Ci sono posti, e giorni, che oggi sfavillano sotto un sole d’autunno misericordiosamente caldo, mentre noi li percorriamo tenendoci saldamente per mano, nella presunta normalità di un qualunque sabato mattina di ottobre.
Sono questi stessi posti e giorni che domani, nella memoria, saranno strappo, vento, e incendio. Non più aderenti alla verità nuda del terreno e delle cose, ma fedeli alla geografia dell’anima.
Ci terremo forse ancora la mano, guardando a quelle bolle di tempo fragili nel ricordo e scintillanti, ma senza più stringere la presa: sapremo allora, con l’evidenza dei fatti, che avevamo una vita intera per smettere di tenerci, e non l’abbiamo fatto.
Avremo visto cambiare la luce alla finestra così tante volte da finire per credere di aver vissuto sempre.
E forse. Forse.

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Lo sanno tutti: albe e tramonti sono porte, passaggi che conducono ad altri luoghi. (O forse lo sanno soltanto i bambini).






Fine agosto, tempo di preparativi per una migrazione. Sono stata alcuni giorni a occhi in su, nel prato sul fianco della casa a Obra, mentre nuvole di rondini popolavano il cielo, animavano gli alberi frondosi ai margini della valle.








Avete presente un cavallo che corre dentro un recinto senza una meta precisa? Scalcia, scalpita, scarta, cambia direzione in aria. Nitrisce, va verso destra, poi ci ripensa, prima di arrivare in fondo, frena bruscamente e vira a sinistra. Rischia di rompersi, di scivolare.
“Papà, se trovo la mia bacchetta magica, quella che mi avevano regalato, sai cosa faccio? Faccio una magia, così io e mio fratello continuiamo a essere piccoli e ad andare all’asilo. E faccio diventare piccola anche la mamma, perché a lei piace. Così viene all’asilo insieme a noi.”






Alle volte sopperisco al bisogno di viaggiare osservando la luce che trasforma i luoghi che mi sono familiari.





Ho letto da qualche parte: non è vero che non ci sono più le stagioni, ci sono tutte, gettate alla rinfusa nel mese di aprile. Stiamo diventando tutti un po’ più meteopatici, ho pensato. Capita così quando non sai che aspettarti.


È successo anche di meglio perché sono diventata di nuovo zia e i neonati mi commuovono, mi smuovono il cuore come un pizzico sulla mozzarella. Figurarsi i neonati nipoti. Li guardi ed è chiaro che vengono da un altro mondo, glielo scorgi negli sguardi che vanno dietro a qualche intuizione impossibile.
Marzo 2016 ha avuto dentro la Pasqua e la Pasqua ha le uova e le uova hanno dentro sorprese delle volte belle, delle volte deludenti. Fa parte del gioco.





Tra le sorprese di marzo, una bella nevicata, qualche giro a cavallo, passeggiate nei boschi e i pruni fioriti in cortile, che son sempre quelli ma ogni anno la primavera sembra una cosa nuova. Forse per quello si chiama così: prima, vera. Come se ogni volta fosse quella buona dopo millenni di prove.
Febbraio ha avuto una possibilità in più quest’anno: un giorno intero per dimostrarsi buono. Come impiegare le 24 ore regalate?
In un giorno regalato sarebbe bello far crescere qualcosa o qualcuno: un progetto, un paio d’ali, una treccia alla Rapunzel, un ghiro dentro una tana di vetro, un fiore nuovo spuntato in giardino.
Gennaio somiglia a una camminata che ho fatto una domenica pomeriggio tra le colline.



