Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

Agosto in montagna sono mani aperte a coppa sotto il cuore (istanti rubati ad #agosto2025)

On: 9 Febbraio 2026
In: istanti rubati
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1 agosto 25

Gli aperitivi che amo di più sono quelli sulle scale di una piazzetta con vista tramonto, la pietra scaldata dal sole del giorno, meglio se appena scesa da cavallo o da una moto. Non servono abiti da cocktail o trucco o acconciature, anche perché una messa in piega non sopravviverebbe al casco. Serve semmai una discreta resistenza alle zanzare e un’attitudine a lasciar dondolare lo sguardo sulle schiene morbide dei colli, spolpate dal sole che s’intana.
Non ci sono dj set ma il canto morbido degli uccelli (si muovono a stormi, laggiù sul fiume) il rombo stanco dei motorini di passaggio e qualche cane che abbaia, di tanto in tanto.
Giorni di luglio che svaporano piano nella sera, un bicchiere di vino e Autan, le nostre parole che scivolano sulla pietra tiepida – sgomberare la mente come monete in uno svuotatasche: quanto vale questo pensiero?
Quanti centesimi per questa fantasia?
Piccole pietre preziose nella collana dei ricordi.
9 agosto 2025
Sulla fronte, all’attaccatura del cuoio capelluto, Eliandro ha capelli fini come quelli dei bambini piccoli. Poco prima del tramonto si è addormentato sulla panca davanti al rifugio con la testa sulle mie gambe. Glieli carezzo con tocco lieve, per non svegliarlo. Intorno, pochissima gente, questa sera saremo gli unici ospiti a dormire qui.
A parte loro, silenzio. Le pecore che prima coprivano il prato ora sono tornate all’ovile insieme agli asini e ai cani.
Mi godo questo tempo lento, dopo un giorno di passi sui sentieri.
Qualcuno ha spazzato via ogni straccio bianco dal cielo, il telefono non prende, le preghiere tibetane galleggiano sfilacciate contro l’azzurro, insieme alle mie.
Le lentiggini sul viso di Eliandro sono costellazioni accese, tra poco finisce il sole, comincia la luna che questa notte è quasi piena, la luna bianca dello storione – il pesce che cammina i fiumi controcorrente.
13 agosto 2025

Ultimo giorno di lavoro prima delle ferie.
Davanti al pc, finestra aperta sulle montagne. Oggi le guardo, domani ci cammino.
Faccio sogni che al mattino sono nitidi, ancora interi. In uno dei più intensi mi preparo a un tuffo. Un tuffo altissimo da una barca che è montagna, aeroplano.
Non so se trovo il coraggio. So che laggiù, dove c’è mare -o cielo capovolto- qualcuno mi aspetta. Mi chiedo quanto durerà la discesa, cosa penserò e se il cuore può fermarsi per lo spavento. Non so se trovo il coraggio. Ma il mio nome è in elenco, il tuffo è previsto.
Cammino presto al mattino sulla strada verso il bosco, leggo Marion Fayolle, un saggio sullo yoga sciamanico, Natalie Goldberg e Chandra Livia Candiani (ancora).
Accendo incensi nella stanza che ho adibito a studio e tengo in sottofondo musica gentile. Di là arriva rumore di piatti e stoviglie, di sedie spostate, finestre aperte, passi sulle scale. Di tanto in tanto qualcuno si affaccia:
-ti porto un caffè?
-mamma, noi andiamo a funghi
-ti serve qualcosa in negozio?
Dopo lavoro, camminate o chiacchiere, un bicchiere di vino. Le sere in cortile.
Agosto in montagna sono mani aperte a coppa sotto il cuore: sono qui, ti tengo.
Un tempo leggero che fa scendere a fondo, a occhi chiusi e braccia aperte, con fiducia, dentro quello che c’è.
È cielo capovolto.
È una storia letta la sera, una storia che senza trucchetti o colpi di scena racconta chi sei.
18 agosto 2025

Un piccolo lusso: camminare per mezza giornata da sola, tra boschi e prati, incontrare tre camosci -sei occhi curiosi- sentire il fischio alto di un rapace all’avvio del giorno.
Sentire il brusio dei miei pensieri più rumorosi che sono barattoli dietro l’auto degli sposi: tagliare i fili, uno per uno, lasciarli andare. Tornare all’eco dei miei passi, alla musica zitta del bosco.
Chiedere il permesso di passare, di stare:
_signor Camoscio, signor Larice, posso?
_Formica, Sasso, Muschio, Torrente, Biscia, Lombrico: per me c’è posto?
Il piccolo lusso continua: tornata alla civiltà, caffè, torta di mele, un po’ di parole su pagina bianca, qualche pagina di un libro nuovo.
Ecco quel che dovevo reimparare:
-lo Spirito del Bosco mi rischiara la mente e mi insuffla pensieri mistici e selvatici (che poi, non è la stessa cosa?)
-la torta di mele è più buona con lo zucchero a velo
-i sentieri tra i monti sono la mia medicina.
28 agosto 2025

È stata già nel cuore dell’autunno, la mia ultima camminata verso Cima Posta.
Siamo partiti che non era alba e che la nebbia saliva da basso, si faceva vapore intorno alle gambe e ci teneva lo sguardo dentro un buio bianco, fumoso.
Ho sentito le piccole frane dei camosci sulle sassaie e me li sono trovati di fronte, il muso un poco reclinato, un’espressione di domanda: Qual buon vento, passante?
Non mi sarei stupita, in quello spessore di nuvola, di vedere i faggi stiracchiarsi e allungarsi e usare i rami come braccia per sollevare le radici, come una dama solleva il vestito, e aggirarsi così, tra le pietre e il sottobosco, prima di tornare a fingersi dormienti.
In vetta, poi, era di nuovo estate, un cielo terso e pietre bianche, i tavoli in legno del rifugio, l’odore di polenta. Il fischio delle marmotte e il volo sbilenco dei merli e un silenzio d’osso, selvatico, un sentore di muschio e premonizioni gentili.
E la fatica, come sempre, a sbrogliare pensieri oziosi e districare nostalgie.
Ho camminato avanti nell’autunno che viene, e indietro, indietro, a chissà che stagione che ancora mi chiama, ancora ha da dire, e con una mano tra le scapole mi sospinge paziente: continua, sali. Vai a vedere com’è, essere corvo o calabrone – vieni a vedere come si vive, all’insaputa di sé.
31 agosto 2025

Guardo su, quell’ultimo abete sulla cima prima del vuoto. Vedrà di sotto, lui? Avrà occhi, naso, orecchie? Vedrà che alto e basso è la stessa cosa, come farebbe l’uomo se fosse divino?
Si torna a casa e resterà il mio bosco pieno di selvatici senza che io ci cammini dentro. Torneranno le volpi e i cervi sotto il balcone e i rami del ciliegio ondeggeranno nel vento d’autunno e al circolo del paese cadranno sui tavoli le carte della briscola, qualche bestemmia e i bicchieri di vino. Le donne racconteranno di matrimoni e persone lontane, si chiederanno se domani piove o non piove, gli uomini imprecheranno su un asso giocato per sbaglio, su un jolly sprecato.
Quel solo abete veglierà da lontano la mia casa gialla, la mia casa con gli scuri chiusi e i balconi deserti e io la saprò da lontano, e la penserò piena delle cose che ci lascio a ogni ritorno e la saprò vegliata dall’occhio spalancato del Pasubio e dalle ali aguzze delle Piccole Dolomiti e la sentirò sussurrare, quando siamo lontane, una lunga litania di giorni passati e da venire, e io sempre, sempre, calcherò i suoi pavimenti scoloriti e le scale di legno, il rimbombo dei passi come antiche preghiere, sempre mi sdraierò a pancia all’aria sul prato vicino e salirò sul mio albero e mi affaccerò alle finestre, io e i miei santi protettori -Melo, Panca, Fontana- pensando all’abete solo, là in alto, e pensando:
eccomi, ci sono, sono qui – dove altro potrei andare?
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