Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

  • Dodecalogo, le poesie della brina, la luna del lupo (istanti rubati a #gennaio2024)

    On: 13 Febbraio 2024
    In: Senza categoria
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    1 gennaio
    Mai come in quest’ultimo periodo mi sono resa conto dell’importanza del nostro sguardo sul mondo. Che va coltivato, con amore e dedizione, perché è un po’ dono e un po’ impegno. Il mio dodecalogo per rieducare gli occhi al significato:

    – meno informazioni e più formazione: non lasciarti bombardare da notizie superficiali e chiacchiericcio di fondo ma cerca gli approfondimenti che danno valore e respiro alla tua visione del mondo
    – pagine e pagine belle
    – semplifica quando puoi ma non forzare la complessità alle tue categorie mentali
    – regala risparmia ricicla
    – togli più che accumulare: arreda la tua stanza di pensieri leggeri, arieggia spesso, crea spazio intorno e dentro, spolvera risentimenti e cattive abitudini, scrosta la pigrizia, togli la patina di benealtrismo, riconosciti allo specchio, accendi lampade e candele e, quando serve, fai pace con il buio, spazza il pavimento da ogni convenzione
    -semina alla giusta distanza, cura con cura i germogli e salvali dalle erbe infestanti
    -parti ogni volta che puoi
    – abbandona la boria dell’avere più di quel che serve-non esiste possesso che non porti bisogno
    – muovi il corpo, ferma la mente; silenzia la mente, amplifica il cuore
    – fidati, affidati, surfa la Vita
    – favoleggia, infiabati, inventa parole, riti e profezie favolose
    – ringrazia.

    2 gennaio
    Uscire a camminare nel freddo pungente del primo mattino sull’erba croccante, nell’aria ghiaccia che ti acuisce i sensi, nella luce nuova che strizza via il buio dal giorno, è una specie di preghiera: fa’ che io riconosca sempre che c’è tutto quello che mi serve.

    6 gennaio
    Oggi ringrazio per:
    ogni mattone di questa mia casa – le mani di chi l’ha costruita
    la stufa che brilla in cucina
    gli amici che rendono vive le stanze
    il bosco oltre la porta
    chi è passato di qui, ed è rimasto
    la neve che verrà.

    23 gennaio
    Ieri notte le temperature sono scese a meno dieci.
    Il mattino non partiva la macchina, non partiva il trattore. La terra era un tappeto bianco di miniature preziose.
    Ci credi, tu, nelle poesie che scrive la brina? Nelle sculture della galaverna?
    Ci credi nelle storie che racconta la luce, prima dell’alba, prima di essere luce?
    Leggo Rick Bass, La vita delle rocce. La protagonista del racconto che dà il titolo alla raccolta intaglia piccole barche nel legno che poi affida alla corrente del fiume. Un regalo per chi vive a valle. Un gesto di gentilezza che non chiede ritorno. Un fare e lasciar andare, senza aspettative.
    Ci penso, mentre esco a camminare, l’erba scricchiola sotto i piedi e mi viene voglia di pattinare sulle pozzanghere ghiacciate. Mentre l’aria gelida sveglia i sensi, li appuntisce uno per uno, li fa pulsare come il cuore nuovo di un corpo che nasce.
    Penso a un gesto gentile, una piccola barca lasciata andare che sarà forse di un bambino, di un passante, di una nutria che ci affonderà i denti arancioni. O sarà del bosco, della luna che si inginocchia sulla sponda per guardare, del letto del fiume, degli spiriti che ci vivono intorno.
    Sarà del ghiaccio che ci giocherà un poco -giorni, o settimane- prima di restituirla a primavera.
    Ci credi, tu, nei giochi che si inventa il ghiaccio?
    Fare e lasciar andare, senza aspettative.

    26 gennaio
    Gennaio ha portato la Luna del Lupo.
    Ieri sera in due abbiamo sfidato il freddo del primo plenilunio dell’anno per camminare lungo strade bianche, silenziose, corteggiate dalla foschia che tratteggia incantesimi.
    Non avevamo torce, ma il faro bianco in cielo era voce e ci faceva strada: avanti, da questa parte. Non siate timide. Venite avanti.
    Era nostra la notte, l’incredibile festa allestita in onore di nulla, di tutto, in onore di noi che ce ne stiamo rintanati in casa, dentro muri spessi che ci tengono al sicuro, ci tengono al caldo, ci tengono all’asciutto, immersi nella nebbia azzurra del televisore, nel tramestio dei pensieri, nella fame di terra e di cielo soffocata in una tazzina con le gocce per dormire, nella tisana per dormire, nel rito rassicurante del dito sullo schermo – per rilassarci, ci diciamo, per dormire.
    Camminavo e mi chiedevo quando abbiamo sottoscritto lo scambio, barattando la fame di terra e di cielo per l’agio. Quando abbiamo messo il silenziatore al buio per non sentire cantare i fantasmi.
    Piedi caldi e il cuore in barattolo.
    Eppure la luna piena brillava, stanotte, e l’ho sentita ululare nel cuore blu dell’inverno.

    29 gennaio
    Tre cose sparse di gennaio.
    Uncinetto. Scegliere la lana, il progetto. Fare nodi. Ingarbugliarsi. Sciogliere nodi. Rifarli, ma più ordinati. Tu intrecci, ti incasini, tenti, capisci, coreggi, di nuovo dipani; intanto, bene o male, dritto o rovescio, l’ordito cresce.
    Correre. Dopo anni e anni e ancora anni che non lo facevo il mio corpo me lo ordina: Muoviti. Oltre lo yoga, oltre alle camminate che ritaglio quando posso. Ho bisogno di sudare, sentire i polmoni che faticano, l’aria fredda che li scuote. Ascolto musica, Wild Baricco, un podcast sulla scrittura. Infilo i piedi nel fango – corro con gli stivaletti, non si dovrebbe lo so. Dieci minuti. Quindici. Al sedicesimo stramazzo. Non mi piace (non ancora almeno) ma fa bene. Capisco che non tutto quel che piace al corpo è gradito alla mente. Mi godo la sensazione del dopo, di lavoro compiuto, di muscoli tornati al mondo a fatica.
    Inverno. Ne ho voglia e bisogno. Di questo guscio di noce dove me ne sto acccoccolata per covare i miei semi. Per lucidare parole con cura, come stoviglie dove mettere il cibo; per calibrare la potenza di certe visioni, studiarle in controluce attraverso l’aria dura e azzurra. Per restare nel mio letargo, una creatura senz’occhi nella pancia di terra, le ginocchia contro il petto a sentirmi cuore – sentire che trema. E germoglia.




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  • Grazie per (Istanti rubati a #giugno2022)

    On: 3 Agosto 2022
    In: istanti rubati, Senza categoria
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    Sono passati più di sei anni dall’open day della scuola elementare di Verrua. Durante la presentazione, le insegnanti avevano proiettato un video con alcune immagini di un intero ciclo di studi. Erano naturalmente bambini che non avevo mai visto prima. Bene, al minuto numero due e qualcosa ero sciolta in una maschera di lacrime che tentavo goffamente di nascondere agli sguardi attoniti di chi mi sedeva accanto. (Probabilmente, qualcuno avrà riconsiderato l’idea di mandare il proprio bambino tra figli di genitori tanto emotivamente instabili…).

    Oggi è l’ultimo giorno di quinta elementare. L’ultimo giorno del mio figlio più piccolo. Non credo di dover aggiungere altro per spiegare come mi sento, mentre vedo scorrere i titoli di coda.Per una malata cronica di malinconia, ogni ciclo che si chiude è un cerchio stretto intorno al collo che per qualche giorno fa respirare a fatica. Un po’ ho fatto pace con questa parte di me, un po’ ancora no.Ho però deciso che oggi è la gratitudine che deve prevalere. Per questa piccola scuola circondata dal verde, per gli impareggiabili compagni di viaggio che sono diventati amici veri (“Sarà impossibile, mamma, trovarne altri così”). Per le incredibili insegnanti (di entrambi i miei figli) che hanno affrontato insieme ai bambini anni tanto difficili e impegnativi. Per il modo in cui li hanno tenuti per mano – che è mica facile tenersi per mano: sapere quando mollare un po’ la presa, quando invece bisogna stringere forte. Sapere quanto conta quel tocco e riuscire a guardare loro guardando la strada, senza perdere nessuno lungo il percorso. Per questo, per averlo saputo fare: grazie.

    Per tutte le volte che Eliandro si è svegliato felice di andare a scuola, che è rientrato ridendo, trascinandosi quello zaino più grande di lui. Per i piccoli scoramenti superati, per ogni emozione che lo ha e ci ha travolti. Per i giorni di nuvole fitte, che anche quelli vengono a insegnare qualcosa. Per la fatica, e la distensione dopo l’arranco. Per i barattoli di buonumore sistemati in dispensa.

    Per i bisticci tra compagni e la pace fatta, per le biro perse, i quaderni scarabocchiati, le gomme sbocconcellate, le matite spuntate, le dita macchiate d’inchiostro, i fiocchi di tempera sparpagliati ovunque.Per le bidelle con una parola allegra in tasca, per il buon cibo della mensa.Per le cose imparate e quelle già dimenticate, per tutta la vita sciabordata via tra i banchi e il cortile, tra scoppi di risa e incazzature.

    Per tutti i Non ce la faccio che sono diventati Ci riesco.

    Per quello che passa e quello che invece resta.Grazie, allora. Per quello che, al fondo di questo capitolo lungo, resiste al setaccio del tempo e brilla, brilla. Perchè tanto io lo so che non smette di brillare.

    (Nella foto, Eliandro prepara un souvenir -molto- artigianale per i compagni e le maestre. Ha passato giorni a segare canne di bambù: anche questo è amore)

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  • I luoghi che mi piacciono (Istanti rubati a #febbraio2022)

    On: 9 Marzo 2022
    In: Senza categoria
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    I luoghi che mi piacciono somigliano alle persone che mi piacciono. 

    – non si trovano sulla strada principale. Devi cercarli.Gudagnarteli. Magari c’è da arrampicare parecchio ma una volta lì, il paesaggio ti illumina.

    – non ostentano. Non mostrano tutto subito. Non scintillano di vetrine per turisti. Ma dopo stretti vicoli s’apre una piazza che commuove. E ci trovi un panificio che offre briciole agli uccelli, una biblioteca piena di libri da scrivere, un’osteria dove il vino lo regalano e una chitarra suona sempre nelle tue notti insonni.

    – non hanno paura di invecchiare: non coprono con lo stucco i segni del tempo e tra le loro crepe crescono sassifraghe.

    I luoghi che mi piacciono sono come le persone: ti aspettano, quando vai e quando torni.
    E mai, mai, si lasciano dimenticare.

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  • Lascia andare (Istanti rubati a #ottobre2020)

    È in arrivo la notte dei fantasmi ma non è da stasera che li frequento. Mi fanno compagnia quando cammino, me li porto in giro – o forse è il contrario, forse sono loro farmi strada. Parliamo, io racconto, gli faccio vedere: qui vedi, qui c’è dove ci siamo seduti insieme tante volte, là dove ci siamo fermati sotto la pioggia. Ricordi? Là abbiamo ascoltato l’acqua, sorpreso il capriolo. Loro sanno, certo, sanno tutto. Ma mi lasciano dire. Perché mio è il bisogno di tenere insieme, di non lasciar andare.
    Loro che forse proprio quello vorrebbero insegnarmi, nel nostro andar vicini: Lascia andare, che non vuol dire perderci. Mi sembra di capire che è questo che mi dicono: Continueremo, sempre, a camminare insieme.

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  • Ai miei figli, sul viaggio in Marocco (Istanti rubati a #marzo2019

    On: 2 Aprile 2019
    In: istanti rubati, lettera, Senza categoria
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    Grazie per la pazienza nelle ore trascorse in macchina durante gli spostamenti. Facendo giochi stupidi, chiacchierando o canticchiando, dormendo o guardando fuori dal finestrino. Grazie perché avete accettato quasi sempre di buon grado il momento dei compiti – anche se quella volta sulla strada per Mhamid avete cercato di regalare tutte le vostre biro ai bambini che ve le chiedevano (e lo so che siete generosi ma no, non era solo generosità, quella).
    Grazie per i capricci e i NO che mi hanno rassicurata sul fatto che non vi avessero sostituiti nel sonno, grazie perché in molte occasioni avete dimostrato di sapervela cavare anche da soli. Ma non in tutte le occasioni, cosicché io possa continuare a sentirmi utile.
    Grazie perché quando faceva freddo abbiamo dormito abbracciati, per le partite a briscola la sera, per le cose che ci fanno ridere, perché le cose viste coi vostri occhi non sono le stesse; un po’ come se la mancanza di pregiudizi e condizionamenti restituisse allo sguardo le giuste proporzioni.

    Grazie perché il vostro coraggio mi spaventa e mi inorgoglisce e la vostra paura mi commuove. Il giorno della tempesta di sabbia, ad esempio. Gli occhi non potevi tenerli aperti e c’era sabbia ovunque -un muro all’orizzonte, e tra i denti, e negli spazi tra le parole- e voi a correre e correre con il vento che vi tirava da tutte le parti; era uno spasso guardarvi, sul crinale preciso lì dove la cima si disfa e sfarina e voi in equilibrio e di corsa, spintonati da raffiche d’aria, in piedi a fatica, un attimo dopo carponi, ancora in piedi, felici.
    Tornate indietro lo abbiamo gridato solo quando eravate due macchie di colore grosse quanto un’unghia, ma la voce non arrivava a quella distanza e io ho pensato E adesso?, ecco adesso arriva la tempesta più forte mai vista, li lancia giù dalla duna, e arriva un dromedario, no un branco di dromedari, un tuareg, due tuareg, un esercito di predoni. Poi ci avete sentito, miracolosamente, o forse, più probabilmente, voltandovi e non vedendoci più avete avuto il buon cuore di tornate indietro, senza fretta, indugiando qui e là, fermandovi ogni tanto per sistemare i turbanti che avete imparato ad acconciarvi in testa come veri uomini del deserto. E io pensavo al vostro coraggio, con spavento e meraviglia, e con spavento e poco altro ho pensato al coraggio che dovrò metterci io, per guardarvi correre lontani, anche quando c’è vento forte, anche quando la sabbia leva visuale e fa stringere gli occhi.

    Grazie allora per la forza che mi costringerete ad avere, per mettermi qui, una mano a visiera sugli occhi, qui ferma e zitta a guardarvi cercare l’equilibrio, faticando, a tratti annaspando, spero ridendo, sfidando il vento.

    Diario sparso di viaggio

    2 marzo
    Diario di viaggioIn due giorni abbiamo macinato moltissimi chilometri e ci siamo persi, oh se ci siamo persi, perché la geolocalizzazione funziona poco e a singhiozzo. Però, ogni volta che non sapevamo da che parte girare si materializzava qualcuno a darci una mano. Con un sorriso e tempo da dedicare. E stasera siamo in un posto che commuove. Per trovarlo abbiamo dovuto attraversare un piccolo fiume lucente su un ponticello di legno e poi su per sentieri minuscoli dove di notte serve la torcia.
    La meraviglia di perdersi.

    4 marzo
    Mi succede, quando viaggio, di rendermi conto di non avere parole per dire. Non è bello, non rende nemmeno wonderful come continuo a ripetere ai nostri ospiti, nel mio inglese da mezzo dhiram. È altro. E nemmeno le foto rendono. Le foto appiattiscono, tradiscono, ingannano luce e profondità.
    Così non potrò dire cosa sia arrivare qui dopo chilometri di palme e terra rossa, qui all’avamposto del nulla, dove i bambini giocano nella sabbia e la strada di insabbia e finisce. C’era un cartello qui, con in giorni di viaggio a Timbuctu (52, mi pare). Lo hanno tolto ma lo posso immaginare. Non c’è solo quello che si vede né quello che si può raccontare. C’è quello che continuerà a vivere dietro gli occhi chiusi, alla maniera multiforme e mutevole delle dune del Sahara che si vedono in lontananza dalla nostra terrazza.

    5 marzo
    In auto (altri chilometri, molti), parlando dei miraggi nel deserto, di come succedono, di come ingannano.
    Mamma, e se la vita fosse un miraggio?
    Prima del tramonto siamo arrivati a Marzouga. Anche qui turbanti e strade polverose. Uomini con il turbante blu e altri con la giacca nera di pelle da motociclista e la faccia di chi ne ha viste, e quante. Asini che tirano carretti e fuoristrada. Terrazze affacciate su tramonti piatti come frittate e rossicci come tuorlo. Un vento caldo, caldo, che alza la sabbia e fa strizzare gli occhi e svolazzare i foulard e le gonne ampie delle donne.
    Non so se la vita sia un miraggio ma chi l’ha pensata ha una gran bella fantasia.

    7 marzo
    Da un po’ di tempo, quando viaggiamo, i bambini tengono un piccolo diario di bordo. Ieri stavano scrivendo a Merzouga, in un bar, in attesa di partire con i dromedari per il deserto. Nel frattempo si è alzata una tempesta di sabbia incredibile, roba da non poter camminare a occhi aperti. Guardavamo la strada, un po’ preoccupati, le palme piegarsi e l’orizzonte cancellato dalla polvere.
    Mamma, ho finito, mi ha detto Eliandro passandomi il quaderno. Ho letto. Ma qui hai scritto che la notte in deserto l’abbiamo già fatta. Eh, ha detto lui, è quello che faremo.
    Ma se per il troppo vento non possiamo partire? gli ho chiesto. Ha alzato le spalle. Al massimo tiro sopra una riga.
    C’è stato il trekking e la notte nel deserto con un cielo così stellato che nemmeno lo so ricordare e il falò e i tamburi fino a tardi. E io ho capito che se vuoi sperare in qualcosa sul serio devi crederci come fosse già successo. (Alla peggio, se proprio non funziona, ci tiri sopra una riga).

    8 marzo
    Ci siamo fermati a mangiare in un posto sperduto tra i monti. Per la prima volta da quando siamo qui veniva da piovere e tirava un vento freddo. Ci siamo seduti dentro e c’era odore di tajine e una musica bella e un cinguettio proveniente da due gabbie sopra un camino. I bambini hanno mostrato di apprezzare restando incantati a guardare (e poi cercando di scalare il camino).
    E niente, alla fine è stato come pranzare dentro una voliera.

    12 marzo
    “Se hai tutto sotto controllo significa che stai andando troppo piano”, c’era scritto su un muro di Ouarzazate.
    Ma il detto non si addice a questa terra, credo, né a questo viaggio. Qui si procede con lentezza, su strade accidentate e dalle indicazioni incerte, eppure nulla è sotto controllo. O meglio, tutto è sotto il controllo della sorte, degli incontri lasciati al caso, di volti sconosciuti che sbucano da un finestrino e ti guidano là dove cerchi di arrivare. O forse in un posto che non sapevi di dover raggiungere.
    Se, come credo, ogni viaggio insegna una maniera di andare questo mi ha insegnato a non aspettarmi nulla, ma a guardare le cose arrivare. Un campo da calcio ritagliato in una pietraia, un lago azzurro nella terra riarsa, un mulinello di sabbia, una piazza ariosa tra i vicoli bui di una medina. Tu vai, e vai, e a un certo punto -pum!- qualcosa che non ti aspetti.
    In ogni viaggio ci sono spazi vuoti, interstiziali, che la memoria levigherà per poter attribuire all’insieme dei giorni un significato compiuto. Qualche volta, alla sera, la stanchezza impedisce la serenità, fa una diga piccola di tristezza, un senso di vuoto che la lontananza dalle abitudini spalanca. Quella diga evapora al mattino e presto non sarà che un rivolo sottile, più somigliante alla nostalgia.
    Non so se ci siamo mossi alla giusta velocità, ma di certo quel che è passato al finestrino scorrerà ancora e e ancora, a lungo, nella memoria. Aliimenterà serate stanche di malinconia e, all’alba del giorno, si farà nuova voglia di andare. Di nuovo affidandoci all’istinto e al Santo Protettore dei Viaggiatori, che ha mezzi lenti ma occhi molto, molto più lungimiranti dei nostri.

    [Qui si gioca dicendo messiè]

    A Fez siamo rimasti tre giorni. Come punto di incontro con mia sorella e altri amici conosciuti durante il viaggio, abbiamo adottato un bar poco fuori da una delle 14 porte della Medina. Noi ci sedevamo ai tavoli fuori, mentre Eliandro e Lemuele, fin dalla prima visita al locale, si sono addentrati nei meandri sotterranei e hanno scovato un biliardo dove i ragazzi marocchini passavano le ore. Senza conoscere una parola di francese (nè di arabo) sono riusciti a convincere gli altri giocatori a farli partecipare, e il miracolo si ripeteva ogni volta che si andava in quel locale. (Sono anche riusciti a far precipitare nel buio la stanza, con una steccata decisa sul neon che sovrasta il tavolo da gioco, ma tant’è).
    Dopo il biliardo, si mettevano a giocare con i bambini del posto. Caman!, li sentivo urlare. Uno di questi bambini girava tra i tavoli chiedendo l’elemosina: toccava la spalla degli avventori, chiamava “Monsieur”. A un certo punto abbiamo notato che anche Eliandro e Lemuele si aggiravano nel dehors toccandosi la spalla, tra loro e poi quella del bambino, urlando a ogni tocco: Messiè!
    A che state giocando?, gli abbiamo chiesto.
    Loro ci hanno guardati come se spiegassero a due analfabeti funzionali: Stiamo giocando a Ce l’hai. Qui si gioca dicendo Messiè.

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  • Continuando ad andare (Istanti rubati a #febbraio2019)

    On: 14 Marzo 2019
    In: istanti rubati, Senza categoria
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    trekking notturno

    Qualche sera fa ho partecipato a una camminata notturna, attraverso i boschi del Monferrato. L’aria era quasi tiepida e il cielo pieno di stelle, con una luna meno di metà, ma luminosa. Con un’amica parlavamo fitto, mentre la gente intorno a noi muoveva le torce sul sentiero e in tutte le direzioni. Parlavamo di persone che fanno parte della nostra vita, e di persone che ne hanno fatto parte, e dunque adesso ancora, ma in modo diverso. Mentre il sentiero si snodava tra gli alberi, salendo o scendendo, e si addentrava in radure e ampi prati e poi ancora dentro boschi ripidi, vedevo le torce muoversi sul terreno e accenderne piccole porzioni intermittenti intorno a noi. 
    E allora mi è sembrato chiaro che così succede con le persone che ci stanno intorno, con le persone che amiamo: muovendoci sulla stessa strada gli facciamo luce, e gli facciamo ombra. E lo stesso loro fanno con noi, in un percorso verso qualcosa che non conosciamo, intrecciando passi e traiettorie, ma, soprattutto, continuando ad andare.

    febbraio 2019
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  • Ricordi in technicolor

    On: 23 Gennaio 2014
    In: Senza categoria, sproloqui
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    istanbulCi sono ricordi che ti si appiccicano addosso, come cocciuta carta da parati.
    Carta da parati con sfondo rosato magari – rose rosa senza spine –  o quella più cupa, con fantasie ossessive anni settanta.
    Ve le ricordate? Martellanti come un jngle di tre note sparato in loop nelle orecchie.
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  • Dieta, omeopatia e fantasia. Ovvero: cosa non si farebbe per i figli

    On: 8 Febbraio 2013
    In: la mia vita e io, Senza categoria
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    bimbo sul seggioloneNegli ultimi giorni ho capito che cosa è la pena del contrappasso. Sulla mia pelle, intendo.
    Con che cosa poteva essere punita una paladina dell’anti casalinghitudine che vorrebbe votare se stessa alla sperimentazione della pillola dell’astronauta in definitiva sostituzione dei pasti? Ovviamente, il mio inferno personale è abitato da un pediatra che dopo 4 (e sottolineo 4) ore di accuratissima visita ai miei figli emette l’inappellabile sentenza: bambini sani ma con la necessità di cambiare dieta.

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  • Volta la carta. E trovi me

    On: 15 Gennaio 2013
    In: Senza categoria
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    agendaLa vita di ognuno è fatta di piccoli miracoli di molto sottovalutati. Uno di questi è la carta. La carta piena di parole. La carta che custodisce i pensieri, che li colleziona, è una piccola magia che non fa scalpore perché ci siamo abituati da sempre. I libri, per esempio, sono molto più che un oggetto. I libri sono giardini segreti e lussureggianti. Sono percorsi nascosti tra bellissime piante di baobab e alberi incantati.

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  • Rompicapo

    On: 11 Gennaio 2013
    In: Senza categoria
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    rami e foglieHo letto di recente una frase che recita che un fallimento è un’ottima occasione per ricominciare da capo e per farlo meglio. Così una crisi, un’apparente sventura.
    Considerato che: perdere il lavoro rientrata nell’elenco del piccoli/grandi drammi che possono colpire una ultra 35 enne, madre di due figli, che non può permettersi di non avere un’entrata mensile – mi domando, se e quando questo accadrà (ma più si va avanti più il “se” diventa invisibile) quanto inciderà sulla qualità della mia vita, in quale direzione la spingerà. Mi chiedo, con un misto di 60 % timore e 40 % curiosità, in quale ottica rileggerò questo avvenimento tra una decina d’anni, quando sarò in un luogo da cui riuscirò a vedere il seguito.

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