Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

  • In viaggio bisogna scrivere poesie

    On: 18 Dicembre 2017
    In: quasi poesia, viaggi
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    ericeIn viaggio bisogna scrivere poesie.

    Raccogli le parole in strada,
    dietro lo spigolo bianco di un tramonto,
    sulla linea retta che fa del mare una sfumatura più intensa del cielo.

    Setaccia le parole
    tra i grani di luce nel tuo cappello,
    dividile dall’imbroglio delle nostalgie.
    Desumile dalle traiettorie degli uccelli migratori
    che s’assiepano sui fili della luce
    – mentre anche tu vai via.

    Districale dai nodi delle desinenze di novembre
    dall’affanno della sua luce cruda,
    delle ombre che si porta al collo
    come grani di una litania.

    Scova le parole sotto la ruota
    delle tue scarpe
    e spingile a dire
    quello che non vorrebbero.

    Tutto quello che non vorrebbero.

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  • Seconda tappa: il percorso (La storia di una storia. In quattro tappe)

    On: 31 Maggio 2017
    In: il progetto, un luogo a cui tornare
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    Dicevamo che tutto è cominciato da tre personaggi e una notte di pioggia.
    Per scrivere “Un luogo a cui tornare” sono partita da qui, da queste coordinate, da questi pochi segni che davano inizio alla mia traccia sul foglio bianco. Appena un abbozzo a matita. Accennato.

    Da lì, poi, non so quante volte ho sbagliato strada. Perché è così che succede: fai un pezzo, la vegetazione è troppo fitta, ti impantani, i sentieri si inabissano, non capisci più nulla. Ti accorgi che stai girando in tondo o ti trovi di fronte un muro, troppo liscio per essere scalato. E torni indietro. Alle volte bastano pochi passi, poco prima c’era un bivio che non avevi notato, basta imboccarlo.
    Alle volte, si tratta di cancellare giorni e forse settimane di marcia. Perfino mesi. Mi è successo più di una volta. Non dico che non sia penoso. È mortificante. Ti accorgi, o ti fanno notare, che ti sei perso. Allora senti male ai piedi, a tutte le giunture. Ti manca un po’ il fiato, adesso che ci pensi. Ti abbandona l’entusiasmo, ti piglia un soverchiante scoramento e hai solo voglia di gettare le scarpe da una parte e stenderti in un prato a guardare il cielo. E non pensarci più. Magari per qualche giorno è proprio quello che fai: ti sdrai sull’erba e resti fermo a guardare le nuvole, a guardare le stelle. A sgomberare la mente come adesso un vento potente fa con le nuvole che si sono addensate sopra la tua testa. Dici Basta, dici Chi me lo fa fare. Dici Non mi importa poi molto vedere cosa c’è alla fine della strada.

    Poi però. Riprendi in mano quella mappa tratteggiata a matita e pensi che non puoi lasciarla così. Fino a quel certo punto hai visto cose tanto belle -o almeno così ti sembra- che sarebbe un peccato non raccontarle. Andrebbe persa una certa radura sul limitare del bosco, dove al tramonto ombre in fila aspettano la notte. Si perderebbe quel crepuscolo sul lago che ti ha lasciata immobile a osservare l’albore del giorno, tra i riflessi sulla superficie azzurra e quasi ferma.
    Sarebbe un peccato. Così ti metti in piedi e riprendi la strada, qualche passo, scaldi fiato e muscoli. E ricominci. Non è sempre male sbagliare strada. Anzi. Succede che scopri angoli lussureggianti che non immaginavi nemmeno. Scopri parti di te, certe tue vedute del mondo.

    Per quanto possa sembrare strano, la scrittura influenza la vita. E viceversa (ma quello è più ovvio). Alle volte, qualcosa che succede nella tua quotidianità cambia il corso stesso della storia. Mi è capitato, mentre scrivevo questo libro. Una cosa per me molto importante, dolorosa. Ha deviato il tragitto e mi ha fatta restare molto più a lungo in un posto che credevo di attraversare in fretta, di sbirciare in lontananza, come un panorama visto dal finestrino di un treno. Invece no. Mi sono dovuta sedere lì, sulla riva di un certo fiume a guardare. A provare a capire perché, a sperare che passasse il male in fretta. A vedere se potevo imparare qualcosa da questo accadimento, visto che proprio non lo potevo evitare.

    Non voglio fare troppi misteri, solo provare a spiegare, prima di tutto a me stessa, come funziona mettersi di fronte a un foglio e provare a scovarci dentro un mondo tutto intero.
    La dannazione e la grazia di voler continuare la strada. La dannazione e la grazia.
    E alla fine, ecco. Sono arrivata là dove volevo e potevo. Dove mi hanno portata le gambe e il fiato che avevo a disposizione. Ho riguardato tutto da là e ho pensato che, comunque andrà da adesso in poi, per quel che mi riguarda ne è valsa la pena.
    Provo a raccontavi quello che ho visto all’arrivo. Presto, se vi va.

    L’inizio di questa storia, lo trovate qui
    La pagina dove aspettare insieme l’uscita del libro, qui: https://www.facebook.com/unluogoacuitornare

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  • Viaggio nella Grecia dei migranti: qualcosa di quello che mi sono portata a casa

    On: 27 Giugno 2016
    In: la mia vita e io
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    viaggio in GreciaIl volo di rientro mette la parola fine al fondo della missione. Ammesso che possa davvero finire un viaggio come questo, così breve ma pieno di cose, così veloce e surreale che alla fine ti domandi se sia accaduto davvero.

    Eravamo in venti a partire da Bologna, su un volo che fino all’ultimo ha rischiato di essere soppresso a causa dello sciopero. Siamo atterrati a Salonicco e con quattro auto ci siamo spostati sul confine tra Grecia e Macedonia, per consegnare quei 1200 chili di aiuti nei campi di rifugiati che si sono costituiti dopo lo sgombero di Idomeni.
    Non farò un’analisi socio-politica, non mi sento in grado; troppo confusa la situazione, troppo pochi i dati di cui ho visibilità, troppo parziale la mia comprensione di questo fenomeno di proporzioni mondiali che avvelena il nostro tempo.
    Proverò a dire quello che ho sentito, unica materia su cui mi sento preparata, almeno un po’. Cominciando dal rientro; perché, come mi avevano saggiamente preannunciato, è la parte più difficile.

    Io sono tornata con la paura che dopo un’esperienza come questa si gratti via un po’ del significato delle cose che vivi; se non sai gestire bene i sentimenti, c’è il rischio di levare lì dove dovresti aggiungere. Rischi di non rientrare con la consapevolezza della fortuna che ti è toccata come diritto di nascita, ma con la sensazione nauseante che se quella fortuna non è nemmeno in parte divisibile, allora non vale. Purtroppo, non vale.

    Ero pronta agli occhi grandi dei bambini, persino alle loro mani tese. Non avevo pensato alla loro pelle, troppo tracciata dai segni, alle movenze troppo simili a quelle dei miei figli. Dopo succede che non puoi scegliere di liberarti da quella sovrapposizione – di quei bambini e quelli tuoi, che t’aspettano a casa- che ti resta addosso e intorno come una mosca sui datteri.
    E non ti basta saperli oltre mare, al sicuro, non ti basta sapere di poterli nutrire, vestire, viziare, se lo stesso non puoi fare con questi. Che hanno le stesse movenze, gli stessi occhi liquidi, lo stesso modo di prenderti per mano e la pelle più segnata da storie che non vorresti sapere.

    Questi bambini, se gli dai un foglio e una penna, disegnano case. Case vere con tetti e finestre e muri. Di campeggio non ne possono più.

    Non ero pronta alla rassegnazione degli uomini, immobili nei rari stracci d’ombra sotto un sole che avvizzisce i pensieri, a volte quasi indifferenti alla nostra presenza, a volte pronti a scattare in piedi e mettersi in fila per la questua. Perché ci sono uomini a cui, in sostentamento alla famiglia, resta come unico gesto concesso di allungare la mano.
    Da una parte noi, t-shirt uguali, scatoloni pieni. Dall’altra loro, stancamente dritti, vestiti come capita, le mani vuote.
    Le donne che ho visto erano quasi tutte gentili, hanno tentato sorrisi, hanno mostrato pudore. Il coraggio e l’impudenza di chiedere gli veniva da un bambino in braccio o tenuto per mano.

    A bilanciare il senso di disturbo delle reti intorno agli accampamenti e delle tende in strada, c’è stato un accampamento di diversa natura: uomini e donne da ogni parte del mondo che intorno a un tavolone in alluminio si alternano ininterrottamente per preparare i pasti da consegnare ai rifugiati. Abbiamo passato lì molte ore, a scaricare casse di pomodori, cartoni di datteri, camion caricati a frutta. Lo abbiamo fatto con una catena di braccia, con la consapevolezza benedetta di essere parte di qualcosa di buono.

    C’era gente con voglia di ridere e di ballare e una confusione di lingue e una bella musica allegra, e litri di acqua da bere per sopportare il cado, e un pomodoro che scappa dalle mani e rotola via, e qualcuno che ti mette un cappello in testa per resistere al sole, e 24 datteri a sacchetto. Per pranzo, gazpacho o couscous per tutti gli aiuti. Al termine di un compito, un applauso di tutti e per tutti.

    Lì stanno giovani e anziani a dormire in una tenda, passando le giornate a confezionare cibo e distribuirlo. Ognuno a suo modo, ognuno per quello che può: tre giorni, due settimane, sei mesi.
    A qualcuno abbiamo chiesto Quanto rimani? Ha detto Non vado più via. Un’altra ha detto Domani parto, ma torno. E lo ha detto voltandosi in fretta, che non si vedesse il pianto.

    E lì ho pensato che il mondo forse non l’ha perso il diritto a salvarsi; c’è molto bene che non fa notizia, non fa il botto, non fa rumore che non sia una canzone di ska cubano o Manu Chao, sotto il ritmo scandito delle cassette svuotate e riempite.

    In pochi giorni questo è stato l’antidoto all’orrore, a un’Europa, e forse a un mondo, senza risposte; è stato il contrappeso che salva dallo schianto della bilancia.

    Ho visto che aiutare alle volte è un dolore grande, un dolore che ha gli occhi di tutte le persone che non puoi salvare. Delle volte invece somiglia in tutto e per tutto a una festa senza pari, per cui l’invito non serve.

    E giorni così, con questi ingredienti mescolati che ti schiantano la testa e lo stomaco di emozioni, diventano una giostra da cui, tenuto conto di tutto, non hai più voglia di scendere.

    (Grazie a Time4Life per avermi permesso di fare questo e grazie soprattutto al gruppo di 20 pazzi partiti con me da Bologna; per pochissimo tempo siamo stati qualcosa che somiglia a una famiglia.
    Grazie a mia sorella che anche questa volta si è fidata ed è ha diviso con me questa avventura. Grazie ai bambini per i fiori, i disegni, i sorrisi).

    casa
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  • Storia di un libro che ha attraversato il mare del Nord

    On: 25 Gennaio 2016
    In: il progetto, la mia vita e io, ovunque tu sarai, viaggi
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    piken fra piemonteMi piacerebbe visitare la Norvegia. Non sono mai stata nei paesi Scandinavi e da un pezzo mi dico che dovrei.
    Però da oggi un pezzetto di me sta là, tra Oslo, i laghi pattinabili, scintillanti fiordi e distese di latifoglie. Quel pezzetto è Ovunque tu sarai, che per l’occasione diventa Piken fra Piemonte, ovvero La ragazza del Piemonte. Per noi è un titolo buffo, sì, ma evidentemente da quelle parti sarà sembrata una roba piuttosto esotica.
    Altra cosa buffa è la copertina: chi l’ha vista e mi conosce mi ha chiesto se la ragazza di spalle sono io. In effetti no, ma ci somiglio parecchio. Una copertina su misura, proprio.

     

    Ecco, oggi  un po’ di emozione c’è: è la prima volta che qualcosa che ho scritto viene pubblicato oltre i confini nazionali. Beh, a ben vedere è la seconda volta che qualcosa che ho scritto viene pubblicato. Un bel po’ di emozione, a dirla tutta, perché c’è della magia in te che resti e le tue parole che vanno, che sarebbe anche bene fare cambio o andare insieme, a un certo punto, ma adesso è bello così.

    È evidente da allora che i libri fanno mescola con la vita, firmano gemellaggi d’occasione. Si versano nell’imbuto degli occhi e si disperdono nell’ambiente di ognuno. (Erri de Luca)

    Io le ho preparato valige, alla creatura, spero di averci messo quel che serve. Le ho fatto qualche raccomandazione spolverando il frontespizio, l’ho incoraggiata arieggiando le pagine, una pacca sul dorso e via, ora tocca a lei. Mi divertirò a immaginare una donna chiara di pelle e capelli davanti alla sua casetta rossa, a strapiombo sugli scogli, sulle ginocchia le pagine che ho scritto mesi fa, nel chiuso della mia stanzetta vista Monferrato o su qualche treno per Torino.

    Un po’ di emozione c’è, ma con un innegabile vantaggio, rispetto ai giorni della pubblicazione per Giunti: se qualche critico norvegese stroncherà il mio scritto, io comunque non ci capirò una virgola.

     

    Se qualcuno invece conosce la lingua (ma anche no), può sbirciare  qui .

     

    Il Jolly è: grazie all’editore Tiden Norsk Forlag e agli impareggiabili Walkabout Literary Agency.
    E poi… God Tur, Piken fra Piemonte! (Google suggerisce che si dica così)
    pikenfrapiemonte
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  • Lezioni di viaggio #1 – Due buoni compagni di viaggio non dovrebbero lasciarsi mai (cit.)

    On: 23 Febbraio 2015
    In: foto, viaggi
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    laguna di oualida, marocco

     

    Ho quasi 40 anni e pochissime certezze. Ma di una cosa sono sicura: ci sono periodi della vita in cui si impara di più, più in fretta. Molto spesso, questi momenti particolari coincidono con un viaggio, con il fatto di chiudere la valigia e uscire, anche per poco, dalla propria zona comfort.
    E anche le due settimane in Marocco mi hanno insegnato -o mi hanno aiutata a ripassare – un po’ di cose.
    Qui le prime tre.

    (altro…)

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  • Lezioni sull’isola #1 – Relax e la pazienza del bruco

    On: 17 Febbraio 2014
    In: viaggi
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    fuerteventura_farfalla

    Devo aver già scritto da qualche parte che ogni viaggio insegna qualcosa. Quest’ultimo a Fuerteventura non ha fatto eccezione. Così, mentre ero là, ho cercato di appuntarmi le cose interessanti che ho notato. Che per la verità sono concetti semplici, rintracciabili con facilità nella vita di ogni giorno. Ma si sa che da lontano è più facile mettere a fuoco l’obiettivo. 
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