Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

  • Per chi resta e per chi va via (Istanti rubati a #ottobre2018)

    On: 29 Novembre 2018
    In: istanti rubati, lettera
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      Come si sopravvive a certi dolori, mi ha chiesto poco tempo fa un’amica che aveva appena perso una persona cara.
    Ci ho pensato a lungo. A come ci si tolga le scarpe e si affondi fino alle ginocchia nel terreno sdrucciolo e ingannevole del dolore, nel pastrano della disperazione. Ho pensato a quello che ho fatto io. Ho rivisto la distesa sterminata del male tutta srotolata davanti ai miei occhi, tutta quella distanza che sapevo di dover coprire, a piedi e senza sconti. E per dove, mi chiedevo. Fino a dove.
    E dopo? e dopo?
    Sono state piccole le prime cose che ho visto in quella steppa arida persino di pianto – che benedizione il pianto, quando viene, che pioggia salvifica! Cose piccole, dicevo, che però hanno cominciato a darmi il senso delle distanze, le proporzioni del percorso.
    La prima è stata subito dopo la tua morte, mamma. Sembra impossibile. Camminavo per il corridoio dell’ospedale tastandomi le braccia e le gambe, sentendo che c’ero ancora: allora non sono morta, mi ripetevo, non sono morta. Incredula di esserci nonostante non ci fossi tu, incredula per esser sopravvissuta a te, e la parte razionale di me incredula per quel mio genuino stupore. È strano detto adesso. Eppure.

    La seconda cosa piccola ma dolce è stata la sera dopo il funerale. Nella tua cucina c’eravamo io papà mia sorella e le nostre cugine. Abbiamo ordinato la pizza. Incredibile pensare di ordinare la pizza e mangiarla insieme intorno al tavolo. Il solito tavolo, la luce della lampadina sopra le nostre teste, il gusto della pizza: tutto questo si era salvato. E qualcuno di noi ha detto qualcosa di buffo, una di quelle cose che farebbero piangere ma da un certo punto di vista fanno anche ridere -una risata liberatoria- e abbiamo riso. Abbiamo riso. E ci guardavamo intorno al tavolo mentre ridevamo, la pizza nei piatti e noi si rideva. Quello stare vicini, seduti vicini a un dolore così, eppure vicini tra noi. Non era un miracolo, quello?

    E poi la terza cosa, mesi dopo. Io papà e mia sorella alla manifestazione del 25 aprile a Torino. C’era musica, Bella Ciao, noi abbiamo camminato vicini, c’era un sole che cominciava a scaldare, bastava tenersi lontani dall’ombra, non serviva nemmeno la giacca e si stava bene, la pelle di nuovo scoperta dopo l’inverno e tutta quella gente che cantava che alla fine abbiamo cantato anche noi – pure così stonati, pure ancora così feriti e rattrappiti, i cuori una bomba a orologeria. Certo non era proprio festa ma di nuovo somigliava, non era proprio liberazione ma qualcosa di così vicino, anche per poco, così vicino.
    Ti guardi intorno e pensi c’è ancora strada da fare, ma laggiù, qualcosa. Laggiù c’è qualcosa. Perché la strada va fatta, se non oggi ti tocca domani, dopodomani, o tra un anno. Va fatta. Ma succede di incontrare segnali che dicono: guarda là. Guarda laggiù. E quello che puoi fare è aguzzare la vista e sapere che non è un miraggio.

    C’è stata un’altra cosa, subito dopo il funerale. Mentre gli amici mi si facevano intorno, qualcuno ha detto Ora comincia il conto alla rovescia. Cioè, è la mia voce che lo ha detto, ma io non lo stavo pensando, non ho nemmeno capito lì per lì cosa significasse. Ci ho pensato molto in questi ultimi tredici anni e penso di aver capito. Ho capito quello che vuol dire per me. Quello che credo ci sarà alla fine del conto alla rovescia. Ma questo vale per me: ognuno deve trovare la propria risposta.
    Sarà giusta o sbagliata? Poco importa se serve a fare un altro passo verso laggiù. Dove qualcosa si muove – dove qualcosa non solo resiste, ma anche consola, anche restituisce.
    Dove qualcosa darà un senso o un po’ di nuova leggerezza – e la forza per onorare la vita, ancora, ognuno per come può. Per chi resta e per chi va via.

    autunno
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  • Istanti rubati a #ottobre2017 (strategie d’equilibrio)

    On: 27 Novembre 2017
    In: istanti rubati, la mia vita e io
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    Perdere un po’ l’equilibrio, o, diciamo così, la giusta prospettiva. Succede, no?
    Succede e nemmeno è sempre un male. Serve a reinventarsi, a rimettere a fuoco i contorni, ridefinire le traiettorie.
    È un processo, sbilanciarsi e ritrovare una misura nuova, sempre precaria, sempre perfettibile. Ognuno, per farlo, ha le proprie strategie.

    Le mie: leggere.
    Leggere mi permette di prendermi per mano e portarmi in giro. Dentro e fuori me stessa, ma dentro e fuori miracolosamente combaciano. Leggere è evasione ma anche riapprodo a quello che siamo, riconquista, scavo. Scavo che, quando va bene, ci porta in una parte di noi che non sapevamo esistesse – eppure era lì. Silenziosa.

    Poi: scrivere.
    Pescare in fondo, grattare con l’unghia. Fino a creparla, smangiarsela, fino a che la patina di indifferenza cede e lascia vedere: come il ghiaccio che ad alta quota scopra un lago di montagna. Tu hai solo l’unghia e il ghiaccio è spesso. Ma gratti. E gratti. E poi chissà, forse arrivi all’acqua, se il punto è quello buono e la forza che ci metti è quella giusta.
    (Ottobre è stato il momento di mettere lo smalto, che mi sembra dia brio ai pensieri, e limare le unghie, che si rinforzino un po’.)

    Quindi: organizzare un viaggio.
    Va bene una gita, un giro, un’uscita. Da fare domani, tra un anno o dieci.
    Basta una mappa per sapere come perdersi e un po’ di immaginazione per sapere dove cercare.

    L’altro modo di ri-bilanciarmi è: prendere i miei figli per mano – uno da una parte e uno dall’altra – e andare nel bosco. Sui sentieri ritorti tappezzati di rampicanti o sui solchi profondi che gli attrezzi agricoli lasciano a bordo campo.

    Uno per mano, e riecco il mio centro.
    Ci voleva tanto?

    Urliamo -vieni qui, è pericoloso, guarda là! è stato lui!-  a tratti cantiamo, litighiamo, ci pestiamo senza volerlo i piedi, spaventiamo i cavalli quando a sera torniamo a casa, un po’ stanchi, un po’ sudati. Li spaventiamo sbucando all’improvviso mentre quelli – i cavalli- se ne stavano placidi a pascolare nei paddock e sentendoci arrivare corrono via sgroppando e alzando terra con gli zoccoli, come se da qualche parte ci fosse stato uno sparo.

    Insomma, in questo ottobre, in questo autunno, ho fatto le cose che faccio, in un modo o nell’altro, da sempre.  Leggo, scrivo, mi ormeggio alle mani delle persone che amo.
    Mentre pestiamo tappeti croccanti di foglie secche penso che la vita è un elenco disordinato di azioni che ci tengono in piedi, mentre formiamo una catena di mani per stare in equilibrio.

    ottobre 2017
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  • Istanti rubati a #maggio2017 (Non sono i sogni che fai, ma come li fai)

    On: 5 Luglio 2017
    In: istanti rubati, lettera, viaggi
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    Howth, IrlandaCamminare insieme a qualcuno parlando dei propri progetti mi sembra un bel modo di rinvigorire i sogni. Una specie di cura ricostituente per le proprie ambizioni.
    Non so se vi sia capitato. Essere in un bel posto, possibilmente tranquillo, ancora meglio se mai esplorato prima. Avere scarpe comode e una buona compagnia, una bottiglietta d’acqua e qualche ora a disposizione.
    L’ultima volta mi è successo a fine maggio, quando con Federico ci siamo regalati qualche giorno a Dublino. Durante quel viaggio, abbiamo dedicato una mezza giornata a Howth -una gita nella gita- un silente borgo di pescatori a ridosso delle scogliere.

    Dopo un pranzo a base di Guinness e fish and chips abbiamo preso a camminare in salita, senza meta, verso il punto più alto di quella collina, sotto il sole caldo del primo pomeriggio. Sbirciavo dentro i cortili delle case e ogni tanto mi voltavo indietro a cercare con gli occhi il mare. Ci siamo trovati in una strada in mezzo alla campagna, profumata e scoscesa.
    Parlavamo del più e del meno, di quello che avremmo voluto vedere a Dublino, del posto dove cenare, e cosa faranno i bambini, adesso, chissà se sentono la nostra mancanza. Al prossimo pub, ci fermiamo per una birra.

    Cosa vorresti, adesso, per la tua vita? Ho chiesto a Federico, come faccio spesso.
    Lui ha sospirato, abituato alle mie stramberie e a queste domande. E ha preso a dire. Camminavamo tra l’erba, a quel punto, c’era un odore buono di abeti e fieno, e, mi sembra, un coro di uccelli. Sotto di noi si apriva la tavola del mare e la distesa spianata dei desideri sbrilluccicava d’azzurro. Li avevamo davanti, giusto a un passo, ma raggiungerli non era così importante, in quel momento.
    Almeno non era importante come quello che c’era: un posto nuovo da attraversare vicini, quel buon odore nell’aria, i bambini a casa al sicuro e tutta quella strada.

    Tutta quella strada prima di arrivare al mare, così bello. Così bello visto da lì.

    Howth, IrlandaHowth, IrlandaHowth, IrlandaHowth, IrlandaHowth, IrlandaHowth, IrlandaHowth, IrlandaHowth, IrlandaHowth, Irlanda
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  • Ricetta: liberarsi dallo stess

    On: 18 Maggio 2015
    In: scienza&fantascienza
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    cade la terra di Carmen PellegrinoIngredienti:

    • scarpe comode
    • una bottiglietta d’acqua

    Facoltativi:

    • una giornata di sole
    • un libro
    • carta e penna.

    Allacciate con doppio nodo le scarpe da ginnastica e partite. Scegliete un percorso possibilmente in mezzo alla natura, lontano dal traffico e dal rumore. Se siete veri duri, lasciate a casa il telefonino. Nelle nostre zone non sono mai state avvistate tigri e se pure ne incontraste  una con cattive intenzioni, non vi basterà una telefonata per salvarvi la pelle. Se non vi sentite tanto arditi, portatevelo dietro per chiamate d’emergenza e qualche foto, ma in modalità off.

    Camminate. Esplorate. Stupitevi a ogni stradina che non conoscevate, arrivate a vedere cosa c’è oltre la curva, oltre il bosco, oltre il promontorio. Come ogni buon montanaro (ma vale pure per i motociclisti) salutate le persone che incrociate: il sorriso restituito vi darà energia nelle salite.
    Ascoltate il corpo, il potere ineguagliabile di averlo in forma e funzionante. La bellezza di gambe affidabili che vi portano dove volete è cosa da non barattare con nulla.

    (altro…)

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  • Meditare camminando

    On: 26 Maggio 2014
    In: la mia vita e io
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    colline del Basso Monferrato

     

    Camminare. Su e giù per colline.
    Nella fatica della salita, ritrovare muscoli e fiato.
    Nella leggerezza della discesa, far finta che facilmente si può volare.
    Attraversare erba alta che ti solletica i fianchi, sentire addosso la carezza di un cielo netto e teso come lenzuola rimboccate bene.

     

    Provare il passo nella ripidità inclemente di una strada nel bosco, sentirsi di nuovo padroni e interi, graziati nel poter contare sulle gambe e sui polmoni.
    Niente ti fa più sereno di un corpo che risponde ai comandi. Tutto è gioco, se il corpo non tradisce.

     

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  • Infinitamente piccola

    On: 5 Maggio 2014
    In: sproloqui, viaggi
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    isla de lobos, canarie

    Camminare da sola dentro al nulla. Che poi non era proprio il nulla, anzi, a ben pensarci c’era tutto. C’era la terra rossa bruciata dal sole, panorami brulli, piccoli cespugli e piante basse, mai viste prima, disseminate in giro. Parlo dell’Isla de lobos, la vera scoperta del mio viaggio alle Canarie.

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