Ero incinta di Lemuele, il mio primogenito, quando lo sentivo guizzare attraverso la mia rotondità –pesciolino nella boccia– e già intuivo che la cosa più difficile che avrei dovuto fare sarebbe stata lasciarlo andare.
Prima lo avrei fatto uscire da me, da quella culla calda che è stato il mio corpo, dalla sicurezza tiepida che ci rendeva una cosa sola, che faceva di noi quell’Uno che è il principio di tutte le cose. Avrei dovuto accettare che saremmo diventati due entità distinte e che anche lui sarebbe stato un essere pensante, con identità e personalità propria, con movimenti, idee e desideri indipendenti dai miei.
Che pensiero difficile. E poi, a voler andare oltre, era chiaro che col passare del tempo il mio Semino di Mela si sarebbe trasformato da neonato burroso e sgambettante a bambino intenzionato a far valere il proprio punto di vista. E così è stato, in effetti. Lemuele ha oggi quasi 18 mesi ed è un ometto caparbio, deciso a ottenere quello che sta velocemente imparando a esprimere a parole e gesti. È affettuoso, sì, ma quando non vuole un bacio dalla mamma, per dirne una, scandisce un No deciso e imperioso, che non lascia spazio a interpretazioni. E non provate a fargli cambiare idea!
A volte penso che abbia cominciato a parlare così presto proprio per non permettere ai grandi di fraintendere i suoi desideri. E questo –mi sa- non è che l’inizio.
Non riesco a non arrovellarmi al pensiero di che adulti diventeranno i miei figli e di cosa avremo fatto suo padre e io per renderli ciò che saranno. Quanto conterà l’imprinting. Quanto il dna, quanto le inclinazioni personali o l’educazione.
Ultimamente mi sorprendo a osservare gruppi di adolescenti e mentre li guardo –e spero di non essere presa per pedofila- provo a immaginare se i miei figli gli somiglieranno. Spesso con orrore, vista la problematicità di quella fase evolutiva (ecco, quando avranno 12-13 anni li presterei volentieri al miglior offerente. Solo per un po’).
Quanto peseranno le mie aspettative sul loro sviluppo? E quanto è giusto che io intervenga per guidarli? Quando sarà il caso di lasciarli andare?
Lemuele adesso cammina spedito, ma spesso traballa e inciampa. Già ora mi sembra difficile capire come mettere a freno le mie ansie per evitare di corrergli dietro facendogli da salvagente per non farlo cadere.
So che in quel modo magari gli eviterei qualche livido ma non gli permetterei di misurarsi con le sue forze. Quando mi guarda con gli occhioni da Bambi perché io gli tenda una mano per arrampicarsi su quel gradino che è capacissimo di salire da solo, che fare? Soccorrerlo o spronarlo ad arrangiarsi?
Quando invece rifugge alle mie cure per fare qualcosa da sé, rischiando magari di sbucciarsi il naso, devo lasciare che sperimenti?
Non oso pensare, ad esempio, a quando i miei figli vorranno andare in giro a cavallo. Probabilmente, vivendoci a stretto contatto, accadrà prima che chiedano il famigerato motorino o l’auto. Se saranno spericolati la metà dei loro genitori potrò semplicemente rassegnarmi agli psicofarmaci. Perché mica gli posso negare le cose che amo e in cui il loro papà ha primeggiato fin dall’infanzia…
Insomma, cerco di farmi guidare dall’istinto, ma non è semplice. Perché a volte l’istinto è appannato dal timore e dall’apprensione.
E questi sono davvero soltanto i PRIMI PASSI, in senso letterale e metaforico. Perché la vita dei miei figli sarà il loro Viaggio, la loro Grande Avventura e sarà sempre più difficile capire quando dovrò mettermi da parte a guardare. Magari coi pugni stretti e il fiato in sospeso, ma in silenzio.
Dovrò guardarli cadere e farsi male senza poterli obbligare all’immobilità, dovrò vederli sbagliare strada senza costringerli a seguire le mie mappe, dovrò osservarli sbattere il naso contro un muro senza forzarli alla resa.
Credo che sarà la cosa più complessa che mi toccherà fare. Ma sarà l’unico modo per crescere pure io, come madre. Dovrò fidarmi dei miei figli, di quello che sono, di quello che saranno grazie anche a quello che saprò trasmettergli. Perché è così che funziona: regalargli briciole di vita e poi farsi da parte mentre spendono a modo loro quello che gli tocca in sorte. Lo stesso immane sforzo che mia madre e mio padre hanno fatto con me e mia sorella, e prima di loro un’infinità di generazioni dall’inizio del mondo.
Il jolly è: fare il proprio meglio qui e ora e non pensarci troppo, che tanto la vita fa quel che deve
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