Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

Chissà se ci sono gazze e mamme, sulla luna (istanti rubati a #febbraio2024)

On: 30 Aprile 2024
In: istanti rubati
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15 febbraio
Intorno alle alle cinque, in casa nostra, Alexa fa un annuncio: Promemoria, andare dai polli.
I bambini scendono con le giacche peggiori e gli stivaletti e armati di pazienza e una carriola portano i polli dal prato, dove si sono sollazzati durante il giorno, al pollaio. Sono galline giovani, non hanno capito ancora come andarci da sole e non sopravviverebbero, la notte, agli agguati delle volpi, delle faine. Forse dei lupi.
Spesso li guardo dal balcone. I frulli di ali e le zampate che si prendono in faccia. Le rincorse. Gli agguati giocosi del cane. Come ridono. Le tattiche messe a punto per non farli scappare.
Amano fare questo più che studiare, e io li rimprovero, ma penso che anche questo è un bel compito: mettere al sicuro chi da solo non può, portare a casa le uova per farci una frittata per cena.
Sono giorni di caldo oltre misura, per essere febbraio. Tutto è fango intorno a casa. Si va a camminare con gli stivali perché pare di muoversi tra le sabbie mobili. E nelle sabbie mobili ci siamo davvero: per averne contezza basta aprire un giornale, sbirciare una polemica sui social. C’è un’energia pesante, mi sembra. Qualcosa che impasta i pensieri, li intride, li tira in basso.
È solo una sensazione mia?
Ieri notte ho sognato un fiume scuro che si inabissa e tanti che davanti a me ci si buttano, veloci, tenendo il fiato per non sentire il freddo. Io resto a riva, non sapendo dove mettere le mie cose: dove lasciare i vestiti, il telefono, gli anelli?
Chiamavo, chiedevo: dove le lascio le cose? Dove sono le cose di tutti?
Eppure sembrava salvifico andare, buttarsi: un rito necessario.
A che mi servivano tutte quelle COSE?
Che cosa ci serve DAVVERO?
Ci preoccupiamo di tanto, di continuo. Eppure -mi dico- come vivremmo bene se bastassero quelle poche, minime certezze: qualcuno che al mattino ci accompagna al sole a lucidarci le piume e che la notte ci tiene al sicuro.

21 febbraio
“Per Biofobia si intende qualsiasi atteggiamento negativo nei confronti della natura”. Un recente articolo su Internazionale dice che è sempre più diffusa e che aumenta con la lontananza dell’uomo dalle aree naturali. Dice che è pericolosa per la tutela dell’ambiente. Io dico che è pericolosissima anche per chi la prova, che vive cento volte peggio di come potrebbe.
Per curarla si fa così:
bagni di neve (se ancora si trova)
notti nel bosco
sguazzare negli stagni
docce di pioggia
piedi nudi nell’erba
giocare a palle di fango
impacchi di muschio
lampade di luna piena
scorpacciate di mirtilli selvatici
avvistamento di pipistrelli
intrattenersi coi ragni
arrampicarsi sugli alberi
seguire i gatti all’imbrunire.
E ripetere almeno venti volte al giorno, mattino e sera, che siamo fatti di terra. Questo siamo: ambiziose graziose estrose marionette di terra.

22 febbraio
Se vuoi che i ricordi non svaporino devi visitarli ogni tanto. Devi visitarli come si fa con le vecchie case abbandonate. Armata di una torcia frontale cercarli di notte, in quella terra di frontiera tra la memoria e il sogno.
Io lo faccio spesso. Cammino sui pavimenti logori e aspetto le voci che mi vengono a stanare. Apro il forno in cucina, sento i profumi. Accendo lo stereo e riascolto quella musica. Ogni volta trovo qualcosa che non sapevo ci fosse. Qualcosa che un tempo era lì, invece, è andato perso per sempre. Nel chiaroscuro dell’alba esco in balcone. Mentre la prima luce dirada il buio, accendo una sigaretta – dentro i ricordi lo faccio spesso. Tra i cerchi di fumo cerco con gli occhi quello che c’era.
Sono organismi viventi, i ricordi. Alcuni ti aspettano come cani fedeli accucciati davanti al portone. Altri sono solo uno sguardo giallo nella penombra – un sorso di fumo e son persi.

(Febbraio e io)
Osservatorio astrologico
Ci ero già stata, ma per la prima volta ho osservato la luna. La superficie lunare. I crateri da impatto, le ombre che proiettano i monti. Gli avvallamenti.
Era come starci sopra, camminare le strade del cielo. Ogni tanto mi chiedevo: ma sarà vero? Non sarà mica un cartonato messo lì tanto per illuderci che ci sia altro e irraggiungibile, come in un planetario Truman Show? Naturalmente poi ho pensato a tutte quelle cose dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande e di come è difficile, lì in mezzo, trovare la misura. Mettere in scala quello che siamo e, soprattutto, quello che non siamo.
E se davvero l’universo si spegne? Ho chiesto al povero ragazzo che ci spiegava le stelle e i pianeti, vessato dalle mie mille domande.
Non ci saremo per vederlo, mi ha risposto.
E anche quella mi è sembrata, lì per lì, una certezza fuori scala.
Con febbraio ho un rapporto faticoso da 19 anni ormai, dall’ultimo febbraio che la mia mamma ha visto da qui.  È un mese che sento arrivare da lontano, che comincia già in gennaio a raschiarmi in gola, a solleticare quella mia sempiterna propensione a parlare con l’invisibile, a chiamare a raccolta le voci che non passano dall’udito. Febbraio mi rende esperta traduttrice di silenzi.
Intanto, i minuti di luce sono cresciuti come monete nel salvadanaio, è caduta pioggia e pioggia (finalmente), le gallinelle hanno preso a fare molte buone uova. Le gazze che vivono in cortile si son messe a ingrandire il nido di fronte alla finestra della mia camera da letto. Quando sono alla scrivania le guardo lavorare instancabili. Vanno e vengono di continuo. Chissà quando riposano. Chissà come la vedono, da lassù, la luna.
Chissà se ci sono gazze e mamme, sulla luna. Le leggi della fisica dicono che no – ma anche questa mi sembra una certezza fuori scala.


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