Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

  • Chiediamo una pagina che non sbiadisce (istanti rubati a #settembre2026)

    On: 15 Ottobre 2026
    In: istanti rubati
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    6 settembre
    Non so cosa sia la nostalgia sfolgorante che a settembre chiama a raccolta ogni altro settembre.
    Chiama stagioni contro il mio volere, riesumandole dal laboratorio clandestino del tempo, assaltandomi sul bordo frastagliato del sonno o nella calma della controra sulla battigia.
    Come onde rivanno e rivengono i giorni passati: orme bambine sul bagnasciuga, passi piccoli, conchiglie in dono, un trillìo di voci, bocche sporche di gelato, salvagenti.
    Si intrecciano i ricordi ai progetti d’autunno, in fila a reclamare attenzione come un esercito di esattori.
    E si intrecciano a quel che leggo: il padre di Richard Ford, grande e grosso sulla sua Oldsmobile per le strade di New Orleans; i versi senza polvere né peso di Mariangela Gualtieri; le luci intermittenti di Tokyo e Taiwan nelle pagine rarefatte di Banana Yoshimoto.
    E me ne sto.
    In questo sciabordio cantilenante di immagini mie e altrui, vissute e inventate, mentre il futuro scalpita nella sua sacca informe e chiama — chiama con la sua voce di settembre.

    16 settembre
    Sono passata da giorni liberi tra i monti e sulla spiaggia ad altri costretta a movimenti cauti, bradipici, per un infortunio alla caviglia.
    Sono tornata alla campagna, a temperature più compatibili con la vita, alla natura che appena percettibilmente vira verso quella meraviglia che è l’autunno.
    Sono tornata all’apprensione per il tanto da fare, giornate da programmare come tetris, alla scuola che riprende, a un libro bellissimo. A progetti nuovi, emozionanti, e a timori nuovi anch’essi, che a volte la sera rosicchiano la quiete.
    Ma, mi dico, è la vita, dolcezza! Si mescola paura con gioia, trepidazione e ansia, eccitazione e pesantezza. La vita è Lila, è invenzione.
    Me lo ripeto ancora – farò, un giorno, un tatuaggio: Lila. Il gioco divino, l’universo che accade non per necessità ma per esuberanza — un respiro che si dà senza calcolo.
    Me lo canticchio la sera, in balcone, quando il buio scende prima e gli occhi cercano punti di appoggio per l’immaginazione e le stelle e la luna… quante parole nuove, che sorprendenti messaggi, terrifici e meravigliosi, compongono in cielo!

    29 settembre
    E cosa chiediamo, noi?
    Chiediamo una pagina che non sbiadisce
    -che sia vita o parole-
    che resti piena, intensa
    radiosa nel cangiante grigiazzurro
    dell’onda,
    che porti più avanti
    i confini
    – ogni giorno.
    Un boccone di luce,
    chiediamo,
    un sentimento incartocciato
    da srotolare piano:
    ecco una mappa,
    la segreta mappa degli abissi
    e delle vette
    del cuore.

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  • Ayubowan Sri Lanka (istanti rubati a #luglio2026)

    On: 13 Ottobre 2026
    In: istanti rubati, viaggi
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    2 luglio

    Il caldo svapora i pensieri.
    Le notti hanno spigoli e ampie risacche dove i sogni vanno alla deriva.
    I cavalli scalciano contro le assi di legno e attraverso le zanzariere gli uccelli e il gallo fendono il dormiveglia, anticipando l’alba.
    Il mondo brucia, dicono.
    Senza condizionatore, giochiamo di correnti e tende tirate durante il giorno.
    Per rinfrescarmi, scrivo di montagna. Notte, bufera di neve, il vento che gratta alla porta.
    La sera scendo da basso, cercando refrigerio – mi metto a scrivere al tavolino sotto gli alberi, formiche si rincorrono intorno al quaderno. Oppure salgo in auto, finestrini abbassati, colline intorno, una luna sempre più bianca e vicina, quasi domestica.
    Leggo Le sette lune di Maali Almeida, preparo un viaggio. Incastro notti a spostamenti ma tengo generose sacche di tempo da riempire al momento. I progetti d’autunno reclamano attenzione, ma li spingo più in là. Dopo, dico, dopo.
    Il caldo mi rende più morbida e sonnambula, i pensieri si chiamano a raccolta in una sperduta piantagione di tè asiatica, sulle rive di un fiume che s’infila in un intrico di giungla. Il viaggio comincia prima del viaggio. E finisce non sai quando – finisce?
    Mi scuote il canto di un fringuello, l’abbaio di un cane svegliato da un sogno. Comincia il giorno.

    4 luglio

    Colombo prima dell’alba. Una notte di sonno cancellata, mangiata dal viaggio e dal fuso.
    ​Il tempo di ritirare l’auto a nolo e siamo sotto un diluvio monsonico: guida a sinistra, traffico selvaggio, coltello tra i denti e preghiera sulle labbra.
    ​Kandy è un luogo sospeso e difficilmente codificabile per i nostri occhi occidentali tra lago e colline, assediata dalla giungla. Sulla vetta domina la statua bianca del Bahirawakanda Buddha che tutto vede, maestoso e meditabondo.
    ​Esploriamo le strade caotiche in pieno hangover da mancanza di sonno; incontriamo martin pescatori, varani, galli al guinzaglio e, infine, la pace accogliente di un tempio indù.
    ​Camminare a piedi nudi tra le piccole pozze, con i mantra che risuonano nell’aria, l’amato profumo d’incenso e le offerte di fiori e frutta tropicale: il miglior benvenuto in Sri Lanka.

    5 luglio

    Cose di oggi in ordine sparso.
    Mattina al Tempio del Dente di Kandy dove si venera il Dente di Buddha. La storia insegna come una sacra reliquia possa creare guerre, uccisioni, accordi e colpi di scena (tipo una principessa indiana in viaggio con un Dente nascosto tra i capelli).
    Le preghiere nei tempi, vestiti di bianco, gli inchini davanti alle statue, spaghi bianchi bruciati su distese piccole candele, tra mazzi di incenso.
    Gli sguardi ferventi dei devoti – davvero: se fossi Buddha li esaudirei tutti.
    In un giardino di spezie tra Matale e Dambulla, scoprire come è fatta la pianta della noce moscata e che rimedio contro il freddo è la cannella dietro le orecchie e sotto la pianta dei piedi.
    Per le strade di Sigiryia, pavoni, scimmie, un elefante, carri tirati dai buoi. Terra rossa, polverosa.
    In una strada sperduta di campagna, il tramonto: mare d’erba in movimento, una jeep contro il sole, i riflessi di luce in un rio e la giungla al fondo dello sguardo, e tutto intorno.

    6 luglio

    Un po’ di cose che ho imparato oggi dagli elefanti nel parco naturale di Minneriya.
    Il modo in cui mangiano: arrotolano la proboscide intorno all’erbetta fresca sulle rive del lago, la strappano e poi la sbattono per bene per scartare terra e foglie secche. E poi in bocca.
    Tradotto: il nutrimento va ripulito da ciò che non serve.
    Le rughe regalano autorevolezza.
    Anche se sei osservato da un branco di bipedi estranei, tu fregatene e continua pacifico per la tua strada. Sei più forte di tutti loro, tra l’altro. Ma resta umile.
    La lentezza è di chi non deve dimostrare niente a nessuno. Manco a se stesso.
    Muoviti con calma, senza pestare i piedi a nessuno, ma occupa il tuo spazio. Chiedere scusa per esistere è una pessima abitudine della nostra specie.
    Lascia che la tua tribù venga guidata sempre da una femmina.

    7 luglio

    Cose sparse di un giorno tra giungla e siti archeologici e misteri non del tutto
    Aspettare a un incrocio che passi un esercito di scimmie. Indisciplinatissime quanto noi.
    1500 gradini per arrampicarsi al Lions Parck e trovarsi in un altro secolo, sui resti di una fortezza costruita da un re patricida poi convertita in monastero buddista .
    Fermarsi davanti al cortile di una casa abbandonata piena di cerbiatti (una porta aperta su una fiaba)
    Cercare in un parco pieno di mistero una non segnalata mappa celeste per cercare un ponte di collegamento con l’universo (ma trovare a stento il sito su google… abbiamo ampi margini di miglioramento).
    Arrivare nella casa per la notte e trovare un simpatico novenne che ha insegnato a Eliandro a giocare a cricket.
    Fare altri 1840 scalini tra le meraviglie di Mihintale al tramonto e incontrare due scapestrati bambini cingalesi che infilano le mani tra le offerte per il Buddha e lo ringraziano con ampi inchini prima di intascarseli.

    8 luglio

    Viaggiare è allenarsi a stare nel momento.
    Aprirsi al presente senza programmare il dopo, senza controllare di continuo un percorso o cercare su google maps il posto migliore per una tappa.
    È resistere alla tentazione di correre per vedere quello che viene dopo.
    Aprirsi al viaggio è notare il gesto della donna che al mattino davanti a casa spazzola i capelli neri della figlia in uniforme scolastica.
    Al tempio, è farsi cullare dal salmodiare cantilenante del vecchio vestito di bianco.
    Sulla spiaggia è ascoltare gli oh-issa dei pescatori che tirano una rete a riva. Guardarli sistemare il bottino, scartando meduse e alghe, litigandosi il buono con i corvi.
    È fermarsi in un tempio deserto lungo la strada che nessuna guida segnala. È adornare la statua sorridente del Buddha con fiori di frangipane. Restare un po’, prendersi tempo.
    Dopo giorni tra stupa, pellegrini e terra rossa, è lasciarsi stupire dall’apparizione dell’Oceano Indiano, spazio blu tra barche e palme da cocco – socchiudere gli occhi e catturarlo tra le palpebre.

    9 luglio

    Seduta alla porta del giorno
    seguo il filo dell’onda
    che all’orizzonte diventa
    cielo basso, sbiancato.
    Resto nel gesto del pescatore
    che sfila le reti alla risacca
    mentre il tè scurisce nella tazza
    e al Tempio l’incenso sale dritto
    – e poi si perde.

    10 luglio

    Al tempio indù, questa mattina, celebrazione per la Dea Mariamman, manifestazione di Shakti, legata alla terra e al mare.
    Sulla fronte porta una mezzaluna: dominio sul tempo, sulla mente.
    Dea della fertilità, della guarigione, della pioggia.
    L’ho pregata, tra fumo e tamburi: fammi fertile. Rendi fruttifero il coltivo.
    Al sito archeologico di Vilgam Vihara, pietra bollente sotto i piedi, ci spiegano che l’acqua arriverà, puntuale, a novembre.
    I monsoni conoscono la strada, come gli elefanti — finché l’uomo non ci mette lo zampino.
    Sulla spiaggia di Kuchchaveli, solo noi e i pescatori in lontananza – le capanne, le barche a ridosso della battigia. Granchi in rincorsa sulla sabbia bianca, corvi facciatosta, sciami di libellule.
    In una pozza tra gli scogli, una conchiglia verdeblu, aperta come ali.

    11 luglio

    Lungo la strada ho comprato incensi e un accendino, per bruciarli nel piccolo giardino davanti alla nostra stanza.
    Al mattino mi prendo del tempo per leggere, scrivere, sentire gli odori dell’ultimo buio prima che si ritiri in fretta, sopraffatto dal giorno.
    Chiudo gli occhi e ascolto. Imparo a riconoscere il tappeto sonoro di questo angolo di mondo: colpi di tamburo, la ramazza in un cortile, un muggito, corvi e altri uccelli che non riconosco, il miagolio del gatto che ci ha adottati in questi giorni, il colpo di un clacson, il fruscio delle foglie che si passano segreti, parole di donna che non so decifrare.
    Le onde dell’oceano mi sbalzano su e poi giù, come fa il vento forte con una zanzara.
    Capisco bene le tre ragazzine dai capelli nerissimi che si tengono per mano e a ogni cavallone saltano e cacciano un grido, i capelli meduse scure nella schiuma.
    Nella sonnolenza della sera, seduta in giardino, mi sentirò ondeggiare nello sfrigolio delle foglie della palma, nell’odore di frangipane — un insetto fortunato, in balia di tutto.

    12 luglio

    Gli spiriti sussurrano ai vivi.
    Succede tra le pagine che sto leggendo, Le sette lune di Maali Almeida.
    Nel libro, dall’atmosfera bulgakoviana, ogni luogo è abitato da presenze che non si vedono e che entrano nei pensieri e negli stati d’animo di chi le attraversa.
    Non mi stupisce che questa storia sia stata scritta qui, da un autore srilankese.
    Qui dove il vento ha dita e i corvi una lingua precisa. Qui dove la biro che scivola sul foglio riporta a tratti pensieri presi a prestito.
    Qui dove i sogni sono nitidi, il mantra cantato nel tempio è ipnotico e i tronchi di certi alberi sono così grandi che ci si potrebbe costruire dentro una stanza. Qui dove ogni cosa naturale ha la densa intensità delle cose vive.
    Oggi l’oceano è rimasto alle spalle: abbiamo lasciato i sentieri dei turisti e siamo entrati più a fondo nell’isola.
    Se non credessi agli spiriti, comincerei adesso.

    13 luglio

    [Dicevamo degli spiriti]
    La parola cambia la realtà.
    Lo sanno i Vedda, la popolazione indigena più antica dello Sri Lanka.
    Durante la loro ricerca di miele selvatico, certe parole non vanno pronunciate. La Foresta non deve comprendere la loro paura, i predatori non vanno invocati.
    Cosa fanno, quindi, per comunicare? Usano perifrasi e onomatopee.
    Immaginate la scena: pareti rocciose a strapiombo, uomini che si calano dall’alto con intrecci di liane, immersi nel fumo per stordire le api, in sottofondo i canti di buon auspicio delle donne.
    O immaginateli a caccia, nudi con un arco, a caccia di varani tra le fronde della giungla ombrosa e cangiante.
    Chiamare un elefante non sembra una buona idea. Allora non usano la loro parola per elefante ma parlano di botakanda: «quello dal grande corpo». Lo stesso per l’orso: kalu-munda, o testa nera.
    Tutto questo dentro un rapporto animico, di rispetto e scambio continuo con gli antenati e con lo spirito della Foresta, nella consapevolezza che la parola chiama eventi, spiriti, creature e ridisegna quello che viene.
    In assoluto, una delle immagini più potenti che mi porterò a casa da questo viaggio.

    14 luglio

    Nella nostra nuova casetta gli animali domestici sono un bel gruppo di scoiattoli che ogni sera si rincorre sui tronchi in giardino e un varano che ogni giorno riceve la sua ciotola di riso.
    Cercando un ATM, camminando per le strade di un piccolo paese, abbiamo per caso incontrato un monaco teravada con la sua sgargiante tunica arancione, che si è offerto di aprire il tempio solo per noi, per farcelo visitare.
    La signora di un piccolo negozio che vende beni di prima necessità, vedendoci curiosi, ci ha mostrato come si assemblano le foglie di betel, e voleva pure farcele provare.
    La signora che ci ospita ci vizia con ginger tea, gelati e succhi di frutta tropicale.
    Sul lago artificiale diSenanayake Samudraya, il più grande dello Sri Lanka, ci sono passati davanti coccodrilli giganti, un temibile bufalo selvaggio, elefanti, scimmie e pellicani.
    Gli alberi secchi che emergono dall’acqua, e che vengono totalmente sommersi nella stagione dei monsoni, ospitano stormi di cormorani.
    Sulle giurassiche isolotte abbiamo adocchiato le baracche dei pescatori in barca a vela, che vivono lì per mesi, aiutandosi con fuochi e lampade per tenere lontani i predatori.
    Insomma: questa terra è una storia dentro una storia, dentro una storia e sta facendo di tutto per farci innamorare. Mi sa che ce la fa.

    15 luglio

    Sono belli anche i posti in cui non ci si ferma. Quelli che vedi di sguincio dal finestrino di un’auto.
    La facciata verde menta tra palme e banani.
    Una capanna tra i rami di un albero, un uomo magro in sarong.
    Una stupa bianca nel folto della foresta.
    Una scala a pioli che porta non sai dove, tre scimmie sulle liane e una sui fili della luce.
    Una vecchia donna su uno sgabello che pettina la nipotina.
    Due lampade Vesak con i filamenti che ondeggiano nella luce brevissima del crepuscolo.
    Sono preziose, le scene indovinate, le storie imbastite a partire da un dettaglio: sono messaggi in codice del mondo, esche lanciate all’immaginazione.

    16 luglio

    Arrivare dalla giungla più fonda e disabitata a Ella, così popolata e turistica, è stato un piccolo shock.
    Ma poi: le montagne vicine che le puoi toccare, le piantagioni di tè a perdita d’occhio, l’odore di legna bruciata e frutta matura per le strade, il chai da asporto, la nostra terrazzetta nel verde popolata da scoiattoli e uccelli, la foschia che sale dal basso al mattino e alla sera, e un paio di pratiche yoga in una shala di legno nel bel mezzo della foresta ci hanno fatto sentire nuovamente a casa.
    Ora, mentre scrivo, buio pesto: non c’è elettricità in tutto il paese. Oltre i rami alti spiccano le stelle e farinosi disegni in cielo, si vedono le lucciole, e sembrano cantare più forte certi uccelli notturni.

    17 luglio

    La seconda classe dei treni in Sri Lanka (che poi coincide con la terza) sono carrozze gremite e rinfrescate da ventilatori basculanti appesi al soffitto.
    Sono i venditori che riescono misteriosamente a fare lo slalom tra le persone in piedi con ceste intrecciate stracolme di noccioline salatissime e samosa piccanti.
    Sono le famiglie locali con i bambini al collo e i turisti che si fanno le foto appesi alle porte aperte, i piedi a un palmo dai binari che sfrecciano.
    Sono le persone che si aiutano reciprocamente a scendere alle stazioni da scalette inesistenti, mani che si allungano sui binari per sostenere gli anziani e le donne coi bambini in braccio.
    Soprattutto sono carrozze strapiene, calde, dove le persone accalcate nei corridoi anziché lamentarsi del disagio, cantano ballano e battono le mani coinvolgendo i vicini.
    È sempre questione di punti di vista.

    21 luglio

    “Monsoni e lune piene rendono stupida qualsiasi creatura, soprattutto i ragazzi sciocchi e innamorati”
    Le sette lune di Maali Almeida (Shehan Karunatilaka).
    Ancora Oceano Indiano. Negombo è una bella sorpresa e non solo un’ultima notte vicino all’aeroporto. Abbiamo camminato sulle spiagge surreali e semideserte, le onde gonfie per i monsoni che ringhiano e abbaiano sul bagnasciuga.
    La spiaggia è in gran parte coperta da rampicanti, e gruppetti di ragazzini o coppie di innamorati se ne stanno acquattati all’ombra di una palma o di una barca capovolta, nel vociare dei corvi.
    Fa caldo, molto, anche se ogni tanto uno scroscio di pioggia -improvviso e velocissimo- taglia l’orizzonte in filamenti sottili e lascia pozzanghere che evaporeranno in fretta.
    Mentre si avvicina l’ora del ritorno, non saprei dire quanti e quali semi attecchiranno nei giorni a venire. Quali immagini fioriranno, quali sogni torneranno a visitarmi, quali luoghi si faranno spazio nelle mie personalissime mappe mentali.
    Perché questo fanno i viaggi: mentre macini chilometri e inghiotti bocconi di mondo, lasciano scie, sedimenti, fili invisibili che ti conducono a piccole epifanie quando meno te lo aspetti.
    Per adesso, come da tradizione: Istuthi – Nandri, bella Hope Island.
    A te e ai miei impareggiabili compagni di vita e avventura.
    Ayubowan! – Che tu possa vivere a lungo.

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  • E brillare

    On: 21 Settembre 2020
    In: quasi poesia
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    Mentre sali la cresta di una montagna
    guarda a valle il sentiero percorso.
    Per quanto sia lunga
    ancorala salita, non potrai che ringraziare
    le gambe
    il fiato
    il tuo cuore
    per averti avvicinatoalle nuvole.

    Per averti mostrato che qui
    -fuori dal vociare
    confuso del mondo-
    puoi essere lontana da tutto
    e parte
    di tutto.

    E brillare di smisurata
    e accogliente
    solitudine.



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