Dicembre alimenta i suoi misteri e si struscia come un gatto contro il vetro della finestra, per farsi aprire.
Si infila con le sue poche ore di luce sotto le palpebre che tieni abbassate dentro un mattino pigro e ti spinge a considerare anche quel che non vorresti: risultati, obiettivi centrati e no, promesse disattese e no.
Sotto le luci sfavillanti dell’albero, davanti alla pubblicità di spumante e panettone, di fronte alla notizia dell’ennesimo morto di freddo, tra le file dei supermercati assiepati di offerte, davanti alle finestre male illuminate di chi non ha acceso candele, ti costringe a grattare oltre la superficie, a riconsiderare.
Inevitabilmente guida il tuo sguardo ai posti vuoti, quando il tavolo è imbandito per le feste.
Vuoti per i nostri occhi, solo per i nostri occhi.
Questo dicembre ho provato ad ascoltare dicembre e il suo buio di cova e proverò a farlo ancora: è tra i propositi per il nuovo anno.
Cogliere la solitudine nel fracasso del convivio, e il suo contrario.
Guardare nelle pieghe delle pieghe delle cose.
Setacciare i sogni della notte.
Raccogliere le briciole nella mano, alla fine della festa.
Frugare l’invisibile.
Come scrive Severino Cesari: Prendetevi cura di voi stessi, e di quelli a cui volete bene.
E magari anche degli altri.
Non c’è davvero altro, credete.
Questo mi dico per il nuovo anno: scava, affaticati, spaventati, sporcati, fai nere le unghie, cerca. Scendi in profondità, al piede, alla radice, dove la terra è umida, dove il lavorio degli insetti è infaticabile, nel regno misterioso dei muschi e delle muffe, di quel che non si vede e non si dice, di quel che potrebbe essere, e forse.
Osserva, racconta. I rami si spiegheranno verso l’alto, muovendo le foglie al vento come bandiere – saranno più verdi, vedrai, più vive.
Tu fruga, fruga l’invisibile.



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Viaggio in Sicilia in pillole – una al giorno







Perdere un po’ l’equilibrio, o, diciamo così, la giusta prospettiva. Succede, no?

Quando qualcosa non mi va -mi rende triste, mi mette ansia, mi destabilizza o tutte queste cose insieme- adotto una tattica: mi rimpicciolisco. Mi vedo dall’alto, e da dopo.
Il punto non è tenere a mente che siamo insignificanti, proprio no. Il punto è tenere a mente che il significato è altrove.
Abbiamo bisogno di selvatico, della strada sterrata che si inerpica fino alla radura, dove non arriva l’asfalto con la sua simmetria di strisce bianche; delle tracce lasciate di notte da una volpe che si è avvicinata al paese; del grido fischiante di un nibbio o di quello notturno della civetta. Abbiamo bisogno del telefono che non prende, dell’auto che fino a là non arriva, dell’odore di resina che sporca i vestiti dei bambini mentre s’arrampicano sugli alberi.




C’è una cosa che mi piace moltissimo fare con i miei figli, quando cominciano le vacanze: la colazione in balcone. Ci sediamo ai tavolini fuori come fosse una terrazza al mare, anche se il nostro mare non è blu, ma verde, e se al posto dei pesci ci sono i cavalli – che voi direte son pesci grossini, ma vabbè, se per questo pensate alle balene. Preparo il mio caffè con i biscotti, il loro latte con panini di nutella e cereali.

Camminare insieme a qualcuno parlando dei propri progetti mi sembra un bel modo di rinvigorire i sogni. Una specie di cura ricostituente per le proprie ambizioni.







Mi piace la nebbia e a febbraio non si è fatta desiderare.
Se dovessi riassumere dicembre in una frase: tornare a casa e trovare luci accese.








