Non sono arrabbiata. Sono furibonda. Furente. Pericolosa come una miccia inesplosa.
Ho appena scoperto i nuovi orari dei treni. Fino a oggi avevo rimosso il problema, avevo messo in qualche angolo ben nascosto del cervello l’informazione del previsto cambiamento, non avevo voluto avvelenarmi l’illusoria certezza che in sole 1 ora e 50 minuti sarei riuscita, anche per il 2013, a coprire il tragitto casa-ufficio. Oggi scopro che di ore ce ne vogliono abbondantemente più di due.
Non basta che devo prendere l’auto, treni in quantità, un tram, più un pezzo a piedi. No, era troppo comodo.
Ora, mi si può dire cacchi tuoi che abiti in Polinesia e lavori a Manhattan. Va bene, ma perché ci si deve mettere d’impegno il comitato Trenitalia per rovinarmi del tutto quest’esistenza modesta e senza pretese? Che gli ho fatto di male?
Adesso mi hanno tolto tutti i diretti, devo fare minimo un cambio e in un luogo dimenticato da tutti. Nel senso che noi poveri pendolari estremi arriviamo su un binario fantasma che non ha manco il sottopassaggio, e per arrivare al treno successivo, o comunque alla civiltà, dobbiamo circumnavigare la provincia o attraversare agilmente i binari. Ho scelto la seconda, insieme a molti altri, e quando la voce registrata ha insistito nell’invitare all’uso del sottopasso, ho alzato elegantemente il dito.
Poi lo alzeranno loro a me, quando nevicherà e sprofonderò nel pantano fino ai fianchi, uscendone del tutto somigliante a uno yeti metropolitano.
Raggiunto il treno numero due, comincia la lotta per conquistare un posto, anche solo in piedi. Una carrozza bestiame è certo più agevole e meglio allestita. In ogni stazione, spintoni, proteste, gente che vede buttata nel cesso la propria quotidianità, la possibilità di viaggiare in maniera dignitosa, di non arrivare al lavoro (chi ancora ce l’ha) come uno che ha appena fatto la guerra e ne è uscito vivo per miracolo.
Gente stanca, provata, scoglionata. Cori di insulti che nemmeno allo stadio durante il derby. La frase più gettonata, tra quelle ripetibili, è: paese di merda.
Ma chi ha potere di dire la sua non sente, loro c’hanno l’auto blu e probabilmente l’unico treno che prendono è quello di Prezzemolo a Gardaland quando ci vanno in gita.
Se avessi per le mani quelli che hanno approvato il nuovo orario Trenitalia li vedrei bene solo con la testa sulle rotaie a implorare pietà, ma temo rimarrà una mia masochistica fantasia per notti insonni.
Invece la fatica che devo fare tutti i dannati giorni per venire in ufficio, tra ritardi e sovraffollamento e soppressioni e prezzi dell’abbonamento da capogiro, quella, non me la leva nessuno.
Non so cosa devono farci perché si organizzi una protesta seria. Se non basta ancora trovarci a pancia sotto e con la faccia nella merda.
Vedo gente piangere, incazzarsi, pestarsi i piedi, litigare, cercare alleanze per occupare i binari, ridere di disperazione.
Lavoro, trasporti, sanità, servizi. Ogni giorno un pezzo in meno. Ogni giorno una difficoltà in più.
Ci stando facendo assuefare a una vita di stenti, depressiva, fantozziana.
Non ho doti da leader, purtroppo, e non so cominciare una rivoluzione. Ma se qualcuno mi volesse arruolare io mi sto allenando a sputare lontano.
Il jolly è: NON abituarsi al peggioramento costante





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