Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

Prima tappa: la partenza (La storia di una storia. In quattro tappe)

On: 24 maggio 2017
In: il progetto, un luogo a cui tornare
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mondo alla finestraCosa è una storia.
Da quando provo a scriverne, non posso fare meno di farmi questa domanda. E la risposta cambia in continuazione. Alle volte direi che è il risultato di uno scavo, alle volte un’opera di costruzione -un castello di lego, un cesto di vimini. Alle volte mi sembra un posto da raggiungere, la strada per arrivarci. Non so ancora dare una definizione, forse non lo saprò mai: ogni storia nasce in modo diverso.
Quello che posso fare, è provare a raccontare come è nata la storia di “Un luogo a cui tornare”, il terzo libro che ho scritto e che tra poco meno di un mese sarà in libreria.

Sono nati per primi, in un modo che non saprei dire, due personaggi. E un terzo subito dopo. Tre tipi umani che cercavano di farsi ascoltare. All’inizio erano ombre, stereotipi, sagome tratteggiate da qualche sogno, da qualche reminiscenza affiorata da chissà dove. Da chissà dove. Avevano delle cose da raccontare, l’ho capito perché insistevano, mi si paravano davanti non invitati – ebbene sì, il confine tra chi scrive storie e chi è pronto per un tso alle volte è labile. (Almeno per quel che mi riguarda).

Ognuno di loro tre aveva delle cose da dire ma faticavo a mettere a fuoco le loro vicende, non capivo che cosa avessero da spartire, soprattutto. In che modo fossero legati tra loro. Poi c’è stata una sera di fine inverno, lo scorso anno. Tornavo tardi dal lavoro, più stanca del solito, triste per un motivo che non ricordo. Pioveva, si sentivano tuoni in lontananza e io guidavo sulle strade lucidate dall’acqua. Immaginate strade strette di campagna, senza illuminazione, prati e boschi tutto intorno.
Ho alzato la musica, cercavo di non pensare. Ma, ecco, un’ombra sul ciglio della strada – non so cosa fosse, dalle nostre parti è frequente incontrare volpi, cinghiali, tassi. Magari era un gatto, un cane, magari niente. Non importa, perché in quell’istante preciso ho capito come si sarebbero incontrati -anzi scontrati- i personaggi che avevo in mente. Ho capito cosa avevano a che fare uno con l’altro.

In quel momento è cominciato il viaggio. Sapevo dove cercare, almeno, in quale spazio spingermi armata di pila e serie intenzioni. Ecco, l’idea è questa: scrivere una storia è addentrarsi a piedi in una zona che non conosci, ma solo, in qualche modo, intuisci. Una lampadina sulla fronte, di quelle da minatore, un foglio bianco su cui tracciare una mappa. La tua. Non sai dove ti porterà né quello che esattamente vuoi raggiungere. Puoi solo sperare che il terreno sia solido, la luce tenga e le tue gambe siano allenate abbastanza per il percorso che hai davanti. Ti auguri qualche apparizione lungo il cammino, qualcuno che ti prenda per mano, anche per un tratto breve, e ti faccia vedere cose che non sospettavi. Magari un segnale, ogni tanto, che ti rassicuri: sei sulla buona strada.

Questo è stato l’inizio, quindi: una donna impegnata nella propria realizzazione personale, un uomo senza fissa dimora e un bambino – ma di lui per adesso abbiamo soltanto una fotografia appoggiata sul comodino di una stanza di ospedale. E una notte di pioggia -scura, scura- per farli incontrare.
Questa la partenza. Se vi va, presto vi racconto quale è stato il percorso. Se volete sapere, questo è il luogo a cui tornare.

Farò un esperimento, questa volta: vi racconterò qualcosa del libro su facebook. Possiamo aspettarlo insieme, qui: www.facebook.com/unluogoacuitornare/

 

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3 Responses to Prima tappa: la partenza (La storia di una storia. In quattro tappe)

  1. […] dicevamo, tutto ha avuto inizio così: tre personaggi con caratteristiche via via sempre più definite e un’immagine precisa […]

  2. […] la partenza e il percorso. Tracce di questa storia, qui: […]

  3. […] Dicevamo che tutto è cominciato da tre personaggi e una notte di pioggia. Per scrivere “Un luogo a cui tornare” sono partita da qui, da queste coordinate, da questi pochi segni che davano inizio alla mia traccia sul foglio bianco. Appena un abbozzo a matita. Accennato. Da lì, poi, non so quante volte ho sbagliato strada. Perché è così che succede: fai un pezzo, la vegetazione è troppo fitta, ti impantani, i sentieri si inabissano, non capisci più nulla. Ti accorgi che stai girando in tondo o ti trovi di fronte un muro, troppo liscio per essere scalato. E torni indietro. Alle volte bastano pochi passi, poco prima c’era un bivio che non avevi notato, basta imboccarlo. Alle volte, si tratta di cancellare giorni e forse settimane di marcia. Perfino mesi. Mi è successo più di una volta. Non dico che non sia penoso. È mortificante. Ti accorgi, o ti fanno notare, che ti sei perso. Allora senti male ai piedi, a tutte le giunture. Ti manca un po’ il fiato, adesso che ci pensi. Ti abbandona l’entusiasmo, ti piglia un soverchiante scoramento e hai solo voglia di gettare le scarpe da una parte e stenderti in un prato a guardare il cielo. E non pensarci più. Magari per qualche giorno è proprio quello che fai: ti sdrai sull’erba e resti fermo a guardare le nuvole, a guardare le stelle. A sgomberare la mente come adesso un vento potente fa con le nuvole che si sono addensate sopra la tua testa. Dici Basta, dici Chi me lo fa fare. Dici Non mi importa poi molto vedere cosa c’è alla fine della strada. Poi però. Riprendi in mano quella mappa tratteggiata a matita e pensi che non puoi lasciarla così. Fino a quel certo punto hai visto cose tanto belle -o almeno così ti sembra- che sarebbe un peccato non raccontarle. Andrebbe persa una certa radura sul limitare del bosco, dove al tramonto ombre in fila aspettano la notte. Si perderebbe quel crepuscolo sul lago che ti ha lasciata immobile a osservare l’albore del giorno, tra i riflessi sulla superficie azzurra e quasi ferma. Sarebbe un peccato. Così ti metti in piedi e riprendi la strada, qualche passo, scaldi fiato e muscoli. E ricominci. Non è sempre male sbagliare strada. Anzi. Succede che scopri angoli lussureggianti che non immaginavi nemmeno. Scopri parti di te, certe tue vedute del mondo. Per quanto possa sembrare strano, la scrittura influenza la vita. E viceversa (ma quello è più ovvio). Alle volte, qualcosa che succede nella tua quotidianità cambia il corso stesso della storia. Mi è capitato, mentre scrivevo questo libro. Una cosa per me molto importante, dolorosa. Ha deviato il tragitto e mi ha fatta restare molto più a lungo in un posto che credevo di attraversare in fretta, di sbirciare in lontananza, come un panorama visto dal finestrino di un treno. Invece no. Mi sono dovuta sedere lì, sulla riva di un certo fiume a guardare. A provare a capire perché, a sperare che passasse il male in fretta. A vedere se potevo imparare qualcosa da questo accadimento, visto che proprio non lo potevo evitare. Non voglio fare troppi misteri, solo provare a spiegare, prima di tutto a me stessa, come funziona mettersi di fronte a un foglio e provare a scovarci dentro un mondo tutto intero. La dannazione e la grazia di voler continuare la strada. La dannazione e la grazia. E alla fine, ecco. Sono arrivata là dove volevo e potevo. Dove mi hanno portata le gambe e il fiato che avevo a disposizione. Ho riguardato tutto da là e ho pensato che, comunque andrà da adesso in poi, per quel che mi riguarda ne è valsa la pena. Provo a raccontavi quello che ho visto all’arrivo. Presto, se vi va. L’inizio di questa storia, lo trovate qui La pagina dove aspettare insieme l’uscita del libro, qui: https://www.facebook.com/unluogoacuitornare […]

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