 13 Ottobre 2026
    In: istanti rubati
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    14 maggio

    Mi sono svegliata con il verso di una canzone ostinatamente piantato nei pensieri, anche se non lo ascoltavo da una vita. La pioggia zampettava sul tetto come un animaletto selvatico scappato alla notte e in macchina ho messo in loop la canzone che era venuta a trovarmi nei sogni.
    Il mattino prima ero stesa in un prato, c’era un sole che andava e veniva e io ho chiesto un rumore che potessi riconoscere. Una richiesta strana, lo so. Mi sento sempre inopportuna, a fare queste richieste, anche se inopportuna non è la parola giusta. Eppure le faccio.
    Ho chiesto: un rumore che io possa riconoscere.
    Ne sono arrivati due. Il ticchettio di un vecchio pendolo che stava nella casa di montagna dei nonni. Il verso di un uccello che è nostro. Da bambina camminavamo nei prati rinverditi dalla tarda primavera e mi dicevi: lo senti?
    Facevamo silenzio, un dito davanti alla bocca, l’eco tra le valli.
    C’era qualcosa in arrivo, era chiaro. Bastava stare in ascolto.
    Il tempo è ballerino e dal mondo arriva un vento virulento da cui mi schermo con un senso di colpa e uno di levità. Non posso fermare gli spifferi, e non credo di doverlo fare.
    La pioggia ha ripulito l’aria dai pollini bianchi che coprivano la campagna di neve primaverile.
    Ho nelle orecchie Battiato, davanti agli occhi San Pietroburgo e l’inconosciuta Prospettiva Nevskij; aspetto il maestro che mi insegnerà come trovare l’alba dentro l’imbrunire – che è difficile l’ho imparato già.
    Se ascolto bene, c’è sempre qualcosa in arrivo.
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  • un bel paio di ali azzurre (istanti rubati ad #aprile2026)

    On: 13 Ottobre 2026
    In: istanti rubati
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    5 aprile

    Mi piace uscire a sera, quando il sole ha finito di dettare la sua legge di riverberi e bagliori e sedermi in cortile.
    Mettere insieme due o tre parole, di quelle piane, familiari. Parole come uccello, mano, primavera, temporali.
    E ancora: pane, sedia, aiuole.
    Ne raccolgo un mazzo per chi le vuole.
    Tra venti di guerra e un mondo che si restringe ora dopo ora, scelgo parole fide: viaggio, libro, caffettiera.
    Me le lego al dito con pensieri di spago e lascio che prendano il largo – aquiloni nella sera.
    Le galline battono le ali nella polvere viola di aprile, poi strofinano il becco in una pozzanghera
    tra l’erba del cortile.
    18 aprile
    Questo compleanno non ha la solennità del cinquanta, del mezzo secolo tondo. È una ricorrenza più intima, defilata. La festa si fa nel cuore e nel cuore c’è foresta e tra i rami fitti passa una bellissima luce. Una luce a bocconi da socchiudere gli occhi, e me la bevo stesa sul prato, sul muschio, tra le radici di alberi secolari; la lascio giocare e impigliarsi alle ciglia – e rimango.
    Per la seconda volta nella mia vita mi sono regalata un profumo. La prima, ero una sedicenne e avevo scelto Egoiste – con le amiche mimavamo la celebre pubblicità sbracciandoci sul sovrappasso ferroviario sopra ai binari, all’uscita da scuola (“Fatti vedere, egoista!”).
    Trent’anni dopo, il gesto è lo stesso e non lo è per niente.
    Mi sono regalata del fissativo e una latta da cinque litri di vernice sulle sfumature dell’ocra: dopo un lavoro estenuante per spostare la camera da letto dei ragazzi, ho deciso di attrezzare, nella stanza rimasta vuota, un piccolo studio yoga. Sarà semplice, raccolto, curato nei dettagli – un tentativo di scendere a patti con la mia tendenza all’entropia.
    Mi sono regalata una colazione con tarocchi, è uscita l’Imperatrice: ha scudo, scettro e corona. Ma, soprattutto, la mia Imperatrice ha un bel paio di ali azzurre.
    E poi: mi viene in dono la presenza di chi amo, sempre e per sempre, in una forma o nell’altra.
    Così, anche quest’anno invecchiare costa fatica ma porta la bellezza delle cose effimere — un profumo diverso, un soffitto color grano — e l’allegria giocosa dei nuovi progetti.
    Resta l’amore per il tanto che ho intorno – e perfino cresce. Perfino fiorisce.
    Cosa volere di più.
    Grazie, e auguri a me.
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  • hai presente le zolle rivolte? (istanti rubati a #marzo2026)

    On: 13 Ottobre 2026
    In: istanti rubati
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    23 marzo

    Marzo cammina e io corro, ore al computer, un inizio di trasloco di un paio di stanze, troppi oggetti, troppi vestiti, pensieri affastellati tra il pavimento e la polvere sulle mensole.
    A un tratto: primavera, rieccoti.
    La natura prende le misure e si stiracchia e il mio corpo le somiglia, un distendersi e un ritrarsi, un’apertura che è fatica, sono campi di zolle rivolte – hai presente le zolle rivolte? Laboratorio di ossigeno e insetti e luce che punge il buio e lo taglia e l’offende – e lo nutre.
    Ci sono un paio di notizie che ancora devo collocare mentre il tardo pomeriggio guadagna spazio e invade la roccaforte della sera e mi han detto che, spesso, quel che protegge restringe lo sguardo.
    Ecco perchè in questo momento dell’anno a tratti fatico a lasciare la mia noce di buio e a lasciare paure di cose che non so nominare e spargo parole e parole sulle zolle rivolte
    e nascono piante bellissime
    e nascono piante carnivore
    e a volte gramigna
    e più spesso un bel niente – ma è un niente che i corvi ghermiscono col becco nero e si portano in cielo.
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  • Ha steso un velo (istanti rubati a #febbraio2026)

    On: 13 Ottobre 2026
    In: la mia vita e io
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    3 febbraio

    Ogni inverno penso che vorrei trasferirmi in un posto dove nevica più spesso.
    Ieri le previsioni ne promettevano qualche fiocco e ogni poco guardavo oltre i vetri della cucina: viene o non viene? Poi mi sono addormentata.
    Stamattina, eccola.
    Nevicava la notte che tu, mamma, sei passata oltre questo mondo. Era una notte di fine febbraio di quasi ventuno anni fa. Fiocchi piccoli pungevano le strade notturne e deserte di Torino, i lampioni disegnavano macchie viola sui marciapiedi e tutto era così irreale, evanescente, insensato.
    La macchina correva sulle strade bianche della città, ma era la luna che avevo intorno. I suoi crateri e i suoi mari. Oppure un pianeta alieno come Giove, dove la vita non attecchisce.
    Camminavo per l’ultima volta verso di te, la te terrena, fiocchi umidi cadevano e abbassavano il volume del mondo e sul tuo comodino accanto al letto di ospedale c’era un libro che ti avevo regalato io: La neve se ne frega.
    Forse dovrei detestarla, la neve, per associazione di idee. E invece no: so che è venuta a prenderti -tu che l’amavi così tanto- per rendere il tuo viaggio più gentile. Ha steso un velo tra terra e cielo, ha aperto una porta, srotolato una scala. Deve averti parlato, sussurrato parole di conforto in una lingua che ancora non conosco.
    Anche ora, ogni volta che viene, so che sei tu che mi porti un saluto. Io chiudo gli occhi. E ascolto.

    27 febbraio

    Millemila passi per le strade di città, il tuo odio per i selfie, un premio da ritirare, sushi all you can eat, un seme piantato per quando sarà, una persona cara da incontrare, un cielo bluissimo su piazza di Spagna, le nostre chiacchiere che tengono insieme i ponti sul Tevere, pensa se becchiamo ZeroCalcare! – breve gita verso sud, io e te, incontro alla primavera.

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  • Sotto questo mio cielo (istanti rubati a #gennaio2026)

    On: 10 Febbraio 2026
    In: istanti rubati
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    2 gennaio 2026

    Calzini di lana al posto dei guanti (che ho scordato a casa), doppio paio di pantaloni, un freddo contenuto per la media stagionale “ma il vento ti sputa in faccia la neve” (semicit.), tratti in cui si pattina (spesso di culo), tratti un cui si affonda nella neve fino al ginocchio, nuvole bassissime e poi sole, poi vento, nebbia e ancora sole, sosta in rifugio a base di caffè e torta macafane, il bosco a nudo, la schiena bianca dei monti, qualche camoscio, le trame del ghiaccio, frammenti dei nostri racconti, il giorno due di trecentosessantacinque che ci offre la sua luce.
    Il primo mini trekking del 2026 mi ha ricordato perché voglio imparare questi miei monti a memoria, stagione dopo stagione.
    6 gennaio 2026

    Sotto questo mio cielo c’è una fila di desideri che da terra arriva a toccare le stelle.
    Solo uno, uno solo non è stato esaudito. Il più enorme di tutti. Era un San Lorenzo di ventidue anni fa, e quella che ha attraversato il cielo tiepido di agosto era una piccola stella che ha infilato la sua piccola testa tra due cime, dopo aver tagliato in due la notte.
    Sta lì in mezzo agli altri, spaiato, nel cumulo di desideri accatastati uno sull’altro, da quando ho chiesto, bambina, di non morire mai (questo ancora non so, se avrà funzionato).
    Una fila di desideri impilati come piatti appena lavati nella credenza di un ristorante, come le foglie sul muro di un rampicante.
    Questa fila di desideri qualche volta diventa una scala e quando mi arrampico in cima vedo cose che non so raccontare (un altro desiderio: concedimi le parole). Tutto intorno c’è neve – questo lo posso dire – e una luna grassa, bianca, effervescente, che l’accende. C’è neve ovunque che conserva i pensieri. E conserva i visi, e le voci. Ma non lividi o imbalsamati, no, vivi, brillanti, le guance arrossate dal caldo della stufa, gli occhi scintillanti, gli abiti come per una festa di fine anno.
    Da lì guardo giù: un desiderio solo non è stato esaudito. Ci deve essere una ragione e tu, mamma, adesso la sai. Oppure il desiderio era solo mal espresso e dunque è diventato vero: avevo chiesto che rimanessi – e tu ci sei.
    Quando arrivo sulla mia cima di piatti imbanditi di sogni, vedo che non manca niente: quello che è stato, è, sarà. E il tempo ha una forma che non so dire, ma certo non lineare. Non è una freccia ma piuttosto il movimento di una bestia selvatica che sente un richiamo. Oppure un balletto, una danza, dove ogni mossa non smette, non passa, e la musica vive, imperversa – né principio né fine.
    22 gennaio 2026

    Gennaio, vorrei essere un gatto. Uscire la notte sotto la luna del lupo a cercare le tracce ghiacciate di piccoli insetti, arvicole e cieli pulsanti di stelle. Uscire la notte senza paura del lupo, senza paura di ascoltare il cuore che si riempie di burroni e guaiti.
    Lo penso quando il sonno non viene e proietto al soffitto le private illusioni delle mie costellazioni. Leggo manuali sulla scrittura che cura e sulle filosofie orientali, leggo Stefansson (ancora lui, ma chi meglio di lui conosce il cuore duro dell’inverno?) e le poesie di Gualtieri, ascolto Knopfler (there’s only sky and water as far as we can see) e il canto dei mantra e tengo a bada come posso la voglia di andare e la paura di andare. La voglia di fare e la paura di fare.
    E certi giorni, certe mattine gelide e ancora prese dalla vista sfocata del sonno, quando mi trovo per strada, su un treno, in un bar pieno di gente, vengo colta da una strana epifania. Una voce mi dice: non ti commuove guardare le donne e gli uomini, i bambini e le ragazze? Non ti commuove pensare ai guai di tutti – diversi, simili, insostenibili, marginali? Non ti fa tremare il sangue, non ti fa amare tutti, amarli tutti senza condizioni, vederli così inermi, schiacciati, disarmati, coraggiosi?
    È solo un momento. Poi, in questo gennaio che ospita più lune piene del consentito, torno a voler essere gatto: il caldo della stufa di ritorno da una notte selvatica a caccia di topi e silenzi, qualcuno a cui fare le fusa, la brace che dura.

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  • intanto che i miei alberi guida tengono accesa la luce per me (istanti rubati a #dicembre2025)

    On: 10 Febbraio 2026
    In: istanti rubati
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    1 dicembre 2025
    Così ri ecccoci: Avvento.
    Comincia con un’aria di pioggia oltre i vetri e una luce biancastra, un pianoforte che suona, un caffè, una pagina nuova di calendario e un esercito di post-it sulla scrivania che detta istruzioni.
    Comincia con l’albero già bello vestito di rosso -Non è troppo presto? mi hanno chiesto i miei figli quando qualche giorno fa lo abbiamo tirato fuori dallo scatolone.
    Questo Avvento lo comincio così: senza aspettative. Cioè, ci provo.
    Non è esattamente la mia specialità.
    Mi affido a cose minuscole, da taschino: accorgermi quando stringo la mandibola e scioglierla un po’. Lasciare che lo sguardo si perda tra il fuoco nel camino e quel crepuscolo lungo e blu che dicembre si porta addosso come uno scialle.
    Lo comincio con due libri sopra gli altri sul comodino, a farmi da bussola: l’amato Stefansson -almeno lì trovo la neve, se qua tarda a venire- e Il Tao della fisica, che di continuo mi ricorda che tutto vibra, che la materia non è monolite ma schiuma che ribolle, distesa di nuvole gonfie sotto l’oblò di un aereo.
    Guardo Messner il Gatto, mio Maestro di Non Aspettative. Mi sbircia di sottecchi: è così facile, dice. Proprio non capisco come fai a non riuscire.
    Mi accoccolo mentre lui si accoccola, provo a imitarlo.
    Mi sembra di vedere che questo è Avvento: stare fermi abbastanza, morbidi abbastanza, distratti al punto giusto perché qualcosa di dolce e inatteso possa raggiungerci.
    L’albero luccica con le sue lucine: e no, non è troppo presto.
    Non è mai troppo presto per qualcosa che brilla.
    13 dicembre 2025

    Ho letto, da qualche parte, che a dicembre il cuore si trasforma in lanterna.
    Non è sempre facile, fare del proprio cuore lanterna; ci vuole stoppino abbastanza, cera abbastanza, riparo dal vento. Non è come accendere un led o una torcia. Devi marciare piano, passi attenti, che la fiamma resista.
    Dicembre è un gatto acciambellato vicino al camino, una notizia felice che va celebrata. È qualcosa di buono che assaggi insieme a tuo padre, di ritorno da una visita medica, la dolcezza e il sollievo, il desiderio che quel Grazie lasci una scia.
    Perché, mi sembra di vedere, Paura e Gratitudine sono bestie selvatiche costrette a convivere nella tana più antica del cuore. Quando Paura si fa grossa e mostra gli artigli e i denti, e stira la schiena, Gratitudine si rattrappisce tutta, si accovaccia in un angolo, sguardo al muro.
    Ma è paziente, Gratitudine. Basta che possa riportare lo sguardo alla luce per prendere forza, prendere spazio, ritrovare voce. Si allunga, si scalda si fa coraggio, e allora Paura rimpicciolisce, magari sbruffa o guaisce, ma si rimette buona al suo posto, svanisce quel tanto che basta.
    Dove voglio arrivare non so.
    Forse tornare a quella lanterna, a quella luce che va giù, giù, nell’antro preistorico dentro di noi.
    Forse alla miglior versione di dicembre: una fiammella in cammino, passi appaiati sulla neve – non si risolve il buio nel mondo, certo, ma si rischiara un passo – il tuo e quello di chi ti cammina vicino.
    (Felice Santa Lucia!)✨️
    18 dicembre 2025

    Piove. Eppure il mio albero fuori se la gode, sotto l’acqua che cade: un abete enorme, impettito, con le lucine di Natale che bucano il buio. La sera, dalla camera da letto, lo vedo lì che tiene la notte in ordine. Mi immagino le gazze che gli girano intorno, diffidenti: che frutti sono questi, che luccicano?
    Sono frutti strani, sì. Fanno da ninna nanna e da sentinella. Dicono: ehi, voi, di qua si passa solo con gentilezza e buonumore. Via i sorrisi di latta, via le grinfie pronte a prendere, via le smorfie piene di biasimo.
    Entrino senza esitare gli animali selvatici, quelli che rendono la notte più vera; entrino gli uccelli che vogliono riposare le ali e le minilepri in cerca di tana; entrino pure la volpe e il tasso, se promettono di lasciare in pace le galline.
    E questo albero chiama altri alberi a raccolta. Il primo della fila è quello della casa dei nonni in montagna. Un abete che il nonno tagliava nella sua valle di abeti — proprio dove, un paio d’estati fa, i miei bambini hanno costruito una casa sull’albero — e che poi portava a casa caricandoselo sulla schiena.
    Ricordo le candeline di cera rossa sui rami, la fiammella accesa la notte di Natale, dopo le scorribande in slitta con la mamma, sotto un cielo così pieno di stelle che ancora oggi mi chiedo come facesse a tenersi su.
    È uno dei regali più belli che ho: il ricordo di quelle notti, sapere che non sono passate invano. Che non sono passate per niente. Mi hanno insegnato, tra le altre piccole cose (tipo l’Avventura e l’Amore), che posso dormire sonni tranquilli, intanto che i miei alberi guida tengono accesa la luce per me.

    21 dicembre 2025
    “È in quel momento [quando lo sguardo non può più seguire i singoli fili] che sento di poter scorgere ciò che si trova oltre e toccare la verità”
    I fili come simbolo delle intricate relazioni umane.
    Gli oggetti domestici come segno di esistenza, anche nell’assenza.
    Il mondo invisibile più importante della realtà che possiamo esperire attraverso la vista e gli altri sensi.
    Chiharu Shiota (nella sua esposizione al Mao) ti offre un filo da afferrare. E tu non puoi fare a meno di seguirlo, infilandoti sempre più a fondo nel suo prolifico immaginario.
    21 dicembre 2025

    [Adolescenza dissacrante e rigore scientifico]
    -Ragazzi, accendiamo una candela per celebrare il Solstizio?
    (Sguardi di biasimo) – Mamma, il Solstizio è semplicemente il momento in cui il Sole raggiunge la sua minima altezza sull’orizzonte a causa dell’inclinazione dell’asse terrestre.
    24 dicembre 2025

    Di recente ho letto una bella parola che non conoscevo: congioire.
    Si usa così poco! Forse perché è un gesto in disuso, come infilare i gettoni in un telefono pubblico, spedire una cartolina da un bar sulla spiaggia o apparecchiare la tavola per chi non c’è.
    Arrivo a questa Vigilia con il cuore che è pane appena impastato: un po’ in subbuglio, infarinato, in speranzosa attesa del caldo e di lievitare.
    Congioire mi sembra una pratica utile e far lievitare il cuore. Perché la ricetta riesca perfetta si fa così: si mettono da parte le nostre disavventure (se abbiamo la fortuna di poterlo fare), si prende una felicità di qualcuno che ci sta vicino (o anche lontano: il pensiero è un ponte), se ne assaggia un pezzetto, senza ingordigia, e le briciole si tengono in tasca.
    Nei giorni di neve e gran freddo si distribuiscono con slancio e qualche passo di danza agli uccellini che vengono a beccare.
    Ecco, questo Natale così: che il cuore sappia far spazio, tra i trambusti e le quotidiane peripezie, alle altrui contentezze, e che dall’innesto nasca più pura e autentica Felicità.
    Buona Vigilia!
    31 dicembre 2025

    Sono mattine di sole, dopo una settimana abbondante di pioggia. Ma prima che il sole sorga davvero e nel tardo pomeriggio, quando la striscia sopra l’orizzonte si fa rosa e poi viola, dalla terra sale una foschia densa, come di latte.
    Ogni tanto, in questo periodo, è così che mi sento. Dentro una nebbia gentile, che un po’ traveste e un po’ mostra. Dentro, lo so, c’è un’infinità di cose. Cose che vorrei fare, esplorare, tentare, approfondire, evitare, raggiungere. Dovrei metterle a fuoco, mi dico. Fai chiarezza, ripetono influencer e guru e motivatori in questa fine d’anno.
    Eppure il mattino mi piace attraversare i campi duri di terra ghiaccia avvolta in questo velo, mi piace dare un volto alle ombre di cui vedo solo i contorni e mi chiedo: Chi lo ha detto che si deve essere sempre centrati, focalizzati, con tutti i sensi accesi e puntati alla meta? Io dico che si può ondeggiare qui e là, lasciarsi portare un po’ dal vento, un po’ dalle maree, sentire l’influsso della luna o qualche richiamo antico a cui non sappiamo dare un nome. Io dico che non deve essere tutto sezionato, impacchettato, calendarizzato.
    Amo le sfocature, le mosse sbagliate, i piani imperfetti, le deviazioni. Io dico che saremmo nati treni, se dovessimo seguire un binario solo.
    Invece possiamo socchiudere gli occhi per vedere se dietro le palpebre si disegnano sogni e stagioni. Io dico che si può stare ogni tanto in quella nebbia bassa di montagna, quando stai dentro una nuvola e poi sali, sali e non sai bene, alle volte, che sentiero (che pensiero) hai preso, ma continui ad andare ed ecco che a un certo punto la nuvola finisce e vedi tutto – tutto chiaro – fino là, in fondo, dove non avresti creduto.
    Io dico che non si deve avere fretta, ma fede. Che non si deve perdere la capacità di perdersi, di attardarsi un po’, quando un dettaglio chiama.
    Ci auguro un anno nuovo di mappe sfumate -non quelle di google maps ma le vecchie mappe del tesoro: là c’è un monte, qui un lago, da questa parte devi attraversare il bosco. Quello che troveremo all’arrivo, lo avremo costruito passo a passo. E i tratti migliori saranno quelli in cui avremo perso il sentiero: sarà lì, che avremo lasciato impronte.
    Auguri!
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