“Mamma, sei bella e sei anche incinta.”
“Amore grazie ma no, non sono incinta.”
“Ah. E cosa vuol dire incinta?”
“Vuol dire aspettare un bambino.”
“Allora tu sei, incinta!”
“…”
“Perché tu aspetti me. Mi aspetti sempre.”
Ho sorriso, gli ho dato un buffetto. Ho finito di struccarmi il viso con il latte detergente. Ho pensato che ha molta fantasia ed è generoso – dirmi che son bella mentre mi tolgo il trucco alla fine di un giorno di lavoro.
Poi ho pensato che ha ragione lui: quello che fa di una donna una madre è l’attesa. Una madre aspetta che la pancia fiorisca, che il frutto si completi e staccandosi dall’albero cada nel mondo. Aspetta il primo strillo, il primo dente, la prima parola.
Aspetta alzata di notte le luci di un’auto nel viale.
Adesso l’attesa più bella è la sera, aspettare con loro, nel letto, il sonno che viene. Si legge un libro, prima, ci si mette al sicuro: finché i lupi stanno dentro le storie non vengono qui. Poi ci sono i pensieri sparsi, quelli che di poco precedono i sogni, che vengono a galla un momento mentre ci si inabissa in un mondo che la volontà non governa.
Oggi a scuola ho imparato a scrivere gli – Domani mi fai vedere – Facciamo che tu sei la mamma orsa e noi gli orsacchiotti e andiamo in letargo – No, io voglio essere una piccola volpe – Sì, adesso chiudiamo gli occhi – Ma domani si va all’asilo? – Sshhhh… dormiamo, adesso. Dormiamo.
Jonathan Safran Foer scrive che non si è mai abbastanza attenti alle ultime volte dei figli. Si aspetta la prossima cosa che impareranno a fare – il giorno che leggeranno quel libro da soli e si addormenteranno senza il mio corpo vicino, con le gambe non più rannicchiate contro le mie, ma lunghe fino alla fine del materasso.
Così io aspetto stasera perché so che stasera sarà ancora così: la storia del Riccio che cerca una tana, la luce da spegnere e due corpi piccoli vicini – e mille pupazzi, forse un gatto.
Ci saranno altre cose da aspettare, domani e nei giorni a venire. Adesso mi sta bene questa, non ho nessuna fretta.
Avete ragione voi, bambini, io sono qui, incinta perché sempre in attesa. Del rumore che faranno le vostre voci, dei piedi che arriveranno al fondo del letto. Di sapere se il Riccio trova o non trova una tana.
Ogni madre lo fa, anche se sembra stia facendo tutt’altro: anche quando davanti allo specchio la sera, dopo il lavoro, si leva il trucco dagli occhi.
Senza fretta.

Mi piace la nebbia e a febbraio non si è fatta desiderare.




Se dovessi riassumere dicembre in una frase: tornare a casa e trovare luci accese.


Per il suo compleanno, Eliandro non ha chiesto nulla. O, per dire meglio, ha chiesto mille regali, che equivale a non chiedere nulla. La verità è che a lui piacciono le sorprese e qualsiasi cosa -o quasi, ma è un quasi molto sottile- lo fa contento.


Ci sono posti, e giorni, che oggi sfavillano sotto un sole d’autunno misericordiosamente caldo, mentre noi li percorriamo tenendoci saldamente per mano, nella presunta normalità di un qualunque sabato mattina di ottobre.
Per il suo compleanno Lemuele ha chiesto un agnellino.
Lo sanno tutti: albe e tramonti sono porte, passaggi che conducono ad altri luoghi. (O forse lo sanno soltanto i bambini).






Pomeriggio di settembre in collina, sole tiepido, trattore che sale e scende per ordinare le file del fieno, per pettinare un pezzetto di campagna. Cielo lucido, orizzonte nitido di fine estate.




