Metà novembre e il mondo intorno pullula di richiami al Natale. Già dal pre Halloween si vedevano in giro zucche e fantasmi affiancati da panciuti omoni vestiti di rosso.
Ora. Io sono tutt’altro che un Grinch ma tutto ciò mi pare un pochino eccessivo. Avanti di questo passo mi aspetto di trovare le renne con le slitte accanto all’invito per il pranzo di ferragosto.
Però ormai ci siamo: tra meno di un mese, dall’8 dicembre, come tradizione vuole, aprirò anche io le porte di casa al Natale. (Il poveraccio, probabilmente, ci troverà un tale disordine che farà un passo indietro per non aumentare l’entropia. Ma questo è un altro discorso).
Dopo anni di rinuncia alle decorazioni in attesa della notte santa, da quando è nato Lemuele ho ricominciato a vestire la casa di rosso. Per cercare di far rivivere i Natali della mia infanzia, quelle feste grandiose che valeva la pena aspettare 365 giorni.
I più belli li ho trascorsi in Trentino.
L’abete -in tronco e foglie vive – troneggiava in salone con un austero ma elegante abito di palline rosse e lucine intermittenti. Mia madre, mia sorella e io ci ballavamo intorno perché agghindarlo era una danza rituale, un pomeriggio di luce dentro il buio severo di dicembre. Mio padre era l’addetto al presepe. Ogni anno ci inventavamo un tocco diverso per rendere più reale l’atmosfera di stupore intorno alla capanna.
Poi il vischio davanti alla porta, candele accese in giro per le stanze, qualche stella di cartone a far capolino ai vetri delle finestre. E dietro, i miei monti imbiancati di quella neve che ci accoglieva, noi e le slitte, nella notte magica in attesa della mezzanotte.
Non erano niente di speciale, a ripensarci adesso, le nostre decorazioni. Non c’era nulla di stravagante o particolarmente originale. Ma avevano quel gusto buono che non avrei ritrovato mai più. Quei colori e quella musica che si sono persi o nascosti, lasciando una traccia evanescente nella memoria.
Fino al primo Natale col mio bambino. Quando tutto ha ritrovato il suo posto: la stella cometa in cima al pino, l’angelo che annuncia la Venuta. Il bue e l’asinello e il loro fiato caldo.
Lo scorso dicembre avevo il pancione che mi rendeva difficile anche solo estrarre i fili d’argento dallo scatolone, e un bimbo di un anno appena compiuto che ha mandato in pezzi le mie decorazioni migliori.
Ma c’era di nuovo quel tintinnare di campanellini dentro la testa, l’odore di magia nell’aria calda vicino al camino, la promessa di giorni speciali.
Negli occhi di Lemuele, il mio sguardo acquoso e rapito di bambina e la cantata allegra di mia madre mentre appendeva le ultime luci.
(La mia mamma. Quando ho cominciato a scrivere questo post non pensavo che avrei parlato di lei. Ma non esiste alternativa: è lei l’anima del mio Natale).
Il Jolly è: riscoprire l’Incanto.
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Il prossimo appuntamento è per il 15 dicembre






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