Giochiamoci il Jolly: Blog di Fioly Bocca

Fulvio Agostini incontra la Storia

On: 17 Luglio 2013
In: il progetto
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fulvioL’estate incalza, la storia pure.
Mi si scioglie tra le dita appiccicose di ghiacciolo all’anice, mi tiene compagnia la notte, insieme ai cori di rane e cicale.
Ne lascio qualche briciola qui, per voi che mi regalate la vostra attenzione.

Tutto comincia da Fulvio Agostini.
Fulvio Agostini, il padre di Arun, originario di Trento, era un giovane inquieto e curioso, due occhi mobili da furetto indiscreto e il sogno in tasca di cambiare il mondo. Vivi, due biglie chiare e brillanti, quegli occhi lo hanno trascinato dappertutto. Sempre con quel fiuto di giornalista in erba, a seguire ogni sentore di fervore e cambiamento.


A fine anni ’60, a metà strada tra i 20 e i 25 anni, Fulvio era a Parigi, da poco assunto da un quotidiano francese di media importanza. Avrebbe potuto starsene tranquillo a fare il lavoro che amava, ma lui aveva addosso quella fregola incontenibile che non lo faceva stare fermo e lo trascinava a ficcanasare là dove sembrava che qualcosa si muovesse, si trasformasse, si compisse. Fu senz’altro quella smania, più fastidiosa di un prurito o di un perenne imminente starnuto, che lo spinse a frequentare i circoli parigini di stampo marxista. Per ironia della sorte, erano quegli stessi ambienti che una decina d’anni prima avevano contribuito alla formazione politica di Pol Pot.

Partecipava agli incontri serali, lunghi cenacoli che lo facevano sentire un carbonaro all’epoca dell’Italia risorgimentale, discorsi di uguaglianza e libertà che lo rendevano materiale combustibile, acceso da tutti i venti di cambiamento. Nel frattempo studiava il cinese, attratto dalla cultura orientale e convinto che prima o dopo quella lingua tanto complessa gli sarebbe tornata utile.

Conobbe molta gente, molta influente, il suo nome cominciava a circolare tra quelli dei giornalisti di spessore. Contemporaneamente cresceva il suo interesse per la situazione dell’Indocina di quegli anni, di cui tanto si parlava in quel focolaio di pensatori dissidenti.
Vietcong, americani, comunisti: certamente la svolta del secolo. Era la Cambogia ad attrarlo con forza, quella terra mistica e meno aspra del vicino Vietnam, più timida e meno combattiva.

Fu così che propose al direttore della testata per cui scriveva di farlo andare sul posto, per qualche mese, per confezionare un reportage su quello che si stava muovendo in quel luogo sperduto ed esotico, dove tutto era immerso in una nebbia fitta e impenetrabile ai mass media occidentali.

La spuntò, e partì in una mattina d’estate, un lungo volo a cucire due continenti, tanto distanti geograficamente quanto culturalmente. Partì, un biglietto di sola andata, una sacca con l’indispensabile, qualche libro e il taccuino. Dal finestrino avrà senz’altro lanciato giù un sorriso alla sua famiglia e alla sua terra, chissà se ha sentito, in cuor suo, che non avrebbe più rivisto né l’una né l’altra.
Lì sotto comparve poi un collage di risaie e pagode, erba e acqua, tutte le gradazioni del verde in alternanza perpetua. Atterrò a Phnom Penh, la capitale solcata da viali odorosi di giacaranda, e capì di essere sbarcato sulla luna. Le tensioni sempre più aspre con il Vietnam, i colpi di stato, il dilagare delle formazioni guerrigliere dei khmer rossi, l’interesse della CIA per quella nazione in posizione strategica, resero la Cambogia, agli occhi di Fulvio, un enorme isola-che-non-c’è tutta da indagare. Insidiosa come la giungla e avvincente come le prime pagine di un libro di avventura.

La Cambogia di quegli anni era una terra lenta, umida e calda, dalle notti lucide e cantate da grilli e cicale. Un acquerello di fiori di loto e palafitte dalle lunghe gambe affondate nel fango. Di persone semplici e schive, i volti ombreggiati dai grandi cappelli di paglia.
Fulvio cominciò a viaggiare, facendo base nella capitale.
Fu durante uno dei suoi spostamenti che conobbe Molyda. Stava cercando di realizzare qualche intervista nei villaggi contadini che cominciavano ad appoggiare massivamente i khmer rossi: Fulvio voleva raccontare i fatti registrandoli nelle parole e nella quotidianità dei suoi protagonisti. Gli importava poco dei ministri, dei leader, dei decreti e di tutto quello che veniva dall’alto. Lui voleva scoprire la Storia così come si dipana nelle vite di tutti: il cibo che scarseggia, l’inflazione, la paura delle bombe americane. Voleva sentire quella creatura, viva, che serpeggia nelle esistenze comuni, il grande mostro onnivoro che si sbriciola nelle cose piccole di tutti i giorni.
Così -si diceva- gli capitò di intervistare una contadina, una donna dai fianchi larghi e dagli occhi profondi come pozzi senza ritorno. Se ne innamorò sguaiatamente e capì che da lì, per lui, non ci sarebbe più stato rimpatrio, definitivamente smarrita la strada per uscire da quelle pozzanghere scure di perdizione.

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