Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

Chi perde, chi si perde

On: 12 Luglio 2014
In: la mia vita e io
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binari nella nebbia
L’ho notato qualche setimana fa in stazione. Ero a Torino Porta Nuova, come sempre di corsa, come sempre adocchiando tra le pagine di un libro  il binario del treno e eventuali ritardi.
Lui era in attesa sulla banchina, la faccia un po’ rassegnata, un po’ di uno che chiede scusa.
Aveva un’età difficile fa definire, nella terra di mezzo tra la mia e quella di mio padre. Aveva capelli unti e una giacca marrone di pelle. Lisa. Senza un bottone. L’asola vuota a metà del petto diceva Guarda un po’ qui come sono ridotto.

I jeans parevano di qualche taglia in più, come li avesse recuperarti da qualcuno parecchio più grosso di lui.
Le scarpe erano quelle di uno che ha fatto troppi passi senza potersi sedere a riposare un momento.
Mi ha colpito lo sguardo perché ci ho letto, forse travisando, la dignità di chi non è abituato a raschiare sul fondo. Di chi non è abituato a dormire nelle stazioni, di chi non ha scelto una vita senza tetto sulla testa.

 

Perché ho sentito troppo spesso la storiella che fare il clochard è una libera scelta. Un bel paio di palle. Quelle son bugie per fare pace con la coscienza e per dormire più tranquilli, che tanto, noi, vagabondi non vogliamo mica diventare.
Invece nella maggior parte dei casi, mi diceva un volontario di un associazione torinese che aiuta i senza tetto, succede che una maglia della rete sociale si allarga e ti fa cascare nell’indigenza.

 

Ho parlato con molti di loro. Capita che perdi un lavoro, che ti lasci la moglie o il marito. Che non hai a chi chiedere aiuto o non hai coraggio per farlo, per dire Ho perso, guarda un po’ qui come sono ridotto.
Poi è un precipitare di eventi, mancano i soldi per l’affitto, nessuno più ti assume, non parliamo di ottenere un prestito. Diventano tuoi compagni di viaggio la depressione, la bottiglia, l’elemosina di chi si impietosisce vedendoti all’angolo.

 

Ecco: è una scelta questa? Abituarsi alla fame, ai pidocchi, a vivere di carità. In quanti potrebbero coscientemente augurarsi questa sorte?
Senza arrivare a questi estremi vedo sempre più gente in giro che pare sull’orlo del baratro, con i polpastrelli diafani nello sforzo di restare aggrappati a una parvenza di normalità e il riflesso del burrone negli occhi.
A quell’uomo sui binari, l’altra sera, avrei voluto dire soltanto Non sei tu che hai perso. Siamo noi tutti a dover provare vergogna.

 

Il jolly è: ricordare che anche se noi ci crediamo assolti siamo per sempre coinvolti (cit.)

 

(naturalmente, c’è ANCHE chi lo sceglie; per esempio Maksim Cristan)

 

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3 Responses to Chi perde, chi si perde

  1. CLAUDIO ha detto:

    Mi piacerebbe se ti scrivessi a “Senzatetto Italia” – “Senzatetto Torino” – “Vita da strada” – “Clochard alla riscossa” – “Aldo dice Residence Sociale” su Facebook . Ce ne sono poche, di persone come te che sanno cogliere le emozioni di chi è costretto dalla vita ad avere un’esistenza da barbone, senza averlo mai desiderato.

  2. Grazie per aver dettagliato questo incontro metropolitano che richiama in maniera forte le responsablità di ogniuno di noi.

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