4 agosto
C’è un caldo che fa il cielo livido. Il sole del pomeriggio è un tuorlo sbattuto che galleggia in un biancore immobile. I vestiti stesi ad asciugare in poche ore si seccano sui fili.
In campo, i cavalli sollevano una polvere giallastra e nei paddock muovono freneticamente la coda per cacciare mosche e tafani.
Ogni tanto l’estate — questa estate — tira fuori una faccia che, da spavalda, sembra farsi stranita. Tutto si incrina, perfino il sole accucciato nel proprio sudore; persino Messner, il gatto, che si affloscia sulla sedia come uno strofinaccio dimenticato.
Nei giorni scorsi ho camminato per le strade dei paesi e mi sono fermata a leggere nei bar, come amo fare. Le conversazioni tengono dentro tutto il caldo, l’afa, lo stupore per questo senso di oppressione che ci portiamo addosso.
Leggo Anna Karenina e persino l’immaginazione fatica a tenere insieme ciò che vivo e i tanti gradi sotto zero dell’inverno moscovita, i pellicciotti e le carrozze che scricchiolano nella neve.
Un occhio al libro, un orecchio alle chiacchiere intorno. Cambiano mode, conversazioni, clima e consuetudini ma l’uomo resta lo stesso – esposto ai capricci della materia, alla propria inerzia, al terrore della solitudine.
6 agosto
Il sogno di questa notte: sono a una manifestazione, a una festa, non so, in un luogo sconosciuto. Devo mandare la posizione a mia madre perché venga a prendermi. Eppure più ci provo e più non so capire il mio posto sulla mappa. Allargo, stringo, sposto, ma niente: non trovo dove sono.
Ora apro il giornale e leggo di Guccini.
In un cortocircuito difficile da spiegare razionalmente è così che mi sento adesso: senza coordinate.
Dalla giovinezza in poi, le sue parole sono state una traccia per la cartografia delle mie emozioni e so che millemila cose -la mia montagna, le albe in collina, il vino e persino l’amore- non sarebbero state le stesse, senza le sue canzoni.
E questa è una cosa enorme, cazzo.
Ciao Maestrone, grazie.
Le osterie di fuori porta non chiuderanno mai.
17 agosto
Anche il Rifugio Fraccaroli cambierà faccia.
Uno dei luoghi più simbolici della mia giovinezza tra i monti, ieri ha chiuso per riaprire tra un paio di estati, nuovo e più grande.
Siamo saliti a salutarlo in gruppo, passando per vie diverse, calcando sentieri che conservano le nostre impronte da tanti di quegli anni che è meglio non contarli.
Della mia prima volta là ricordo un ragazzo coi capelli lunghi che suonava una chitarra, l’odore di legno e di vino e tutto un mondo che mi si dischiudeva sotto i piedi ma soprattutto oltre lo sguardo.
Da allora non abbiamo smesso di tornare, e tornare per trovarlo ogni volta come lo avevamo lasciato – un piccolo prodigio, questo, dentro una realtà che si muove e cambia più veloce dell’immaginazione. Cambiavamo noi, le nostre vite, ma il rifugio restava uguale, a eccezione della cornice di luce-cielo-stagione.
Senza contare tutte le volte che sono stata lì senza muovere un passo – bastava socchiudere gli occhi.
Ciao, Fracca.
Sei stato birrette e caffè meritati dopo la fatica.
Sei stato passaggi e passaggi di voci e fotografie di gruppo alla Croce e magliette stese per asciugare il sudore e scarponi slacciati.
Polenta e nuvole che si muovono in fretta, tramonti lunghi, tempo in cambianza.
Un posto sulla montagna e un posto dentro di me.
Ne vedem presto!
24 agosto
Partire finito il lavoro con gli amici di sempre, per cenare al rifugio. E dopo, al ritorno, far brillare le torce nel buio per attraversare il bosco.
In mezzo c’è un movimento minuscolo, il franare della luce in un cielo ovattato: all’orizzonte una linea incandescente fa vibrare il profilo delle cime.
E in mezzo-in mezzo, noi, a rompere il silenzio quasi perfetto con le nostre chiacchiere, le solite urla per i soliti scherzi — grugniti tra il fogliame, vicino al sentiero — e sentire che intorno c’è tutto un mondo che ai sensi non parla. Non ha solidità che i nostri occhi possano cogliere né vibrazioni capaci di solleticarci i timpani. Non ha trama che le nostre mani intercettino.
A un certo punto, sulla via del ritorno, due luci brillavano sulla parete del monte di fronte. Era già capitato. Troppo potenti per essere le torce di due telefoni, immobili nella notte.
Cosa, allora? Due viandanti stanchi? Un eremita che vive nella roccia? Un alieno?
Mi è tornata in mente La lucina di Antonio Moresco. Immaginavo i rami e sui muschi l’ombra di un bambino scalzo che scuote il fogliame senza che ne esca un suono.
Siamo tornati che era notte nottissima, qualche stella in cielo e la pioggia che, per fortuna, non era venuta.
Me ne sono andata a letto con le gambe a pezzi e nelle orecchie ancora l’eco delle nostre voci, mentre da qualche parte, tra rocce su un monte non troppo distante dal mio letto, restavano accese due luci.
29 agosto
Quando la montagna s’innerva d’autunno, sui sentieri scricchiolano foglie, e timidi mazzi gialliaraciati macchiano il verde.
Nel bosco si respira un odore diverso: più intimo e vivo, un sentore d’acqua e fogliame. È facile adesso incontrare un cervo che ti scruta appena fuori dal sentiero – un incrocio di sguardi, un brillìo.
Pare, adesso sì, di sentirlo bussare, Messer Autunno, un tocco accennato – per sentirlo: zittisci il brusio dei pensieri, rendi lo sguardo neutro, appoggialo inerte sulla linea frastagliata d’orizzonte.
Agosto è un tempo sbiancato a cui settembre restituirà sfumature e contorni. Resto ancora nel suo grembo molle, qui al fresco del noce, nel via vai delle rondini che strillano sui tetti e sopra la chiesa.
Un’altra stagione sta per lasciare la scena. Qualche ultima battuta da pronunciare in fretta, poi la musica parte.
Due passi avanti, un gesto col cappello – un inchino.
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