Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

A Maria e quelle come lei

On: 27 Giugno 2014
In: la mia vita e io, lettera
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mariaMaria l’ho conosciuta in Trentino, a Obra, un paio di estati fa, e ci siamo piaciute subito.
Lei è rimasta lì un mese, per dare una mano alla mia nonna materna, nella sua penultima estate di vita. Così ha dato ai miei zii un po’ di respiro, visto che si sono occupati di lei, con una dedizione quantomeno rara, 24 h al giorno per 365 giorni l’anno.


Maria, dicevo, fa di lavoro la badante, o quello che le capita. Pulizie, baby sitter, roba così, a seconda delle richieste del mercato. Ha spalle larghe, pelle chiara e occhi azzurrissimi, un’età intorno ai 60. Ha modi timidi e l’atteggiamento schivo di chi si sente sempre di troppo, di chi è abituato a sedere spesso in un angolo, ai margini di una vita familiare in cui si è semplici coadiuvanti. Manovali nella cura di persone. Perché lavare o portare a letto o sorreggere una persona anziana richiede davvero energie fisiche e mentali. Forza. Muscoli. Braccia energiche. Allenate quasi quanto la pazienza.

Un pomeriggio eravamo nel cortile dietro a casa, al sole di agosto, tranquille perché nonna e bambini erano impegnati nel sonnellino del dopo pranzo. Così ho chiesto a Maria che cosa l’avesse portata in Italia dalla Moldavia, suo paese di origine.


Mi ha raccontato che suo marito e lei si sono conosciuti al lavoro, in una azienda di un certo rilievo dove entrambi prestavano servizio come ingegneri informatici.
Hanno fatto 2 figli, messo da parte risparmi. Un bel gruzzolo, pare. Sufficiente a dormire sonni tranquilli pensando alla vecchiaia.
Una vita come tante.
Poi, però.
È arrivata la crisi e l’azienda ha chiuso. Da un giorno all’altro, si sono trovati entrambi disoccupati in un paese con zero risorse.
Come innumeri altre famiglie un giorno di quelli sono andati in banca e hanno trovato: niente. Un edificio vuoto. Niente più personale, niente più casseforti, niente più soldi. Niente più risparmi.


Una famiglia prima come tante si è svegliata abbondantemente sotto la soglia della povertà. Anni di lavoro e sogni di serenità buttati nel cesso. Tirata anche l’acqua su ogni speranza di svolta.
Ecco cosa li ha portati in Italia a fare lavori di fortuna in età quasi da pensione, lontani dai figli e dal luogo in cui avevano costruito tutte le loro “certezze”.
Ora sono qui e arrancano. Hanno dovuto reinventarsi da capo a fondo, a partire dalla lingua, sconosciuta.
Maria, mi raccontava, ha anche un cuore debole, ha bisogno di un’operazione. Non potrà fare a lungo lavori pesanti.

A quanti è capitato e sta capitando? Succederà anche a noi? 
I pochi che possono decidere qualcosa per i nostri destini, faranno a brandelli davanti alle nostre facce impotenti ogni straccio di futuro?
Chissà.

Quando ci siano salutate, dopo un paio di settimane insieme, le è scappata via una lacrima.
E mi ha abbracciata strettissimo con quelle braccia di acciaio. Nonostante il cuore fragile e i sogni in briciole.

 

 

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