Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

mare, Tangeri, un orecchino a forma di piuma e una collanina di semi marroni (istanti rubati a #novembre2023)

On: 13 Dicembre 2023
In: istanti rubati, viaggi
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10 novembre
Lusso è un tempo senza meta
nè orologi

14 novembre
Giorni così, che qualcosa ti sfugge e non sai cos’è.
Allora butta le mappe e prova: macchina, radio, strada, caffè.
Quando la terra finisce parcheggia, scegli un sentiero che carezza il mare.
Camminagli al fianco, fedele, vicino, onda a onda, cuore a cuore.
Cammina, non importa per dove.
Speravi il sole, ma guarda come sono più belli, come sono più intense le cose quando è tutto grigio e quasi piove.
Cammina, chiedi al mare: ci capisci qualcosa, tu?
Chiedi al mare: là, dove tocchi il cielo, in quel punto preciso, vedi qualcosa di più?
Lui fa finta di niente, ma insisti.
Cammina, domanda. Resisti.
Quello che l’onda prende poi te lo riporta.
Quello che il cuore nasconde è solo dietro un’altra porta.

16 novembre
Nella prima foto, che ha qualche anno, c’è lo sguardo innamorato con cui ti tieni vicino le cose che ti stanno a cuore – gli animali, la natura, le persone che ami.
(Nella seconda foto c’è l’impazienza con cui aspetti di mangiare il sushi).
Amore mio, che quello sguardo sul mondo pieno di accogliente e generosa tenerezza ti accompagni sempre e renda il tuo futuro un luogo che vale la pena esplorare, giorno dopo giorno.
Felicità!#13anni

24 novembre
Sono stata la prima volta a Tangeri più di venti anni fa. Anche venticinque. Avevo gli anni di quando parti in scarpe da ginnastica e t-shirt e una sacca sulle spalle (proprio come adesso, ma son cambiati gli anni). Comunque: il mio primo boccone d’Africa, era stato Tangeri. Ci ero arrivata in traghetto da Ceuta con un’ansia da scoperta da esploratore del Nuovo Mondo. E si è marmorizzata nella mia memoria come un’oasi bianca di luce lattigginosa e verde di palmeti e ulivi. E tutto quel blu che riempiva il cielo e colava dappertutto.
Ci torno oggi. A cercare uno sfiato ai giorni. A perdermi per la Medina, respirare gli odori acri e speziati dei Souq. Ci torno sulle orme dei grandi della Beat Generation (Kerouack, Borrowghs, Bowles…), sulle orme della loro fuga dal mondo. E sui passi della me ventenne, i sandali pieni di sabbia, i capelli impastati di salsedine, e tutta la fame nello sguardo. Sono venuta a riprendermi tutto quel blu.

25 novembre
Ad Asilah – mezza Marocco, mezza Andalusia – siamo arrivati in treno. Un treno con le cuccette che costeggia pezzi d’Oceano e pezzi di campagna di pecore e pastori. Abbiamo camminato per la Medina tappezzata di murales e tappeti, comprato regali di Natale, guardato bambini in infradito giocare in piazza con un pallone sgonfio; qualcuno urlava Leo Messi, qualcuno si interrompeva di tanto in tanto per piazzare souvenir ai turisti di passaggio. Abbiamo ascoltato il Muezzin chiamare alla preghiera, uomini scalzi davanti alla moschea, abbiamo incontrato giovani che vendevano fumo e tè alla menta, biscotti al cocco e hashish.
Abbiamo mangiato zucchero filato rosa sotto nuvole di zucchero filato bianco. Abbiamo ripassato inglese e geometria nei tempi morti. Abbiamo guardato i cavalli galoppare in spiaggia, le donne con il velo e le mani decorate con l’hennè.
Alla sera, di fronte a una luna-lampione appesa sul mare, ho pensato come fa bene, ogni tanto, sentirsi solo uno degli infiniti possibili punti di vista.

26 novembre
Oggi abbiamo imparato che l’esploratore tangerino D’Ibn Battouta nella prima metà del 1300 ha percorso un viaggio di 100mila chilometri lungo 29 anni tra Africa Europa e Asia. 29 anni in viaggio: ma ci pensi?
Quando si dice che Casa è il mondo…Abbiamo camminato parecchio anche noi (qualcosina meno di lui) e ho capito che potrei passare giorni così, osservando i berberi vendere barbabietole e cipolle negli anfratti della kashba e i turisti leggere Erich Fromm di fronte a un tè verde tra gli alberi di arance. Giorni a starsene così, spettatori delle vite altrui.
Mi sono regalata un orecchino a forma di piuma e una collanina di semi marroni. Li ho scelti su una bancarella per avere un ricordo, senza pensare, e ho capito dopo che è quel che mi serve adesso: un po’ di leggerezza e qualcosa che mi ricordi che è nel buio che si germoglia.

28 novembre
Quando si torna da un viaggio, sempre si porta a casa qualcosa.Nei giorni trascorsi in Tangeri, Lemuele e Eliandro si sono presi cura di un gattino che viveva per strada, nei vicoli intorno al nostro albergo. Di ogni pasto mettevano da parte bocconi, avvolgendoli nei tovagliolini di carta e mettendoseli in tasca. Andavano a cercarlo e gli spezzattavano il cibo davanti, perché il gattino aveva un problema evidente alla mandibola. Restavano con lui per un po’ e ci tornavano ogni volta che potevano.Il gattino ci ha messo niente ad abituarsi a loro, alle loro cure, a camminargli incontro quando li vedeva arrivare per strusciarglisi contro i polpacci.
Al momento di partire, lo hanno abbandonato con il cuore pesante, dopo averlo affidato a uno dei ragazzi che lavora in albergo. Si sono studiati una frase di inglese per chiedergli di prendersi cura di lui.
Mi porto a casa anche la loro faccia triste mentre ci allontanavamo dalla Medina, la sera già alle calcagna, i loro sguardi lucidi fuori dal finestrino.
Gli avete regalato tre giorni più belli di quelli che avrebbe avuto senza di voi, ho detto loro, cercando di consolarli.
Ma la ragione a volte non basta. Non basta quasi mai. Bisogna tenersi cucito addosso un po’ di dolore, qualche volta, prima che il tempo e la vita lo trasformino in qualcosa d’altro.
Qualcosa che dica di quello che siamo.








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