E giorni come gli altri che tutto va bene, come sempre, o forse anche meglio perché sei in vacanza in montagna coi tuoi bambini.Poi un giorno va un pochino peggio perché ti senti stanca e misuri la febbre e la febbre c’è e sfanculi un po’, Porcavacca, proprio adesso che sono in vacanza e che dopo dobbiamo andare al mare, mai una volta durante l’anno, ‘ste rogne.
Poi passano i giorni la febbre non passa, vai dal medico e gli antibiotici non fanno un accidente. Il termometro diventa il tuo accessorio per l’estate e sembra che si sia incantato lì, tra i 39 e i 40, beffardo.
Un giorno un po’ peggio degli altri il tuo medico ti manda al pronto soccorso. Dopo un pomeriggio d’attesa che paiono essersi concentrate le emergenze di questa parte di globo, ti visitano, sangue e lastre.
Mi trovo a passare la notte su una barella in un ufficio del day hospital, che i letti son finiti. E se non me la faccio letteralmente addosso è solo perché nonostante la febbre e la fiacca, le gambe le ho ancora veloci.
Perché non vedevo l’ ora di correre dai miei figli e ora sono qui, a casa.
Mi porterò: due signore sofferenti e molto amate, due donne sole – una mi ha regalato dei grissini per i miei bambini, io le ho lasciato caramelle sul comodino – un uomo sempre allegro con cui si cenava in veranda, un medico con la rara umiltà di ascoltare, un pugno di infermiere e aiutanti che fanno il loro sporco lavoro col sorriso addosso.
E voglio accendere una candela nei miei pensieri, per le persone che con quelle crepe devono farci i conti per davvero e sono state costrette a ridisegnarci una vita sopra.
Che nella paura del buio trovino il conforto di tante luci.





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