Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

  • Terza tappa: le motivazioni (La storia di una storia. In quattro tappe)

    On: 8 giugno 2017
    In: il progetto, un luogo a cui tornare
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    paesaggioRaccontavo qualche giorno fa di come è nato “Un luogo a cui tornare”, di come la storia abbia seguito un suo percorso. Per capire dove mi abbia portato, però, bisogna prima rispondere alla domanda da cui tutto ha origine: quando si scrive da cosa si parte? E perché?

    Qualcuno consiglia di partire da cose che si conoscono bene. Quello certo aiuta. Ma c’è dell’altro, almeno per quanto riguarda la mia esperienza: la spinta a scrivere mi viene da qualche cosa che mi turba, mi ossessiona. O, almeno, che mi incuriosisce al punto da costituire un piccolo tarlo. Magari non tanto da levarmi il sonno, ma abbastanza da infilarsi spesso nei pensieri, da scavare piccoli solchi in cui la mente inciampa.
    Insomma, tutto parte da una domanda, più o meno precisa, che si porta a corredo un corollario di questioni minime. Una domanda che non trova risposte perché, se le avessi, forse, non passerei tempo a scriverne e -scrivendo- a rifletterci su.

    In questo caso, la molla di tutto è stata: qual è, davvero, la nostra identità? In cosa ci riconosciamo precisamente?
    Viviamo così tante vite. E non parlo di reincarnazione. Ci sono momenti e situazioni così diverse, nell’arco di un’esistenza, che sembra difficile capire che cosa ci tenga insieme. Non vi succede? Di pensare ad esempio a un momento della vostra infanzia -un mattino preciso, c’era una luce così bella ed estiva che proprio non ne volevate sapere di andare a scuola. Oppure quella volta che al mare vostro padre vi ha portato al largo col gommone e vi si siete sentiti felici, ma così felici che tutto era al posto giusto.
    Dicevo, non vi succede si ripensare un momento esatto, successo così tanti anni fa che vi viene il dubbio di averlo vissuto davvero? È così vicino da vederne i dettagli, ma al tempo stesso appartiene a un periodo fumoso e indefinibile.
    Ecco, allora, cosa tiene insieme quel bambino che non voleva scendere dal gommone e la persona che siamo diventati oggi, e quella che saremo domani? Una questione di identità profonda, la possibilità di riconoscersi in qualcosa che ci caratterizza, che ci rende unici e differenti dal resto.

    E, da qui, uno sciame di altre questioni. Se oggi la nostra casa va a fuoco e domani non esiste più niente di quello che era la nostra vita fino a ora, in cosa si trasformiamo? Se non riusciamo ad orientarci più in quello che abbiamo intorno, in cosa ci identifichiamo?
    In un momento storico segnato da un flusso migratorio senza precedenti è impossibile, io credo, aprire un quotidiano e non farsi queste domande. Cosa resta di te quando lasci la famiglia, la casa, la tua vita?
    Ma anche: se ci troviamo a dover scegliere tra una menzogna che ci salva la reputazione e lascia la nostra vita in ordine e una verità che potrebbe stravolgerci l’esistenza cosa facciamo? E se scegliamo di mentire, dopo, cosa vediamo quando ci mettiamo di fronte allo specchio?
    E poi messere il Tempo, sempre lui: non mi rassegno all’idea che conosca una direzione sola.

    Scrive Joseph O’Connor: Che cosa sono gli anni? Finzioni. Macchie d’inchiostro sopra un calendario.

    I protagonisti di “Un luogo a cui tornare” – i due di cui parlavo all’inizio- sono molto diversi ma, ho scoperto, hanno questo in comunque: il bisogno di capire, ognuno a proprio modo, che cosa li tiene insieme. Che cosa li rende quello che sono. Non lo sapevo, quando ho cominciato a scrivere:  adesso vedo dove volevano portarmi.
    La prossima volta -ultima puntata, promesso- vi racconto dove sono arrivata: quello che si vede da là.

    Qui, la partenza e il percorso.
    Tracce di questa storia, qui: www.facebook.com/unluogoacuitornare

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  • Seconda tappa: il percorso (La storia di una storia. In quattro tappe)

    On: 31 maggio 2017
    In: il progetto, un luogo a cui tornare
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    Dicevamo che tutto è cominciato da tre personaggi e una notte di pioggia.
    Per scrivere “Un luogo a cui tornare” sono partita da qui, da queste coordinate, da questi pochi segni che davano inizio alla mia traccia sul foglio bianco. Appena un abbozzo a matita. Accennato.

    Da lì, poi, non so quante volte ho sbagliato strada. Perché è così che succede: fai un pezzo, la vegetazione è troppo fitta, ti impantani, i sentieri si inabissano, non capisci più nulla. Ti accorgi che stai girando in tondo o ti trovi di fronte un muro, troppo liscio per essere scalato. E torni indietro. Alle volte bastano pochi passi, poco prima c’era un bivio che non avevi notato, basta imboccarlo.
    Alle volte, si tratta di cancellare giorni e forse settimane di marcia. Perfino mesi. Mi è successo più di una volta. Non dico che non sia penoso. È mortificante. Ti accorgi, o ti fanno notare, che ti sei perso. Allora senti male ai piedi, a tutte le giunture. Ti manca un po’ il fiato, adesso che ci pensi. Ti abbandona l’entusiasmo, ti piglia un soverchiante scoramento e hai solo voglia di gettare le scarpe da una parte e stenderti in un prato a guardare il cielo. E non pensarci più. Magari per qualche giorno è proprio quello che fai: ti sdrai sull’erba e resti fermo a guardare le nuvole, a guardare le stelle. A sgomberare la mente come adesso un vento potente fa con le nuvole che si sono addensate sopra la tua testa. Dici Basta, dici Chi me lo fa fare. Dici Non mi importa poi molto vedere cosa c’è alla fine della strada.

    Poi però. Riprendi in mano quella mappa tratteggiata a matita e pensi che non puoi lasciarla così. Fino a quel certo punto hai visto cose tanto belle -o almeno così ti sembra- che sarebbe un peccato non raccontarle. Andrebbe persa una certa radura sul limitare del bosco, dove al tramonto ombre in fila aspettano la notte. Si perderebbe quel crepuscolo sul lago che ti ha lasciata immobile a osservare l’albore del giorno, tra i riflessi sulla superficie azzurra e quasi ferma.
    Sarebbe un peccato. Così ti metti in piedi e riprendi la strada, qualche passo, scaldi fiato e muscoli. E ricominci. Non è sempre male sbagliare strada. Anzi. Succede che scopri angoli lussureggianti che non immaginavi nemmeno. Scopri parti di te, certe tue vedute del mondo.

    Per quanto possa sembrare strano, la scrittura influenza la vita. E viceversa (ma quello è più ovvio). Alle volte, qualcosa che succede nella tua quotidianità cambia il corso stesso della storia. Mi è capitato, mentre scrivevo questo libro. Una cosa per me molto importante, dolorosa. Ha deviato il tragitto e mi ha fatta restare molto più a lungo in un posto che credevo di attraversare in fretta, di sbirciare in lontananza, come un panorama visto dal finestrino di un treno. Invece no. Mi sono dovuta sedere lì, sulla riva di un certo fiume a guardare. A provare a capire perché, a sperare che passasse il male in fretta. A vedere se potevo imparare qualcosa da questo accadimento, visto che proprio non lo potevo evitare.

    Non voglio fare troppi misteri, solo provare a spiegare, prima di tutto a me stessa, come funziona mettersi di fronte a un foglio e provare a scovarci dentro un mondo tutto intero.
    La dannazione e la grazia di voler continuare la strada. La dannazione e la grazia.
    E alla fine, ecco. Sono arrivata là dove volevo e potevo. Dove mi hanno portata le gambe e il fiato che avevo a disposizione. Ho riguardato tutto da là e ho pensato che, comunque andrà da adesso in poi, per quel che mi riguarda ne è valsa la pena.
    Provo a raccontavi quello che ho visto all’arrivo. Presto, se vi va.

    L’inizio di questa storia, lo trovate qui
    La pagina dove aspettare insieme l’uscita del libro, qui: https://www.facebook.com/unluogoacuitornare

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  • Prima tappa: la partenza (La storia di una storia. In quattro tappe)

    On: 24 maggio 2017
    In: il progetto, un luogo a cui tornare
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    mondo alla finestraCosa è una storia.
    Da quando provo a scriverne, non posso fare meno di farmi questa domanda. E la risposta cambia in continuazione. Alle volte direi che è il risultato di uno scavo, alle volte un’opera di costruzione -un castello di lego, un cesto di vimini. Alle volte mi sembra un posto da raggiungere, la strada per arrivarci. Non so ancora dare una definizione, forse non lo saprò mai: ogni storia nasce in modo diverso.
    Quello che posso fare, è provare a raccontare come è nata la storia di “Un luogo a cui tornare”, il terzo libro che ho scritto e che tra poco meno di un mese sarà in libreria.

    Sono nati per primi, in un modo che non saprei dire, due personaggi. E un terzo subito dopo. Tre tipi umani che cercavano di farsi ascoltare. All’inizio erano ombre, stereotipi, sagome tratteggiate da qualche sogno, da qualche reminiscenza affiorata da chissà dove. Da chissà dove. Avevano delle cose da raccontare, l’ho capito perché insistevano, mi si paravano davanti non invitati – ebbene sì, il confine tra chi scrive storie e chi è pronto per un tso alle volte è labile. (Almeno per quel che mi riguarda).

    Ognuno di loro tre aveva delle cose da dire ma faticavo a mettere a fuoco le loro vicende, non capivo che cosa avessero da spartire, soprattutto. In che modo fossero legati tra loro. Poi c’è stata una sera di fine inverno, lo scorso anno. Tornavo tardi dal lavoro, più stanca del solito, triste per un motivo che non ricordo. Pioveva, si sentivano tuoni in lontananza e io guidavo sulle strade lucidate dall’acqua. Immaginate strade strette di campagna, senza illuminazione, prati e boschi tutto intorno.
    Ho alzato la musica, cercavo di non pensare. Ma, ecco, un’ombra sul ciglio della strada – non so cosa fosse, dalle nostre parti è frequente incontrare volpi, cinghiali, tassi. Magari era un gatto, un cane, magari niente. Non importa, perché in quell’istante preciso ho capito come si sarebbero incontrati -anzi scontrati- i personaggi che avevo in mente. Ho capito cosa avevano a che fare uno con l’altro.

    In quel momento è cominciato il viaggio. Sapevo dove cercare, almeno, in quale spazio spingermi armata di pila e serie intenzioni. Ecco, l’idea è questa: scrivere una storia è addentrarsi a piedi in una zona che non conosci, ma solo, in qualche modo, intuisci. Una lampadina sulla fronte, di quelle da minatore, un foglio bianco su cui tracciare una mappa. La tua. Non sai dove ti porterà né quello che esattamente vuoi raggiungere. Puoi solo sperare che il terreno sia solido, la luce tenga e le tue gambe siano allenate abbastanza per il percorso che hai davanti. Ti auguri qualche apparizione lungo il cammino, qualcuno che ti prenda per mano, anche per un tratto breve, e ti faccia vedere cose che non sospettavi. Magari un segnale, ogni tanto, che ti rassicuri: sei sulla buona strada.

    Questo è stato l’inizio, quindi: una donna impegnata nella propria realizzazione personale, un uomo senza fissa dimora e un bambino – ma di lui per adesso abbiamo soltanto una fotografia appoggiata sul comodino di una stanza di ospedale. E una notte di pioggia -scura, scura- per farli incontrare.
    Questa la partenza. Se vi va, presto vi racconto quale è stato il percorso. Se volete sapere, questo è il luogo a cui tornare.

    Farò un esperimento, questa volta: vi racconterò qualcosa del libro su facebook. Possiamo aspettarlo insieme, qui: www.facebook.com/unluogoacuitornare/

     

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  • Ai miei figli

    On: 18 maggio 2017
    In: lettera, sproloqui
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    operaSe quello che vi lascio
    è una terra sfatta e sfranta da battaglie,
    come un letto che non si ricompone mai;
    se vi lascio una grandine di parole venute a scardinare
    il vento,
    a tarlare
    un silenzio che non ascolta più nessuno,
    venute a bestemmiare il fuoco
    e consacrare il fumo.

    Se quello che vi lascio è un diavolo
    che chiede soldi per costruire muri
    che baratta anime in cambio di confini,
    e chi dovrebbe fare ponti
    non conosce la misura,
    né l’equazione elementare:
    una vita vale una, senza sconti,
    ed è sempre da salvare.

    Se vi lascio voci e voci inascoltate
    voci sfiatate di cui è rimasta un’eco,
    voci mute, arse, frantumate,
    e i corpi gonfi che le hanno liberate
    affastellati come sabbia sul fondale.

    Se vi lascio mani perse nelle tasche
    di chi guarda e pensa Che ci posso fare,
    perdono, figli, per questo mondo
    -storto, zoppo, disassato-
    che non ho capito e
    che non so aggiustare.

    Ci ho provato con le storie della sera
    le parole rassicuranti e un po’ inesatte:
    il gigante cuore grande
    salva il regno e sempre in tempo,
    mentre l’empio, il ciarlatano, il traditore se la batte.

    Perdono, se potete,
    se ho trassato un po’
    se ho giurato che i lupi qui non possono arrivare.
    Era per cullarvi,
    era per farvi dormir bene,
    era per farvi innamorare.

    A mia discolpa posso dire
    che ho barato per amore solamente:
    che se non si stana un po’ di buono in mezzo al marcio,
    -da che mondo è mondo-
    non si aggiusta niente.

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  • Istanti rubati ad aprile2017 (Di piccole cose e stupori e cose che ho scritto)

    On: 11 maggio 2017
    In: il progetto, istanti rubati, la mia vita e io
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    Monferrato, PiemonteLasciarsi sorprendere non è cosa da tutti, bisogna imparare.
    Aprile è specialista nel lasciarti indovinare il tempo, puntare gli occhi al cielo il mattino – oggi sarà sole o sarà pioggia?
    Mi sono lasciata sorprendere anche io, qualche volta, in questo aprile. Da un compleanno -il mio- che mi coglie ogni santo anno completamente impreparata, e sì che oramai un po’ di allenamento l’ho fatto. Ammesso poi che ci possa preparare ad avere un anno in più, a ricevere auguri senza commuoversi troppo, a fare (o meglio a non fare) bilanci.
    Mi sono lasciata sorprendere da una festa di compleanno molto speciale -non mia- festeggiata un martedì notte in un bosco allestito per l’occasione, con un furgoncino per distribuire birra fredda, zuppa di ceci e torta di nocciole e luci, e un bel falò, e palloncini colorati appesi ai rami degli alberi.
    Mi sono lasciata sorprendere da una covata di pulcini che abbiamo adottato per un po’, dalla trilogia di Kent Haruf attraverso le strade di Holt, da una pasquetta inaspettatamente soleggiata con gli amici, dalle trovate dei bambini, da una ricorrenza festeggiata in famiglia con un pranzo e poi una gita al lago – breve, ma bella, come le cose improvvisate in un giorno di primavera.

    E così a metà di quel pomeriggio di primavera montarono a cavallo e, come viaggiatori nel vasto mondo, Bobby in sella e Ike dietro, si allontanarono. (Kent Haruf, Canto della Pianura)

    kent haruf

    Mi sono lasciata sorprendere persino dalle tante ore che sono riuscita a passare davanti a una tastiera a battere e ribattere i soliti tasti. A limare, spostare, tagliare, aggiungere, modificare, definire, sostituire, mettermi le mani tra i capelli, alzarmi e guardar fuori -piove o non piove? Esce il sole?- accarezzare il gatto e aggiungere ceppi nella stufa in cucina, che il sole vabbè, ma in casa fa freddo. E poi ancora, da capo, gli stessi tasti, levare, sintetizzare, ricalibrare. La virgola lì non ci sta, proviamo col punto.
    Mi ha sorpreso sentirmi sbalzata indietro, agli anni dell’università, le notti prima degli esami, i sabati e le domeniche a vagare per casa in pigiama e a riempire la moka di caffè. Rispetto ad allora mancavano le sigarette a segnare le pause, gli amici spettinati e stravaccati sulla poltrona in camera mia con grossi libri aperti sulle ginocchia e matite per sottolineare.
    Mi ha sorpreso, in qualche modo, ogni frase che ho scritto e poi riscritto perché prima di farlo non sapevo precisamente nemmeno io cosa volessi raccontare. Oppure sì, ma soltanto confusamente. Soltanto approssimativamente. Adesso invece è quasi tutto lì, quello che volevo dire, che potevo dire. E ogni volta mi sorprende.

    Intanto siamo a maggio, si veleggia verso l’estate, nonostante le piogge insistenti in questa parte di mondo. Non scoraggiamoci, non certo per il meteo. Alleniamoci, invece, diventiamo campioni di stupimento.
    (Che dite, il sole: esce o non esce?)

    Il vento soffiava sui campi piatti, aperti e sabbiosi, sui campi di grano e sulle stoppie di granturco, sulle praterie dove scure mandrie di bovini pascolavano nella notte. Ai due lati della strada le fattorie si stagliavano alla debole luce azzurra dei lampioni nei cortili, case sparse e isolate nella campagna buia, e in lontananza, alla fine della strada, le luci di Holt non erano che un bagliore sul basso orizzonte. (Kent Haruf, Crepuscolo)

    Monferrato, PiemonteMonferrato, PiemonteMonferrato, Piemontepulcinosorellemyfamilymy familyla mia scrivaniaMonferrato, Piemonte
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  • (Senza titolo)

    On: 12 aprile 2017
    In: lettera, sproloqui
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    pioppetoAl fondo delle poesie si mette il luogo e la data di scrittura,
    hanno pur diritto ad una nascita
    – il giorno e il posto,
    per sapere se era inverno oppure primavera,
    o magari autunno, in qualche città del nord.

    Al principio delle poesie si mette il titolo,
    hanno pur diritto a un nome
    -un tratto più marcato,
    qualcosa che le annunci,
    qualcosa che serva per farle ricordare.

    Le mie poesie le scrivo
    con inchiostro di limone sopra i tronchi di betulla
    o sulle foglie chiare e tremule la sera
    -sono corde di chitarra per la brezza.

    Anonime e di incerti natali, hanno comunque un’anima
    un profumo, e un suono.

    (E che suono bello fa il vento, di poesie senza parole…)

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  • Istanti rubati a marzo2017 (Impronte sulla neve e le distanze dell’amore)

    On: 6 aprile 2017
    In: istanti rubati, la mia vita e io, viaggi
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    millegrobbe, trentino

    A marzo siamo stati in Trentino. Eravamo in una baita in mezzo alla neve e c’è stato sole, e nuvole solo ogni tanto. Tanto sole da accendere distese bianche intorno, come un mare di minuscoli specchi riflettenti.
    Abbiamo sciato, e un pomeriggio abbiamo deciso di fare una camminata con le racchette. Lì intorno ci sono pinete bellissime, e poi quella luce. Una passeggiata nel bosco era quel che ci voleva. Peccato che le racchette per i bambini al noleggio non ci fossero – forse non esistono, non so.
    Pazienza, abbiamo detto, ci si va tutti senza. Siamo partiti e proprio di fianco alla baita c’è una scuola per guidare le slitte coi cani. C’erano degli husky bellissimi, ci siamo fermati a guardali, a interrogare i padroni. E poi ci siamo avventurati. Prima la strada era piuttosto battuta e la neve soda, poi via via più soffice e si sprofondava sempre più facilmente.
    Ma c’era quel gran sole, l’ho detto, quella luce che s’infilava dappertutto – sotto la giacca, tra i rami bassi dei pini, nei pensieri. Siamo andanti avanti.

    Mi è tornato alla mente una foto che abbiamo fatto Federico e io qualche anno fa. L’abbiamo fatta col telefonino, una notte di febbraio che sulle nostre colline scendeva una neve leggera, inattesa. Avevamo deciso di uscire, lui e io. La foto è in bianco e nero, come i ricordi di quella notte: bianco della neve, nero del cielo. Abbiamo cenato in un ristorante dalle nostre parti, abbiamo bevuto vino. E poi siamo usciti a camminare perché ci sono poche cose che amo come la neve che cade di notte, come l’idea del mondo che si ferma mentre dormo (e vorrei stare sveglia) e che il mattino dopo è un’altra cosa. Non proprio: la stessa cosa, ma diversa.
    Non ricordo cosa ci siamo detti, ma ricordo le impronte che lasciavamo indietro. Se riguardassi il percorso vedrei orme vicine -quando ci siamo tenuti per mano- e segni di impronte più distanti, ma parallele – devo essermi fermata con gli occhi chiusi a sentire i fiocchi sciogliersi sulla faccia, o lui si è allontanato a frugare il buio, ad accendersi una sigaretta.
    Ho pensato che così è l’amore: camminare tenendosi a portata di braccio. Lasciare orme appaiate.

    Camminando coi bambini, quel pomeriggio di marzo, non siamo arrivati al bosco. Eravamo tutti e quattro esausti un bel pezzo prima, così siamo tornati indietro. Per fare l’ultimo tratto ci siamo divisi: i bambini hanno fatto la strada più breve e noi quella dove la neve era più compatta, per evitare di sprofondare fino all’inguine, spezzando a maleparole l’incanto di quel silenzio.
    Hanno fatto tutto il tratto tenendosi per mano, mentre noi li tenevamo d’occhio.

    Ho corretto la mia idea di amore, perlomeno quello di madre e padre: guardarli camminare a distanza, tenendosi a portata di sguardo.
    Senza lasciare impronte evidenti.

    neve in Monferrato

    In una notte di neve, noi due a lasciare impronte. Il caldo le saccheggerà alla terra, ma non potrà con la memoria.

    millegrobbe, trentino
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  • Filastrocca delle cose, quando non le guardi

    On: 29 marzo 2017
    In: faVOLIAMO, sproloqui
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    coseLe cose stanno zitte quando tu le guardi
    tutto sembra muto e silenzioso
    ma appena tu ti volti son miliardi
    a fare qualche gesto misterioso.

    Mentre ancora sei perso dentro i sogni nel tuo letto
    in cucina -alla luce piccola che viene dalla luna e piano senza far rumore-
    si muove quatto quatto il frullatore e si sporge dal ripiano di armadietto
    per raccontare al mestolo di una fuga che da giovane ha fatto per amore.

    Quando il primo raggio del mattino bussa appena alla finestra
    la tenda si scosta prontamente a farlo entrare,
    il tappeto striscia quattro passi avanti e un passo a destra
    per abbronzarsi un poco e farsi riscaldare.

    Nel bagno tu non sai ma c’è una festa
    lo spazzolino anima un comizio sull’igiene
    il dentifricio non partecipa e scuote la testa
    è sempre stato un tipo strano e chiunque ne conviene.

    Quando poi la sveglia suona, dopo lungo russare,
    ti alzi lentamente e infili le ciabatte
    -fino a un momento prima le sentivi bisticciare-
    e davanti al frigo cerchi, con gli occhi ancora chiusi, il cartoccio del latte.

    Ti sembrava di averlo messo proprio lì, sul quel pianale,
    invece guarda caso ora sta in un angolo vicino alla crostata
    Che distratto sono! Dici a te stesso, nel tuo sonno astrale,
    mentre il latte strizza l’occhio alla salsa tonnata.

    Appena ti volti tutto si anima di nuovo
    -occhiate, sguardi d’amore, d’odio, intese, segnali-
    la forchetta litiga con l’aglio e si innamora di un uovo.
    Perché è così che va la vita: gli uomini e le cose sono uguali.

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  • Sei bella e incinta

    On: 22 marzo 2017
    In: la mia vita e io, lettera
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    portone“Mamma, sei bella e sei anche incinta.”
    “Amore grazie ma no, non sono incinta.”
    “Ah. E cosa vuol dire incinta?”
    “Vuol dire aspettare un bambino.”
    “Allora tu sei, incinta!”
    “…”
    “Perché tu aspetti me. Mi aspetti sempre.”

    Ho sorriso, gli ho dato un buffetto. Ho finito di struccarmi il viso con il latte detergente. Ho pensato che ha molta fantasia ed è generoso – dirmi che son bella mentre mi tolgo il trucco alla fine di un giorno di lavoro.
    Poi ho pensato che ha ragione lui: quello che fa di una donna una madre è l’attesa. Una madre aspetta che la pancia fiorisca, che il frutto si completi e staccandosi dall’albero cada nel mondo. Aspetta il primo strillo, il primo dente, la prima parola.
    Aspetta alzata di notte le luci di un’auto nel viale.

    Adesso l’attesa più bella è la sera, aspettare con loro, nel letto, il sonno che viene. Si legge un libro, prima, ci si mette al sicuro: finché i lupi stanno dentro le storie non vengono qui. Poi ci sono i pensieri sparsi, quelli che di poco precedono i sogni, che vengono a galla un momento mentre ci si inabissa in un mondo che la volontà non governa.

    Oggi a scuola ho imparato a scrivere gli – Domani mi fai vedere – Facciamo che tu sei la mamma orsa e noi gli orsacchiotti e andiamo in letargo – No, io voglio essere una piccola volpe – Sì, adesso chiudiamo gli occhi – Ma domani si va all’asilo? – Sshhhh… dormiamo, adesso. Dormiamo.

    Jonathan Safran Foer scrive che non si è mai abbastanza attenti alle ultime volte dei figli. Si aspetta la prossima cosa che impareranno a fare – il giorno che leggeranno quel libro da soli e si addormenteranno senza il mio corpo vicino, con le gambe non più rannicchiate contro le mie, ma lunghe fino alla fine del materasso.
    Così io aspetto stasera perché so che stasera sarà ancora così: la storia del Riccio che cerca una tana, la luce da spegnere e due corpi piccoli vicini – e mille pupazzi, forse un gatto.
    Ci saranno altre cose da aspettare, domani e nei giorni a venire. Adesso mi sta bene questa, non ho nessuna fretta.

    Avete ragione voi, bambini, io sono qui, incinta perché sempre in attesa. Del rumore che faranno le vostre voci, dei piedi che arriveranno al fondo del letto. Di sapere se il Riccio trova o non trova una tana.
    Ogni madre lo fa, anche se sembra stia facendo tutt’altro: anche quando davanti allo specchio la sera, dopo il lavoro, si leva il trucco dagli occhi.
    Senza fretta.

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  • Istanti rubati a febbraio2017 (La nebbia e chi l’ama)

    On: 28 febbraio 2017
    In: istanti rubati, la mia vita e io, lettera
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    nebbia in MonferratoMi piace la nebbia e a febbraio non si è fatta desiderare.
    Quando il mattino aspettavo sulla banchina il treno, sbucavano vicino due luci -pesci bianchi sputati fuori da una spuma lattescente- e poi tutto il resto, pezzo a pezzo, vagone per vagone. La sera, tornando, durante gli ultimi chilometri in auto i filari di pioppi ritti come sentinelle si lasciavano soltanto immaginare. Riconoscevo la prima fila e sapevo che gli altri seguivano, fedeli e ostinatamente immobili.
    Più di tutto mi piace la nebbia con il sole, a giorno pieno. Quando tutto s’allaga e ogni cosa somiglia appena a se stessa, quando tutto è smussato e inoffensivo.
    Quanto è sottovalutata l’approssimazione, che pure dà sicurezza, per quella sua capacità di non esser prescrittiva.

    La nebbia rinforza l’immaginazione, forse mi piace per questo. Così mostravo ai bambini i profili molli delle colline alla finestra e ci vedevamo giganti pronti venire, grossi draghi sputafuoco divoratori di cipolle. Cosa non sanno trovare, nella nebbia, i bambini.
    Non sempre cose belle, certo. “Mamma, ho paura dei ladri. Quelli che vengono e ti rubano un polmone per venderlo.” L’esercizio allora è ridimensionare le sagome. E se di alcune cose non puoi negare l’esistenza, puoi mostrargli paletti e staccionate perché si sentano (un poco) al sicuro. Per ogni brigante venuto a depredare, c’è senz’altro un drago vegetariano pronto a difendere.

    La nebbia è un nascondiglio buono. Non dice dove dovresti essere, ma lascia indovinare dove potresti. Come scrivere una storia. In principio vedi un profilo in movimento, mentre guidi la macchina o te ne stai con la fronte appoggiata al finestrino di un treno. Segui con la coda dell’occhio, ti domandi se possa essere un tetto o un ponte, se sotto quel ponte scorra dell’acqua e se quell’acqua la navighi una barca, un veliero, una zattera o un gommone. E da dove venga, e dove vada. E se qualcuno l’aspetti, se qualcuno la insegua.
    A volte lo faccio insieme ai bambini: ciascuno di noi inventa un personaggio che fa quel che vuole. La vicenda nasce dall’intreccio delle mosse di ognuno. Vengono fuori cose buffe e poco credibili. Un albero stanco che starnutisce per mandare via gli uccelli. Un’aquila con i superpoteri. Ogni tanto si litiga perché uno dei tre vuole mangiarsi gli altri. Ma arriva sempre un enorme drago mangia-cipolle a sistemare le cose. Viene fuori dalla nebbia, anche in agosto, anche dove la nebbia non c’è: perché è lì che le cose prendono forma.

    Quello con cui non lottiamo lo lasciamo andare. L’amore non è assenza di sforzo. L’amore è sforzo. (Jonathan Safran Foer)

    Inventare è forzare la vista, fino a mettere a fuoco cose che si nascondono.
    Ricordare è forzare la vista, fino a mettere a fuoco cose che sbiadiscono.
    Amare è forzare la vista, fino a mettere a fuoco persone che ci circondano.
    Anche oggi tu sei qui, anche oggi che sono passati 12 (do-di-ci) anni. Un paio di sere fa Eliandro ha guardato fuori dalla finestra, era notte. “Ho visto la nonna”, ha detto, senza motivo apparente. Ma lui, loro -i tuoi nipoti- hanno imparato a forzare la vista, a farla arrivare a metà strada tra immaginazione e ricordo, tra memoria e invenzione. Tra l’amore e l’amore.

    Ma loro, noi, amiamo la nebbia che ci fa incontrare, come l’amavi tu.
    (La vista è mica solo quella degli occhi: allungo la mano, e ci sei).

    nebbia in Monferrato
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