Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

  • a sentire la Vita che va celebrata (istanti rubati a #aprile2024)

    On: 9 Maggio 2024
    In: istanti rubati
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    18 aprile
    mi regalo perline e del filo per fare orecchini
    mi regalo di chiamare i miei figli bambini
    anche se il tempo tesse il suo arazzo
    e toccherà chiamare il bambino
    ragazzo

    mi regalo del tempo vicino a chi amo
    che l’amore è la madre di quello che siamo
    ma è pure il padre il nonno e il fratello
    l’amore è la cura e allevia il fardello

    mi regalo un siero che pialla e rimpolpa
    le rughe son belle però a mia discolpa
    io dico non serve volerle più in fretta
    le aspetto tranquilla con una birretta

    mi regalo un incontro con la cartomante
    anche se forse non servirà a niente:
    il futuro lo posso senz’altro aspettare
    quel che vorrei è capire il presente

    mi regalo dei vuoti da riempire al momento
    col cuore ben desto e il telefono spento
    e giorni animati come i cartoni
    che la sera sei stanco ma vincono i buoni

    non festeggio quest’anno
    mi son ripetuta
    ma festeggiare è anche solo
    restare seduta
    magari in un prato a fine giornata
    a sentire la Vita
    che va celebrata.

    25 aprile
    Sarebbe già tanto potersi liberare
    delle corazze inutili
    degli inestetismi
    delle cattive abitudini
    di tutti i fascismi

    delle malelingue e della malasorte
    della paura delle linee che vengono storte
    di quel che va stretto
    di tutto il non detto.

    Sarebbe già molto dire addio
    a chi non dà ascolto
    alle vuote pretese dell’io
    ai dettami insensati della rabbia
    a chi sale in barca e non vuol remare
    ai sogni atrofizzati dentro una gabbia:
    apri la porta, lasciali andare!

    Sarebbe già abbastanza
    spremere la sostanza
    dei giorni e conservare la polpa:
    disperdere al vento
    le acrobazie dell’ego
    e tutti i sensi di colpa.

    28 aprile
    Ci sono giorni che per intensità valgono mesi.
    Ci sono legami che per intensità diventano Famiglia.
    Abbiamo battuto bicchieri e ballato nella neve, abbiamo riso e cantato e mischiato lacrime alla birra, ci siamo scambiati aneddoti come figurine, ci siamo incontrati, ritrovati e riconosciuti e ci siamo abbracciati forte da tenerci in piedi. Abbiamo mescolato incazzatura e gratitudine in parti quasi uguali.
    Sono usciti Ti ricordi? a fiume, e pure rabbia – rabbia che ribolliva come lava dietro le parole e poi anche incredulità e quel po’ di pace che nasce dai cuori che si toccano.
    Se ne sono andati i nostri giorni giovani, ci è sembrato di capirlo adesso – ma non sono passati invano e quello che hanno lasciato sta fuori dalla giurisdizione del tempo. E quello che hanno lasciato certamente basta per tenere il nostro fuoco acceso.
    Le nostre divinità di pietra non hanno smesso di sorvegliarci i passi.
    E noi c’eravamo tutti. Ma proprio TUTTI.



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  • But you are in New York City, baby! (istanti rubati a #marzo2024)

    On: 30 Aprile 2024
    In: viaggi
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    12 marzo
    Brooklin, arrivarci a piedi, attraversando il ponte in una giornata di sole, di ventosa primavera. Mentre lo percorro penso che Eliandro, da piccolo, era convinto che questo ponte fosse fatto di chewingum.
    Ci fermiamo per un caffè in un bar agli Heights. Una coppia anziana – lui capelli bianchi e tenuta sportiva, lei occhiali appariscenti e un allegro cappellino in feltro fuxsia- viene al nostro tavolino per offrirci indicazioni, con la cortesia e la delicatezza che ti aspetti dai vecchi amici. Vivono proprio lì a pochi passi e lui tanti anni fa è stato a Roma. Lo dice con malinconia. Poco dopo escono dal locale – lei una mano sul cappellino per non farselo prendere dal vento e l’altra in quella di lui.
    Se ne vanno nella loro New York. Una città mondo che ne tiene dentro infinite, come una matrioska. Ognuno ha la sua, ognuno ne tiene in tasca un morso.
    Bastano due giorni per capire che è una città che non si esaurisce, dai confini mobili, camaleontici, che si dischiude di continuo, a ogni passo, dietro ogni angolo. Chi la attraversa mette insieme a suo modo reale e immaginario, vero e inventato, visto e raccontato, in un puzzle in cui alla fine più che un luogo si riconosce la mappa mentale di un percorso, in parte studiato e in parte casuale.
    Intanto il vento lucida il cielo e lo sguardo scivola lontano, alle strade mostrate nei film, a quelle finite dentro ai romanzi, ai grattacieli azzurri di Manatthan e, appena prima, all’imponente ponte di chewingum.

    13 marzo
    Ny Pubblic Library (la scrivania di Dickens), Time Square, una lunga camminata in Central Park (le prime fioriture, “son tornate le anatre”), sbucare nell’Upper West Side e percorrere la riva dell’Hudson, il caos urbano di Hell’s Kitchen, Chelsea e ancora Gramercy: oggi sotto i nostri occhi Manhattan che cambia faccia e si mette in posa, a ogni angolo.
    Il bello di infilare passi uno dietro l’altro scegliendo una direzione ma lasciandosi portare dall’ispirazione del momento.
    Quando torneremo a casa, avremo scarpe da risuolare. But you are in New York City, baby!

    14 marzo
    Passare da Manhattan ad Harlem percorrendo la Fifhty Avenue è come fare un viaggio spazio temporale in qualche manciata di chilometri. Poco prima sei tra i benestanti dell’Upper Est Side a sorseggiare matcha tra un negozio per manicure e uno dei mille fiorai e un attimo dopo le strade si fanno larghe, confuse, rumorose, la gente parla forte e sembra avere un’energia debordante.
    Dopo prendiamo la metro ed ecco Chelsea e il suo storico Market. E poi le strade pittoresche di Greenweech village, i locali pieni di giovani che mangiano ostriche ai tavolini dei dehors. Ci sono così tante cose in pochi isolati che impiegherò un tempo molto più lungo di questo viaggio, per mettere in ordine le sensazioni e le impressioni che sto collezionando qui. Forse per questo motivo chi visita New York sostiene che è una città che ti resta appiccicata addosso: è così densa e intensa ed enigmatica che non la si può comprimere nel tempo che le destini.

    15 marzo
    Se come dicono (e scrivono sui muri) New York è uno stato della mente,  Coney Island è una specie di sobborgo onirico. Uno di quei posti che, dopo esserci stato, ti chiedi se esista davvero. Con le sue giostre in disuso, la ruota panoramica che spicca sul bordo dell’oceano, le montagne russe che lambiscono la sabbia chiara battuta dalle onde. C’è la musichetta del luna park anche se il luna park è chiuso, c’è odore di salsedine e i gabbiani che tagliano il cielo.
    E poi ancora Brooklin, la skyline di Manhattan dalla Brooklin Heights Promenade, la sua vita pulsante, i locali pieni di persone con un pc e una bibita e le donne che leggono al sole sui gradini delle case in mattoni rossi.
    Noi camminiamo, attraversiamo quartieri, incontriamo gli sguardi della gente, assaggiamo bagel e piatti etnici, beviamo matcha e caffè e lasciamo che una pellicola infinita ci sfili senza sosta sotto gli occhi.

    16 marzo
    La Hight Lìne è una lunga passeggiata urbana sui binari di una vecchia linea ferroviaria. Gli scorci tra edifici e grattacieli sono da mettersi comodi su una panchina e lasciar fare alla città. 
    Ecco, la sensazione che mi ha fatto NYC: puoi metterti comodo e lasciar fare. È lei a venirti incontro mentre infili un passo dietro l’altro senza troppa attenzione alla direzione. Tu guarda, annusa, ascolta. Parla se puoi con le persone. Incrocia i loro sguardi. La Hight Line ti porta dritto all’Hudson River, alla sua acqua grigia che lambisce la passeggiata e di colpo ti torna in mente che sei su una penisola che si affaccia sull’Oceano. 
    Poi ancora Greenwich village, tra i minuscoli negozi di dischi e strumenti musicali, tra le librerie che vendono libri usati e le caffetterie piene di gente che ti dà l’impressione (probabilmente spesso illusoria) di essere al posto giusto nel momento giusto a fare la cosa giusta.
    E di nuovo non ti resta che posare lo zaino, ordinare qualcosa da bere e provare a indovinare tutte le storie che ti gravitano intorno.

    20 marzo
    Abbiamo fatto quasi 150 chilometri a piedi in sette giorni.
    Non si può dire che New York non l’abbiamo percorsa in lungo e in largo, facendoci guidare più dall’ispirazione del momento che da un piano ben preciso (che ci eravamo fatte, con la perfetta consapevolezza che l’avremmo disatteso).
    Di questa città mi porto a casa che è una città facile, molto più di quanto immaginassi. Me la facevo più caotica e incasinata, più ostile. Invece non credo di aver mai incrociato tanti volti sorridenti come in questo viaggio. Mi sono interrogata a lungo su quanto possano essere diverse la vita di una newyorkese e la vita di una come me, che sta ai confini dell’Impero; quasi come trovarsi su pianeti diversi. Quell’incessante flusso di persone, così diverse, che ti fa essere uno di nove milioni: rassicura o annichilisce?
    Mi ha colpito, tra le altre cose, l’esorbitante quantità di schermi che si trovano in giro – nella metropolitana, per le strade, nei locali. Come se il reale non bastasse, come se servisse una sovrapposizione continua di piani, un caleidoscopico proliferare di storie.
    Mi sono chiesta: come si fa a non perdersi? Una cosa di certo mi mancherà: il primo caffè al mattino, sedersi alla vetrina di un bar e guardare la gente passare. Prendere appunti, o non pensare a nulla. Lasciar sfilare tante vite, provare a immaginare. Ho capito quanto mi serve: uscire da me, dai miei soliti circuiti neuronali, dai ricordi e dalle proiezioni. Diventare uno degli infiniti possibili punti di vista sul mondo.
    Del resto, non è per questo che si legge, si viaggia, si va al cinema?
    E di questo New York è maestra: del portarti altrove, chissàdove, mentre sorseggi un caffè al tavolino di un bar. Mentre altre persone intorno a te telefonano, leggono, scrivono, ascoltano musica, chiacchierano, lavorano al pc, discutono di affari, osservano altre persone fare le stesse cose e altre cose, come in un gioco di specchi. Come essere una storia dentro un’altra, dentro un’altra ancora. E così via fino a scordarsi da dove si era partiti.
    Anche solo per questo motivo, grazie New York: spero che il nostro non sia un addio ma un arrivederci.






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  • Quando la Montagna era in arabo

    On: 30 Aprile 2024
    In: quando la montagna era nostra
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    Qui mi dovete credere sulla parola perché la copertina verde porta il titolo “Quando la montagna era nostra” e il ghirogo sopra è il mio nome e cognome.
    Il libro è stato tradotto in arabo e presentato al Salone del libro del Cairo.
    Dalla mia casupola tra i monti alle Piramidi ne ha fatta di strada, questo ragazzetto di carta… e io resto a guardare il suo viaggio, grata per questa nuova tappa.

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  • Chissà se ci sono gazze e mamme, sulla luna (istanti rubati a #febbraio2024)

    On: 30 Aprile 2024
    In: istanti rubati
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    15 febbraio
    Intorno alle alle cinque, in casa nostra, Alexa fa un annuncio: Promemoria, andare dai polli.
    I bambini scendono con le giacche peggiori e gli stivaletti e armati di pazienza e una carriola portano i polli dal prato, dove si sono sollazzati durante il giorno, al pollaio. Sono galline giovani, non hanno capito ancora come andarci da sole e non sopravviverebbero, la notte, agli agguati delle volpi, delle faine. Forse dei lupi.
    Spesso li guardo dal balcone. I frulli di ali e le zampate che si prendono in faccia. Le rincorse. Gli agguati giocosi del cane. Come ridono. Le tattiche messe a punto per non farli scappare.
    Amano fare questo più che studiare, e io li rimprovero, ma penso che anche questo è un bel compito: mettere al sicuro chi da solo non può, portare a casa le uova per farci una frittata per cena.
    Sono giorni di caldo oltre misura, per essere febbraio. Tutto è fango intorno a casa. Si va a camminare con gli stivali perché pare di muoversi tra le sabbie mobili. E nelle sabbie mobili ci siamo davvero: per averne contezza basta aprire un giornale, sbirciare una polemica sui social. C’è un’energia pesante, mi sembra. Qualcosa che impasta i pensieri, li intride, li tira in basso.
    È solo una sensazione mia?
    Ieri notte ho sognato un fiume scuro che si inabissa e tanti che davanti a me ci si buttano, veloci, tenendo il fiato per non sentire il freddo. Io resto a riva, non sapendo dove mettere le mie cose: dove lasciare i vestiti, il telefono, gli anelli?
    Chiamavo, chiedevo: dove le lascio le cose? Dove sono le cose di tutti?
    Eppure sembrava salvifico andare, buttarsi: un rito necessario.
    A che mi servivano tutte quelle COSE?
    Che cosa ci serve DAVVERO?
    Ci preoccupiamo di tanto, di continuo. Eppure -mi dico- come vivremmo bene se bastassero quelle poche, minime certezze: qualcuno che al mattino ci accompagna al sole a lucidarci le piume e che la notte ci tiene al sicuro.

    21 febbraio
    “Per Biofobia si intende qualsiasi atteggiamento negativo nei confronti della natura”. Un recente articolo su Internazionale dice che è sempre più diffusa e che aumenta con la lontananza dell’uomo dalle aree naturali. Dice che è pericolosa per la tutela dell’ambiente. Io dico che è pericolosissima anche per chi la prova, che vive cento volte peggio di come potrebbe.
    Per curarla si fa così:
    bagni di neve (se ancora si trova)
    notti nel bosco
    sguazzare negli stagni
    docce di pioggia
    piedi nudi nell’erba
    giocare a palle di fango
    impacchi di muschio
    lampade di luna piena
    scorpacciate di mirtilli selvatici
    avvistamento di pipistrelli
    intrattenersi coi ragni
    arrampicarsi sugli alberi
    seguire i gatti all’imbrunire.
    E ripetere almeno venti volte al giorno, mattino e sera, che siamo fatti di terra. Questo siamo: ambiziose graziose estrose marionette di terra.

    22 febbraio
    Se vuoi che i ricordi non svaporino devi visitarli ogni tanto. Devi visitarli come si fa con le vecchie case abbandonate. Armata di una torcia frontale cercarli di notte, in quella terra di frontiera tra la memoria e il sogno.
    Io lo faccio spesso. Cammino sui pavimenti logori e aspetto le voci che mi vengono a stanare. Apro il forno in cucina, sento i profumi. Accendo lo stereo e riascolto quella musica. Ogni volta trovo qualcosa che non sapevo ci fosse. Qualcosa che un tempo era lì, invece, è andato perso per sempre. Nel chiaroscuro dell’alba esco in balcone. Mentre la prima luce dirada il buio, accendo una sigaretta – dentro i ricordi lo faccio spesso. Tra i cerchi di fumo cerco con gli occhi quello che c’era.
    Sono organismi viventi, i ricordi. Alcuni ti aspettano come cani fedeli accucciati davanti al portone. Altri sono solo uno sguardo giallo nella penombra – un sorso di fumo e son persi.

    (Febbraio e io)
    Osservatorio astrologico
    Ci ero già stata, ma per la prima volta ho osservato la luna. La superficie lunare. I crateri da impatto, le ombre che proiettano i monti. Gli avvallamenti.
    Era come starci sopra, camminare le strade del cielo. Ogni tanto mi chiedevo: ma sarà vero? Non sarà mica un cartonato messo lì tanto per illuderci che ci sia altro e irraggiungibile, come in un planetario Truman Show? Naturalmente poi ho pensato a tutte quelle cose dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande e di come è difficile, lì in mezzo, trovare la misura. Mettere in scala quello che siamo e, soprattutto, quello che non siamo.
    E se davvero l’universo si spegne? Ho chiesto al povero ragazzo che ci spiegava le stelle e i pianeti, vessato dalle mie mille domande.
    Non ci saremo per vederlo, mi ha risposto.
    E anche quella mi è sembrata, lì per lì, una certezza fuori scala.
    Con febbraio ho un rapporto faticoso da 19 anni ormai, dall’ultimo febbraio che la mia mamma ha visto da qui.  È un mese che sento arrivare da lontano, che comincia già in gennaio a raschiarmi in gola, a solleticare quella mia sempiterna propensione a parlare con l’invisibile, a chiamare a raccolta le voci che non passano dall’udito. Febbraio mi rende esperta traduttrice di silenzi.
    Intanto, i minuti di luce sono cresciuti come monete nel salvadanaio, è caduta pioggia e pioggia (finalmente), le gallinelle hanno preso a fare molte buone uova. Le gazze che vivono in cortile si son messe a ingrandire il nido di fronte alla finestra della mia camera da letto. Quando sono alla scrivania le guardo lavorare instancabili. Vanno e vengono di continuo. Chissà quando riposano. Chissà come la vedono, da lassù, la luna.
    Chissà se ci sono gazze e mamme, sulla luna. Le leggi della fisica dicono che no – ma anche questa mi sembra una certezza fuori scala.


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  • Baia di Kotor, luci intermittenti e una musica fortunata (istanti rubati a #dicembre2023)

    On: 13 Febbraio 2024
    In: istanti rubati, la mia vita e io, viaggi
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    13 dicembre
    Federico ha messo le lucine sull’abete in cortile. Sono gialle e intermittenti e quando le guardo di notte -le vedo anche dal letto- mi sembra che la notte sia più larga, spaziosa. Ci stanno dentro più cose.
    Quest’anno il freddo lo sento più forte. Non so se è solo una questione di temperatura o di me che invecchio. Non credo. Mi copro, strati su strati. Eppure. C’è un’umidità che passa attraverso i tessuti, la pelle, le ossa. A volte vorrei qualcosa che mi rendesse impermeabile.
    È che certi bocconi -anche se non sono destinati precisamente a te- hanno un gusto talmente cattivo che viene da pensare che siano medicine. Ma se poi non lo sono? A che servono, se non curano?
    C’è nebbia e starla a guardare dai vetri mi piace. Leggo Baricco, James Still e Thich Nhat Hanh.
    Leggere alza la mia temperatura interiore. Come aprire una mappa, disegnare una strada. Come chiamare un’amica. Come stravaccarmi sul divano coi bambini e dire: Scegliete un bel film in tv. Come dicembre, quando si fa tana in cui rannicchiarsi. Come piangere quando fa bene. Come guardare le luci sull’abete – accese spente accese spente – il buio che dura un battito di ciglia.
    (Felice Santa Lucia a tutti)

    24 dicembre
    Per un paio di giorni ho guardato il mio albero dalla stanza da letto: influenza. Me ne sono stata sotto le coperte in uno stato di dormiveglia. Avevo bisogno di questo. Riposo. Letargo. Ne ho bisogno ancora, a guardare bene.
    Quando mi sento meglio, leggo. Assaporo con lentezza quella meraviglia che sono i racconti di Rick Bass (La vita delle rocce). Scrivo biglietti di Natale. Scrivo messaggi di auguri.
    Luce!, dico. Luce!, scrivo.
    Ma lo so, lo sento, che alle volte quello che serve è fare tana nel buio.
    Raccogliere le gambe al petto, stringerle con le braccia. Sentirsi il cuore.E allora anche gli auguri sono per piccole cose piene di significato.
    Una bella storia – qualcosa di rassicurante a cui pensare la sera.
    Un letto da cui vedere le luci sull’albero o uno scorcio amico oltre i vetri.
    Una stanza calda – meglio una stufa, qualcosa che brucia, sulla stufa una buccia di mandarino.
    Qualcuno che passa a chiederti: ti porto una spremuta d’arancia?
    Una caramella, un frutto, un cioccolatino – qualcosa di dolce per mandare via l’amaro.
    Una persona a cui vuoi bene che ti scrive: sto meglio.
    Qualcuno che va in farmacia al posto tuo.
    Avere un piano b e metterlo in pratica senza troppi rimpianti, quando certi progetti vanno in fumo.
    Una lettera. Il bosco. Caffè.
    E per chi ha la grazia di avere a portata di mano o pensieri le quattro cose che contano: gli occhi giusti per vederle. Anche per chi, ora come ora, questo lusso non sa proprio cosa sia.
    Davvero, solo questo. Che sia sotto il sole o nel buio a piombo di una lunga notte boreale: avere gli occhi giusti per vederle.
    Auguri a voi.

    27 dicembre
    A te che sei coraggio e vulcanica immaginazione. A te – tutto cuore e capriole tra le nuvole – che da dodici anni ci riempi la vita di Magia…Grazie per essere esattamente quel che sei. Auguri amor mio!#12

    30 dicembre
    Quello che devo imparare, soprattutto quando viaggio: stare con la testa sui miei passi, in asse con il corpo. Non, come son solita, oltre la prossima tappa, a sbirciare tra le immagini della prossima meta. Stai qui, adesso, mi dice la Vita: non è per questo che mediti? Mezzore seduta a gambe incrociate o abbandonata in shavasana e poi? La tua mente resta la solita scimmia che senza vergogna nè saggezza dondola di ramo in ramo.
    Me lo dice in modi diversi, la Vita. Ad esempio: programmavo l’Ammerica e sono sui Balcani. Croazia, Montenegro. Baia di Kotor. Mangiamo arance mele mandarini fichi secchi rotoli di pizza e involtini di formaggio, ascoltiamo Goran Bregovic, beviamo tisane di Rooibos caramel, leggo Lana Bastasic (meraviglia!).
    Costeggiamo la baia di Kotor che è un pezzo di vetro costellato da una strada stretta. Ci perdiamo per i vicoli di tufo seminati di luci e saliamo centinaia di scalini fino ai resti della fortezza di San Giovanni.
    Prenoto una notte alla volta, leggo una pagina della guida alla volta, per la maggior parte del tempo mi scollego da Internet ed evito di cercare info commenti foto suggestioni.  Ogni scalino mi dico: sto qui.
    Respiro. Non penso a ieri, l’ultimo tratto in salita. Non programmo domani, provando a prevedere, premunirmi, prevenire. Mi concedo di immaginare la veduta oltre la curva, tuttalpiù. Il prossimo centimetro sulla mappa.
    E sto qui. Che a ben vedere c’è tutto quello che serve – e molto di più.

    31 dicembre
    Ieri abbiamo camminato sul lungomare di Budva (che a esser sinceri non mi ha colpito granché). Un locale lungo la passeggiata mandava musiche balcaniche e a un certo punto ho visto in lontananza una ragazza orientale -giovane, i capelli scurissimi e lisci tagliati sotto le orecchie – che ballava sulla spiaggia. L’ho vista sorridente, si sarebbe detto felice di quel suo ballo solitario, improvvisato, a pochi metri dal bagnasciuga, a due passi dell’onda. Brava, ho pensato, così si fa. Indifferente al viavai di passanti nel pieno del giorno. Ci sei tu, una buona musica, il mare. Che ti importa se qualcuno ti guarda o nessuno.
    Pensavo questo, mano a mano che mi avvicinavo alla ragazza, quando ho scoperto l’inganno: un uomo la stava riprendendo, o fotografando.
    Rideva e ballava a favore di obiettivo.
    Peccato, ho pensato. E ho pensato quello che vorrei per l’anno nuovo: passi di danza per me. L’entusiasmo e il coraggio di essere quello che sono senza il dubbio di piacere o spiacere a qualcuno.
    Una buona musica, chiedo. Una musica fortunata, potendo. E piedi e pensieri liberi di seguire il ritmo, improvvisando la coreografia.
    Auguri a voi! Che sia un nuovo anno felice.





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  • Vorrei una finestra sopra i tetti

    On: 13 Febbraio 2024
    In: quasi poesia
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    Vorrei una finestra sopra i tetti
    verdi
    sopra le terrazze nude
    dove la vita brulica e ribolle
    dove i gabbiani
    becco nero
    tagliano il cielo con uno strappo
    d’ali
    e di notte la luna araba
    s’affaccia all’oblò
    della mia nave.

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  • mare, Tangeri, un orecchino a forma di piuma e una collanina di semi marroni (istanti rubati a #novembre2023)

    On: 13 Dicembre 2023
    In: istanti rubati, viaggi
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    10 novembre
    Lusso è un tempo senza meta
    nè orologi

    14 novembre
    Giorni così, che qualcosa ti sfugge e non sai cos’è.
    Allora butta le mappe e prova: macchina, radio, strada, caffè.
    Quando la terra finisce parcheggia, scegli un sentiero che carezza il mare.
    Camminagli al fianco, fedele, vicino, onda a onda, cuore a cuore.
    Cammina, non importa per dove.
    Speravi il sole, ma guarda come sono più belli, come sono più intense le cose quando è tutto grigio e quasi piove.
    Cammina, chiedi al mare: ci capisci qualcosa, tu?
    Chiedi al mare: là, dove tocchi il cielo, in quel punto preciso, vedi qualcosa di più?
    Lui fa finta di niente, ma insisti.
    Cammina, domanda. Resisti.
    Quello che l’onda prende poi te lo riporta.
    Quello che il cuore nasconde è solo dietro un’altra porta.

    16 novembre
    Nella prima foto, che ha qualche anno, c’è lo sguardo innamorato con cui ti tieni vicino le cose che ti stanno a cuore – gli animali, la natura, le persone che ami.
    (Nella seconda foto c’è l’impazienza con cui aspetti di mangiare il sushi).
    Amore mio, che quello sguardo sul mondo pieno di accogliente e generosa tenerezza ti accompagni sempre e renda il tuo futuro un luogo che vale la pena esplorare, giorno dopo giorno.
    Felicità!#13anni

    24 novembre
    Sono stata la prima volta a Tangeri più di venti anni fa. Anche venticinque. Avevo gli anni di quando parti in scarpe da ginnastica e t-shirt e una sacca sulle spalle (proprio come adesso, ma son cambiati gli anni). Comunque: il mio primo boccone d’Africa, era stato Tangeri. Ci ero arrivata in traghetto da Ceuta con un’ansia da scoperta da esploratore del Nuovo Mondo. E si è marmorizzata nella mia memoria come un’oasi bianca di luce lattigginosa e verde di palmeti e ulivi. E tutto quel blu che riempiva il cielo e colava dappertutto.
    Ci torno oggi. A cercare uno sfiato ai giorni. A perdermi per la Medina, respirare gli odori acri e speziati dei Souq. Ci torno sulle orme dei grandi della Beat Generation (Kerouack, Borrowghs, Bowles…), sulle orme della loro fuga dal mondo. E sui passi della me ventenne, i sandali pieni di sabbia, i capelli impastati di salsedine, e tutta la fame nello sguardo. Sono venuta a riprendermi tutto quel blu.

    25 novembre
    Ad Asilah – mezza Marocco, mezza Andalusia – siamo arrivati in treno. Un treno con le cuccette che costeggia pezzi d’Oceano e pezzi di campagna di pecore e pastori. Abbiamo camminato per la Medina tappezzata di murales e tappeti, comprato regali di Natale, guardato bambini in infradito giocare in piazza con un pallone sgonfio; qualcuno urlava Leo Messi, qualcuno si interrompeva di tanto in tanto per piazzare souvenir ai turisti di passaggio. Abbiamo ascoltato il Muezzin chiamare alla preghiera, uomini scalzi davanti alla moschea, abbiamo incontrato giovani che vendevano fumo e tè alla menta, biscotti al cocco e hashish.
    Abbiamo mangiato zucchero filato rosa sotto nuvole di zucchero filato bianco. Abbiamo ripassato inglese e geometria nei tempi morti. Abbiamo guardato i cavalli galoppare in spiaggia, le donne con il velo e le mani decorate con l’hennè.
    Alla sera, di fronte a una luna-lampione appesa sul mare, ho pensato come fa bene, ogni tanto, sentirsi solo uno degli infiniti possibili punti di vista.

    26 novembre
    Oggi abbiamo imparato che l’esploratore tangerino D’Ibn Battouta nella prima metà del 1300 ha percorso un viaggio di 100mila chilometri lungo 29 anni tra Africa Europa e Asia. 29 anni in viaggio: ma ci pensi?
    Quando si dice che Casa è il mondo…Abbiamo camminato parecchio anche noi (qualcosina meno di lui) e ho capito che potrei passare giorni così, osservando i berberi vendere barbabietole e cipolle negli anfratti della kashba e i turisti leggere Erich Fromm di fronte a un tè verde tra gli alberi di arance. Giorni a starsene così, spettatori delle vite altrui.
    Mi sono regalata un orecchino a forma di piuma e una collanina di semi marroni. Li ho scelti su una bancarella per avere un ricordo, senza pensare, e ho capito dopo che è quel che mi serve adesso: un po’ di leggerezza e qualcosa che mi ricordi che è nel buio che si germoglia.

    28 novembre
    Quando si torna da un viaggio, sempre si porta a casa qualcosa.Nei giorni trascorsi in Tangeri, Lemuele e Eliandro si sono presi cura di un gattino che viveva per strada, nei vicoli intorno al nostro albergo. Di ogni pasto mettevano da parte bocconi, avvolgendoli nei tovagliolini di carta e mettendoseli in tasca. Andavano a cercarlo e gli spezzattavano il cibo davanti, perché il gattino aveva un problema evidente alla mandibola. Restavano con lui per un po’ e ci tornavano ogni volta che potevano.Il gattino ci ha messo niente ad abituarsi a loro, alle loro cure, a camminargli incontro quando li vedeva arrivare per strusciarglisi contro i polpacci.
    Al momento di partire, lo hanno abbandonato con il cuore pesante, dopo averlo affidato a uno dei ragazzi che lavora in albergo. Si sono studiati una frase di inglese per chiedergli di prendersi cura di lui.
    Mi porto a casa anche la loro faccia triste mentre ci allontanavamo dalla Medina, la sera già alle calcagna, i loro sguardi lucidi fuori dal finestrino.
    Gli avete regalato tre giorni più belli di quelli che avrebbe avuto senza di voi, ho detto loro, cercando di consolarli.
    Ma la ragione a volte non basta. Non basta quasi mai. Bisogna tenersi cucito addosso un po’ di dolore, qualche volta, prima che il tempo e la vita lo trasformino in qualcosa d’altro.
    Qualcosa che dica di quello che siamo.








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  • Ringraziamo sempre, quando torniamo a una casa con un fuoco acceso (istanti rubati a #ottobre2023)

    On: 13 Dicembre 2023
    In: istanti rubati
    Views: 313
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    2 ottobre
    Ogni tanto vorrei uscire da me.
    Fare due passi in giro,
    portarmi a spasso.
    Sentire il mondo
    senza il filtro della mia voce.
    Guardarmi vivere – nè più nè meno
    di come vedo il tasso,
    la foglia del faggio sospesa in ottobre,
    l’orlo sfilacciato della sera che sfiora l’erba azzurra.
    La favolosa vertigine
    del cielo
    frullato di stelle
    sulle cime dei montia
    ppuntiti come spilli.

    4 ottobre
    Un autunno travestito da estate.
    Mi alzo prima dell’alba controvoglia, aggrovigliata nei sogni da cui riemergo a fatica, cercando a tentoni il filo d’arianna che mi riporti nel mondo.
    Lonesome Dove con il primo caffè. Sono alle ultime tappe del viaggio, un viaggio di quasi mille pagine e già mi chiedo come farò senza tempeste di sabbia al tramonto, senza mandrie da spostare al Nord, risse, bordelli, senza whisky da bere a sera intorno al fuoco.
    Come farò senza Gus?
    Salgo sul treno verso l’ufficio ma sono in una prateria senza orizzonte tra Texas e Montana, in un autunno che pare estate e niente è proprio come sembra, come sempre. Ma ogni tappa del viaggio ti insegna un modo di andare, anche quando hai gli occhi pieni di sabbia e cammini verso qualcosa che non sai mettere a fuoco. Ti insegna dove è sicuro fermarsi a rifiatare e quali sono le persone che ti vedono davvero, anche in una notte brumosa e senza stelle in Tennessee.
    “-Dove sei stato negli ultimi quindici anni?
    -Quasi sempre a Lonesome Dove. Ti ho scritto tre lettere.
    -Mi sono arrivate. E cosa hai concluso in tutto questo tempo?
    -Ho bevuto molto whisky.”

    19 ottobre
    È arrivato il freddo, per fortuna.
    L’altra sera abbiamo acceso il camino, bentornato Autunno.
    È finita l’invasione di cimici, le ultime non sono più baldanzose e scattanti ma barcollano sulle zampe in cerca di tepore. L’edera arrossa e ingiallisce l’acero giapponese. Le tartarughe sono scese nelle loro stanze invernali.
    Tremo all’idea di aprire un giornale. Di trovare sui social slogan, frasi fatte, la solita gara a chi picchia più duro. Come allo stadio, come se il risultato definisse un premio, una qualificazione. E non tutto quello spavento, tutto quell’orrore.
    Cosa si può fare?
    E chi lo sa. Poco. Niente. Forse solo il silenzio. Vedere (ma davvero) quello che c’è. Ascoltare.
    Cerco come posso di tenere dritta la barra, come tutti, come posso. Cammino. Scrivo. Yoga. Leggo. Tennessee Williams, Tatiana Tibueleac, Chandra Livia Candiani. Preparo viaggi con il terrore di questo mondo sempre più piccolo, ostico, sempre più inaccessibile. Confini che si stringono come cappi, frontiere impenetrabili. E tutte queste bandiere, tutte queste bandiere che abbaiano al vento. Non era mica così che l’avevamo pensato.
    Stasera torno a casa, ringraziando il cielo trovo il fuoco acceso. Ringraziamo sempre, quando torniamo a una casa con un fuoco acceso.

    29 ottobre
    Ho letto da qualche parte che quella di stanotte era la luna del lasciar andare.
    Del fare pace con i cambiamenti, con le trasformazioni. Con questa pasta di cui siamo fatti che tiene la sua forma poco più a lungo di un’onda sulla battigia. E poi si fa altro, altrove.
    Mi avrà guardata piena di compassione: io, la meno adatta delle sue creature, la meno preparata ad assolvere il compito. Mi avrà guardata con lo stupore dell’entomologo davanti al tarlo, che nasce e vive in un cassetto.
    Lasciar andare, ripetuto come un mantra, mentre parlottava il gufo come tra sè e una luce implacabile affilava uno a uno i fili d’erba ai lati della strada.
    Prima o dopo, aprirò il cassetto.

    31 ottobre
    Questa notte chiedo consiglio alle ombre,
    allo scompiglio,
    ai silenzi sulla soglia,
    all’oscuro groviglio che
    al buio germoglia.
    Chiedo perdono al dolore
    per non saperlo ascoltare,
    chiedo perdono al tempo
    per non lasciarlo andare.
    Sulla credenza
    vicino a una candela accesa
    appoggio il cuore,
    in attesa
    delle Voci che vengono
    senza rumore.
    (Felice Halloween)

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  • il vento di tramontana porta al largo e non restituisce (istanti rubati a #settembre2023)

    On: 11 Dicembre 2023
    In: istanti rubati
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    5 settembre
    Esco a camminare presto. Quando il sole comincia la sua scalata all’orizzonte le persone si fermano sul lungo mare. Immobili, come per un sortilegio. Fanno Oh. Fanno una foto.
    Mi piace, quell’Oh di piccola meraviglia.È un periodo dell’anno in cui è difficile restare nel qui e ora. I pensieri vanno ai progetti dell’autunno, la mente è il batacchio di una campana suonata a festa.
    Mi sforzo di tornare a questo momento. Ai due ragazzi vestiti uguali accovacciati sugli scogli, all’uomo che si tormenta le mani con lo sguardo a qualcosa che vede lui solo, al gusto del primo caffè bevuto al tavolino di un bar con le tovaglie azzurre, all’odore di vegetazione mediterranea che è lo stesso della Spagna dei miei vent’anni. A quell’Oh di piccola meraviglia di cui dovrebbero esser pieni i giorni.

    6 settembre
    Non lasciate palloni o materassini sul bagnasciuga, ha raccomandato ieri il bagnino. Il vento di tramontana porta al largo e non restituisce, ci ha spiegato.
    Stanotte, dal nostro appartamento al sesto piano, il vento era una enorme mano aperta capace di sbriciolare palazzi e montagne, scogli e colline. Era un mantice pronto a gonfiare i sogni di profezie e presentimenti.
    Al mattino, però, nessun Armageddon. Il mondo era al suo posto, il cielo di un azzurro che stranisce gli occhi.
    Un uomo molto avanti con gli anni faceva il saluto al sole, inchinandosi al mare.
    Per cosa ringrazi?, avrei voluto chiedergli.
    Cosa lasci andare?
    Ancora giorni di tramontana, ha detto la radio, mentre bevevo il caffè nel bar con le tende svolazzanti.
    Mi è tornato alla mente il bagnino, il suo monito: Niente cose leggere a riva, che questo vento porta via. Io ho deciso che qui, sul confine tra terra e mare, sotto il cassetto dell’onda, ci metto in fila le mie cose pesanti.
    Forza allora, Tramontana. Qui c’è cibo per i tuoi denti. Vediamo che sai fare…

    7 settembre
    Settembre al mare è stare sul bordo assolato di una piscina: molleggiare sul trampolino, talloni su, braccia stese in avanti.
    Sotto, tutto si agita, ti confonde, ti attira e ti respinge; tu prendi tempo. Questa mattina, caffè al bar Sport, davanti alla vecchia insegna Strada per Carri Barocci. Sono seduta fuori. Il proprietario esce a servire i clienti e a ogni giro borbotta scocciato che da domani metterà il carrello che non si serve fuori prima delle otto e mezzo. Nessuno ci fa caso.
    Due donne dietro di me parlano di emorroidi, i due che se ne sono appena andati litigavano per il giornale, ma per finta. Io sto qui, ascolto. C’è ancora bel tempo.
    Molleggio sulle ginocchia, distrattamente. Inspiro, espiro. Prendo le misure. Non ho nessunissima fretta di andare.

    25 settembre
    Quando parti pensando di andare a presentare un libro in Calabria e trovi ad aspettarti un mondo. Mare, chilometri di spiagge, di notte le lampare, borghi di pescatori, montagne, i boschi accoglienti e odorosi della Sila. Gente orgogliosa che crea reti, inventa, collabora, si dà da fare. E se non bastasse, quell’ospitalità che scioglie le resistenze. Quell’apririti le porte, cucinarti qualcosa di buono, invitarti a una tavola semplice in un posto dove si conoscono tutti e nessuno resta fuori da una pacca sulle spalle, uno scherzo, due risate.
    La grandezza delle piccole cose: uno scorcio che si apre, un panino caciocavallo e ‘nduja, il vento caldo che viene dal mare, una crostata fatta in casa regalata col caffè, un attimo sottile (quasi non si vede) di commozione, sul confine fragile tra estate e autunno. Quel Benvenuto che ti accoglie e che, lo senti: non è mica solo una parola. Grazie.

    “e a sera, quando ai balconi c’è un sonno di garofani,
    due stelle bizantine
    s’affittano una stanza
    nel cielo della piazza”
    Franco Costabile





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  • Due miracoli insieme (istanti rubati ad #agosto2023)

    On: 11 Dicembre 2023
    In: istanti rubati
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    1 agosto
    Luce d’agosto.
    Tre parole per dire un mondo. E la superluna dello storione, stasera: l’aspetterò a occhi grandi per vederla comparire, quando il giorno si fa sottile e la notte lo fascia con la sua sottana.
    In bilico tra giorno e notte, i piedi nell’erba, i sogni accesi e proiettati sul lenzuolo sterminato del cielo.
    Due miracoli insieme: esser vivi e saperlo.

    10 agosto
    Che estate strana.
    Da qualche giorno in montagna c’è un freddo che ho raddoppiato le coperte sul letto e la sera, se esco, infilo una sull’altra buona parte delle cose che avevo in valigia. Ma, dicono, le temperature saliranno. Farà di nuovo caldo, dicono.
    Intanto l’arcobaleno dopo il temporale è doppio e affonda i piedi a valle, dove scorre il fiume – sarà lì la pentola piena d’oro? Tra i pesci guizzanti, le pietre lisce, tra le onde fredde e inafferrabili?
    Intanto mi hanno regalato un mazzetto di fiorellini che riempie la stanza di bosco. Ascolto Johhy Cash e leggo Truman Capote e l’arpa d’erba qui risuona più che mai, sui sentieri orlati di sassi, tra i rami del melo, nella preghiera che stilla dalla fontana, tutte le voci che mi hanno preceduta e mi accompagnano e mi accompagneranno – quest’arpa fatta di sussurri che sono tutti pieni di tenerezza e dicono parole d’amore e mistero e dicono La pentola piena d’oro è qui, l’oro è qui, non cercare tra i pesci del fiume, né su, lassù, dove la gobba indaco solletica il cielo.
    L’oro è dove i tuoi occhi si abbeverano, nell’odore di ciclamino, tra le foglie dove il cuore gioca a nascondersi, nel respiro lungo del mondo. È dentro questo vento leggero di voci che suona la sua arpa dei prodigi tra l’erba ancora verde di agosto.

    14 agosto
    Traversata Rifugio Lancia – Rifugio Papa sul sentiero 105.
    Un sentiero lunare, dove abbiamo incontrato più animali che persone. Per la precisione: nove camosci, quattro marmotte, tre rapaci, e poi corvi, farfalle, cavallette, pecore a frotte.
    La notte in rifugio insieme a miliardi di stelle: polenta, crauti, partite a pinnacola, un letto a castello e prima un tramonto lento, lento, un tuorlo arancione che cola tra le cime sovrastato da un veliero di nubi.
    Chilometri di montagna brulla che ha ascoltato i litigi e le le paci e le risate e un po’ di fatica e le confessioni (piccole cose di grande importanza).
    Le preghiere tibetane che ballano al vento sulle cime, sopra le croci.
    Le impronte che ci lasciamo dietro, le impronte delle nostre scarpe che adesso si somigliano così tanto da non saperle quasi distinguere.
    Il mio cuore spalancato di gratitudine per questo camminare, ancora e ancora e vorrei sempre, vicini.

    23 agosto
    Sei viandanti su pe’ i monti – oltre i duemilaeduecento con un caldo che non ci si crede per questa quota, un caldo che nella salita ti arroventa le spalle e ti frigge il cervello e pensi che non è proprio possibile, e sai che sei un privilegiato in questo momento, che non sei a boccheggiare in città. Ma che comunque così non va bene.
    Al rifugio, tempo per leggere Jhon Fante, per giocare a carte, esplorare i dintorni, coccolare tre agnellini nati da un giorno. Salire alla Croce per incontrare un tramonto color dello spritz, sentire i tuoi figli e il loro amico guardarsi intorno e dire Questo è il Paradiso, e pensare che se sanno cogliere la preziosità di un momento come quello, forse, le cose andranno meglio, forse andrà tutto bene.
    Le gambe stanche, la cena ricca, il rito semplice e salvifico di sfilare gli scarponi.
    I letti a castello nella camerata, la luce che si spegne alle 22, il bagliore che ancora viene da fuori – la notte piena di cose che possiamo solo percepire, laggiù, da qualche parte.
    Svegliarsi al mattino in un silenzio pieno, sotto un cielo senza nuvole, compatto, senza increspature. Pensare come mi serve, tutto questo spazio.
    Pensare di berselo a sorsi, il cielo: svuotarsi di tutto, riempirsi d’azzurro. Forse andrà bene.

    27 agosto
    Fine agosto. Restare quando gli altri vanno.
    Paese di montagna che si spopola. Estate, ciao. Adesso ti defili, poi magari torni, un’improvvisata nel cuore di settembre. Nuvole scure e temporali invadono il cielo e le conversazioni di chi rimane.
    Risale il brontolio della fontana nella contrada e il cielo di ruggine si popola di uccelli. Le rondini, soldatini sui fili, si danno appuntamento per il viaggio.
    Avete già preparato, voi, i bagagli?
    Avete preso tutto?
    È questa la loro casa o quell’altra, giù giù nei cieli-senza-fine d’Africa?
    È l’estate, la loro casa. E la mia?
    Oggi è qui, in questo principio di autunno in anticipo sul calendario, sacche di tempo solitario, erba che sbiondisce, odore di legna dai camini. Le voci degli amici ancora nell’aria.

    28 agosto
    Mi tengo queste ore tra le dita, ne faccio un lenzuolo.
    Mi terrà al riparo dalle piogge d’autunno, dalle recrudescenze del caldo, da tutte le nostalgie che certe sere mi sfilacciano il cuore come un lavaggio sbagliato.
    Mi tengo questi giorni come amuleti, foglie d’edera intorno alle dita che si fanno anelli – pietre preziose i momenti in cui mi sono fermata a guardare, ascoltare. I rari momenti in cui ho saputo osteggiare il bisogno cocciuto di riempire il tempo, affollarlo di impegni, rimpicciolirlo nel tentativo di dilatarlo.
    Faccio dei giorni un rifugio, una tana, per tornarci quando la sera mi precipita sulla nuca come un sipario e il mio cuore infeltrito chiama in preghiera la luce dei boschi.

    30 agosto
    “Uscì sulla veranda e si sedette. La notte era piena di suo padre”.
    La notte è sempre piena di qualcuno, e alle volte anche i giorni.”Aspetta primavera, Bandini” me lo aveva regalato la mia mamma, una o due vite fa, a occhio e croce. Lo rileggo in questi posti che erano suoi, che ora sono i nostri.
    Sono in Vallarsa, ma sono in Colorado. È estate ma c’è la neve. Tanta neve, muri di neve, nonostante il caldo.
    Le montagne sono verdi ma sono anche “un gigantesco abito bianco caduto come piombo sulla terra”.
    Ho pensieri di un quattordicenne che si affaccia alla vita, il suo amore straziante per una giovane italiana espatriata, ” Rosa: carta stagnola e cioccolatini, odore di un pallone da calcio nuovo, legnata in porta, corsa vincente alla casa base”.
    Ho i miei sentieri da percorrere, queste pietraie e questi boschi, e gioco a indovinare i pensieri di mia madre quando mi ha regalato il libro, dopo averlo letto. Forse nemmeno li indovino; forse, semplicemente, li so.
    Sarà che qui mi è più facile, da sempre, sentire il tutto che ci tiene insieme. Da qui le distanze sono un gioco di specchi, inframezzi ingannevoli di carta velina.

    31 agosto
    Giornate lente.
    Nella casa sotto la nostra da qualche giorno sono arrivati dei musicisti. Da quel che ho capito, preparano un concerto di fine stagione.
    Li sento dalla finestra aperta come fossi in platea di qualche teatro.
    Leggo i racconti di Eudora Welty – come è possibile rendere la vita così viva e integra e palpitante a forza di parole?
    Bevo caffè, scrivo, guardo un film coi bambini. Aspetto che spiova per andare al bosco, al pascolo all’albero, al ruscello. E poi ancora al bosco, al riposo frondoso e fresco con Settembre che bussa all’uscio di rami e foglie arrossate.
    Incredibile come si mescoli bene al cielo d’autunno il suono della viola e del pianoforte.








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