Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

  • Sotto questo mio cielo (istanti rubati a #gennaio2026)

    On: 10 Febbraio 2026
    In: istanti rubati
    Views: 14
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    2 gennaio 2026

    Calzini di lana al posto dei guanti (che ho scordato a casa), doppio paio di pantaloni, un freddo contenuto per la media stagionale “ma il vento ti sputa in faccia la neve” (semicit.), tratti in cui si pattina (spesso di culo), tratti un cui si affonda nella neve fino al ginocchio, nuvole bassissime e poi sole, poi vento, nebbia e ancora sole, sosta in rifugio a base di caffè e torta macafane, il bosco a nudo, la schiena bianca dei monti, qualche camoscio, le trame del ghiaccio, frammenti dei nostri racconti, il giorno due di trecentosessantacinque che ci offre la sua luce.
    Il primo mini trekking del 2026 mi ha ricordato perché voglio imparare questi miei monti a memoria, stagione dopo stagione.
    6 gennaio 2026

    Sotto questo mio cielo c’è una fila di desideri che da terra arriva a toccare le stelle.
    Solo uno, uno solo non è stato esaudito. Il più enorme di tutti. Era un San Lorenzo di ventidue anni fa, e quella che ha attraversato il cielo tiepido di agosto era una piccola stella che ha infilato la sua piccola testa tra due cime, dopo aver tagliato in due la notte.
    Sta lì in mezzo agli altri, spaiato, nel cumulo di desideri accatastati uno sull’altro, da quando ho chiesto, bambina, di non morire mai (questo ancora non so, se avrà funzionato).
    Una fila di desideri impilati come piatti appena lavati nella credenza di un ristorante, come le foglie sul muro di un rampicante.
    Questa fila di desideri qualche volta diventa una scala e quando mi arrampico in cima vedo cose che non so raccontare (un altro desiderio: concedimi le parole). Tutto intorno c’è neve – questo lo posso dire – e una luna grassa, bianca, effervescente, che l’accende. C’è neve ovunque che conserva i pensieri. E conserva i visi, e le voci. Ma non lividi o imbalsamati, no, vivi, brillanti, le guance arrossate dal caldo della stufa, gli occhi scintillanti, gli abiti come per una festa di fine anno.
    Da lì guardo giù: un desiderio solo non è stato esaudito. Ci deve essere una ragione e tu, mamma, adesso la sai. Oppure il desiderio era solo mal espresso e dunque è diventato vero: avevo chiesto che rimanessi – e tu ci sei.
    Quando arrivo sulla mia cima di piatti imbanditi di sogni, vedo che non manca niente: quello che è stato, è, sarà. E il tempo ha una forma che non so dire, ma certo non lineare. Non è una freccia ma piuttosto il movimento di una bestia selvatica che sente un richiamo. Oppure un balletto, una danza, dove ogni mossa non smette, non passa, e la musica vive, imperversa – né principio né fine.
    22 gennaio 2026

    Gennaio, vorrei essere un gatto. Uscire la notte sotto la luna del lupo a cercare le tracce ghiacciate di piccoli insetti, arvicole e cieli pulsanti di stelle. Uscire la notte senza paura del lupo, senza paura di ascoltare il cuore che si riempie di burroni e guaiti.
    Lo penso quando il sonno non viene e proietto al soffitto le private illusioni delle mie costellazioni. Leggo manuali sulla scrittura che cura e sulle filosofie orientali, leggo Stefansson (ancora lui, ma chi meglio di lui conosce il cuore duro dell’inverno?) e le poesie di Gualtieri, ascolto Knopfler (there’s only sky and water as far as we can see) e il canto dei mantra e tengo a bada come posso la voglia di andare e la paura di andare. La voglia di fare e la paura di fare.
    E certi giorni, certe mattine gelide e ancora prese dalla vista sfocata del sonno, quando mi trovo per strada, su un treno, in un bar pieno di gente, vengo colta da una strana epifania. Una voce mi dice: non ti commuove guardare le donne e gli uomini, i bambini e le ragazze? Non ti commuove pensare ai guai di tutti – diversi, simili, insostenibili, marginali? Non ti fa tremare il sangue, non ti fa amare tutti, amarli tutti senza condizioni, vederli così inermi, schiacciati, disarmati, coraggiosi?
    È solo un momento. Poi, in questo gennaio che ospita più lune piene del consentito, torno a voler essere gatto: il caldo della stufa di ritorno da una notte selvatica a caccia di topi e silenzi, qualcuno a cui fare le fusa, la brace che dura.

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  • intanto che i miei alberi guida tengono accesa la luce per me (istanti rubati a #dicembre2025)

    On: 10 Febbraio 2026
    In: istanti rubati
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    1 dicembre 2025
    Così ri ecccoci: Avvento.
    Comincia con un’aria di pioggia oltre i vetri e una luce biancastra, un pianoforte che suona, un caffè, una pagina nuova di calendario e un esercito di post-it sulla scrivania che detta istruzioni.
    Comincia con l’albero già bello vestito di rosso -Non è troppo presto? mi hanno chiesto i miei figli quando qualche giorno fa lo abbiamo tirato fuori dallo scatolone.
    Questo Avvento lo comincio così: senza aspettative. Cioè, ci provo.
    Non è esattamente la mia specialità.
    Mi affido a cose minuscole, da taschino: accorgermi quando stringo la mandibola e scioglierla un po’. Lasciare che lo sguardo si perda tra il fuoco nel camino e quel crepuscolo lungo e blu che dicembre si porta addosso come uno scialle.
    Lo comincio con due libri sopra gli altri sul comodino, a farmi da bussola: l’amato Stefansson -almeno lì trovo la neve, se qua tarda a venire- e Il Tao della fisica, che di continuo mi ricorda che tutto vibra, che la materia non è monolite ma schiuma che ribolle, distesa di nuvole gonfie sotto l’oblò di un aereo.
    Guardo Messner il Gatto, mio Maestro di Non Aspettative. Mi sbircia di sottecchi: è così facile, dice. Proprio non capisco come fai a non riuscire.
    Mi accoccolo mentre lui si accoccola, provo a imitarlo.
    Mi sembra di vedere che questo è Avvento: stare fermi abbastanza, morbidi abbastanza, distratti al punto giusto perché qualcosa di dolce e inatteso possa raggiungerci.
    L’albero luccica con le sue lucine: e no, non è troppo presto.
    Non è mai troppo presto per qualcosa che brilla.
    13 dicembre 2025

    Ho letto, da qualche parte, che a dicembre il cuore si trasforma in lanterna.
    Non è sempre facile, fare del proprio cuore lanterna; ci vuole stoppino abbastanza, cera abbastanza, riparo dal vento. Non è come accendere un led o una torcia. Devi marciare piano, passi attenti, che la fiamma resista.
    Dicembre è un gatto acciambellato vicino al camino, una notizia felice che va celebrata. È qualcosa di buono che assaggi insieme a tuo padre, di ritorno da una visita medica, la dolcezza e il sollievo, il desiderio che quel Grazie lasci una scia.
    Perché, mi sembra di vedere, Paura e Gratitudine sono bestie selvatiche costrette a convivere nella tana più antica del cuore. Quando Paura si fa grossa e mostra gli artigli e i denti, e stira la schiena, Gratitudine si rattrappisce tutta, si accovaccia in un angolo, sguardo al muro.
    Ma è paziente, Gratitudine. Basta che possa riportare lo sguardo alla luce per prendere forza, prendere spazio, ritrovare voce. Si allunga, si scalda si fa coraggio, e allora Paura rimpicciolisce, magari sbruffa o guaisce, ma si rimette buona al suo posto, svanisce quel tanto che basta.
    Dove voglio arrivare non so.
    Forse tornare a quella lanterna, a quella luce che va giù, giù, nell’antro preistorico dentro di noi.
    Forse alla miglior versione di dicembre: una fiammella in cammino, passi appaiati sulla neve – non si risolve il buio nel mondo, certo, ma si rischiara un passo – il tuo e quello di chi ti cammina vicino.
    (Felice Santa Lucia!)✨️
    18 dicembre 2025

    Piove. Eppure il mio albero fuori se la gode, sotto l’acqua che cade: un abete enorme, impettito, con le lucine di Natale che bucano il buio. La sera, dalla camera da letto, lo vedo lì che tiene la notte in ordine. Mi immagino le gazze che gli girano intorno, diffidenti: che frutti sono questi, che luccicano?
    Sono frutti strani, sì. Fanno da ninna nanna e da sentinella. Dicono: ehi, voi, di qua si passa solo con gentilezza e buonumore. Via i sorrisi di latta, via le grinfie pronte a prendere, via le smorfie piene di biasimo.
    Entrino senza esitare gli animali selvatici, quelli che rendono la notte più vera; entrino gli uccelli che vogliono riposare le ali e le minilepri in cerca di tana; entrino pure la volpe e il tasso, se promettono di lasciare in pace le galline.
    E questo albero chiama altri alberi a raccolta. Il primo della fila è quello della casa dei nonni in montagna. Un abete che il nonno tagliava nella sua valle di abeti — proprio dove, un paio d’estati fa, i miei bambini hanno costruito una casa sull’albero — e che poi portava a casa caricandoselo sulla schiena.
    Ricordo le candeline di cera rossa sui rami, la fiammella accesa la notte di Natale, dopo le scorribande in slitta con la mamma, sotto un cielo così pieno di stelle che ancora oggi mi chiedo come facesse a tenersi su.
    È uno dei regali più belli che ho: il ricordo di quelle notti, sapere che non sono passate invano. Che non sono passate per niente. Mi hanno insegnato, tra le altre piccole cose (tipo l’Avventura e l’Amore), che posso dormire sonni tranquilli, intanto che i miei alberi guida tengono accesa la luce per me.

    21 dicembre 2025
    “È in quel momento [quando lo sguardo non può più seguire i singoli fili] che sento di poter scorgere ciò che si trova oltre e toccare la verità”
    I fili come simbolo delle intricate relazioni umane.
    Gli oggetti domestici come segno di esistenza, anche nell’assenza.
    Il mondo invisibile più importante della realtà che possiamo esperire attraverso la vista e gli altri sensi.
    Chiharu Shiota (nella sua esposizione al Mao) ti offre un filo da afferrare. E tu non puoi fare a meno di seguirlo, infilandoti sempre più a fondo nel suo prolifico immaginario.
    21 dicembre 2025

    [Adolescenza dissacrante e rigore scientifico]
    -Ragazzi, accendiamo una candela per celebrare il Solstizio?
    (Sguardi di biasimo) – Mamma, il Solstizio è semplicemente il momento in cui il Sole raggiunge la sua minima altezza sull’orizzonte a causa dell’inclinazione dell’asse terrestre.
    24 dicembre 2025

    Di recente ho letto una bella parola che non conoscevo: congioire.
    Si usa così poco! Forse perché è un gesto in disuso, come infilare i gettoni in un telefono pubblico, spedire una cartolina da un bar sulla spiaggia o apparecchiare la tavola per chi non c’è.
    Arrivo a questa Vigilia con il cuore che è pane appena impastato: un po’ in subbuglio, infarinato, in speranzosa attesa del caldo e di lievitare.
    Congioire mi sembra una pratica utile e far lievitare il cuore. Perché la ricetta riesca perfetta si fa così: si mettono da parte le nostre disavventure (se abbiamo la fortuna di poterlo fare), si prende una felicità di qualcuno che ci sta vicino (o anche lontano: il pensiero è un ponte), se ne assaggia un pezzetto, senza ingordigia, e le briciole si tengono in tasca.
    Nei giorni di neve e gran freddo si distribuiscono con slancio e qualche passo di danza agli uccellini che vengono a beccare.
    Ecco, questo Natale così: che il cuore sappia far spazio, tra i trambusti e le quotidiane peripezie, alle altrui contentezze, e che dall’innesto nasca più pura e autentica Felicità.
    Buona Vigilia!
    31 dicembre 2025

    Sono mattine di sole, dopo una settimana abbondante di pioggia. Ma prima che il sole sorga davvero e nel tardo pomeriggio, quando la striscia sopra l’orizzonte si fa rosa e poi viola, dalla terra sale una foschia densa, come di latte.
    Ogni tanto, in questo periodo, è così che mi sento. Dentro una nebbia gentile, che un po’ traveste e un po’ mostra. Dentro, lo so, c’è un’infinità di cose. Cose che vorrei fare, esplorare, tentare, approfondire, evitare, raggiungere. Dovrei metterle a fuoco, mi dico. Fai chiarezza, ripetono influencer e guru e motivatori in questa fine d’anno.
    Eppure il mattino mi piace attraversare i campi duri di terra ghiaccia avvolta in questo velo, mi piace dare un volto alle ombre di cui vedo solo i contorni e mi chiedo: Chi lo ha detto che si deve essere sempre centrati, focalizzati, con tutti i sensi accesi e puntati alla meta? Io dico che si può ondeggiare qui e là, lasciarsi portare un po’ dal vento, un po’ dalle maree, sentire l’influsso della luna o qualche richiamo antico a cui non sappiamo dare un nome. Io dico che non deve essere tutto sezionato, impacchettato, calendarizzato.
    Amo le sfocature, le mosse sbagliate, i piani imperfetti, le deviazioni. Io dico che saremmo nati treni, se dovessimo seguire un binario solo.
    Invece possiamo socchiudere gli occhi per vedere se dietro le palpebre si disegnano sogni e stagioni. Io dico che si può stare ogni tanto in quella nebbia bassa di montagna, quando stai dentro una nuvola e poi sali, sali e non sai bene, alle volte, che sentiero (che pensiero) hai preso, ma continui ad andare ed ecco che a un certo punto la nuvola finisce e vedi tutto – tutto chiaro – fino là, in fondo, dove non avresti creduto.
    Io dico che non si deve avere fretta, ma fede. Che non si deve perdere la capacità di perdersi, di attardarsi un po’, quando un dettaglio chiama.
    Ci auguro un anno nuovo di mappe sfumate -non quelle di google maps ma le vecchie mappe del tesoro: là c’è un monte, qui un lago, da questa parte devi attraversare il bosco. Quello che troveremo all’arrivo, lo avremo costruito passo a passo. E i tratti migliori saranno quelli in cui avremo perso il sentiero: sarà lì, che avremo lasciato impronte.
    Auguri!
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  • La Luna del Castoro e Atene (istanti rubati a #novembre2025)

    On: 10 Febbraio 2026
    In: istanti rubati
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    6 novembre 2025

    Superluna di novembre. Volevo uscire, andarci a camminare dentro, vedere il bosco illuminato dal suo occhio bianco. Invece: febbre.

    Sul divano, vicino al camino, ho acceso una candela.
    Ho ripensato a questo: “Non era indifferente: era altrove, nella memoria della sua vera vita”.
    È una frase di Chandra Livia Candiani (Questo immenso non sapere) buttata lì senza particolare enfasi: parla di un tapiro che cammina nel fango con il suo piccolo.
    Eppure, in questa frase c’è tutto.
    Come direbbe la mia amata Chandra la lascio lì, in mezzo al foglio bianco. Nulla, intorno. La lucido, ci respiro dentro. Mi ci siedo accanto, nello spazio vuoto intorno a ogni lettera che la compone.
    Febbre o non febbre, sono uscita in balcone. La luna del Castoro chiamava.
    Ho pensato al suo nome: per i nativi americani, questo è il periodo in cui i castori costruiscono dighe e rifugi per prepararsi all’inverno, prima che i fiumi si facciano ghiaccio.
    Li ho immaginati indaffarati, legnetti tra i denti, a muovere fango e creare tane, a preparare l’inverno senza pensarlo, in un’ostinazione di salvezza.
    I castori, la luna, io qui sul balcone: nella memoria della vita vera.
    18 novembre 2025

    [elogio della vita lenta]
    A volte le mie giornate sono talmente a incastro che i capelli, anziché con il phon, li asciugo con il riscaldamento in auto.

    ATENE

    23 novembre 2025

    Ho avuto una visione mentre sedevo sotto il Partenone e un vento feroce faceva volare i cappelli.
    Seduta lì sotto, ho provato a intercettare lo sguardo di chi, millenni fa, ha sollevato queste colonne mastodontiche. Li ho immaginati fermarsi, asciugarsi la fronte e provare a indovinare noi – in un futuro tanto lontano da essere irriconoscibile. Noi, che usiamo quel loro palco di pietra sacra come sfondo per selfie ritoccati dall’intelligenza artificiale: via la lattina dimenticata in giro, via la donna di spalle, più luce d’autunno. Esteticamente studiato, contraffatto, trasferibile in un amen in ogni angolo di mondo.
    A pensarci, ho avuto una vertigine.
    Cosa non sappiamo vedere del passato?
    Cosa non sappiamo indovinare dal futuro?
    In una città come questa, di miti, dei, archetipi e indovini, per un breve attimo, tutto si tiene miracolosamente insieme. E sbalordisce.
    (Se poteste sussurrare una sola frase all’orecchio di quei costruttori antichi, cosa gli direste del nostro mondo?)
    25 novembre 2025

    Si mescolano primavera ed autunno, ad Atene. La forza evocativa del passato e il nuovo che marcia veloce. Alberi di Natale e ragazze in canottiera, un sole che scalda, il mare in lontananza visto dall’Acropoli e colline e bosco e città – arance pesanti sui rami nei viali, bouganville e rampicanti viola e le folate di vento che nei dehors fanno nevicare foglie mentre sorseggi ouzo e caffè greco.
    Atena ha avuto il privilegio di dare il nome a questa città in cambio del dono dell’ulivo: nutrimento, calore e luce. (Poseidone aveva offerto il mare, ma i greci all’onda hanno preferito radici).
    Camminando sulle strade bianche e strette dove arriva la musica piena dalle taverne aperte, vedo che il tempo non è una freccia. Un ulivo, piuttosto: si torce, si biforca, affonda radici nel marmo antico mentre i rami solleticano futuri immaginari.

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  • Ciao Albero (istanti rubati a #ottobre2025)

    On: 10 Febbraio 2026
    In: istanti rubati
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    23 ottobre 2025

    Quando vado a camminare e passo sotto un albero mi avvicino ai rami bassi fino a farmi carezzare la fronte e i capelli.
    Ciao Albero, dico.
    Ora che è autunno, poi, socchiudo gli occhi e lascio che i colori facciano ribollire la mia immaginazione di tinte fluide, brumose.
    Sul sentiero dietro casa, quando vado a correre, i rami bassi mi aspettano e si allungano e mi toccano un braccio, una spalla, mi bussano al cuore.
    Guardaci, intonano.
    Le foglie vermiglio e gialline si scuotono tutte per farsi notare.
    C’è una bacca rossissima che pende giusto alla mia altezza è ogni volta mi schiocca un bacio al centro della testa.
    Chiunque si senta solo dovrebbe fare un giro nel bosco – la penso così.
    E dico alle foglie Peccato, peccato che presto cadrete. Loro non smettono di agitarsi con grazia e brillare e mi strizzano l’occhio: ma come, non vedi? Liberiamo spazio alla luce.
    (E io penso che dove c’è un albero lì è il campo base per ogni spedizione alla ricerca di me).
    30 ottobre 2025
    Quando una settimana fa abbiamo deciso di accendere la caldaia, ci siamo accorti che non funzionava. Un mattino la temperatura è scesa sotto zero – al risveglio, le auto in cortile erano bianche.
    Unica fonte di riscaldamento, il camino in cucina. Ed è lì che ho trascorso le mie ore casalinghe. A lavorare, a leggere (Strout, Capra), a meditare, a scrivere, a fare uncinetto, a guardare la tv. Sempre a un passo dal calore delle fiamme.
    Questo mi ha reso più esperta nel non lasciar spegnere il fuoco e ad accenderlo (dà un certo potere, accendere fuochi).
    Quando posso, esco in balcone o scendo a camminare. Lascio che il tepore del sole e quello dei colori d’autunno mi sazino fino a farmi sentire impavida e resistente alle intemperie. Il gatto Messner mi segue fedele tra i paddock e foglie ci nevicano intorno come in un cartone animato giapponese.
    La notte, nei sogni, sono spesso in partenza. Ferma nella notte aspetto pullman che sono isole luminose nel buio, come fantascientifiche astronavi. Chiedo a chatgpt di interpretare: sono sulla soglia di una trasformazione, dice.
    Dice che c’è una città misteriosa in cui una versione da me ha già apparecchiato la tavola; ha acceso una candela nella stanza giusta e sta ballando una musica lenta.
    Ieri hanno aggiustato la caldaia. Finalmente. Tornare a casa da una pratica di yoga e trovare tepore rende la sera più soffice.
    Me lo appunto un’altra volta, qui: ringrazia ogni volta che il tuo mondo è morbido, che puoi accendere un fuoco con i tuoi gesti, che qualcuno ti aspetta in una stanza scaldata a dovere.
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  • Arieggiare il cuore tra sale marino e via degli dei (istanti rubati a #settembre2025)

    On: 9 Febbraio 2026
    In: istanti rubati
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    6 settembre 2025
    A settembre, per arieggiare il cuore si fa così:
    -a gambe incrociate e occhi chiusi, abbassa il volume del mondo
    -srotola i pensieri al sole come lenzuola stese sui balconi – senza paura lascia che si sciupino, scoloriscano, cambino forma: li riconosci adesso? Senti come profumano di nuovo?
    -quando la luna è alta sulla tua testa scendi in strada (parco viale pietraia prato bosco) e raccogli legni da bruciare: uno per l’invidia, uno per la furia, uno per la paura, uno per la gelosia… senza fretta, attendi la scintilla e goditi lo spettacolo. Fino alle braci. Fino alla polvere.
    -al termine di ogni pasto, raccogli briciole di nostalgia, scazzi e malumori e scuoti con vigore la tovaglia in cortile, che le bècchino via gli uccelli
    -accomodati sulla spiaggia e usa il mare come idropulitrice – riempi, svuota, riempi, svuota: il tuo cuore non è mai stato così brillante.
    7 settembre 2025

    Ogni mattina, quando esco a camminare, il giorno se la prende un po’ più comoda. Cede qualche minuto al buio, prima di darsi da fare ad animare il mondo con la sua musica di risacca, auto e motorini sull’Aurelia, passaggi di netturbini, strilli di gabbiani e macchinette del caffè.
    Il mare, sulla linea blu dell’orizzonte, sputa fuori il sole un boccone per volta.
    C’è del bello nell’odore di focaccia che esce dalle panetterie, nella sosta al bar del budello, tra i giornali freschi di stampa, gli avventori che chiedono il solito e il ragazzo riccio che sistema distrattamente i tavoli.
    Bevo il mio macchiato, penso a stasera: eclissi di luna (questa luna: un uccello di cotone in un campo azzurro). Una luna – dicono – che chiede spazio, chiede di riconoscere le ombre, di sottrarre e liberare.
    Anche i miei tarocchi lo suggeriscono: trasformazione.
    Settembre solletica il mio istinto al progetto, al piano, al cambiamento. Ma oggi ignoro l’invito; mi ripeto: let it go.
    È giorno fatto, i sandali pestano il porfido, sulla lingua ho il gusto del primo caffè della giornata, la vita intorno poco alla volta si intesse.
    Tutto il resto: let it go.
    11 settembre 2025

    La focaccia a pranzo, le camminate all’alba, gli aperitivi in ciabatte, i caffè in balcone, i giri in canoa, la pesca di granchi, le gite al fiume e quelle sul lungomare, le chiacchiere e le urla, i piedi scalzi, lo yogurt da passeggio, i selfie in ascensore, i braccio di ferro tra mamme e figli per conquistare libertà, la stanchezza buona della sera, le briciole ai passeri, i salti nelle onde.
    L’amicizia di sempre, che ogni anno cresce un po’, insieme a noi.
    Grazie mare!
    23 settembre 2025
    Settembre è una porta, di qua l’estate, di là l’autunno, si direbbe. Ma non è così semplice. Settembre è una porta che dà su mondi che ancora non sappiamo nominare.
    Porta al miracolo della terra che come utero si inspessisce, che come bocca si apre, si protende al dubbio, alla fede, alla pioggia, alla mano del contadino. Porta al miracolo delle ragnatele – mandala nella bruma del mattino e a quello del cielo notturno che si fa più largo, vicino: una bacinella di stelle, un catino.
    Settembre è trasloco dell’anima, ospite atteso al tavolo della cucina; è il bordone di cornamusa su cui la vita improvvisa.

    VIA DEGLI DEI
    27 settembre 2025

    Ancora notte a Bologna, caffè nel primo bar che tira su le serrande, odore di pane appena sfornato sotto i portici, i mille scalini di San Luca e poi la nebbia sui colli, il bosco che apre e chiude strade, camminare sulla riva del Reno, la pioggia che alza gli odori di mentuccia e erbe selvatiche, mettere e togliere la mantella, la frutta secca e i biscotti al cioccolato, chilometri di chiacchiere, chilometri di fatica e silenzi, perfetta accoglienza in un B&b dentro un orto botanico, il secondo caffè della giornata e levare gli scarponi – il sollievo è una cosa piccola.
    Pensare a quando l’umanità era nomade, prima di essere schiava di poltrone, televisioni e confini.
    Mi mancava, tornare viandante.
    28 settembre 2025
    Monte Adone comincia all’alba con campi dissodati di terra grassa e voli di corvi, poi sale insieme al sole tra i sentieri larghi poco più del mio bacino, dove rami e foglie sono tende su finestre immaginarie e al mattino si fa vetta e croce, quando altri viandanti si affacciano al dirupo, quando scriviamo il nostro passaggio sul quaderno custodito nella cassetta di latta, un saluto, un grazie, un sono-stato-qui (e Gaza libera).
    Dopo, la discesa è poca pioggia e gambe che vanno da sole e tornare al paesaggio urbano, un bar di paese con Vita da Strega in TV e i post-it lasciati dai viandanti e un occhio ai giornali, una preghiera per Flottilla, e sulla strada ancora parole, parole, parole su vita morte parto meteo cazzate fatte e da fare e figli stagioni ricette, e controlla il segno – bianco e rosso di là, e: cosa dicevo? e perdere il filo e trovarne un altro e trovarne altri tre e perderli ancora perché un Cammino -ho capito- è prima di tutto perdere il filo e inventar nuove trame.

    “La via nasce sotto i piedi di chi cammina.” (detto giapponese)

    Le cose che un Cammino insegna (lungo o breve, non importa):
    -non serve controllare compulsivamente il meteo: se piove ti bagni, se esce il sole ti asciughi
    -per poca roba che ti porti, è sempre molta: più sai fidarti di te e più levi peso dalle spalle
    -capisci perché hai fatto un Cammino dopo che sei tornata – a volte al rientro, per la gioia di varcare la porta e trovare ristoro; a volte deve passare una notte, a volte un mese, a volte di più
    -torni con la consapevolezza che camminare è l’unica cosa che hai davvero fatto: nessun multitasking, nessuna distrazione, solo tu e la strada (questa purezza ti mancherà)
    -il miglior rilascio di endorfine è quello per una fatica superata e un traguardo raggiunto
    -lo sforzo dell’andare, in parte nell’incertezza, cambia la tua postura e il modo di occupare spazio nel mondo: il torace si espande, il respiro si fa più profondo, senti radici che ti tengono salda e vedi più lontano
    -se hai bisogno di caffeina, meglio scegliere il primo bar disponibile (per il secondo potrebbero volerci ore di strada)
    -il corpo non ha bisogno di tutto quello che la mente pretende: camminare rivela la differenza tra essenziale e superfluo
    -senti che non sei soltanto chi cammina: sei anche il sentiero, la polvere, l’aria che attraversi…
    -la stanchezza fa fare pensieri assurdi e visionari (e se stessi camminando dentro il sogno di qualcuno e lo portassi avanti con i miei passi? E la senti, la voce del muschio? E il sole che nascendo riempie il cielo del suo inspiro di luce, lo senti?)
    -i confini sono la più stupida invenzione umana – la terra non ne sa nulla e non ne vuole sapere.
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  • Agosto in montagna sono mani aperte a coppa sotto il cuore (istanti rubati ad #agosto2025)

    On: 9 Febbraio 2026
    In: istanti rubati
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    1 agosto 25

    Gli aperitivi che amo di più sono quelli sulle scale di una piazzetta con vista tramonto, la pietra scaldata dal sole del giorno, meglio se appena scesa da cavallo o da una moto. Non servono abiti da cocktail o trucco o acconciature, anche perché una messa in piega non sopravviverebbe al casco. Serve semmai una discreta resistenza alle zanzare e un’attitudine a lasciar dondolare lo sguardo sulle schiene morbide dei colli, spolpate dal sole che s’intana.
    Non ci sono dj set ma il canto morbido degli uccelli (si muovono a stormi, laggiù sul fiume) il rombo stanco dei motorini di passaggio e qualche cane che abbaia, di tanto in tanto.
    Giorni di luglio che svaporano piano nella sera, un bicchiere di vino e Autan, le nostre parole che scivolano sulla pietra tiepida – sgomberare la mente come monete in uno svuotatasche: quanto vale questo pensiero?
    Quanti centesimi per questa fantasia?
    Piccole pietre preziose nella collana dei ricordi.
    9 agosto 2025
    Sulla fronte, all’attaccatura del cuoio capelluto, Eliandro ha capelli fini come quelli dei bambini piccoli. Poco prima del tramonto si è addormentato sulla panca davanti al rifugio con la testa sulle mie gambe. Glieli carezzo con tocco lieve, per non svegliarlo. Intorno, pochissima gente, questa sera saremo gli unici ospiti a dormire qui.
    A parte loro, silenzio. Le pecore che prima coprivano il prato ora sono tornate all’ovile insieme agli asini e ai cani.
    Mi godo questo tempo lento, dopo un giorno di passi sui sentieri.
    Qualcuno ha spazzato via ogni straccio bianco dal cielo, il telefono non prende, le preghiere tibetane galleggiano sfilacciate contro l’azzurro, insieme alle mie.
    Le lentiggini sul viso di Eliandro sono costellazioni accese, tra poco finisce il sole, comincia la luna che questa notte è quasi piena, la luna bianca dello storione – il pesce che cammina i fiumi controcorrente.
    13 agosto 2025

    Ultimo giorno di lavoro prima delle ferie.
    Davanti al pc, finestra aperta sulle montagne. Oggi le guardo, domani ci cammino.
    Faccio sogni che al mattino sono nitidi, ancora interi. In uno dei più intensi mi preparo a un tuffo. Un tuffo altissimo da una barca che è montagna, aeroplano.
    Non so se trovo il coraggio. So che laggiù, dove c’è mare -o cielo capovolto- qualcuno mi aspetta. Mi chiedo quanto durerà la discesa, cosa penserò e se il cuore può fermarsi per lo spavento. Non so se trovo il coraggio. Ma il mio nome è in elenco, il tuffo è previsto.
    Cammino presto al mattino sulla strada verso il bosco, leggo Marion Fayolle, un saggio sullo yoga sciamanico, Natalie Goldberg e Chandra Livia Candiani (ancora).
    Accendo incensi nella stanza che ho adibito a studio e tengo in sottofondo musica gentile. Di là arriva rumore di piatti e stoviglie, di sedie spostate, finestre aperte, passi sulle scale. Di tanto in tanto qualcuno si affaccia:
    -ti porto un caffè?
    -mamma, noi andiamo a funghi
    -ti serve qualcosa in negozio?
    Dopo lavoro, camminate o chiacchiere, un bicchiere di vino. Le sere in cortile.
    Agosto in montagna sono mani aperte a coppa sotto il cuore: sono qui, ti tengo.
    Un tempo leggero che fa scendere a fondo, a occhi chiusi e braccia aperte, con fiducia, dentro quello che c’è.
    È cielo capovolto.
    È una storia letta la sera, una storia che senza trucchetti o colpi di scena racconta chi sei.
    18 agosto 2025

    Un piccolo lusso: camminare per mezza giornata da sola, tra boschi e prati, incontrare tre camosci -sei occhi curiosi- sentire il fischio alto di un rapace all’avvio del giorno.
    Sentire il brusio dei miei pensieri più rumorosi che sono barattoli dietro l’auto degli sposi: tagliare i fili, uno per uno, lasciarli andare. Tornare all’eco dei miei passi, alla musica zitta del bosco.
    Chiedere il permesso di passare, di stare:
    _signor Camoscio, signor Larice, posso?
    _Formica, Sasso, Muschio, Torrente, Biscia, Lombrico: per me c’è posto?
    Il piccolo lusso continua: tornata alla civiltà, caffè, torta di mele, un po’ di parole su pagina bianca, qualche pagina di un libro nuovo.
    Ecco quel che dovevo reimparare:
    -lo Spirito del Bosco mi rischiara la mente e mi insuffla pensieri mistici e selvatici (che poi, non è la stessa cosa?)
    -la torta di mele è più buona con lo zucchero a velo
    -i sentieri tra i monti sono la mia medicina.
    28 agosto 2025

    È stata già nel cuore dell’autunno, la mia ultima camminata verso Cima Posta.
    Siamo partiti che non era alba e che la nebbia saliva da basso, si faceva vapore intorno alle gambe e ci teneva lo sguardo dentro un buio bianco, fumoso.
    Ho sentito le piccole frane dei camosci sulle sassaie e me li sono trovati di fronte, il muso un poco reclinato, un’espressione di domanda: Qual buon vento, passante?
    Non mi sarei stupita, in quello spessore di nuvola, di vedere i faggi stiracchiarsi e allungarsi e usare i rami come braccia per sollevare le radici, come una dama solleva il vestito, e aggirarsi così, tra le pietre e il sottobosco, prima di tornare a fingersi dormienti.
    In vetta, poi, era di nuovo estate, un cielo terso e pietre bianche, i tavoli in legno del rifugio, l’odore di polenta. Il fischio delle marmotte e il volo sbilenco dei merli e un silenzio d’osso, selvatico, un sentore di muschio e premonizioni gentili.
    E la fatica, come sempre, a sbrogliare pensieri oziosi e districare nostalgie.
    Ho camminato avanti nell’autunno che viene, e indietro, indietro, a chissà che stagione che ancora mi chiama, ancora ha da dire, e con una mano tra le scapole mi sospinge paziente: continua, sali. Vai a vedere com’è, essere corvo o calabrone – vieni a vedere come si vive, all’insaputa di sé.
    31 agosto 2025

    Guardo su, quell’ultimo abete sulla cima prima del vuoto. Vedrà di sotto, lui? Avrà occhi, naso, orecchie? Vedrà che alto e basso è la stessa cosa, come farebbe l’uomo se fosse divino?
    Si torna a casa e resterà il mio bosco pieno di selvatici senza che io ci cammini dentro. Torneranno le volpi e i cervi sotto il balcone e i rami del ciliegio ondeggeranno nel vento d’autunno e al circolo del paese cadranno sui tavoli le carte della briscola, qualche bestemmia e i bicchieri di vino. Le donne racconteranno di matrimoni e persone lontane, si chiederanno se domani piove o non piove, gli uomini imprecheranno su un asso giocato per sbaglio, su un jolly sprecato.
    Quel solo abete veglierà da lontano la mia casa gialla, la mia casa con gli scuri chiusi e i balconi deserti e io la saprò da lontano, e la penserò piena delle cose che ci lascio a ogni ritorno e la saprò vegliata dall’occhio spalancato del Pasubio e dalle ali aguzze delle Piccole Dolomiti e la sentirò sussurrare, quando siamo lontane, una lunga litania di giorni passati e da venire, e io sempre, sempre, calcherò i suoi pavimenti scoloriti e le scale di legno, il rimbombo dei passi come antiche preghiere, sempre mi sdraierò a pancia all’aria sul prato vicino e salirò sul mio albero e mi affaccerò alle finestre, io e i miei santi protettori -Melo, Panca, Fontana- pensando all’abete solo, là in alto, e pensando:
    eccomi, ci sono, sono qui – dove altro potrei andare?
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  • Nel cuore dell’estate mi siedo e ascolto (istanti rubati a #luglio2025)

    On: 9 Febbraio 2026
    In: istanti rubati
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    3 luglio 2025
    Ciao Ermerita. Grazie per aver fatto da nonna un po’ anche a me.
    Grazie per tutto ciò che hai insegnato a Federico e aver contribuito a farlo diventare la persona che è.
    Non dimentico il calore con cui mi hai accolta nella tua famiglia e lo sguardo amorevole che riservavi ai miei figli e tutti i tuoi nipoti.
    Saremo in tanti ad avere una stanza del cuore riservata a te. E ogni volta che sentiremo nostalgia, infileremo le mani nelle tasche per ritrovarci i bombi e i pocket coffee di cui ci riempivi le mani ogni volta che venivamo a trovarti.
    Sentiremo sempre quel sapore dolce, ripensandoti.

    22 luglio 2025

    Sono notti che dormo male. Le zanzare che riescono a superare la barriera delle zanzariere mi fischiano intorno alle orecchie e prima dell’alba organizzano agguati. Faccio molti sogni e li ricordo poco e a spezzoni. Leggo troppi libri in contemporanea e prendo treni semideserti, comunque in ritardo, con un microclima glaciale determinato dall’uso insensato dell’aria condizionata.
    In questi giorni è tutta una corsa, un sali-scendi dai giorni, un accendi-spegni del computer, uno zigzagare tra impegni e promesse.
    Poi, sparsi a casaccio, momenti di vuoto. Dove si sente un rimbombo, un risucchio maggiore. Dove la Vita ci chiama attraverso un imbuto e fa sconquasso e paura.
    E mi copro le orecchie, alle volte. Non voglio sentire. Poi mi siedo a gambe incrociate, sul pavimento della stanza, e provo a restare.
    Respiro. Di vuoto in vuoto provo a cedere le abitudini, il bozzolo che mi contiene. Lasciare la forma e trovarne una nuova, più scomoda al principio, inusuale. Più mia.
    Nel cuore dell’estate mi siedo e ascolto. Tra le infinite corse di andata e ritorno c’è un posto oltre i binari, acquattato come un animale selvatico nel fitto del sottobosco. Mi aspetta ogni volta che trovo il coraggio di camminare fin là.
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  • Giugno è una lucciola sul palmo della mia mano (istanti rubati a #giugno2025)

    On: 1 Luglio 2025
    In: istanti rubati, la mia vita e io
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    Sono i giorni più lunghi dell’anno.
    Dormo senza tende e la luce dell’alba è una mano gentile che picchia sul vetro.
    Sei sveglia?
    La sera quasi sempre scendo all’imbrunire. Dopo un giorno pieno di gente e di parole, intorno a casa torna la quiete. I cavalli muovono lenti la coda, il cielo butta l’ultima luce fino ai miei piedi, come fa una sposa col velo davanti all’altare. Gli insetti estivi riempiono l’aria e ci sono nuovi uccelli che muovono i rami.
    Giugno è una lucciola sul palmo della mia mano.
    Il rumore del mondo, intanto, si è fatto frastuono. Un rumore di fondo continuo, assordante.
    La mente ci protegge. Sappiamo che è vero, che il male accade. Ma lo sappiamo davvero? C’è un campo dell’immaginazione dove non possiamo arrivare. O almeno, dove io non so arrivare. Esiste un confine all’orrore sul quale mi fermo. Vedo fin laggiù, sì, ma sfocato. Sta succedendo, lo so. Ma anche, allo stesso tempo, non sta succedendo davvero.
    Su quel confine mi siedo. Ascolto il respiro che s’accorcia e lo stomaco che si stringe. Poi mi distrae una mosca, un soffio di vento. Qualcuno mi chiama. Una foglia mi cade vicino. Torno alla vita, nella mia parte sicura del mondo.
    Ci sono cose piccole che possiamo fare, anche senza il coraggio -benedetto- di chi parte in soccorso. Donazioni, per chi può. Preghiere, per chi crede. (Ma anche per chi non crede: ogni forma di energia buona è preziosa). Possiamo parlarne, restare informati. Cambia poco, dicono, perché sapere non aggiusta le cose. Eppure, pensiamoci: se uccidessero le persone che amiamo, vorremmo che il mondo ignorasse il sopruso?
    C’è una altra cosa, a mio avviso: benedire quello che abbiamo. Ogni piccola cosa, nel momento in cui è. Niente ci è dovuto. Se abbiamo la fortuna di poterci fermare su quel confine, diciamo grazie. Preghiamo per chi è oltre la linea di demarcazione.
    Onoriamo la Vita che c’è.
    Il fuori e il dentro si intrecciano, diventano uno di quei sogni lunghi che si fanno in queste notti brevi e accaldate – manca poco e l’alba bussa, un tocco sul vetro. Mi senti?
    Giugno è una lucciola sul palmo della mia mano, la guardo brillare ancora un momento.
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  • Senza spazio non cresce nulla (istanti rubati a #maggio2025)

    On: 1 Luglio 2025
    In: istanti rubati, la mia vita e io
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    Maggio: la semina delle zucchine, i primi giri in moto la sera, oppure a cavallo, riprendere in mano vernici e pennelli per rinfrescare i muri di casa. Tinte: bianco, salmone, petrolio. Poi si vedrà.
    Quello che faccio: spostare oggetti da una parte all’altra.
    Quello che dovrei fare: dare via, buttare, fare spazio.
    Senza spazio le nuove piante non mettono radici.
    Senza spazio non cresce nulla. Non le zucchine, non l’ispirazione, non l’agognata immobilità della mente.
    Ci provo: preparo scatoloni che poi non riempio. Questo è un ricordo, questo può servire ancora. Questo lo butto domani.
    Intanto arrivano spaventi che poi, per fortuna, passano.
    Arrivano piccole delusioni, tristezze che al mattino evaporano.
    Metto quelle dentro le scatole, mi dico, le mando al macero. Lì forse c’è qualcuno che saprà cosa farne. Forse si possono riciclare in sentimenti più docili – spleen, saudade, nostalgia di luoghi mai visti. (Hai presente quando ti viene in mente la tua infanzia, la tua giovinezza, e sono una stanza, un bosco, un cammino?)
    Preparo i pennelli, davanti a un muro da riempire di colore la mente di sperde.
    Seminare, tinteggiare, yoga: le mie piccole cure, in queste settimane.
    Maggio è agli sgoccioli, tra le mille cose che non so fare, una la so fare bene, la so fare restando presente del tutto, sentendomi viva dall’alluce alla cima del cranio: ringraziare, ogni giorno, ogni ora, per quello che c’è.
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  • Indonesia Express – Java e Bali con Hati

    On: 1 Luglio 2025
    In: viaggi
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    18 aprile

    Si sa che ogni compleanno è occasione di bilanci. Viene naturale tirare le somme, sentire i pesi e i vuoti di quel che si è fatto-dato-avuto-immaginato.
    Figuriamoci poi se questo compleanno è quello che segna il mezzo secolo… Per una nostalgica come me, la condanna a 24 ore di ripensamenti e struggenti retrospettive.
    Ecco perché, quando il destino ha intrecciato le date di un viaggio con il giorno della mia nascita, ci ho visto un segno del cielo; la voce dell’Universo che perentoria mi intima di guardare non indietro, ma altrove.
    Sto trassando, perchè qualche domanda me la faccio lo stesso, tra un aeroporto, un fuso e una passeggiata sopra le nuvole.
    Mi chiedo: esiste una scala per misurare una vita di successo? Se guardo la mia strada fin qui, posso dire che il mio conto in banca non pullula di zeri. Che non ho aggiunto la mia firma sul muro della fama. Che non ho ottenuto grandi premi, menzioni speciali né ho fatto qualcosa per cui verrò ricordata dalle generazioni future (per ora 😃)
    Posso però dire che la mia vita somiglia in percentuale incredibilmente alta a quella che immaginavo e speravo per me. E posso dire anche che, se la fortuna si misura in amore che ci circonda, beh, decisamente ho sbancato il banco!
    E poi “successo” è una parola che non mi piace: fa pensare a qualcosa di già accaduto. Il bello, invece, è quello che c’è da vivere, adesso.
    Quello che mi auguro, allora: che la nuova metà del secolo, che ha inizio nei cieli d’Oriente, sia all’insegna di questo gusto buono di scoperta, e che mi si conservi intatta questa benedetta voracità di mondo.
    19 aprile

    Un uomo a due passi dal binario, in piedi sul bordo della giungla, fuma guardando il treno passare.
    Intere famiglie lavorano nei campi.
    Bambini con la divisa marciano verso la scuola.
    Donne con i cappelli larghi si piegano nelle risaie.
    Sul treno da Jakarta e Yogyakarta -più du sei ore di viaggio- cerco di mettere in tasca il maggior numero di dettagli possibile.
    Una vegetazione lussureggiante, ipnotica, persino invadente ci accompagna ovunque.
    Stiamo poco a poco smaltendo il fuso, anche se non ha aiutato, nel cuore della notte, il canto del Muezzin che ci ha ricordato di avere la stanza proprio sopra la moschea. Non importa. Sono risprofondata nei sogni cullata dalla litania ipnotica.
    Nel terzo giorno di viaggio ci siamo svegliati con il trillo degli uccellini nelle gabbiette dell’hotel, abbiamo sperimentato Grab, il servizio taxi indonesiano e cominciato la giornata con un caffè alla stazione dei treni, reso più saporito da post-it motivazionali.
    Indonesia, ci conosciamo appena e già mi piaci!

    20 aprile

    Ogni viaggio, si sa, ha i suoi momenti magici.
    Uno di quelli che ricorderemo: ieri pomeriggio, girovagando per un kampung (villaggio) in Yogyakarta, ci siamo imbattuti per puro caso nel tappeto rosso di Asia Esxpress, la versione ungherese di Pechino Express, ovvero la sola trasmissione che seguiamo con entusiasmo da sempre.
    Un’emozione incredibile, seguire l’arrivo di tre coppie e farci raccontare da un concocorrente (un famoso giocatore di pallanuoto) e da uno della sicurezza tutti i retroscena del format. Mi è sembrato di essere tra quelli che con un balzo calpestano il logo della vittoria.
    Un fuoriprogramma adrenalinico, prima di riprendere il nostro personalissimo Indonesia Express!
    20 aprile

    Quando stamattina abbiamo incontrato il nostro driver, ci siamo chiesti da quanto avesse superato l’età minima per avere la patente. Mezz’ora dopo, conversando, ci ha raccontato che la sua prima figlia si è sposata il mese scorso.
    Con lui abbiamo ripreso la nostra traversata di Java, quest’isola punteggiata di templi e colorate moschee che non smette di tenermi con gli occhi incollati al finestrino.
    Questa mattina la cosa più complicata è stata trovare un caffè. Lo abbiamo rimpiazzato, dopo qualche ricerca, con il kopi, una specie di caffè turco non filtrato. Il viaggio è lunghissimo, arriveremo col buio e abbiamo comprato cibo take away nell’ultimo paese prima della giungla, con i soldi che ci ha prestato il driver perché tutti i cambi sono chiusi e l’atm non funziona.
    Ma non fa niente. Il viaggio ti insegna che le cose non vengono come le pensavi ma come devono venire. Ti insegna che quello che pare storto si aggiusta. E alla fine di una giornata lunga, il nasi goreng è ancora più saporito.
    Così maciniamo chilometri su strade pazzesche e collezionismo paesaggi in questa terra verde, giurassica, dove ogni seme gettato sembra destinato a dar frutto. Mi è sembrato di buon auspicio essere qui, oggi, in questa Pasqua.
    Buona Rinascita a tutti.
    Che sia florida e feconda.
    21 aprile

    Ammetto che quando all’una di notte è suonata la sveglia, dopo un paio di ore di sonno e un viaggio lungo dodici, mi sono chiesta chi diavolo me lo abbia fatto fare.
    Ho continuato a chiedermelo durante la prima ora di salita al vulcano Djen, dove la scia della mia torcia incrociava quella dei tanti altri che, insieme alle loro guide, arrancavano verso la vetta, in una specie di anarchica e babelica fiaccolata.
    La nostra guida, Endi, per farci sopportare la fatica, ci raccontava che lui a ogni risveglio, prima del caffè di mezzanotte che segna l’inizio della sua giornta di lavoro, studia qualche parola di una lingua straniera. Poi parte sullo scooter a incontrare le persone che accompagnerà quassù e sogna di diventare imprenditore agricolo in una risaia.
    Arrivata sul cratere, avevo già scordato fiatone e gambe molli. E quando si è alzato il sole, dal mare che divide Java da Bali, mi sono trovata immersa in un mondo preistorico: non mi sarei stupita di sentire la terra tremare improvvisamente sotto le zampe di un tirannosauro.
    Sotto di noi luccicava il lago blu e il Vulcano esalava il suo fiato di zolfo, respiro fumoso di bestia mansueta.
    Pareva di stare al principio del mondo.
    Tornati alla nostra capanna di bamboo nella giungla, il padrone di casa e la moglie ci hanno preparato una colazione a base di noodles e biscotti alle arachidi. Lui ha raccontato di aver vissuto nel Borneo a fare legna e poi lavorato per anni come minatore nelle miniere di zolfo. Ora lo sentivamo scherzare divertito insieme alla moglie in cucina.
    E pensavo a quella terra di minatori, lavoranti nelle piantagioni di caffè, guide notturne su sentieri scivolosi e impervi che pure, prima di partire per la giornata di fatica, si impegnano a imparare qualche parola di una lingua nuova, per la bellezza di apprendere, di aggiungere un pezzo, anche inutile, a quello che c’è. Magari solo per insegnare a una famiglia italiana in gita, in una notte umida di aprile, a dire “bello”. In cinese.
    22 aprile

    Prima lavare le impurità
    Poi immergersi per rinascere
    Infine cercare connessione interiore e offrire gratitudine.
    Per me che non amo i getti d’acqua sulla testa (oltretutto “fresca”) il rito di purificazione al Tirta Empul Temple è stato intenso. Il mio corpo tremava senza che sentissi freddo e ho sentito stanchezza e vigore nello stesso tempo.
    Suggestione? Io ho offerto le mie preghiere, salite verso l’alto insieme agli incensi.
    Abbiamo visitato le risaie di Tegalalang (ovvero il posto più instagrammabile della storia) e le cascate di Tegenungan e una piantagione di caffè dove abbiamo assaggiato uno dei caffè più costosi al mondo, ovvero quello fatto coi semi digeriti dalla civetta delle palme asiatica (simile a un furetto), il luwak copi.
    Oggi è la vigilia del Galungan, un’importante festa balinese che simboleggia la vittoria del Bene sul Male.
    Lasceremo le nostre offerte davanti alla porta, in segno di gratitudine profonda per il tanto che abbiamo e per questa terra dove è così facile sentire il proprio cuore battere, qualche volta vibrare, in accordo con il Mondo.
    23 aprile

    Questa mattina, davanti a un tempio che si preparava per le celebrazioni, mi sono avvicinata all’entrata per sbirciare, dal momento che l’ingresso è vietato ai turisti.
    Un ragazzo indonesiano che stava aiutando nei preparativi si è accorto di me e, anziché trattarmi da straniera ficcanaso, con un mezzo inchino si è spostato per lasciarmi guardare.
    Un gesto piccolo, che in quel momento mi ha quasi commossa.
    Oggi si festeggia Galungan, la vittoria di Dharma, principio cosmico di ordine, verità e giustizia su Adharma, ovvero caos, inganno, egoismo e ignoranza.
    Le strade sono decorate di penjor, canne di bambù alte e arcuate, agghindate con foglie di palma, riso, frutti, dolci, fiori, e altri materiali naturali. Davanti a ogni abitazione ci sono piccoli altarini con le offerte.
    Da oggi e per dieci giorni si apre un portale: gli antenati tornano nel mondo materiale e vengono omaggiati di cibo, fiori e qualche volta persino sigarette.
    Il momento più bello è stato all’alba, con le strade inondate di incenso, quando ogni induista si preparava per la visita al tempio con la famiglia. Le donne erano eleganti e bellissime e portavano grandi cesti sulla testa.
    È incredibile la fortuna che abbiamo a essere qui in questi giorni. Ed è impossibile non accorgersi di come sia tutto armonico ed essenziale.
    Anche l’invisibile.
    24 aprile

    Cose a caso di questa giornata di viaggio:
    – lo spettacolo di teatro-danza balinese “Il Barong e la danza del Kris” (trama in sintesi: il bene combatte il male, un po’ perde e un po’ vince, si gira in baraonda e finisce con il sacrificio di una gallina e un’offerta al Tempio)
    – sulla spiaggia di Padang Padang a scottarsi nonostante gli strati di crema protezione 50, fare liste di buoni propositi, bere acqua di cocco e sgranocchiare pannocchie
    – Uluwatu Temple [nelle ore più calde: sbagliato]: la scimmia che ruba gli occhiali da vista a una signora e se li porta su un albero. Altra scimmia che ruba gli occhiali da sole a una signora che si dispera e spedisce il marito a sfidare l’agguerrito mammifero; l’intrepido riesce a riaverli barattandoli con qualche biscotto
    – un matrimonio sulla spiaggia (circa due ore di foto agli sposi nel tempo che siamo rimasti lì, ma erano già cominciate quando siamo arrivati e non davano cenno di volgere al termine quando ce ne siamo andati – se il matrimonio sopravvive al servizio fotografico è amore eterno garantito)
    – l’adorabile driver che ci ha portati a spasso ci ha raccontato del suo secondo lavoro: di notte va nella giungla di Bali o Sulawesi con un generatore per attirare insetti da spedire a un ricercatore finlandese che li distribuisce tra le università europee -> morale: i tesori più interessanti sono sempre nelle storie delle persone.
    25 aprile

    Il villaggio di Penglipuran è un villaggio tradizionale dove è possibile visitare dall’interno la struttura delle case familiari. Ognuna è circondata da mura e tiene insieme diverse stanze, aperte e chiuse. Ci sono case che ospitano anche 20 o 30 persone. Sono in comune la cucina e la zona in cui si mangia e lavora, che pare una specie di lunga capanna sospesa.
    Da notare che ogni casa ha un proprio tempio e che ci sono passaggi che mettono in comunicazione le case tra loro perché i vicini vivono in rapporti di reciproco aiuto e collaborazione.
    (Diciamo che abbiamo molto da imparare).
    Ci sono luoghi in cui le parole sono di troppo. Basta la loro energia a farti sentire nel posto giusto al momento giusto. Il tempio Gunung Kawi è uno di quelli. Nascosto nella giungla nella gola del fiume Pakerisa, si dice sia stato creato da un’unghiata di un gigante e canta i suoi atavici misteri a chiunque abbia orecchie e cuore per sentirlo.
    Altre cose sperimentate oggi: il durian. Un frutto che ho amato al primo assaggio e che in famiglia mi ha fatto odiare, perché puzza un bel po’.
    Il massaggio balinese: praticamente un’ora in paradiso. Non so come potrò farne a meno.
    (Così liberaci dagli inquinatori di silenzi, dai vicini di casa invadenti o troppo diffidenti. Liberaci dai posti di cartone per turisti. E da tutti gli spaventi.
    Buona festa della Liberazione!)
    26 aprile

    La meditazione con il suono curativo nelle Piaramidi del Chi di Ubud.
    La giungla e gli elefanti.
    Una cerimonia in un villaggio di periferia: uomini, bambini, donne con le offerte trasportate sopra la testa e la figura mitologica del Barong che si spostano da un Tempio all’altro.
    Sono così ricche queste ore che mi ci vorranno dei giorni per riordinare le emozioni che sto provando.
    Vale la pena dormire meno di quello che farei abitualmente per incontrare l’alba, respirare il profumo del frangipane e dell’incenso, incantarsi a guardare le scimmie trastullarsi sui tetti e sui cavi tra le case, nel chiaroscuro del giorno.
    E la sera, dopo che il buio scende in un amen, restare sul terrazzino ad ascoltare gli sconosciuti suoni della giungla e i rumori di tamburi e gong lungo le strade.
    C’è così tanto da vivere, qui, che le parole per raccontarlo faticano, come se si accalcassero e spintonassero sull’orlo di un imbuto. C’è quello che sento, in una zona di confine tra quel che so a stento esprimere e quello che invece è sfumatura, ora troppo vicina agli occhi per decifrare il disegno.
    Me ne sto qui in silenzio, vicino alla statua di Ganesh, incredula al pensiero che domattina, come ogni giorno, qualcuno avrà tanta cura da adornarlo di nuovi e freschi fiori tropicali.
    27 aprile

    Puntare la sveglia alle 5.45, uscire col buio per fare la prima pratica di yoga e meditazione al The Yoga Barn, uno di quei centri che ogni amante del genere farebbe carte false per poter frequentare (in sintesi: sala bellissima e arieggiata con vegetazione tropicale lussureggiante. Qui mentre pratichi con insegnanti e allievi da ogni parte del mondo puoi osservare gli scoiattoli saltare di ramo in ramo e sentire la musica del fiume).
    Poi, vincere la diffidenza nei confronti dell’acqua (si fa per dire: avevo il salvagente) per immergersi nel profondo blu dello snorkeling, tra le onde dell’Oceano Indiano e la barriera corallina. Risalire sulla barca facendo rotta sulla piccola e semideserta isola, tra cervi in libertà, tartarughe marine e varani.
    Cerchiamo ogni modo per trovare nuovi punti di vista, altri codici per decifrare la mappa del mondo. Per trovare un altrove che alla fine ci conduca a una vista trasversale o amplificata o che ci avvicini davvero a quello che siamo.
    E il viaggio è Maestro di questa ricerca.
    Perché è bella è vera quella cosa che la scoperta “non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”, ma è anche vero che i nuovi occhi li costruisci tu.
    Passo dopo passo.
    28 aprile

    Sulla spiaggia dietro il nostro bungalow, questa mattina, la sabbia era nera e soffice e luccicante. Tiepida, tra le dita.
    Era bello guardarsi intorno, da una parte il primo alone del sole e dall’altra un arcobaleno.
    Ho trovato una piccola pietra bianca a forma di cuore e l’ho raccolta.
    Arrivata al bungalow, la statua di Ganesh era già ornata di fiori nuovi e incenso e qualcosa da mangiare e da bere (un biscotto, del latte). Ho lasciato la mia pietra bianca – dalla mia mano alla sua, di pietra. Benevolo Ganesh distruttore di ostacoli.
    Mi sono fermata a lungo davanti al Tempio. Ho chiesto una cosa. Non la chiedevo da tanto. Ho chiesto che mi venga aperta una strada che vorrei percorrere. Non una meta. Una strada.
    Allora c’era questo: un certo tipo di silenzio bagnato dal canto degli uccelli e dal rumore della saggina mossa a spazzare le foglie, poco lontano, da una donna anziana. La risacca, un rumore piccolo di fondo.
    C’erano nuvole e una luce d’ovatta e fiori di frangipane e melograni. C’erano due gatti e quella preghiera che dal cuore è scesa attraverso i miei piedi alla pietra e alla terra – ed è salita su, oltre il pensiero.
    Dove è nata, dove è andata?
    Ho avuto in risposta un momento di vuoto che dice: si può.
    Che dice: perché non metti forza in quel che chiedi?
    Sono ripartita con una più certa fede in questo Tutto che si tiene con sekala e niskala, visibile e invisibile.
    Sapevo. Certo. Intuivo.
    Ma questa terra sì, me lo ha messo tra le mani. Ecco, mi ha detto. Lo vedi? Proprio lì, sul palmo, dove c’era la pietra bianca a forma di cuore.
    Ecco: senti.
    È stato il più bel dono.
    29 aprile

    Nel sito indonesiano di Prambanan, nella zona di Yogyakarta, c’è anche Candi Sewu, un bellissimo tempio buddhista.
    Durante la visita a Borobudur, il tempio buddhista più grande del mondo, c’è stato in sottofondo per quasi tutto il tempo il canto del Muezzin.
    Io credo che questo basti a spiegare come si dovrebbe stare seduti sul mondo, dividendosi uno spicchio da buoni fratelli, siediti qui, guarda: c’è posto.
    Del resto, Borobudur è un gigantesco mandala scolpito nella montagna. E tu, pellegrino, sei parte di quel mandala in movimento. Vieni, passi, te ne vai. Ma allo stesso tempo, anche, resti. Come tutto.
    È rasserenante: la sensazione di essere sui passi della Storia e su quelli dello Spirito nello stesso tempo. Su una via per cercarsi.
    Che poi capita di sentire le stesse cose, ad esempio, in un bosco. O sulla riva di un fiume in una sera di giugno. Coi piedi nell’acqua gelida, sulle pietre lisce. O in quei momenti, forse al tramonto, seduto su un marciapiede o in un giardinetto, che aspetti qualcuno e quell’attesa dilaga e diventa un seme per qualcos’altro di cui ancora non hai contezza; o resta appeso alla tua memoria con un filo che pare bava di ragno ma che invece resiste. E resiste. E si fa porta, passaggio.
    Per cosa? Questo, poi, si vedrà.
    Che tutto, alla fin fine, è un modo di cercarsi. Alcune vie sono più pittoresche, o tortuose.
    Altre, solo più solitarie.
    30 aprile

    Stavamo camminando per i vicoli, ieri sera, cercando un posto dove fermarci a mangiare. Abbiamo sentito musica provenire da un cortile e mi sono fermata a curiosare. Quattro donne ballavano e ridevano. Quando si sono accorte che le stavo guardano, mi hanno aperto il cancello e invitata a entrare e ballare insieme a loro.
    Questa mattina, in giro per i villaggi di Yogyakarta, strade strette quanto le spalle di un pallanuotista. Pensavamo una strada fosse chiusa. Una signora che faceva la spesa a una bancarella si è interrotta per venire a mostrarci un passaggio.
    Una ragazza con lo scooter si è accorta di un gattino sul marciapiede piuttosto malconcio. Si è fermata e se lo è caricato suo sedile. Ha fatto qualche metro fino a una casa, forse la sua, dove ha offerto al gattino del cibo.
    Ogni mattina, i proprietari del bungalow dove dormiamo ci fanno trovare in giardino cose buonissime cucinate da loro: mini pancake e dolcetti di riso e cocco avvolti nelle foglie di banano.
    Ecco due o tre cose capitate in poche ore. Ed è impossibile camminare per strada senza incrociare sorrisi e saluti gentili.
    Ora ditemi: come si fa a non innamorarsi di un posto così? 🙂
    1 maggio

    Java attraversata in treno è una lunga poesia tropicale con palme e banani per punteggiatura.
    Una strofa canta le risaie, i suoi aironi a chiazze, un’altra le gonfie nuvole basse e il fumo che sale verticale.
    Bambù e canne da zucchero con i pennacchi bianchi ritmano i versi – la giungla irrompe e scompiglia le rime.
    Gli uomini -sacchi sulla schiena e sigaretta in bocca- e le donne chine con i cappelli larghi intonano il canto che tiene insieme terra e cielo.
    Ogni parola è loro, gli spazi tra le righe sono i gesti.
    Il punto a capo? Un’ora di riposo all’ombra, strappata ad un capanno.
    Il foglio, prima bianco, sono i tuoi occhi al finestrino.
    8 maggio

    In indonesiano Hati vuol dire cuore.
    Hati-hati significa invece: sii prudente. Lo trovi anche per strada, lungo tratti particolarmente pericolosi.
    Hati-hati (cuore due volte) significa: Abbi cura di te.
    Mi sembra un augurio così bello, così dolce, da essere una sintesi perfetta di quello che è stato per me il viaggio in questa Terra.
    Sono tornata in Italia con queste parole che mi giravano in mente. Forse me le stava suggerendo la me che è rimasta là, a piedi nudi, seduta su una pietra e nell’odore d’incenso, immersa nella musica del gamelan e coi capelli seminati di fiori bianchi e fiori arancioni.
    Hati-hati (cuore al quadrato) vuol dire Ti prendi un pezzo del mio cuore e lo porti con te: abbine cura.
    E io avrò cura del tanto che questi giorni ci hanno lasciato, delle scintille che mi porto a casa, da far riverberare e crescere quando a occhi chiusi indago il sentiero che mi conduce a me. Terima kasih.
    (Un grazie speciale ad Ari @arisujana che, con la gentilezza e la premura tipica della sua gente, mi ha aiutata a organizzare al meglio questo viaggio)
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