• 23 marzo

    Marzo cammina e io corro, ore al computer, un inizio di trasloco di un paio di stanze, troppi oggetti, troppi vestiti, pensieri affastellati tra il pavimento e la polvere sulle mensole.
    A un tratto: primavera, rieccoti.
    La natura prende le misure e si stiracchia e il mio corpo le somiglia, un distendersi e un ritrarsi, un’apertura che è fatica, sono campi di zolle rivolte – hai presente le zolle rivolte? Laboratorio di ossigeno e insetti e luce che punge il buio e lo taglia e l’offende – e lo nutre.
    Ci sono un paio di notizie che ancora devo collocare mentre il tardo pomeriggio guadagna spazio e invade la roccaforte della sera e mi han detto che, spesso, quel che protegge restringe lo sguardo.
    Ecco perchè in questo momento dell’anno a tratti fatico a lasciare la mia noce di buio e a lasciare paure di cose che non so nominare e spargo parole e parole sulle zolle rivolte
    e nascono piante bellissime
    e nascono piante carnivore
    e a volte gramigna
    e più spesso un bel niente – ma è un niente che i corvi ghermiscono col becco nero e si portano in cielo.
  • 3 febbraio

    Ogni inverno penso che vorrei trasferirmi in un posto dove nevica più spesso.
    Ieri le previsioni ne promettevano qualche fiocco e ogni poco guardavo oltre i vetri della cucina: viene o non viene? Poi mi sono addormentata.
    Stamattina, eccola.
    Nevicava la notte che tu, mamma, sei passata oltre questo mondo. Era una notte di fine febbraio di quasi ventuno anni fa. Fiocchi piccoli pungevano le strade notturne e deserte di Torino, i lampioni disegnavano macchie viola sui marciapiedi e tutto era così irreale, evanescente, insensato.
    La macchina correva sulle strade bianche della città, ma era la luna che avevo intorno. I suoi crateri e i suoi mari. Oppure un pianeta alieno come Giove, dove la vita non attecchisce.
    Camminavo per l’ultima volta verso di te, la te terrena, fiocchi umidi cadevano e abbassavano il volume del mondo e sul tuo comodino accanto al letto di ospedale c’era un libro che ti avevo regalato io: La neve se ne frega.
    Forse dovrei detestarla, la neve, per associazione di idee. E invece no: so che è venuta a prenderti -tu che l’amavi così tanto- per rendere il tuo viaggio più gentile. Ha steso un velo tra terra e cielo, ha aperto una porta, srotolato una scala. Deve averti parlato, sussurrato parole di conforto in una lingua che ancora non conosco.
    Anche ora, ogni volta che viene, so che sei tu che mi porti un saluto. Io chiudo gli occhi. E ascolto.

    27 febbraio

    Millemila passi per le strade di città, il tuo odio per i selfie, un premio da ritirare, sushi all you can eat, un seme piantato per quando sarà, una persona cara da incontrare, un cielo bluissimo su piazza di Spagna, le nostre chiacchiere che tengono insieme i ponti sul Tevere, pensa se becchiamo ZeroCalcare! – breve gita verso sud, io e te, incontro alla primavera.