Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

Istanti rubati a novembre2016 (solo per un eccesso di immaginazione)

On: 14 dicembre 2016
In: istanti rubati, la mia vita e io
Views: 682
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 novembre

Eravamo disordinate e campestri, ma non per spregio all’armonia, solo per un eccesso di immaginazione.
(Simona Lo Iacono, Le streghe di Lenzavacche)

Mi sembra che questa frase parli di noi.

Siamo così campestri che abbiamo trovato la scusa di un compleanno per comprare due agnelli. Gli diamo il latte con grossi biberon e quando li facciamo uscire dalla stalla ci corrono dietro saltando sulle zampe davanti e alzando il sedere come se ballassero. Come nella sigla di Heidi, quando Peter se ne va ai monti con il gregge.

Siamo disordinati e campestri e molto, molto silvestri. Per questo ce ne andiamo in giro per boschi quando c’è nebbia e tra gli alberi si possono immaginare fantasmi, distese bianche che custodiscono orme di creature lattescenti e sottane chiare stese tra i rami. Se sforzi la vista ci trovi di tutto, tra i rampicanti che fanno da liane e un tronco cavo per nascondersi dentro.

Siamo certo disordinati e abituati a perdere tutto. I calzini, la calma, il berretto di lana. Ritroviamo ogni cosa quando smettiamo di cercare e facciamo un gioco insieme, la lotta sul letto, le capriole sul tappeto. Il calzino era sotto il divano, la calma stava pizzicata dentro un abbraccio. Di berretti ne abbiamo un bel po’, inutile accanirsi.

Non ci manca l’immaginazione e da grandi vogliamo fare l’astronauta, il falconiere, studiare i dinosauri e costruire case per i bambini poveri. Ci dicono “Quando crescerete cambierete idea.” Invece il lavoro bisognerebbe davvero deciderlo da piccoli, quando scegli per quello che ami fare e non per quello che vuoi ottenere, in un compromesse sempre al ribasso.
O se proprio scegli da adulto, prova almeno a ricordare che volevi andare sulla luna.

Io a novembre ci ho pensato spesso, a quello che volevo fare e perché.
Volevo raccontare storie. Per vivere tante vite, perché mi facevano paura le cose che finiscono. Se ne hai tante, pensavo, ci vuole un bel po’ prima che finiscano tutte. O, con un po’ di fortuna, potrebbe non succedere mai.
È ancora così e allora ho raccontato tanto, scritto tanto. Spesso da un vagone sul treno, o al tavolo della cucina mentre la stufa brilla e fuori la notte s’allunga, si stira, galleggia.
Ho capito (o forse solo ricordato) che, perché quello che racconto funzioni, devo mettere il dito dove fa male. Certe cicatrici bisogna toccarsele, ogni tanto, sentire che ci sono ancora.
Come la voglia di andare sulla luna.

Ho capito (o forse solo ricordato) che non so niente di me.
Per scoprirlo, rileggo ciò che scrivo.

Eccoci. Giocatori di nascondino nella foschia di novembre, accalappiatori di ombre nei boschi, collezionatori di calzini spaiati, allenatori di pecore ballerine, caparbi inventori di desideri nuovi.

Casinisti, ondivaghi, visionari.
Irrimediabilmente confusionari. Non per spregio all’armonia. Ma per eccesso di immaginazione.

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