Come quando i bambini per tornare dentro la mamma s’infilano, non potendo entrare altrove, nelle loro scarpe coi tacchi.
Le donne e le madri raccontate da Concita de Gregorio sono ognuna diversa, ognuna fatta a suo modo, senza possibilità di etichette o facili categorizzazioni.
Sono racconti brevi quelli che si trovano in “Una madre lo sa. Tutte le ombre dell’amore perfetto” e di ognuno si potrebbe parlare per ore.
Perché ci sono le parole e poi quello che ci sta dietro, una valigia piena di pensieri dietro ogni virgola, un container di riflessioni in ogni spazio tra due paragrafi.
Perché non esistono sentimenti giusti, né amori senza sfumature. Ci sono persone che collezionano errori, che siano madri o figli o mariti.
Anche se fa paura dirlo, l’amore senza ombre è quello per chi non c’è.
L’amore perfetto è nell’assenza. Ciascuno lo sa: nell’assenza e nell’attesa. Un amore solo pensato, desiderato, invocato, rimpianto. Sognato ogni notte e intatto a ogni risveglio. illanguidito dalla mancanza fisica, mai sporcato da una frase, da un gesto, da un’ombra di realtà. Un amore brillante, remoto, assoluto. L’amore per chi non c’è. Incorruttibile. Anche l’amore materno è così, tutti gli amori lo sono. L’amore perfetto è un lutto. [105]
E poi c’è la forza dirompente della vita. La racconta un’ostetrica, lei che è sempre stata lì dove i miracoli succedono. Ogni giorno. Molte volte al giorno.
Lì dove la vita arriva, in quel luogo pieno di mistero indescrivibile che è la sala parto, quel luogo che io, dopo averlo vissuto una volta, poi due, non riesco più a farlo uscire dalla mia testa.
Perché Concita lo sa, e l’ostetrica pure, che partorire è un po’ morire. Lo sanno tutte le madri del mondo. Una parte di te deve andarsene per lasciar posto al futuro che per la prima volta, stretto tra le tutte braccia, guaisce fuori la paura . In quel momento là, che ti si strofinerà tra i pensieri per tutto il resto della tua vita.
Le madri lo sanno, come sanno che i figli non sono tutti uguali.
Non è vero che i figli sono tutti uguali, è una menzogna perpetuata dalla secolare litania della “gente perbene”, una bugia che ogni genitore conosce che reprime e occulta insieme al senso di colpa di saperla. O figli sono diversi, ciascuno di loro lo è. Ci sono figli che alleggeriscono la vita, figli che la appesantiscono.
Ecco che qualcuno lo dice finalmente. Perché io mi sentivo così orribilmente inadatta quando, incinta, temevo che non avrei saputo amare abbastanza mio figlio. Lo carezzavo attraverso la pelle che chi divideva e ci univa, gli raccontavo la mia giornata, gli sussurravo segreti.
Ma anche gli confessavo la mia paura: se non mi piacerai? Se ti troverò antipatico? Se ti vorrò mandare lontano?
Perdonami, gli dicevo piano, ma questa è la tua mamma, tanto vale che tu la conosca per quello che è. E poi a che serve mentire a chi è i tuoi occhi e le tue orecchie?
Avevo paura e a volte ne ho ancora. Adoro i miei figli, ma adesso è facile. Adesso sono belli, graziosi, morbide pagnotte profumate.
Ma diventeranno uomini, diversi da me e dalle persone a cui ho imparato a voler bene.
Mi basterà essergli madre per amarli? Sempre e comunque, a dispetto di tutto? A prescindere da ogni scelta che non condividerò, da ogni loro passo che non saprò sostenere? Chissà. La risposta è tra le ombre dell’amore (im)perfetto.
Il jolly è: Bisogna tornare piccoli per diventare grandi. Ricominciare dalle favole, sul serio.





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