È in arrivo la notte dei fantasmi ma non è da stasera che li frequento. Mi fanno compagnia quando cammino, me li porto in giro – o forse è il contrario, forse sono loro farmi strada. Parliamo, io racconto, gli faccio vedere: qui vedi, qui c’è dove ci siamo seduti insieme tante volte, là dove ci siamo fermati sotto la pioggia. Ricordi? Là abbiamo ascoltato l’acqua, sorpreso il capriolo. Loro sanno, certo, sanno tutto. Ma mi lasciano dire. Perché mio è il bisogno di tenere insieme, di non lasciar andare.
Loro che forse proprio quello vorrebbero insegnarmi, nel nostro andar vicini: Lascia andare, che non vuol dire perderci. Mi sembra di capire che è questo che mi dicono: Continueremo, sempre, a camminare insieme.





C’è una cosa che mi piace moltissimo fare con i miei figli, quando cominciano le vacanze: la colazione in balcone. Ci sediamo ai tavolini fuori come fosse una terrazza al mare, anche se il nostro mare non è blu, ma verde, e se al posto dei pesci ci sono i cavalli – che voi direte son pesci grossini, ma vabbè, se per questo pensate alle balene. Preparo il mio caffè con i biscotti, il loro latte con panini di nutella e cereali.



Raccontavo qualche giorno fa di come è nato “Un luogo a cui tornare”, di come la storia abbia seguito un suo percorso. Per capire dove mi abbia portato, però, bisogna prima rispondere alla domanda da cui tutto ha origine: quando si scrive da cosa si parte? E perché?
Dicevamo che tutto è cominciato da tre personaggi e una notte di pioggia
Cosa è una storia.
Lasciarsi sorprendere non è cosa da tutti, bisogna imparare.









Ho letto da qualche parte: non è vero che non ci sono più le stagioni, ci sono tutte, gettate alla rinfusa nel mese di aprile. Stiamo diventando tutti un po’ più meteopatici, ho pensato. Capita così quando non sai che aspettarti.


È successo anche di meglio perché sono diventata di nuovo zia e i neonati mi commuovono, mi smuovono il cuore come un pizzico sulla mozzarella. Figurarsi i neonati nipoti. Li guardi ed è chiaro che vengono da un altro mondo, glielo scorgi negli sguardi che vanno dietro a qualche intuizione impossibile.

Scrivere è stare su una barca sospesa su niente. Tu butti le reti, e non vedi, e ai primi pesci gli levi l’amo col dubbio di fargli male, di rovinarli quando li metti nel secchio, di non saperli cucinare con il fuoco giusto. Come il Vecchio nella sua lotta forsennata al mare, quel mare nemico e alleato, che si struscia contro la chiglia con la sua indifferenza di mollusco, che restituisce sassi e resti di guerre spuntate lontano.



