• 6 novembre 2025

    Superluna di novembre. Volevo uscire, andarci a camminare dentro, vedere il bosco illuminato dal suo occhio bianco. Invece: febbre.

    Sul divano, vicino al camino, ho acceso una candela.
    Ho ripensato a questo: “Non era indifferente: era altrove, nella memoria della sua vera vita”.
    È una frase di Chandra Livia Candiani (Questo immenso non sapere) buttata lì senza particolare enfasi: parla di un tapiro che cammina nel fango con il suo piccolo.
    Eppure, in questa frase c’è tutto.
    Come direbbe la mia amata Chandra la lascio lì, in mezzo al foglio bianco. Nulla, intorno. La lucido, ci respiro dentro. Mi ci siedo accanto, nello spazio vuoto intorno a ogni lettera che la compone.
    Febbre o non febbre, sono uscita in balcone. La luna del Castoro chiamava.
    Ho pensato al suo nome: per i nativi americani, questo è il periodo in cui i castori costruiscono dighe e rifugi per prepararsi all’inverno, prima che i fiumi si facciano ghiaccio.
    Li ho immaginati indaffarati, legnetti tra i denti, a muovere fango e creare tane, a preparare l’inverno senza pensarlo, in un’ostinazione di salvezza.
    I castori, la luna, io qui sul balcone: nella memoria della vita vera.
    18 novembre 2025

    [elogio della vita lenta]
    A volte le mie giornate sono talmente a incastro che i capelli, anziché con il phon, li asciugo con il riscaldamento in auto.

    ATENE

    23 novembre 2025

    Ho avuto una visione mentre sedevo sotto il Partenone e un vento feroce faceva volare i cappelli.
    Seduta lì sotto, ho provato a intercettare lo sguardo di chi, millenni fa, ha sollevato queste colonne mastodontiche. Li ho immaginati fermarsi, asciugarsi la fronte e provare a indovinare noi – in un futuro tanto lontano da essere irriconoscibile. Noi, che usiamo quel loro palco di pietra sacra come sfondo per selfie ritoccati dall’intelligenza artificiale: via la lattina dimenticata in giro, via la donna di spalle, più luce d’autunno. Esteticamente studiato, contraffatto, trasferibile in un amen in ogni angolo di mondo.
    A pensarci, ho avuto una vertigine.
    Cosa non sappiamo vedere del passato?
    Cosa non sappiamo indovinare dal futuro?
    In una città come questa, di miti, dei, archetipi e indovini, per un breve attimo, tutto si tiene miracolosamente insieme. E sbalordisce.
    (Se poteste sussurrare una sola frase all’orecchio di quei costruttori antichi, cosa gli direste del nostro mondo?)
    25 novembre 2025

    Si mescolano primavera ed autunno, ad Atene. La forza evocativa del passato e il nuovo che marcia veloce. Alberi di Natale e ragazze in canottiera, un sole che scalda, il mare in lontananza visto dall’Acropoli e colline e bosco e città – arance pesanti sui rami nei viali, bouganville e rampicanti viola e le folate di vento che nei dehors fanno nevicare foglie mentre sorseggi ouzo e caffè greco.
    Atena ha avuto il privilegio di dare il nome a questa città in cambio del dono dell’ulivo: nutrimento, calore e luce. (Poseidone aveva offerto il mare, ma i greci all’onda hanno preferito radici).
    Camminando sulle strade bianche e strette dove arriva la musica piena dalle taverne aperte, vedo che il tempo non è una freccia. Un ulivo, piuttosto: si torce, si biforca, affonda radici nel marmo antico mentre i rami solleticano futuri immaginari.

  • 23 ottobre 2025

    Quando vado a camminare e passo sotto un albero mi avvicino ai rami bassi fino a farmi carezzare la fronte e i capelli.
    Ciao Albero, dico.
    Ora che è autunno, poi, socchiudo gli occhi e lascio che i colori facciano ribollire la mia immaginazione di tinte fluide, brumose.
    Sul sentiero dietro casa, quando vado a correre, i rami bassi mi aspettano e si allungano e mi toccano un braccio, una spalla, mi bussano al cuore.
    Guardaci, intonano.
    Le foglie vermiglio e gialline si scuotono tutte per farsi notare.
    C’è una bacca rossissima che pende giusto alla mia altezza è ogni volta mi schiocca un bacio al centro della testa.
    Chiunque si senta solo dovrebbe fare un giro nel bosco – la penso così.
    E dico alle foglie Peccato, peccato che presto cadrete. Loro non smettono di agitarsi con grazia e brillare e mi strizzano l’occhio: ma come, non vedi? Liberiamo spazio alla luce.
    (E io penso che dove c’è un albero lì è il campo base per ogni spedizione alla ricerca di me).
    30 ottobre 2025
    Quando una settimana fa abbiamo deciso di accendere la caldaia, ci siamo accorti che non funzionava. Un mattino la temperatura è scesa sotto zero – al risveglio, le auto in cortile erano bianche.
    Unica fonte di riscaldamento, il camino in cucina. Ed è lì che ho trascorso le mie ore casalinghe. A lavorare, a leggere (Strout, Capra), a meditare, a scrivere, a fare uncinetto, a guardare la tv. Sempre a un passo dal calore delle fiamme.
    Questo mi ha reso più esperta nel non lasciar spegnere il fuoco e ad accenderlo (dà un certo potere, accendere fuochi).
    Quando posso, esco in balcone o scendo a camminare. Lascio che il tepore del sole e quello dei colori d’autunno mi sazino fino a farmi sentire impavida e resistente alle intemperie. Il gatto Messner mi segue fedele tra i paddock e foglie ci nevicano intorno come in un cartone animato giapponese.
    La notte, nei sogni, sono spesso in partenza. Ferma nella notte aspetto pullman che sono isole luminose nel buio, come fantascientifiche astronavi. Chiedo a chatgpt di interpretare: sono sulla soglia di una trasformazione, dice.
    Dice che c’è una città misteriosa in cui una versione da me ha già apparecchiato la tavola; ha acceso una candela nella stanza giusta e sta ballando una musica lenta.
    Ieri hanno aggiustato la caldaia. Finalmente. Tornare a casa da una pratica di yoga e trovare tepore rende la sera più soffice.
    Me lo appunto un’altra volta, qui: ringrazia ogni volta che il tuo mondo è morbido, che puoi accendere un fuoco con i tuoi gesti, che qualcuno ti aspetta in una stanza scaldata a dovere.